Scuola ticinese: un problema di mentalità?

La scuola ticinese necessita di un cambiamento di paradigma. Cambiamento che, è ovvio, non potrà avvenire dall’oggi al domani; dovrà comunque essere avviato il prima possibile.
E’ inutile farsi illusioni: la scuola (ma anche gli allievi e le loro famiglie) non potranno esimersi da un riorientamento nell’ottica di quelle che sono le richieste del mercato del lavoro. La libera circolazione delle persone ha spalancato il mercato del lavoro ticinese ad un quantitativo sterminato di manodopera residente della vicina Penisola, dove vigono tassi di disoccupazione giovanile tripli rispetto ai nostri (che già non scherzano). Altro che andare a raccontare fanfaluche sulle possibilità, per i nostri giovani, di lavorare nell’UE! Manodopera, badiamo bene, disposta a lavorare a paghe inferiori a quelle che sono invece necessarie a chi vive in Ticino per arrivare alla fine del mese.
In questo contesto, spiace dirlo, ma è chiaro che di spazio per il romanticismo non ne resta più. Eppure non è raro sentire, anche da responsabili del DECS, la fatidica frase: «studiate quello che più vi piace, che poi un lavoro lo troverete». Frottola clamorosa che può avere conseguenze devastanti. Guardiamoci attorno. Quanti svolgono il lavoro dei propri sogni? A parte il fatto che il lavoro non è un divertimento e sarebbe ipocrita tentare di venderlo come tale: abbandoniamo pericolose illusioni destinate ad infrangersi malamente, ed affrontiamo la realtà. Cominciando con l’eliminare le principali incoerenze. Si parla tanto della necessità di essere “competitivi”. Allora, bisogna anche che gli allievi più bravi possano esprimere le proprie potenzialità e non vengano invece frenati nell’ottica di un pericoloso livellamento verso il basso.
Inoltre, è evidente che le professioni “d’ufficio” sono sature; oggi, diversamente dal passato, sono prese di mira anche dai sempre più numerosi frontalieri. Mancano invece risorse nell’artigianato, nell’edilizia, nel sociosanitario. Si fa abbastanza per spiegare ai giovani – e soprattutto alle loro famiglie – che queste professioni al momento “poco gettonate” possono offrire possibilità di carriera, e di guadagno, superiori a quelle del lavoro in un ufficio? C’è da dubitarne. Ma non ci si può permettere di perdere altro tempo: una volta che anche questi settori saranno occupati da frontalieri, l’accesso ai ticinesi sarà precluso.
Altra misura necessaria: si metta il numero chiuso a formazioni “letterarie” ed “artistiche” prive di sbocchi professionali, troppo spesso scelte non per talento ma come  parcheggio. Con l’unico risultato di rimandare nel tempo l’impatto col mondo del lavoro, o piuttosto, del non-lavoro.
Ma se nelle aule si continuerà a vendere, più o meno esplicitamente, la chimera che tutti potranno guadagnarsi da vivere – e magari pure arricchirsi – divertendosi, si creeranno disoccupati, casi sociali ed invalidità psichiche.

Lorenzo Quadri