Perché l’IRE non studia la tassa per i frontalieri?

Altro che indagini farlocche per puntellare la fallimentare libera circolazione!

 

Sono solo “percezioni”! Ormai, pur di fare propaganda di regime pro-libera circolazione, i camerieri dell’UE non arretrano nemmeno davanti alle più acrobatiche arrampicate sugli specchi. L’Istituto ricerche economiche (IRE) è riuscito ad auto-commissionarsi (con i soldi del solito sfigato contribuente) un nuovo studio per dimostrare che in Ticino la fallimentare libera circolazione delle persone è una figata pazzesca. Solo che i ticinesotti, essendo beceri, la “percepiscono” in modo sbagliato. I problemi sul mercato del lavoro? L’invasione di frontalieri e padroncini? Tutte balle della Lega populista e razzista!

Sicché l’istituto diretto dal buon Rico Maggi, invece di volteggiare tra le vette dell’eccellenza scientifica, s’impegola nel tentativo di dimostrare ciofeche del seguente tenore (tratta pari-pari dalle conclusioni dello studio): “coloro che leggono il Mattino, 20Minuti o seguono Ticinonline e Ticinonews (quindi testate, a parte ovviamente la prima, che certamente NON sono di orientamento leghista, ndr), hanno una maggiore probabilità di condividere affermazioni negative (sulla presenza dei frontalieri). Lo stesso vale per coloro che consultano un numero maggiore di media. Al contrario, coloro che leggono il Caffè hanno una minor probabilità di condividere affermazioni negative”.

Dove sia andato l’IRE a trovare degli interlocutori che leggono solo il Caffè è un mistero: si tratterà di frontalieri? Comunque tale risultato serve semmai a confermare che il Caffè è un settimanale contro il Ticino.

“Percezioni”

Non stiamo qui a ripetere di nuovo le cifre, nude e crude e soprattutto ufficiali, dell’invasione da sud in Ticino. Cifre che non sono “percezioni”. Cifre che descrivono un mercato del lavoro allo sfascio e  un’immigrazione andata interamente fuori controllo. Parlare, a tal proposito, di “percezioni” significa essere davvero all’ultima spiaggia. L’ultima spiaggia della propaganda di regime che è ormai giunta a negare l’evidenza.

Chiudere baracca

Fa “piacere” vedere l’IRE, ovvero un istituto universitario riccamente foraggiato con i soldi del contribuente, che invece di ricercare delle soluzioni per migliorare il mercato del lavoro ticinese sfasciato dalla libera circolazione, utilizza le proprie risorse  – ed i nostri franchetti – per fare propaganda POLITICA a sostegno della medesima.

Ma un centro di competenze (uella) quale l’IRE, è stato voluto per dare un contributo alla soluzione dei problemi di questo sempre meno ridente Cantone o per negarli, oltretutto utilizzando la solita trita fregnaccia della balla populista e razzista?

Come abbiamo già avuto modo di dire: se l’IRE, come del resto la SECO, serve a fare propaganda di regime a sostegno della libera circolazione delle persone, chiudiamo baracca che così si risparmia!

Qualcosa di concreto

Invece di arrampicarsi sui vetri per reggere la coda alla libera circolazione, l’IRE si potrebbe dedicare ad attività ben più costruttive. Ad esempio: il prof Reiner Eichenberger dell’Università di Friburgo ha pubblicamente dichiarato che introdurre una tassa d’entrata per frontalieri “sa pò”. Eichenberger, come docente universitario, ha una reputazione accademica da difendere e quindi, se dice che una tassa per frontalieri è fattibile, ci sono buoni motivi per ritenere che sia proprio così.

Ebbene, l’IRE potrebbe impegnarsi in uno studio che formuli delle proposte concrete  per realizzare la tassa per frontalieri ipotizzata dall’economista friburghese. Perché il Consiglio di Stato non gli dà questo mandato, così magari  Rico Maggi & Co produrranno finalmente qualcosa di utile? Oppure all’IRE farebbero obiezione di coscienza davanti ad una richiesta del genere, poiché ben riforniti di collaboratori con domicilio nel Belpaese?

Aggravante

Il problema degli studi farlocchi di Maggi & Co a sostegno delle frontiere spalancate non è solo l’utilizzo improprio di fondi pubblici per trattare i ticinesi (per lo meno quel 70% che ha plebiscitato il 9 febbraio) da psicolabili con percezioni alterate. Un problema ulteriore e anche più grave è il danno che arrecano al Cantone. Perché serve a tanto che i rappresentanti del Ticino a Berna (almeno alcuni) si sforzino di sensibilizzare la capitale federale sui disastri fatti in Ticino dalla libera circolazione delle persone e sulla necessità di porvi rimedio prima che salti per aria tutto, se poi arriva non già la solita SECO al soldo del ministro  PLR “Leider” Ammann – quello che, assieme al suo collega di partito e di governo Burkhaltèèèèr vorrebbe pagare senza un cip un ulteriore miliardo di coesione agli eurofalliti – ma l’IRE, con il crisma di istituto universitario ticinese a sostenere che sono tutte balle populiste e razziste e che in realtà l “l’è tüt a posct”. Ovvio che, ai camerieri bernesi di Bruxelles  alla ricerca spasmodica di pretesti per sbattersene dei problemi del Ticino, gli studi-fetecchia dell’IRE servonno un assist che vale oro. E il contribuente ticinese dovrebbe continuare a pagare per questo genere di prestazioni?

Lorenzo Quadri

Lavoro in Ticino: ancora statistiche taroccate!

La propaganda di regime della SECO regge la coda agli spalancatori di frontiere

I fautori dell’invasione da sud tentano di nuovo di farci credere che “l’è tüt a posct”. Peccato che i dati sull’assistenza, sull’esplosione dei frontalieri, sul lavoro ridotto, come pure le statistiche ILO, dicano tutt’altro

Sulla situazione del mercato del lavoro ticinese in regime di devastante libera circolazione delle persone, la propaganda di regime prosegue alla grande.

La “mitica” SECO (segreteria di Stato per l’economia) ha divulgato, come di consueto, i suoi – ma proprio solo suoi – dati sull’occupazione di luglio.

E’ opportuno ricordare che la SECO è quell’istituto, dal costo di 100 milioni all’anno (!), specializzato nella produzione di statistiche farlocche a sostegno della politica delle frontiere spalancate.

E’ quell’istituto che se ne esce , “come se niente fudesse”, a raccontare monumentali fregnacce. Del tipo: “in Ticino non esistono né dumping  salariale né sostituzione dei lavoratori residenti con frontalieri, e chi sostiene il contrario fa politica (ossia: è un bieco populista e razzista)”. E poi i responsabili della SECO – superburocrati con il posto garantito a vita – hanno ancora la “lamiera” di strillare alla lesa maestà se qualcuno osa protestare?

Le favolette

Secondo i dati SECO, dunque, in Ticino la disoccupazione in luglio sarebbe del 3%, come la media nazionale. E subito gli spalancatori di frontiere corrono ad esultare: vedete che, anche con l’invasione di frontalieri, sul mercato del lavoro cantonale “tout va bien, madame la Marquise”? Vedete che “bisogna aprirsi all’UE”?

Peccato che le cose stiano diversamente. Il trucchetto è fin troppo facile da scoprire. Infatti, nelle statistiche SECO sulla disoccupazione, la maggior parte dei senza lavoro non figurano. Ad esempio, non figurano quanti sono finiti in assistenza. Sicché, i toni trionfalistici per un meno 0,1% sulle percentuali imbellettate della SECO sono, semplicemente, una favola. Non a caso simili percentuali vengono subito asfaltate dalle cifre dell’assistenza sociale.

Esplode l’assistenza

In questo sempre meno ridente Cantone, infatti, il numero delle persone in assistenza è aumentato di quasi il 50% dal 2010  ad oggi. Ormai  siamo a quota 9000, quando nel 2010 erano 6000, e ad ogni rilevamento si infrange un nuovo record. Sicché, altro che calo della disoccupazione! Sempre più ticinesi, grazie all’invasione da sud, sono esclusi dal mercato del lavoro. Ma i fautori dell’invasione credono di poterci fare fessi con le loro storielle. E, non ancora contenti, montano pure in cattedra ad accusare di “populismo e razzismo” chi non se le beve. E’ il colmo.

Meno frontalieri?

Non ancora contenti, lor$ignori credono di poter montare la panna sulla diminuzione dei frontalieri di qualche unità da un mese all’altro, dimenticandosi però di dire che i frontalieri in Ticino sono passati da 37’500 nel 2006 a 62’500 oggi. 25mila in più in 10 anni!

E il peggio deve ancora venire: perché, sempre in 10 anni, i frontalieri attivi nel settore terziario sono aumentati, udite udite, di qualcosa come 20mila unità, passando da 18mila a 38mila!

Eh sì:  il numero di frontalieri esplode proprio in quei settori professionali dove essi portano via il lavoro ai ticinesi. Non certo in quei “lavori che i ticinesi non vogliono più fare”  (luogo comune inventato dai camerieri dell’UE e tutto da verificare alla luce della situazione occupazionale attuale ) dove il loro numero è rimasto sostanzialmente costante. E, se sul totale il quantitativo di frontalieri in Ticino cala di qualche unità, la diminuzione non si registra di certo negli uffici. Avviene, invece, sui cantieri o nelle fabbriche. E non perché vengono assunti residenti. Ma perché questi settori economici rallentano.

I dati ILO

Mentre nel resto del globo per misurare la disoccupazione si utilizzano i dati ILO, in Svizzera si usano quelli della SECO. Perché? Perché sono più belli. Infatti, secondo le cifre ILO, in Ticino il tasso di disoccupazione sarebbe del 7%. Che è un bel po’ diverso dal 3% farlocco della SECO. Idem per il numero di persone senza lavoro: la SECO ne indica poco più di  5000 (campa cavallo), mentre dai dati ILO ne risulterebbero 13’300.

E non solo. Altro che calo della disoccupazione. Il tasso ILO, come detto un po’ più fedefacente delle statistiche taroccate della SECO, indica che la disoccupazione in Ticino aumenta. E mica di poco. Infatti si è passati da un 6.4% del quarto  trimestre 2015 al 7% del primo trimestre 2016. Ah, però. Altro che venirci a raccontare fetecchiate sull’occupazione a gonfie vele in Ticino in regime di frontiere spalancate!

Ciliegina sulla torta, i trionfalisti si dimenticano anche un altro dato: quello del lavoro ridotto, che è pure in crescita dalla metà del 2015.

Preferenza indigena

Inutile raccontare storielle. I numeri  parlano chiaro. 13’300 disoccupati ILO in Ticino contro un aumento dei frontalieri nel terziario di 20mila unità in 10 anni. Anche quello che mena il gesso è in grado di rendersi conto che il problema occupazionale in Ticino dipende dall’invasione di frontalieri. E dunque si può risolvere solo con la preferenza indigena. Di cui però, ma tu guarda i casi della vita, gli spalancatori di frontiere non vogliono sentire parlare. Del resto, basterebbe sostituire con ticinesi una parte dei “nuovi” frontalieri che sono arrivati a lavorare nel terziario per avere la piena occupazione!

Lorenzo Quadri

 

Il partito dell’odio contro chi difende le frontiere

Finti moralisti scatenati contro guardie di confine, polizia e perfino aziende di trasporto

 

Fa sorridere che il Dipartimento federale delle finanze, da cui dipendono le guardie di confine, si senta quasi in dovere di “smentire categoricamente” (sic) che la Svizzera abbia chiuso le frontiere.

Quando invece non solo chiudere, ma blindare le frontiere sarebbe doveroso, vista la pressione migratoria esercitata sul confine di Chiasso dai finti rifugiati con lo smartphone, tutti giovani uomini che non scappano da alcuna guerra.

Nello stesso comunicato, il DFF infila una frase rivelatrice: “(Per i migranti) in futuro si tratterà di trovare  di comune accordo con i partner europei, delle soluzioni sostenibili ed accettabili dal punto di vista dello Stato di diritto”.

Ohibò: quando le regole internazionali in vigore permettono di respingere i finti rifugiati, allora bisogna cambiare le leggi per farli entrare. Al contrario, le norme internazionali che impongono lo spalancamento delle frontiere, a partire dalla  devastante libera circolazione delle persone, e che in questo modo mettono nella palta i ticinesi, vanno rispettate, costi quel che costi. Metterle in discussione? Non sia mai! Sa po’ mia!

Deduzione logica: i ticinesi per Berna contano meno dei finti rifugiati.

Il lavaggio del cervello

Da notare che a diffondere la voce, purtroppo falsa, della Svizzera che chiude le frontiere, oltre ai kompagnuzzi – quelli che si mobilitano in grande stile ed organizzano le trasferte a Como per sostenere i migranti economici, ma se ne impipano del ticinesi – c’è pure la loro radiotelevisione. Ossia la Pravda di Comano, che da tempo trasforma ogni telegiornale in un lavaggio del cervello per convincere i ticinesi “chiusi e gretti” che bisogna accogliere tutti i finti rifugiati (quanti asilanti ospitano a casa propria giornalisti e caporioni della RSI?).

Incitazioni all’odio

Le guardie di confine e la polizia stanno facendo un immane lavoro, in condizioni molto difficili, per respingere – così come prevedono gli accordi internazionali – i finti rifugiati. Onore al merito! Però gli spalancatori di frontiere politikamente korretti incitano all’odio contro guardie ed agenti, e li denigrano come vili aguzzini violatori dei diritti umani.

Questa è la nostra $inistruccia, che non perde occasione per dimostrarsi sempre contro la Svizzera e contro gli svizzeri: chi difende le frontiere, e quindi la sicurezza del paese, viene infamato, minacciato e aggredito.

I “complici di omicidio”

Venerdì sera a Chiasso, uno sparuto gruppetto  ha dimostrato a favore delle frontiere spalancate. Gli slogan erano del seguente tenore: “Le frontiere e il razzismo uccidono, non esserne complice!”.

Uella! Chi vuole chiudere le frontiere è addirittura un assassino. Peccato che sia vero proprio il contrario. A portare la responsabilità morale per le morti in mare sono quelli che vogliono le frontiere spalancate. Così facendo, alimentano illusioni che possono avere esito tragico. Quindi i moralisti a senso unico, quelli che si rilasciano da soli la patente di bontà mentre gli altri sono complici di omicidio (sic), sostengono il business dei passatori. Oltre, ovviamente, all’industria nostrana dell’asilo. La quale, ma guarda un po’, va ad ingrassare tasche ro$$e, con i soldi dei contribuenti.

Se questi sono i “buoni”…

Ecco chi sono i complici di omicidio: gli spalancatori di frontiere. Che sono poi anche il partito dell’odio.

Odio contro le guardie di confine che svolgono con coscienza il loro difficile lavoro; odio contro chi pretende il rispetto della legge; odio e schifosi atti vandalici addirittura contro la ditta di trasporti incaricata di riportare nel Belpaese i finti rifugiati.

Questo è il concetto di “dialogo” e di “rispetto” di chi pretende di fare la morale agli altri: denigrazioni, gomme tagliate e veicoli imbrattati.

E costoro sarebbero i “buoni”, gli “umani”? Allora siamo orgogliosi di essere cattivi e razzisti.

 

11,11 miliardi per l’estero, ma i soldi per l’AVS non ci sono?

Altro che pensionamento a 67 anni con la scusa delle casse vuote!

Ah ecco: come volevasi dimostrare, quando si tratta di regalare miliardi all’estero, non si fa mai fatica a trovarli. Ed infatti la Commissione di politica estera del Consiglio degli Stati ha dato il via libera ad un credito quadro della bellezza di 11,11 miliardi di franchetti per gli anni 2017 – 2020, destinati alla cooperazione internazionale.

Al Nazionale la Commissione omologa aveva approvato la “manna” proposta dal Consiglio federale con maggioranza risicata (12 a 11). La stessa cosa l’aveva fatta il plenum. Contrari, ovviamente, Udc e Lega, ed anche il PLR.  Il Consiglio degli Stati voterà invece in settembre.

I kompagni ne volevano 16,2

E non è ancora finita. Per i kompagni 11,11 miliardi, corrispondente allo 0.48% del PIL, erano ancora troppo pochi. Infatti loro avrebbero voluto spedire all’estero addirittura lo 0.7% del PIL. Vale a dire, facendo due conti, 16.2 miliardi (miliardi!) di franchetti di proprietà del contribuente! Apperò!

Quando si tratta di aiuti all’estero e di immigrazione scriteriata,  non si bada a spese. “Bisogna aprirsi”!

E’ forse il caso di ricordare che i costi dell’asilo sono letteralmente esplosi. Ma va da sé che parlare di quanto costano i finti rifugiati “sa po’ mia”! Non è politikamente korretto! E’ immorale!

Alcune cifre

Un paio di cifre tanto per inquadrare la situazione:

  • La Confederazione ha già annunciato che il preventivo 2017 sforerà di quasi un miliardo (!) di franchi a causa dell’aumento della spesa per l’asilo;
  • Già nel marzo dello scorso anno, sempre Berna indicava che per il 2018 si aspettava, per il settore dell’asilo, una spesa di 2.4 miliardi. Nel 2015 la fattura era di 1.2 mia. Quindi stiamo parlando di un raddoppio. Nel frattempo, però, sono esplose le entrate illegali in Svizzera a seguito della chiusura della via balcanica. Sicché i 2.4 miliardi di cui sopra, poco ma sicuro che sono già superati dagli eventi: la cifra reale sarà assai superiore. E nümm a pagum.
  • Già nei mesi scorsi, il disavanzo provvisorio del Cantone risultava aumentato di 12.3 milioni di Fr a causa di spese extra nel settore dell’asilo. Però il direttore del DECS Manuele Bertoli, che va a Como per perorare la causa delle frontiere spalancate ai finti rifugiati, dice che per motivi di risparmio bisogna chiudere la piscina del Liceo Lugano 1. I soldi per i migranti economici ci sono, quelli per i nostri giovani no.
  • In mancanza di dati ufficiali al proposito si stima che, tra aiuti allo sviluppo e costi complessivi dell’asilo – quindi anche quelli a carico di Cantoni e comuni – si arrivi ad esborsi per qualcosa come 7 miliardi all’anno.

Soluzione facile

Ed intanto, proprio venerdì, la commissione della sicurezza sociale del Consiglio nazionale a maggioranza ha detto che per motivi di finanziamento dell’AVS “bisognerà” andare in pensione a 67 anni. Ciò corrisponde in sostanza alle proposte del dipartimento del kompagno Berset.

Capita l’antifona? I miliardi per gli aiuti allo sviluppo ci sono. I miliardi per i finti rifugiati ci sono, ed anzi i buonisti predicano l’accoglienza indiscriminata di migranti economici con lo smartphone, che non scappano da alcuna guerra, senza minimamente preoccuparsi delle conseguenze sulle casse pubbliche. Però agli svizzerotti che hanno lavorato tutta la vita si dice che per loro i soldi non ci sono, e quindi bisogna andare in pensione più tardi. La domanda è sempre la stessa: chi si crede di prendere per il lato B?

Soluzione facile: frontiere blindate per i migranti economici e travasare qualche miliardino dai conti dell’asilo e della cooperazione allo sviluppo a quelli dell’AVS.

Lorenzo Quadri

La disoccupazione dei frontalieri costa il doppio del previsto. La SECO ha toppato di nuovo

Intanto migliaia di pseudofrontalieri svernano nel paese d’origine con la disoccupazione elvetica

Ecco servita una nuova performance della SECO, Segreteria di Stato per l’Economia.

Il tema è la disoccupazione dei lavoratori non residenti. Su un argomento tanto ghiotto, la SECO non poteva che prodursi nell’ennesima fetecchiata. La SECO è peraltro quella che sforna con bella regolarità studi farlocchi in cui tenta di dare a bere la fandonia che in Ticino, con la devastante libera circolazione delle persone, andrebbe tutto bene. Che l’invasione di frontalieri non genererebbe né sostituzione né dumping salariale. Ma quando mai! Sono tutte balle della Lega populista e razzista! E’ evidente che simili “rapporti” costituiscono un tentativo politico di reggere la coda alla libera circolazione e a chi l’ha voluta. Se la SECO serve per questo, ribadiamo quanto già scritto le scorse settimane: ossia che è meglio CHIUDERLA, così si risparmiano 100 milioni di franchetti all’anno.

Se non è zuppa…

Per tornare all’ultima performance. La SECO è giustamente finita nell’occhio del ciclone dopo che si è scoperto che la Svizzera nel 2012 ha ripreso alla chetichella l’ordinanza UE sulla disoccupazione dei frontalieri, “grazie” alla quale gli svizzerotti versano 200 milioni all’estero. La decisione è stata presa dal Comitato misto Svizzera-UE senza passare per l’approvazione politica. Ed è stata difesa a spada tratta dal solito Boris Zürcher della SECO. Avanti, continuiamo a genufletterci a tutte le pretese dell’UE!

Il buon Zürcher tenta di rendere più digeribile la faccenda dicendo che ad incassare i soldi in arrivo dalla Svizzera non sono i disoccupati frontalieri, bensì i loro paesi d’origine. Ah beh, questo sì che cambia tutto! O Zürcher, ma chi pensiamo di prendere in giro? Se non è zuppa, è pan bagnato! Sempre di milioni versati all’estero si tratta!

A beneficiarne, spiegava il Corriere del Ticino nei giorni scorsi, sono 27mila frontalieri (il dato è riferito ai frontalieri presenti a livello nazionale, non solo a quelli in Ticino). O presunti tali. Poiché quasi 2000 di questi “frontalieri” in realtà non lo sono affatto. Non provengono da nazioni confinanti, ma da altri Stati UE: Polonia, Portogallo, Spagna, Belgio, e così via.

Con i soldi svizzeri

E cosa accade a questi ultimi, che vengono conteggiati come frontalieri pur senza esserlo? Che lavorano alcuni mesi da noi, poi tornano a svernare nel paese d’origine, beneficiando però della disoccupazione in arrivo dalla Svizzera fino alla prossima stagione di lavoro nel nostro paese. Ma guarda un po’! E la SECO si giustifica dicendo che queste persone vanno trattate come frontalieri per evitare un’eccessiva burocrazia.

Ma la parte più gustosa (si fa per dire) è la seguente, ed è sempre il CdT ad evidenziarla: la SECO ha sbagliato i calcoli. Infatti la nuova regolamentazione sulla disoccupazione dei frontalieri, secondo le sue stime, avrebbe dovuto costare alla Svizzera 100 milioni all’anno. Invece la fattura ammonta al doppio.

Quindi alla SECO non sanno fare i conti. E pretendono di essere credibili quando pubblicano i risultati farlocchi sulle conseguenze del frontalierato in Ticino?

Lorenzo Quadri

Ma grazie al moltiplicatore cantonale prima o poi il giochetto riuscirà. Bertoli voleva aumentare le tasse, ma gli è andata buca

Ma guarda un po’! Il kompagno Manuele “bisogna rifare il voto del 9 febbraio” Bertoli (quello che accusa i ticinesi “chiusi e gretti” di non essere abbastanza accoglienti con gli stranieri, e infama il nostro Cantone con paragoni con il Sudafrica dell’Apartheid) al comitato cantonale P$ ha espresso le proprie perplessità sulla manovra da 185 milioni del Consiglio di Stato. Le perplessità sulla manovra sono evidentemente legittime. Anche in Via Monte Boglia ce ne sono parecchie, anche se “probabilmente” le motivazioni sono differenti. Interessante però l’outing del direttore del DECS al comitato cantonale $ocialista. Bertoli ha dichiarato di aver proposto al governo un ritocco verso l’alto (?) del moltiplicatore cantonale d’imposta, incontrando però l’opposizione dei colleghi di governo (e ci sarebbe mancato altro…).

Il chiodo fisso
Già all’indomani della votazione sul moltiplicatore cantonale – la Lega era l’unica forza di governo ad essere contraria – Bertoli non aveva nascosto che gli sarebbe piaciuto tanto-tanto poter usare il giocattolo nuovo per mettere le mani nelle tasche dei contribuenti aumentando le imposte.

Visto che la competitività fiscale del Ticino è già a ramengo, e il borsello dei contribuenti pure, aumentare il moltiplicatore cantonale è proprio l’ultima cosa da fare. Ma si sa che a $inistra hanno il chiodo fisso…
E dato che il giocattolo per aumentare le tasse, ovvero il moltiplicatore cantonale, c’è, è evidente che prima o poi verrà anche utilizzato. La storiella, pure ampiamente sentita ai tempi della votazione sul tema, del “creiamo lo strumento ma poi non lo utilizziamo” fa letteralmente ridere i polli. Tra l’altro: è la stessa panzana che ci vengono a raccontare i partiti $torici in vista della nuova legge sull’asilo al proposito delle espropriazioni facili per costruire nuovi centri d’accoglienza per migranti economici: “le espropriazioni facili ci saranno, ma nessuno se ne servirà”, fanfaronano lor$ignori. Ma chi si chi pensa di prendere per il lato B? La storia si ripete, i trucchetti da tre e una cicca anche. Vediamo di non cascarci.

Grazie partiti $torici
Lo ribadiamo: il moltiplicatore cantonale prima o poi verrà usato, data l’incapacità della politica di controllare la spesa pubblica. E chi l’ha voluto? PLR, PPD e naturalmente P$. L’allora ministra delle finanze PLR Laura Sadis ne era entusiasta promotrice. E adesso lo stesso partito liberale (?), che sostiene anche gli aumenti delle stime immobiliari e la decurtazione delle deduzioni per le spese di trasferta professionale, pensa di essere credibile mentre si spaccia per paladino del “basta tasse”? E tutto per avversare la tassa di collegamento che non graverà sui cittadini bensì su 194 grandi generatori di traffico. I quali però, è ormai comprovato, “schiacciano gli ordini” in casa PLR, dove contano più del gruppo parlamentare e più del Consigliere di Stato messi assieme.
Lorenzo Quadri

Abbiamo permesso che gli Stati Uniti demolissero il nostro segreto bancario, ma in casa loro… Gli USA sono il più grande paradiso fiscale del mondo!

Come volevasi dimostrare, ancora una volta la Lega ed il Mattino avevano ragione. Gli svizzerotti, a seguito della calata di braghe dell’ex ministra del 4% Widmer Schlumpf, marionetta dei kompagni, hanno svenduto il segreto bancario. Il processo è iniziato in particolare sotto la pressione degli USA, i quali si sono riempiti la bocca con la storiella della “trasparenza fiscale”. Trasparenza, va da sé, cui sono tenute solo le altre piazze finanziarie. Non certo quelle americane. Come d’abitudine, gli yankees si sono serviti, nella loro propaganda antisvizzera, dell’arma del ricatto morale. E gli svizzerotti hanno immediatamente ceduto. Si sono prosternati ed hanno rinunciato unilateralmente al segreto bancario, In questo modo, hanno arrecato un danno enorme alla piazza finanziaria elvetica. Il tutto, naturalmente, tra il plauso dei kompagni spalancatori di frontiere.

Il bello è che in parlamento federale ad approvare le misure di distruzione della piazza finanziaria e dei conseguenti posti di lavoro, c’erano pure dei deputati P$$ che si sono fatti eleggere in quanto sindacalisti degli impiegati di banca. Ecco cosa succede a votare i finti difensori dei lavoratori.

La novità
Grazie all’ex ministra del 4% e alla maggioranza del parlamento che l’ha stoltamente seguita, la Svizzera ha dunque calato le braghe su tutta la linea. Ed è chiaro che, come c’è stata capitolazione sul segreto bancario, allo stesso modo la Berna federale capitolerà anche su altre questioni. A partire dalla sovranità nazionale.

Quanto sopra, però, non è una novità. Cosa c’è invece di nuovo? C’è che, come sottolinea SwissRespect in un comunicato degli scorsi giorni, gli USA non figurano tuttora tra i paesi che si sono impegnati ad attuare lo scambio d’informazioni secondo il modello OCSE. Quindi, gli yankees la trasparenza la pretendono solo dagli altri. Ancora più interessante è però il fatto che gli Stati Uniti non figurano nemmeno sull’elenco, molto penalizzante, di quei paesi che NON hanno aderito a tale modello. Una noticina spiega che questo accade perché gli USA hanno deciso di scegliere una via propria. Apperò!

“La giurisdizione più sicura”
Quindi per gli States si fanno le regole su misura. Il massimo è che anche i paracarri hanno capito quello che intendono fare gli americani per la trasparenza delle loro piazze finanziarie, ossia assolutamente un tubo. Altro che lo squallido ricatto morale alla Confederazione, che ci casca a piedi pari (ma come è bello fare fessi gli svizzerotti, adesso lo sanno anche Oltreatlantico)! L’unico obiettivo era eliminare la concorrenza elvetica in materia di averi non dichiarati e di attirare questi capitali negli USA. Dove, va da sé, rimangono non dichiarati. Ed infatti negli States fioriscono nuovi istituti bancari siti nelle cittadine più improbabili. Così si creano nuovi posti di lavoro e nuova ricchezza; così si ride a bocca larga di quanto sono minchioni gli svizzerotti.

Ed infatti, Swiss Respect cita una conferenza tenutasi nei mesi scorsi a San Francisco dove tale Andrew Penney, direttore presso Rothschild&Co, ebbe a dichiarare che “gli Stati uniti sono ormai la giurisdizione più sicura per nascondere averi non dichiarati; sono il più grande paradiso fiscale del mondo”.

Avevamo ragione
Cosa dice davanti a questa bella novità chi ha svenduto il segreto bancario elvetico senza alcuna contropartita? Nulla! Citus mutus! Dove sono quelli che ci disintegravano i gioielli di famiglia sulla piazza finanziaria svizzera immorale e sugli USA che avevano ragione a martellarci? Dove sono quei politicanti ed intellettualini da tre e una cicca dediti alla colpevolizzazione compulsiva degli svizzerotti? Dispersi nelle nebbie, dopo aver fatto il danno!

Se l’iniziativa lanciata dalla Lega – che però venne lasciata sola da tutti – per inserire il segreto bancario nella Costituzione fosse riuscita, di certo non saremmo a questo punto. Perché prima di svenderci senza ritegno, gli scienziati bernesi avrebbero dovuto affrontare il voto popolare. E lì non avrebbero certo avuto vita facile. Ma invece…
Lorenzo Quadri

“Frontalieri discriminati”? Basta con le panzane! Ad essere discriminati sono i ticinesi!

Ma guarda un po’, tra venerdì e ieri è andata in scena la protesta dei frontalieri: il secondo Frontierday. Venerdì a Malnate si sono riuniti in 600, ieri a Lavena Ponte Tresa in 200. Non propriamente folle oceaniche, se si pensa che i frontalieri sono oltre 62’500.
A fomentare queste manifestazioni, e come poteva essere diversamente, sono i $indakati della $inistra italica. I quali si muovono non nell’interesse dei lavoratori, ma per reggere la coda ai politicanti rossi. Niente di nuovo sotto il sole: vediamo lo stesso fenomeno alle nostre latitudini.

I soliti slogan
Gli slogan scanditi erano sempre i soliti: i frontalieri sarebbero “discriminati, precari e tassati”. Ohibò. Se stessero così male, come si spiega che ce ne sono quasi 65mila in continuo aumento? Ed aumentano, in particolare, nel settore terziario. Ossia proprio in quegli ambiti professionali dove il personale d’oltreconfine lavora a scapito degli svizzeri.
La storiella dei frontalieri discriminati fa ridere i polli. I frontalieri sono avvantaggiati nei confronti dei lavoratori italiani che vivono in Italia, visto che pagano molte meno tasse! Ad essere discriminati, in casa loro, sono semmai i lavoratori italiani non frontalieri. Una discriminazione manifesta, che dura da più di quarant’anni. Ma stranamente a questo proposito nessuno che faccia un cip! Chissà come mai? E sì che ce ne sarebbe abbastanza per lanciare uno sciopero fiscale.
Ma i frontalieri sono avvantaggiati anche rispetto ai lavoratori ticinesi. Infatti, grazie all’ex ministra del 4% Widmer Schlumpf e ai soldatini del Belpaese in Consiglio nazionale, essi in futuro beneficeranno delle stesse deduzioni fiscali dei residenti. Deduzioni che sono però pensate per i costi della vita in Svizzera. Costi che i frontalieri non devono evidentemente affrontare (pensiamo solo ai premi di cassa malati). Non dimentichiamo nemmeno che i frontalieri beneficiano pure degli assegni familiari svizzeri – che sono un multiplo di quelli italiani – malgrado i loro figli risiedano in Italia!

Non è un obbligo…
Comunque, questa agitazione della $inistruccia del Belpaese a difesa dei privilegi dei frontalieri, ben dimostra che l’aumento del loro carico fiscale, contenuto negli accordi con la Svizzera, non si farà mai. Questo aumento è di grande importanza per il Ticino. La sua attuazione, però, è interamente in mani italiche. E allora, come pensate che andrà a finire?
Morale della favola: se i frontalieri si sentono così “discriminati, precari e tassati”; se tra loro c’è chi arriva a sfogare il proprio astio contro il Ticino, che gli paga la pagnotta, con graffiti “CH=Merda” come quello fotografato appena fuori dal confine di Gandria e pubblicato la scorsa domenica, ebbene costoro sappiano che mica sono obbligati a lavorare in Svizzera. Possono sempre licenziarsi. I ticinesi contenti di occupare i posti di lavoro così liberati non si farà certo fatica a trovarli.
Lorenzo Quadri

Chi spalanca le frontiere poi non si lamenti del precariato

Agenzie interinali: giusto protestare, ma non tutti sono legittimati a farlo

Le elezioni comunali sono vicine, a casa sono arrivate le schede per la votazione ed “improvvisamente” si scopre, ma tu guarda i casi della vita, che il mercato del lavoro di questo sempre meno ridente Cantone ha qualche problemino.
Settimana scorsa si è saputo che in Ticino le persone in assistenza sono quasi 9000. Certamente tra questi ci sono dei furbi, spesso e volentieri “non patrizi”, che trovano il modo di sfuggire alle maglie dei controlli. Del resto, se il 28 febbraio i partiti $torici non avessero affossato l’iniziativa d’attuazione – quella che chiedeva l’espulsione certa e sistematica degli stranieri che delinquono e/o che abusano dello Stato sociale – magari qualcuno si farebbe qualche scrupolo in più. Invece, grazie alla brillante mobilitazione dell’élite politikamente korretta e spalancatrice di frontiere (altro che “società civile”) contro l’ “iniziativa disumana” (uella!) adesso si sa che gli svizzerotti fessi non solo non espellono gli stranieri che delinquono, ma neppure quelli che abusano dello Stato sociale.

Mercato saturo
Tra le quasi 9000 persone in assistenza in Ticino, dunque, ci sono i furbi. Non per questo la cifra, cresciuta del 44% in cinque anni, è meno preoccupante. Soprattutto se si considera che un terzo di questi 9000 sono giovani sotto i 26 anni: significa che nel mondo del lavoro non si riesce più ad entrare. Perché è saturo. Chi l’ha saturato? Ovviamente, personale in arrivo dal Belpaese grazie alla devastante libera circolazione delle persone.

Manifestazione contro Adecco
Ad inizio settimana, invece, a Bellinzona c’è stata una manifestazione contro Adecco, organizzata dalla “sinistra della sinistra”. Ma erano presenti anche vari esponenti P$, magari candidati alle elezioni comunali.
Giusto protestare contro il degrado e la precarizzazione del mercato del lavoro ticinese. Non lo si scopre oggi che le agenzie di lavoro temporaneo assumono frontalieri a go-go: del resto non di rado i dirigenti di queste agenzie arrivano dal Belpaese.

Questo personale temporaneo, assunto a condizioni che solo i frontalieri si possono permettere, viene poi utilizzato da talune aziende non già per sopperire a delle “punte” produttive, ma al posto delle assunzioni regolari. Inutile dire che anche i responsabili di queste “talune aziende” spesso e volentieri non sono “a chilometro zero”.
Ecco cosa succede ad “aprirsi” quando si sa che dall’altra parte dell’apertura c’è la vicina Penisola con i suoi ben noti metodi!

Una conquista?
E non ci si venga a ripetere il solito mantra della “flessibilità come conquista”: la flessibilità può essere una conquista nella misura in cui costituisce una libera scelta. Ad esempio di chi ha bisogno di qualche ora in più arrotondare. O per lo studente che, nel periodo estivo, vuole racimolare un po’ di soldi. Ma la maggioranza dei lavoratori interinali non ha certo questo profilo. E’ gente che, semplicemente, non ha altra scelta. E’ quindi logico che, come giustamente richiesto anche dai gran consiglieri Boris Bignasca e Giorgio Fonio, il Consiglio di Stato vigili su questa come su altre derive del mercato del lavoro. Derive che però, è bene ricordarlo, sono un regalo degli accordi bilaterali.
Ecco che sorgono allora un paio di questioncelle di coerenza, che hanno pure un valore.

Due questioncelle
La prima: gli URC stessi invitano gli iscritti a rivolgersi alle agenzie di lavoro temporaneo.
La seconda: a $inistra, alcune piccole formazioni sono contrarie alla libera circolazione delle persone. Ma questo non è il caso del P$. Non solo i $ocialisti hanno sempre voluto la libera circolazione, ma hanno fatto campagna dura contro il 9 febbraio. Sia prima della votazione, starnazzando accuse di razzismo e fascismo. Sia dopo la votazione: infatti da due anni tentano di farci il lavaggio del cervello con la fetecchiata del voto da rifare.
Che quelli che hanno voluto la libera circolazione delle persone, ad un paio di settimane dalle elezioni comunali tentino di rifarsi una verginità protestando contro il precariato, che della libera circolazione è la diretta e prevedibile conseguenza, è una presa per i fondelli. E questo è bene saperlo.
Lorenzo Quadri

Le misure accompagnatorie alla libera circolazione delle persone sono a rischio. Lavoro: ticinesi per l’ennesima volta cornuti e mazziati

Come al solito i ticinesi restano cornuti e mazziati. Le misure antidumping (per quel che contano) sono a rischio, visto che a Berna i partner sociali, sindacato e padronati, non si mettono d’accordo sulla proroga dei contratti collettivi di lavoro.
Si ricorderà che, del famoso pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone, che il Consiglio federale aveva concordato anche col Ticino (unico Cantone coinvolto) era rimasto in piedi solo l’inasprimento delle sanzioni per chi viola le condizioni salariali e lavorative minime dei lavoratori distaccati. Il resto era stato “congelato”, ossia gettato nel water, dal ministro dell’economia targato PLR, Johann Schneider Ammann. Colui che il Blick ha soprannominato “Leider Ammann”, ossia “Purtroppo Ammann”, per sottolinearne l’atteggiamento passivo davanti al degrado del mercato del lavoro svizzero. Leider suona infatti come il “sa po’ fa nagott”, segno distintivo di un’altra ministra del PLR: l’ex direttrice del DFE.
Leider Ammann ha bloccato il pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie con scuse del piffero.

La prima fola
Una era: “finché le bocce non sono ferme sull’applicazione del 9 febbraio, non ha senso varare altre misure”. Balle di fra’ Luca. E oggi ancora più di quando l’infelice affermazione è stata proferita. Infatti la devastante libera circolazione delle persone è, a due anni di distanza dal “maledetto voto”, in vigore esattamente come prima del 9 febbraio 2014. Invasione da sud, soppiantamento dei ticinesi, dumping salariale, padroncini e distaccati in nero, concorrenza sleale, svaccamento del mercato del lavoro, e via elencando, affliggono questo sempre meno ridente Cantone allo stesso modo, anzi peggio – perché più passa il tempo, più la situazione peggiora – di due anni fa. Berna non ha fatto un tubo a tutela del Ticino. Peggio: gli ha dato contro quando quest’ultimo, su impulso dei Consiglieri di Stato leghisti, ha fatto qualche passetto per difendersi da solo: vedi la questione dei casellari giudiziali e, più di recente, l’albo antipadroncini. Visto che al momento attuale di limitazioni alla libera circolazione delle persone non ce ne sono, l’urgenza di trovare dei correttivi, indipendentemente dal processo di concretizzazione del 9 febbraio, rimane.

La seconda fola
L’altra era: “con il franco forte non vogliamo porre ulteriori limitazioni…”. Ma bravo Leider Ammann, qui ci vuole un premio Nobel per l’economia. Il franco forte non fa che acuire il dumping salariale, infatti permette ai frontalieri di accettare paghe ancora più basse, rifacendosi poi sul cambio, di modo che il loro potere d’acquisto nel Belpaese rimane immutato. Quindi il franco forte dovrebbe semmai essere un motivo per potenziare ulteriormente il pacchetto di misure accompagnatorie, non certo per sabotarlo.

Logica del meno peggio
Sulla reale utilità delle misure accompagnatorie, naturalmente, si può discutere a lungo. Certo non risolvono granché. Vanno sostenute in una logica di meno peggio: per poco che servano, sono sempre meglio di niente. Una delle poche cose giuste dette da Leider Ammann è la seguente: “per sostenere il mercato del lavoro serve una serie di misure, che magari prese singolarmente possono anche avere portata modesta, ma che messe assieme sono efficaci”. Peccato che poi di questa “serie di misure” il ministro dell’economia PLR non ne prenda nemmeno mezza. E visto che, davanti all’incapacità dei partner sociali di trovare un accordo sulla questione del rafforzamento dei contratti collettivi, a dover decidere (?) sarà ancora Schneider Ammann, c’è poco da stare allegri.
Lorenzo Quadri

Il Belpaese si prepara ad affossare l’accordo-ciofeca sulla fiscalità dei frontalieri. I kompagnuzzi dell’italico PD sbroccano contro il Ticino

Per dindirindina! Il PD della vicina Penisola crede di poter ricattare i ticinesotti. Non solo: i kompagnuzzi d’oltreconfine pretendono addirittura, udite udite, che il governo di Roma chieda “un chiarimento formale alla Confederazione elvetica in merito alle decisioni discriminatorie assunte dal Canton Ticino in contrasto (?) con gli accordi di libera circolazione delle persone”. Non ancora contenti, i vicini a sud pretendono addirittura di ricattare i ticinesi sul “maledetto voto” del 9 febbraio 2014. Uhhhh, che pagüüüüraaaa!

La mozione logorroica
Ma procediamo con ordine. Il 9 febbraio giorno di martedì grasso – coincidenza quanto mai appropriata – e secondo compleanno del “maledetto voto” (coincidenza meno appropriata), alla pittoresca Camera dei Deputati della Penisola verrà discussa, tra le altre cose, una mozione del PD mirata ad impallinare, mettendone in discussioni vari punti, il famigerato accordo tra Svizzera ed Italia sulla fiscalità dei frontalieri. Trattasi dell’accordo-ciofeca negoziato (?) da Jacques De Watteville. Ovvero dal braccio destro dell’ex ministra del 4% Widmer Schlumpf. Il burocrate che va (andava) a Roma a parlare in inglese. E che, anche dopo l’ormai prossimo pensionamento, continuerà a negoziare con l’UE l’applicazione del “maledetto voto” del 9 febbraio (che il buon De Watteville è il primo a voler affossare): ci immaginiamo con quali risultati.

Alcune perle
Ebbene nel logorroico testo della mozione dei kompagnuzzi dell’italico PD (ma sono pagati a riga?) si leggono, oltre alle “perle” indicate in apertura, una serie di considerazioni contro il Ticino. Fregnacce che sembrano fatte apposta per convincere che la costruzione di un bel muro sul confine col Balpaese è cosa buona e giusta.
A lato citiamo solo alcuni passaggi, perché c’è davvero l’imbarazzo della scelta.

Il ricatto
In cima alla liste delle esternazioni improponibili si trova, evidentemente, il tentativo di ricatto sull’applicazione dell’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”. Ricatto scandaloso; ma non immeritato. Già, perché quando si ci ritrova con autorità federali che, nei confronti degli eurofalliti, mettono in atto la politica delle “quattro S” – succubi, supini, scodinzolanti e slinguazzanti – svendendo la sovranità nazionale, non c’è poi da meravigliarsi se perfino i kompagnuzzi del PD d’Oltreconfine pensano di poter venire a comandare in casa nostra.

Violazioni unilaterali?
Nemmeno il periodo carnevalesco può però giustificare che rappresentanti del Belpaese si permettano di ipocritamente strillare alla presunta violazione, da parte della Svizzera e/o del Ticino (oltreramina non hanno ben chiaro i livelli istituzionali elvetici), della libera circolazione delle persone.
Proprio la vicina Penisola che, per tutelare in modo protezionistico il proprio mercato del lavoro, non applica gli accordi bilaterali; che non rispetta gli accordi di Dublino; che nei nostri confronti è inadempiente su tutto (e non stiamo a ripetere la lista, ormai lunga come l’elenco del telefono, delle cose non fatte, che va dalla débâcle della Stabio Arcisate alla cacca scaricata direttamente nel Ceresio perché il Belpaese non costruiscono depuratori), adesso pensa di poter montare in cattedra a calare lezioni agli svizzerotti? Neanche fosse, il Belpaese, un fulgido esempio di rispetto degli obblighi internazionali? Ci scuseranno i vicini a sud, ma certe panzane non siamo disposti a farle passare nemmeno a Carnevale.

Avanti così
Degno di nota anche il passaggio della logorroica mozione PD contro la nuova legge sulle imprese artigiane, ossia il famoso albo dei padroncini voluto dal ministro Zali, che ben dimostra come il Consigliere di Stato leghista abbia colpito nel segno. Dall’atto parlamentare emerge in modo chiaro ancorché involontario: in Italia il Ticino è considerato terra di conquista per frontalieri, padroncini e ditte “della Valle d’Aosta, del Piemonte, della Lombardia e della Provincia autonoma di Bolzano”.
La richiesta dell’estratto del casellario giudiziale e l’albo antipadrocini, entrambi – ma guarda un po’ – promossi dai ministri leghisti, sono dei buoni inizi. Dei primi passi sui quali bisogna continuare a lavorare. Le stizzite reazioni in arrivo da oltrefrontiera dimostrano che siamo sulla strada giusta. Sicché, non si retrocede di un millimetro. E che a Berna nessuno si sogni di fare come d’abitudine: ossia di farsi abbindolare dai blabla italici e schierarsi contro il Ticino!
Lorenzo Quadri

Alcuni estratti della mozione PD contro il Ticino
– (….) viste le prese di posizione dei massimi responsabili istituzionali del Canton Ticino, e all’assunzione di specifiche iniziative unilaterali lesive dei principi di libera circolazione delle persone, di libertà della concorrenza e di intrapresa (s’intendeva impresa?, ndr) e di uguaglianza di fronte alla legge;
– (In Ticino ) nei confronti dei lavoratori frontalieri si è assistito negli ultimi mesi, complice anche la campagna elettorale in territorio elvetico, ad un continuo ed ingiustificato attacco di natura discriminatoria e xenofoba;
– In particolare ha destato scalpore, a questo riguardo, la decisione del Canton Ticino tesa ad obbligare ogni cittadino italiano in via di occupazione in Svizzera a presentare il certificato dei carichi pendenti in allegato alla richiesta di assunzione;
– A ciò si aggiunga il fatto che Il 24 marzo 2015, con provvedimento n. 24/2015, il Gran Consiglio della Repubblica e Cantone Ticino ha approvato la Legge sulle imprese artigianali per l’esercizio della professione di imprenditore nel settore artigianale, introducendo elementi che vanno nella direzione di ostacolare la libera circolazione delle imprese estere in Canton Ticino;

Si chiede che il governo (italiano) si impegni:
– A richiedere un chiarimento formale alla Confederazione elvetica in merito alle decisioni discriminatorie assunte dal Canton Ticino in contrasto con gli accordi di libera circolazione delle persone (uhhhh, che pagüüüüraaaaa!, ndr)
– (A impedire) l’applicazione di qualsivoglia iniziativa discriminatoria e lesiva dell’accordo di libera circolazione delle persone intercorrente tra Unione europea e Confederazione elvetica nei confronti di cittadini italiani occupati o occupabili in Svizzera e di aziende italiane potenzialmente interessate al mercato elvetico, nonché alla rimozione di ogni forma di discriminazione sin qui messa in campo, ivi compresa l’individuazione da parte della Svizzera di una soluzione euro-compatibile di adeguamento della propria legislazione al risultato del voto popolare sull’iniziativa del 9 febbraio 2014.

Richiesta del certificato dei carichi pendenti come lo sblocco dei ristorni. Capitolazione inutile ed infausta

La decisione del Consiglio di Stato di calare le braghe sulla richiesta del certificato dei carichi penali pendenti provoca quanto meno sorpresa: proprio non si vede quale disegno (ammesso che ce ne sia uno) stia dietro a quella che appare a tutti gli effetti come una capitolazione; fortunatamente solo parziale, ma sempre capitolazione.

La richiesta di presentare il certificato dei carichi pendenti prima del rilascio o rinnovo di un permesso B o G venne aggiunta a quella del casellario giudiziale per motivi di sicurezza. Autorizzare un cittadino straniero a risiedere in Ticino non è cosa da prendere alla leggera. Tanto più che sappiamo benissimo che un permesso, una volta rilasciato, diventa poi molto difficile non solo da revocare, ma anche da non rinnovare alla sua scadenza. C’è sempre il leguleio o il tribunale di turno che si mette in mezzo. A titolo di esempio, si può citare il caso, reso noto dal Mattino, del frontaliere pluricondannato e latitante in Italia, cui – proprio per colpa di una sentenza del Tribunale federale – il Cantone è stato obbligato a rinnovare il permesso G.

Coi tempi che corrono…
E’ evidente che la sicurezza dei cittadini ticinesi deve avere la priorità. Di conseguenza, è normale ed anzi doveroso raccogliere tutte le informazioni a disposizione prima di rilasciare un permesso di dimora a chicchessia.
E’ vero: l’estratto dei carichi pendenti non contiene delle condanne cresciute in giudicato. Contiene solo delle inchieste in corso, e vale il principio della presunzione dell’innocenza. Tuttavia, le informazioni che vi si trovano sono interessanti. Soprattutto coi tempi che corrono. Sapere che un aspirante permesso B è, tanto per fare un esempio, sospettato di connivenza con l’ISIS, è sicuramente un’informazione di cui vale la pena disporre.
Di conseguenza, non si capisce proprio dove voglia andare a parare il Consiglio di Stato: prima si dota di uno strumento per disporre di più informazioni, e poi rinuncia?

La tesi non regge
La tesi della rinuncia alla richiesta del casellario per spianare la strada alle trattative con l’Italia, è chiaro, non sta in piedi. Per vari motivi.

Negli ultimi incontri della Deputazione ticinese alle Camere federale con la quasi ex ministra del 4% ed il suo tirapiedi De Watteville, è stato indicato più volte che nelle trattative con l’Italia c’erano tre difficoltà: la richiesta dell’estratto del casellario giudiziale, la richiesta del certificato dei carichi pendenti, e il moltiplicatore d’imposta dei frontalieri. La Consigliera federale non eletta e De Watteville pretendevano addirittura che la deputazione non solo convincesse il governo ticinese a versare regolarmente i ristorni dei frontalieri, ma anche a fare retromarcia sui punti sopra elencati. Dimostrando, peraltro, crassa ignoranza: l’aumento del moltiplicatore è stato votato dal Gran Consiglio e quindi non può essere competenza dell’Esecutivo modificare questa decisione.

I pretesti
Quindi non è togliendo una sola di queste presunte pietre d’inciampo che la strada si spiana. Ma il bello è che non si spianerebbe nemmeno togliendole tutte. Infatti, questi impedimenti sono, semplicemente, dei pretesti. Scuse del Belpaese per non arrivare alla conclusione di accordi per cui non ha più alcun interesse: infatti, ha già ottenuto gratis lo scambio automatico d’informazioni. Quindi, non ha motivi per fare concessioni agli svizzerotti. I quali, grazie alla ministra del 4%, hanno malamente sprecato le carte in loro possesso.

Non possiamo credere che il governo pensi seriamente che la calata di braghe sul certificato dei carichi pendenti possa portare a qualcosa. La situazione ricorda molto da vicino quanto accaduto con la sciagurata decisione di sbloccare i ristorni dei frontalieri quale misura distensiva. La “distensione” non c’è stata. Senonché, una volta mollate le braghe sui ristorni, il Consiglio di Stato non ha più avuto la forza (leggi: le maggioranze) per giungere ad una nuova decisione di blocco. Questo malgrado di motivi per farlo ce ne sarebbero a iosa. Non facciamoci dunque illusioni sul fatto che, in caso di reazione “insoddisfacente” da parte italiana, si potrà fare retromarcia e quindi rimettere in vigore la richiesta del certificato dei carichi penali. Il caso del blocco dei ristorni insegna.

Schiaffi lombardi
Del resto, la reazione insoddisfacente c’è già stata. Il governatore della Lombardia Roberto Maroni, che di leghista non ha proprio nulla, ha (per l’ennesima volta) sputato nella mano ticinese tesa. Non solo ha detto che, in sostanza, della retromarcia compiuta se ne fa un baffo, ma si è anche permesso di tornare a suonare la manfrina dei rapporti di buon vicinato e – massimo della tolla! – di minacciare i ticinesotti: “E’ tempo di deporre le armi e di sviluppare rapporti di buon vicinato. Altrimenti ognuno dovrà assumersi le sue responsabilità…”.
Uhhh, che pagüüüüraaa! Maroni, ma ci sei o ci fai? Si dà il caso che sia l’Italia ad essere inadempiente su tutto nei confronti della Svizzera. Quindi, caro governatore della Lombardia, giò dò dida. Quando il tuo paese avrà fatto i compiti, potrai dire la tua. Prima, puoi solo tacere. E ringraziare il Ticino di esistere almeno tre volte al giorno: mattina, mezzogiorno e sera. Se non ci fosse il Ticino, lo trovi tu un lavoro e uno stipendio a 62’555 frontalieri e a decine di migliaia di padroncini lombardi?

Già solo la reazione di Maroni avrebbe più che giustificato la reintroduzione immediata della misura incautamente sacrificata. Ma purtroppo il Consiglio di Stato ha calato le braghe senza motivo e senza prospettive, toppando alla grande.
Lorenzo Quadri

Segreto bancario per gli svizzeri: Berna frena sullo smantellamento. Anche altri “progetti” sono da rottamare!

Le dimissioni della quasi ex ministra del 4% Widmer Schlumpf (che solo i kompagni rimpiangeranno) almeno una conseguenza positiva l’hanno già portata. Almeno per ora il segreto bancario degli svizzeri non si tocca. Il progetto di dare ai Cantoni un accesso agevolato alle informazioni bancarie dei contribuenti è infatti naufragato. La stroncatura ricevuta in consultazione è stata così netta che perfino il Consiglio federale ha deciso che non c’erano chance di riuscita, ed ha congelato la riforma.

Notizia positiva
E’ senz’altro cosa buona e giusta che – almeno per il momento – il tentativo di impiantare in Svizzera fallimentari modelli UE sia abortito. In effetti, la privacy bancaria è un elemento della fiducia tra cittadino e Stato, che caratterizza la Svizzera. Trattare invece i cittadini come potenziali evasori è quel che accade nella fallita disunione europea, e che la ministra del 4% mira a far succedere anche nel nostro paese. Perché bisogna diventare uguali all’UE di modo che non ci siano più ostacoli all’adesione, nevvero?

Primo capitolo
L’hanno inoltre capito anche i paracarri che la privacy bancaria è solo il primo capitolo della rottamazione. L’intenzione è quella di smantellare ogni diritto alla privacy del cittadino, in virtù di uno Stato opprimente e ficcanaso che, incapace di combattere la delinquenza, criminalizza il comune cittadino.

Protezione della sfera privata
L’asfaltatura emersa dalla consultazione è comunque un buon segno. Infatti, il popolo dovrà votare sull’iniziativa “per la sfera privata”, che vuole ancorare il segreto bancario degli svizzeri nella Costituzione. E’ dunque arrivato un segnale incoraggiante circa l’esito di questa votazione, che sarà determinante per il futuro. Si tratterà in effetti di un piccolo 9 febbraio. Da questa votazione sapremo se il popolo elvetico è d’accordo con la sistematica calata di braghe, in materia di piazza finanziaria, nei confronti di Paesi esteri ostili (altro che “amici”: gli amici non si comportano certo così). La calata di braghe finora effettuata non è affatto inevitabile: è frutto di una scelta di Widmer Schlumpf ed, evidentemente, di una maggioranza governativa. Maggioranza che, come sempre, cede al vecchio trucchetto del ricatto morale. Il nemico lo sa e ci marcia. Vedi il grottesco tentativo di colpevolizzare la Svizzera per le casse vuote di Stati esteri, quando la crisi economica mondiale non è stata certo provocata dal segreto bancario elvetico, bensì dalla scellerata finanza USA.

Avanti con la rottamazione
Se l’asfaltatura, in consultazione, dell’attentato al segreto bancario degli svizzeri è un buon segno per l’iniziativa a tutela della sfera privata, il fatto che il Consiglio federale abbia bloccato la riforma è un segno che anche in governo, chiusa la sciagurata era della ministra del 4%, il vento potrebbe cambiare.
Ma c’è anche un altro scellerato progetto di Widmer Schlumpf che va fatto saltare per aria quanto prima. Si tratta della marchetta fiscale ai frontalieri. Ossia la concessione, a questi ultimi, delle stesse deduzioni fiscali di cui beneficiano i residenti. E’ il massimo: tutti riconoscono l’esigenza di tassare di più i frontalieri, ma la quasi ex ministra delle finanze vorrebbe invece tassarli meno! Con, ovviamente, conseguenze perniciose per il Ticino.
Il nuovo parlamento, affossando la marchetta fiscale ai frontalieri, potrà dimostrare che, con le elezioni federali, il vento è davvero cambiato.
Lorenzo Quadri

Miglioramento delle relazioni con l’Italia a seguito della partecipazione ad Expo 2015? Burkhaltèèèèr (PLR) ha le allucinazioni?

Il ministro degli esteri PLR Didier Burkhaltèèèèr, quello del “dobbiamo aprirci all’UE”, non poteva esimersi (non poteva proprio?) dallo stilare il proprio bilancio positivo (?) della partecipazione della Svizzera all’expo 2015 gestita da inquisiti (come mai i soliti moralisti, in genere assai prolissi per non dire logorroici, a questo proposito osservano un silenzio sepolcrale?). Non ci si poteva di certo attendere una posizione diversa, visto che il Consiglio federale per questa partecipazione ha fatto spendere al contribuente 23 milioni di franchetti; poi però si va a tagliare sulle pensioni.

Due possibilità
Mai come in questa occasione, però, il buon Burkhaltèèèèr ha perso un’occasione d’oro per tacere. Infatti il direttore del DFAE ha pensato bene dichiarare che la partecipazione svizzera ad Expo ha “migliorato i rapporti con l’Italia”. Ohibò. Davanti ad un’asserzione del genere, del tutto incomprensibile nel contesto attuale, non si può che rimanere di sale – o magari d’altro. Visto che però è stata fatta, ci sono solo due possibilità.

1) Il Consigliere federale PLR racconta fregnacce a vanvera. Questa ipotesi è corroborata dall’ormai famosa allocuzione del Capodanno 2014, quella del “dobbiamo aprirci all’UE” (capita l’antifona liblab? Noi dobbiamo aprirci; gli eurofalliti, per contro, possono continuare a prenderci a cetacei in faccia). Poiché tuttavia non riteniamo che il ministro dell’ex partitone parli a vanvera – non sia mai, altrimenti poi sul bollettino Opinione liberale ci danno dei fascisti e nazisti: uhhh, che pagüüüüüraaaa!! – scartiamo questa opzione e passiamo alla possibilità 2).

2) Il Consigliere federale liblab pensa davvero quello che ha detto (ossignùr). E allora, di grazia, gli chiediamo qualche doveroso chiarimento. Perché noi, notoriamente “chiusi e gretti”, abbiamo dei problemi a capire in che modo la Svizzera si sarebbe avvicinata all’Italia. O per lo meno, a capire dove ci sarebbe stato un avvicinamento da intendersi in chiave positiva. Perché anche l’invasione quotidiana di frontalieri e di padroncini in nero è una forma di “avvicinamento”, però non c’entra con l’expo (c’entra con la libera circolazione senza limiti, sempre voluta da Burkhaltèèèèr e dal suo PLR, che in questi giorni in Ticino si sta stracciando le vesti per difendere lo studio farlocco dell’IRE).

Alcune domandine
Visto che, secondo il ministro degli esteri PLR, la partecipazione svizzera all’Expo avrebbe avvicinato la Confederazione al Belpaese, gli chiediamo:

– In che modo, grazie ad Expo, la vicina ed ex amica Penisola ha iniziato a rispettare gli impegni presi con la Svizzera?
– Forse che, grazie alla partecipazione della Svizzera ad Expo, l’Italia sta facendo il proprio dovere per quel che riguarda, tanto per fare un paio di esempi, a) la ferrovia Stabio-Arcisate? b) il proseguimento a sud di AlpTransit? c) Il contenimento del traffico di frontalieri? d) Le fogne italiche che scaricano cacca nel Ceresio?
– Forse che, grazie alla partecipazione della Svizzera ad Expo, l’Italia applica i trattati di Dublino? Forse che permette agli artigiani e alle ditte ticinesi di lavorare nel Belpaese? Forse che ha cancellato il nostro Paese dalle sue liste nere illegali?
– Forse che, grazie alla partecipazione della Svizzera ad Expo, è stato possibile concludere in modo soddisfacente le famigerate trattative con l’Italia?
– A proposito, Burkhaltèèèèr: come mai neanche una parola sul fatto che tutti i milioni pubblici spesi dalla Confederazione per la partecipazione ad Expo2015 non hanno portato in Ticino nemmeno un turista, ma hanno semmai ottenuto l’effetto esattamente contrario?

Conoscenza del dossier?
La risposta a tutte le domande di cui sopra è un chiaro NO. La partecipazione della Svizzera ad Expo non è, diffatti, servita ad un tubo. Non si vede ombra di miglioramento nelle relazioni con la Penisola. Semplicemente, gli svizzerotti si sono fatti infinocchiare ancora una volta.
Come fa allora il ministro PLR a dire che l’Expo ha portato ad un avvicinamento tra Svizzera ed Italia? Su che base, visto che non c’è proprio nulla? E’ questa la conoscenza della realtà delle relazioni italo-svizzere che può sfoggiare il buon Burkhaltèèèr, ministro degli Esteri? Non sapendo cosa inventarsi per trovare qualcosa di buono nell’operato della ministra del 4% Widmer Schlumpf, i suoi reggicoda si sono sciacquati la bocca con “la conoscenza dei dossier”. Ecco, qui pare non ci sia nemmeno quella…
Lorenzo Quadri

Svizzera troppo attrattiva per i finti rifugiati

Migranti economici: mentre il presidente tedesco lascia l’ “Anghela” in mezzo al guado

Il “caos asilanti” non c’è ancora. Ma ce lo stiamo andando a cercare

In molti l’avranno scoperto solo adesso, ma in Germania non c’è solo l’ “Anghela”. C’è pure un presidente, tale Joachim Gauck, che è Capo dello Stato, e come tale tenuto ad essere “super partes”. Un po’ come la regina d’Inghilterra ma con meno glamour, parenti e paparazzi (e anche con qualche annetto di meno sul groppone). E tuttavia, e questo ha fatto notizia, lunedì il presidente ha preso una posizione politica (uscendo di fatto dal suo ruolo): ha criticato l’iniziativa dell’ “Anghela” di spalancare le frontiere ai finti rifugiati: la Germania, ha detto Gauck, “non è in grado di accogliere tutti”. Il concetto è stato espresso dal “Gioacchino” in termini più uregiatteschi, ma il succo è questo. Del resto la trovata politikamente korretta della cancelliera non ha mancato di provocare un disastro in Baviera, col risultato che le frontiere con l’Austria sono state chiuse in tempo di record.

Iniziative dissennate
Ovviamente le spese di simili iniziative dissennate – e cosa sia saltato in testa all’ “Anghela”, che certo non è una novellina alle prime armi, non l’ha capito nessuno – le fanno poi i paesi confinanti alla Germania. Tra i quali, ma guarda un po’, ci siamo anche noi. Però Berna, diversamente da Berlino, le frontiere si guarda bene dal chiuderle. Al contrario: si fa carico di nuovi migranti applicando le quote di ripartizione UE ancora prima che quest’ultima le abbia approvate. La solita mania da primi della classe. In gergo politichese questo atteggiamento viene chiamato “Swiss finish”. Nel senso che siamo proprio alla fine.

Incentivi manifesti
E’ vero: la kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga non ha ancora detto pubblicamente ai migranti economici “venite da noi che c’è posto per tutti”. Il fatto che l’invito non sia stato formulato verbalmente non vuole però dire che non ci sia. Ci sono anche gli atti concludenti. Come va letta l’ostinazione nel tenere aperte le frontiere quando gli altri le chiudono? E la geniale decisione, presa dalla maggioranza del parlamento nell’ambito della nuova legge sull’asilo di concedere l’assistenza gratuita ai finti rifugiati la cui domanda è stata respinta? Per fortuna è stato annunciato il referendum…
Queste ed altre iniziative sono dei manifesti incentivi a venire in Svizzera. Il fatto che il caos non sia ancora scoppiato, non vuol mica dire che siamo al riparo dall’esodo dei migranti economici. La massa si può formare da un giorno all’altro.

Stati sicuri
Oltretutto: prima di arrivare in Svizzera (o in Germania o in Austria), i migranti di Stati sicuri ne devono attraversare parecchi. Perché non si fermano in quelli? Forse perché le prestazioni sociali non sono le medesime di quelle garantite in Europa occidentale? Inoltre, se il problema è mondiale, perché devono smazzarselo tutto pochi Stati europei?
Accordi di Dublino rottamati?
E come la mettiamo con la rottamazione di comodo degli Accordi di Dublino, quelli che avrebbero dovuto garantire che la domanda d’asilo fosse presentata nel primo Stato Schengen raggiunto, e di conseguenza la Svizzera doveva abolire i controlli sistematici al confine dato che non avevano ragione di essere?
Dublino è saltato, ma i controlli sistematici non sono mica tornati in vigore. E non ci si venga a raccontare la fregnaccia che Schengen è una conquista irrinunciabile (?) e quindi non si tocca, però Dublino può tranquillamente saltare. Ciò che spalanca è irrinunciabile mentre ciò che dovrebbe limitare i danni degli scriteriati spalancamenti va rottamato? Ma chi si pensa di prendere per il “lato b”?
Due cose sono evidenti. La prima. Se salta Dublino salta anche Schengen, e poiché il primo è considerato ormai lettera morta, la Svizzera deve chiudere subito le frontiere (non aspettare di trovarsi nella palta).
La seconda. Visto che su Schengen/Dublino a Bruxelles si transige, si transigerà anche sulle limitazioni alla libera circolazione delle persone votate dalla maggioranza del popolo elvetico il 9 febbraio 2014.

Oberwil
Adesso aspettiamo solo, tra un “non c’è alcuna emergenza” ed un “il caos nell’asilo è tutta un’invenzione populista e razzista” che Confederella e Cantone vengano a bussare alle porte dei Comuni chiedendo di mettere a disposizione spazi per migranti che non si sa più come gestire. Ad Oberwil – Lieli, a titolo preventivo, il municipio ha già provveduto ad acquistare e demolire due stabili che sarebbero potuti entrare in linea di conto a questo scopo.
Lorenzo Quadri

Stop ai burocrati federali che vogliono decidere tutto. Il “margine di manovra” ce lo prendiamo!

Il direttore del DFE Christian Vitta è andato Oltregottardo per discutere sull’applicazione del 9 febbraio tramite clausole di salvaguardia. Quello che è certo è che non si può pensare di trovare una soluzione che vada bene per tutta la Svizzera allo stesso modo, e questo per un motivo molto semplice: le situazioni sono troppo diverse da Cantone a Cantone. A situazioni diverse non si possono dare risposte uguali. Sembra una cosa elementare. Ma evidentemente a Berna non lo è poi così tanto, dal momento che il messaggio non passa. L’amministrazione federale vuole infatti centralizzare e livellare tutto. Togliendo così ai Cantoni l’autonomia che spetta loro.

Esigenza fondamentale
A sostegno della richiesta sistematica del casellario giudiziale a frontalieri e dimoranti sono state raccolte circa 10mila firme. Segno evidente che la maggioranza dei Ticinesi appoggia questa decisione del ministro leghista Gobbi. C’è chi, pur di denigrare la Lega ed invidioso di non aver avuto lui l’idea, ha tentato di squalificare questa iniziativa, accusandola di essere di piccolo cabotaggio. Apperò. Un po’ come la questione del Burqa: doveva essere un “non problema” – che quindi non interessa a nessuno – ed invece tutti ne parlano.
La richiesta del casellario, ormai l’hanno capito anche i paracarri, risponde ad un’esigenza fondamentale di sicurezza: non rilasciare permessi alla cieca a pregiudicati, che poi non si riescono più a ritirare. I ticinesi, con il loro sostegno massiccio, hanno voluto esprimere il loro appoggio a chi difende i loro diritti. Speriamo lo facciano anche il 18 ottobre.

Dalla parte dell’Italia
Ebbene, nemmeno in una situazione così chiara la Confederazione si è schierata dalla parte del Ticino e delle sue necessità. La vicina ed ex amica Penisola si è messa strumentalmente a starnazzare alla presunta discriminazione a causa del casellario, e subito il consiglio federale e la diplomazia – svenduta ed euroturbo – hanno preso le parti dell’Italia. Che nei nostri confronti è inadempiente su tutto. Se nemmeno in una questione del genere Berna è capace di riconoscere l’autonomia dei Cantoni, figuriamoci quando si tratta di tutela del mercato del lavoro.

Bisognerà battersi
Per il margine di manovra dei Cantoni – che non è affatto “nullo”, contrariamente a quel che amava ripetere l’ex direttrice PLR del DFE Laura Sadis – occorrerà battersi a lungo, e continuare ad insistere. Il federalismo è uno dei principi fondanti della Svizzera. Il Ticino è Cantone, ma è anche Repubblica. Di questa Repubblica occorre reimpossessarsi, prima che diventi Repubblica delle banane. Non è perché i 7 scienziati bernesi hanno scoperto la strada per attraversare il Gottardo che sono diventati più ricettivi in materia di problemi del Ticino. I signori – soprattutto la ministra del 5% – hanno faccia di tolla più che sufficiente per promettere una cosa e poi fare l’esatto contrario non appena rientrati a Berna.
Esempio concreto: la modifica di legge, letteralmente demenziale, che vuole accordare ai frontalieri le stesse deduzioni fiscali di cui beneficiano i residenti, è stata partorita (abortita) tra una dichiarazione di attenzione al Ticino e l’altra.

Soluzioni su misura
Il nostro Cantone ha bisogno di soluzioni su misura. Non per capriccio o per piagnisteo. Non perché riteniamo di essere l’ombelico del mondo. Semplicemente perché la nostra situazione è unica in Svizzera. Sicché ne va della coesione nazionale. Quest’ultima non è messa a rischio da soluzioni differenziate. E’ messa a rischio se si pretende di applicare le stesse regole in circostanze non paragonabili.

Attenzione…
Finché questo messaggio non arriverà a Berna forte e chiaro il Ticino continuerà ad essere la Cenerentola della Svizzera. Il nostro Cantone ha bisogno a Berna di deputati che inculchino negli interlocutori questo concetto. Non certo di kompagni secondo cui deve essere tutto uguale, non solo a livello svizzero, ma addirittura sul europeo. Ed infatti hanno nel programma l’adesione della Svizzera all’UE: adesso in fase pre-elettorale fingono di dimenticarsene. Ma se ne ricorderanno benissimo dal 19 ottobre via.
Lorenzo Quadri

Ticino: giù le mani dalle tasche degli automobilisti!

Dal 2016 decurtate le deduzioni per le spese professionali di trasporto nell’ambito dell’IFD

La Lega a Berna aveva tentato di sventare l’ennesima rapina ai danni degli automobilisti, ma non ha trovato una maggioranza. In Ticino le deduzioni per l’imposta cantonale non si toccano, né adesso, né dopo l’apertura del tunnel ferroviario di base del Ceneri! Chiaro il messaggio, direttore del DFE Vitta?

Per la serie: ma chi l’avrebbe mai detto! Per gli automobilisti, già tartassati e munti con ogni pretesto, si prepara un’altra pillola: la drastica decurtazione delle deduzioni per le trasferte professionali in relazione all’imposta federale diretta. Nel 2016 entrerà in vigore il “famoso” tetto massimo di 3000 Fr. Chi prima deduceva, ad esempio, 10’000 di spese di trasporto, si vedrà dunque appioppato dal fisco un reddito ulteriore di 7000 Fr: un reddito assolutamente fittizio. Perché il contribuente mica guadagna 7000 Fr in più. Il che si può tradurre in ulteriori svariate centinaia di franchetti da pagare alla Confederella ogni anno. E scusate se sono pochi.

Peggio della vignetta a 100 Fr
Questo tetto massimo è stato introdotto con la creazione del nuovo fondo per l’infrastruttura ferroviaria, nel 2014. Berna s’immagina di ricavare 200 milioni di Fr in più. In concreto, verrà attuato, a danno dei soliti “sfigati” automobilisti, un salasso ben superiore a quello della vignetta autostradale a 100 Fr, giustamente affossata dal popolo. Con l’aggravante che per lo meno i soldi della vignetta “dopata” sarebbero andati alla strada. Invece, il taglio alle deduzioni alle spese i trasporto serve a foraggiare la ferrovia. Quindi: gli automobilisti pagano e i treni incassano.

La Lega ci ha provato
Diciamo “famoso” tetto massimo perché, su queste colonne, il tema è stato affrontato a più riprese. E diciamo pure che la Lega, e per la precisione chi scrive, nel dibattito parlamentare a Berna ha tentato di far saltare l’ennesima trovata vessatoria a danno degli automobilisti, sempre più “mucche da mungere” come giustamente dice l’omonima iniziativa popolare. Che, lo ricordiamo, verrà sottoposta al popolo nel 2016. Impallinata sotto le cupole federali, l’iniziativa chiede che gli 1.5 miliardi di Fr che ogni anno vengono prelevati agli automobilisti per finire nelle casse generali della Confederazione vengano invece destinati alla strada. Questo in base al principio di causalità, che tanto piace ai bernesi, ma naturalmente solo a geometria variabile: quando fa comodo, insomma. Un po’ come la morale.

Salasso sulla benzina
Purtroppo la proposta leghista di far saltare il tetto massimo di 3000 Fr alle deduzioni per le trasferte professionali con il veicolo privato non ha trovato una maggioranza alle Camere federali. E adesso, o meglio dal 2016, arriva il conto. A questa nuova pillola (per finanziare la ferrovia) l’ineffabile ministra dei trasporti e delle telecomunicazioni, ovvero la Doris uregiatta, vorrebbe aggiungere un grazioso aumento di 6 cts al litro sul prezzo della benzina. Questo per finanziare le strade nazionali. E già: prima si utilizzano le entrate della strada per altri scopi; poi ci si accorge che mancano i soldi per la strada. E allora che si fa? Ma si torna a battere cassa presso gli automobilisti! Elementare, Watson!

Effetto cascata
Naturalmente non poteva mancare l’effetto-cascata. Alcuni Cantoni, bramosi di mettere le mani nelle tasche della gente, hanno subito colto la palla al balzo: hanno falcidiato, alcuni pressoché azzerato, anche loro le deduzioni per le trasferte professionali consentite nelle imposte cantonali. Insomma, un classico effetto a “boule de neige”; solo che la “boule” non è di “neige”.
E da noi? Il direttore del DFE Christian Vitta ha annunciato che il Ticino per ora – notare il “per ora” – non toccherà le deduzioni. E ci mancherebbe altro: ricordiamoci, ad esempio, che il nostro Cantone ha le imposte di circolazione più care della Svizzera.

Dalle colonne del Corrierone del Ticino, il ministro delle Finanze ha però aggiunto: “un domani, quando entrerà in funzione il tunnel di base del Ceneri, e i tempi di collegamento tra Sotto- e Sopraceneri si accorceranno notevolmente, vedremo cosa fare”. Frena Ugo! Non ci siamo! In Ticino chi vive nelle zone periferiche non ha alternativa plausibile al veicolo privato. Inoltre, sempre più persone lavorano ad orari irregolari, e devono recarsi al lavoro quando di mezzi pubblici non ne circolano proprio. Il Ticino non è Zurigo. E, soprattutto, non lo diventerà neppure con l’apertura del tunnel di base del Ceneri, che non cambierà una virgola per le regioni discoste. Per cui, Achtung! Giù le mani dalle deduzioni per le spese di trasporto! Il borsello degli automobilisti, come già scritto, non è un self service per enti pubblici avidi di entrate. E anche l’alibi morale del “tanto tassiamo chi si comporta in modo vizioso”, ovvero gli automobilisti, non funziona più. Il giochetto del “criminalizzare per mungere” ha fatto il suo tempo.
Lorenzo Quadri

Consiglio federale: prosegue la presa per i fondelli. 8500 casi isolati?

Secondo l’ennesimo rapporto tarocco, commissionato e poi approvato dall’esecutivo, le misure d’accompagnamento alla libera circolazione delle persone sarebbero efficaci. Come no!

Il Consiglio federale insiste con le prese per i fondelli. E così arriva anche l’ultima affermazione del piffero sugli accordi bilaterali: “le misure d’accompagnamento alla libera circolazione delle persone sono efficaci”. Gli abusi sono “casi isolati”.
Questo, a quanto risulta, l’illuminante contenuto dell’ultimo rapporto approvato dal Consiglio federale.

E i ticinesi in assistenza?
Certo, come no. I padroncini e distaccati che lavorano in Ticino in nero sono casi isolati. Dumping salariale e soppiantamento dei residenti con frontalieri sono casi isolati. A seguito di pochi casi isolati il Ticino ha plebiscitato l’iniziativa contro l’immigrazione di massa. Le segretarie frontaliere a 1000 Fr al mese per un lavoro a tempo pieno sono casi isolati. I distaccati che poi sono costretti a restituire parte del salario percepito in Ticino al datore di lavoro estero (è successo anche sul cantiere LAC gestito dagli spagnoli) sono casi isolati. Gli stipendi pagati in euro sono casi isolati. E come la mettiamo con gli 8500 ticinesi in assistenza? 8500 “casi isolati” ovviamente!
Del resto anche gli stranieri che delinquono erano “casi isolati” ed infatti, da un caso isolato all’altro, l’80% degli ospiti della Stampa sono stranieri.

Rapporto tarocco
E’ evidente che l’ennesimo rapporto tarocco del Consiglio federale, che prima si fa allestire gli studi farlocchi pro-saccoccia, e poi li approva (il colmo della farsa!), è solo un tassello in più nella campagna di lavaggio del cervello dei cittadini con l’obiettivo di sabotare il 9 febbraio. Purtroppo per gli scienziati bernesi, ed i partiti $torici in Ticino se ne sono già resi conto, non è continuando a ripetere che “l’è tüt a posct” che le cose cominciano ad andare bene.

Autogiustificazione
Ovvio: l’ennesimo rapporto taroccato è anche un tentativo per giustificare l’ultima legnata che i sette scienziati, a cominciare dal ministro dell’economia ossia il liblab Schneider Ammann, hanno dato al Ticino. Vale a dire il njet al potenziamento delle misure accompagnatorie, poi giustificato con pretesti del flauto traverso. Ecco le prodezze dei massimi rappresentanti dell’ex partitone: e a contare a Berna sono loro, non certo le promesse dei liblab ticinesi in campagna elettorale.

Tante misure
A proposito: ci pare di ricordare che fosse stato proprio Schneider Ammann a dire che a tutela del mercato del lavoro bisogna prendere tante misure, magari anche di basso cabotaggio se considerate singolarmente, ma che messe assieme compongono un quadro efficace .
A parte che l’unica misura efficace a tutela del mercato del lavoro di questo ridente cantone è la fine della libera circolazione delle persone senza limiti, il buon Schneider Ammann, su ordine della grande economia, si premura di fucilare tutti i provvedimenti che si potrebbero prendere.
Ma davvero questi signori pensano che bastino un paio di statistiche taroccate per fare fessi gli svizzerotti?
Lorenzo Quadri

Segreto bancario: in pochi anni sfasciato il lavoro di generazioni. Distruzione in tempo di record

Anche il Ticino dovrà fare i conti con migliaia di disoccupati in più: grazie, ministra del 5%!

In pochi anni è stato cancellato un intero sistema. Come c’era da attendersi, in Consiglio nazionale la maggioranza PLR-PPDog-PS, nonché il loro codazzo di partitini fotocopia, ha spazzato via il segreto bancario, approvando due progetti per lo scambio automatico d’informazioni, a partire dal 2018. Solo Udc e Lega si sono opposti.
La ministra del 5% non ha, ovviamente, voluto indicare quante migliaia di posti di lavoro verranno cancellati sulla piazza finanziaria a seguito della sua politica di svendita del Paese. Naturalmente, la Svizzera cala le braghe, ma in cambio non ottiene nulla. Prima, infatti, si smantella il segreto bancario senza alcuna contropartita. Poi, quando i buoi sono fuori dalla stalla, si tenterà (forse) di ottenere l’accesso ai mercati per le banche svizzere.

Chi ci guadagna
Naturalmente c’è chi se ne approfitta, ossia le piazze finanziarie che non si sognano di accordare scambi né automatici né meno automatici. Ad esempio a Dubai, dove molti si stanno spostando dalla Svizzera. Ed infatti, almeno in Romandia, già circolano abbondanti volantini pubblicitari dove si chiarisce, all’attenzione dei clienti della “rottamanda” piazza finanziaria rossocrociata, che a Dubai il segreto bancario rimane solido. Uno di questi dépliant è stato letto in aula durante il dibattito. Lungimirante come sempre la replica della ministra del 5%: “Dubai non fa parte del nostro benchmark”. Apperò. Intanto i patrimoni emigrano nei paesi arabi ed i posti di lavoro in Svizzera saltano. Ma la Consigliera federale non eletta se ne impipa: “non fa parte del nostro benchmark”.

FATCA
Widmer Puffo non poteva, evidentemente, esimersi dal citare l’adesione al FATCA come un successo. E’ il massimo. La signora svende senza ritegno la sovranità svizzera e pretende di spacciare la sciagurata iniziativa per un grande risultato. Così grande che, se alle prossime elezioni USA vinceranno i repubblicani, il FATCA verrà abolito in patria. Negli Stati Uniti si creeranno tanti paradisi fiscali. Gli svizzerotti ligi al dovere che si inchinano ai Diktat yankees, resteranno con il naso in mezzo alla faccia e migliaia di disoccupati, mentre lo “Zio Sam” se la ride a bocca larga.

Crisi finanziaria?
A giustificazione della fine del segreto bancario – quello che avrebbe dovuto essere non negoziabile – per l’ennesima volta è stata citata finanziaria del 2008, a seguito della quale gli Stati non sarebbero più disposti a tollerare la perdita di sostrato fiscale. Peccato che 1) la crisi del 2008 non sia stata affatto provocata dalla Svizzera, o dal segreto bancario svizzero, bensì dalla scellerata finanza USA. 2) Se il problema fosse davvero la perdita di risorse fiscali per gli Stati esteri, allora non si capisce perché non sarebbe potuto andare bene anche un sistema di ritenuta alla fonte. Il fatto che si voglia lo scambio automatico d’informazioni dimostra dunque, semmai ce ne fosse bisogno, non solo la volontà di cancellare il segreto bancario anche per gli svizzeri, ma quella di demolire con esso – servendosi della tattica del salame – la privacy dei cittadini, in tutti gli ambiti. Si comincia da quello finanziario e gli altri a seguire.

Amnistia
Unica nota positiva in tanta desolazione (positiva in una logica di meno peggio): l’approvazione, pur di misura, dell’emendamento di Fabio Regazzi (PPD) per l’introduzione di un’amnistia fiscale. Naturalmente contro la volontà della ministra del 5% la quale, a varie sollecitazioni in arrivo anche dalla Lega, aveva sempre risposto che non se ne parlava nemmeno perché “gli strumenti a disposizione sono sufficienti per chi si vuole regolarizzare”.
Bene, dunque, per l’approvazione dell’amnistia – che comunque dovrà ancora passare il difficile scoglio del Consiglio degli Stati. Dovesse l’amnistia diventare definitiva, bisognerà però stare attenti all’effetto boomerang. Ossia: bisognerà evitare che qualcuno utilizzi l’amnistia come pretesto per cancellare il segreto bancario anche per gli svizzeri. Come sogna di fare la ministra del 5%.
Lorenzo Quadri

Sgravi fiscali: era ora!

L’iniziativa popolare leghista per gli sgravi fiscali è partita. Per fortuna, viene da dire: in effetti, è passato quasi un decennio dagli ultimi sgravi fiscali. E in questo tempo ne sono successe di cose: molti Cantoni hanno rivisto al ribasso la propria fiscalità; sicché quella ticinese appare ormai, per usare un termine alla moda, decisamente “fuori target”.
Gli sgravi fiscali proposti dalla Lega, un pacchetto da 115 milioni in totale, torneranno a beneficio di tutti: dei redditi bassi, medi e alti, delle persone fisiche così come di quelle giuridiche.
Sgravi solo ai ricchi, come sono stati ipotizzati  dalla direttrice del DFE in un progetto subito consegnato all’oblìo, non sono praticabili: né dal punto di vista politico, né da quello dell’equità. E’ vero: bisogna aumentare l’ “appeal” del nostro Cantone  per i buoni contribuenti. Magari anche in arrivo dall’estero. Sì, perché è tempo ed ora di diventare più attrattivi per i cittadini stranieri disposti a pagare molte imposte e a spendere in Ticino, e di diventare meno attrattivi per i cittadini stranieri che invece dobbiamo mantenere.
Sgravi ai redditi alti sì, ma anche al ceto medio, che paga le imposte fino all’ultimo centesimo; e che rimane poi il solo a pagare le tasse in base alla propria capacità contributiva: i meno abbienti sono esentati, mentre i ricchi ottengono sconti.
Contrariamente a quanto recitano le stantìe tesi che il “partito delle tasse” tenterà  di accampare in funzione anti-sgravi, questi ultimi non costituiscono affatto un regalo a chicchessia. Al contrario: si tratta di lasciare in tasca, alla gente che li guadagna, qualche soldo in più. Che è poi il modo migliore di fare socialità. Ma questi soldi non sono regalati. Tutt’altro: sono già di proprietà del singolo contribuente.
Da un discorso di sgravi fiscali non si possono ovviamente escludere le aziende: lo strumento fiscale deve servire a stimolarle a creare posti di lavoro per i residenti (non per i frontalieri) e a pagare le imposte in Ticino (non Oltralpe o in bislacche isolette).
Ma soprattutto preme sottolineare che doveva arrivare l’iniziativa leghista perché si pensasse, finalmente, anche alle persone sole, le cosiddette aliquote B, che nel nostro Cantone sono oltre 100mila contribuenti, e non due gatti. Il loro numero (quello dei singles, non quello dei gatti, che per il momento non sono ancora tenuti a pagare imposte) è in continua crescita, a seguito dell’allungarsi della speranza di vita e dell’evoluzione sociale (divorzi, convivenze, ecc). Di modo che i singles non possono più essere considerati delle anomalie, degli incidenti di percorso, che come tali si possono mungere ad oltranza. I singles non costituiscono una stranezza sociale, bensì parte integrante – e pagante –  della nostra società. E come tale devono venire considerati. Oggi invece sono oggetto di un trattamento fiscale iniquo: correttivi urgono. Forse l’iniziativa della Lega non risolverà tutti questi problemi; sarebbe illusorio pensare che per un’impresa di tale portata possa bastare una sola raccolta di firme. L’iniziativa costituisce però un passo importante, e concreto, nella direzione giusta. Come recita il suo “cappello”: un primo atto.

Lorenzo Quadri