Frontalieri intoccabili, svizzerotti infinocchiati

Tra accordi fiscali, residenze farlocche e notifiche che non vengono trasmesse

Johann “Leider” Ammann, PLR, ministro dell’economia, di recente si è di nuovo fatto infinocchiare dai vicini a sud. Dopo aver incontrato il suo omologo Carlo Calenda (Calenda chi?) se ne è uscito trionfante a dichiarare: nel giro di un paio di mesi gli accordi sui frontalieri saranno cosa fatta.

Ma si può essere più boccaloni di così? Anche il Gigi di Viganello ha capito che il nuovo accordo, in base al quale i frontalieri sarebbero più tassati di ora, non sarà mai sottoscritto. E questo perché i frontalieri nel Belpaese sembrano essere, anzi sono, una lobby intoccabile. Guai a chi osa mettere in discussione i loro privilegi fiscali (pagano molte meno imposte degli italiani che lavorano in Italia)! Subito i soliti politicanti lombardi in fregola di visibilità si mettono a strillare sui media compiacenti. Naturalmente spalando palta sugli “svizzeri razzisti”. Indecente.

I “finti” frontalieri

Più volte su queste colonne è stato scritto che dal nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri a guadagnarci di più – ma tanto di più! – dal profilo del gettito fiscale sarebbe la vicina Penisola. Ma evidentemente oltreramina questo non interessa. Chissenefrega delle casse pubbliche, e soprattutto chissenefrega dell’equità fiscale! L’importante è accaparrarsi i voti dei frontalieri,  e preferibilmente anche quelli dei loro familiari, in vista delle prossime elezioni.

Un nuovo esempio di tale andazzo lo fornisce la vicenda dei finti (fiscalmente parlando) frontalieri. Ossia quelli che fanno figurare una residenza fittizia entro i 20 km dalla fascia di confine. In questo modo, pagano le imposte alla fonte in Ticino (che poi ristorna il famoso 38% al Belpaese). I frontalieri che vivono al di fuori della fascia dei 20 km devono invece pagare le tasse in Italia, secondo le aliquote italiane. Che sono assai più elevate.  Sicché, a risiedere entro i famosi 20 km ci si guadagna. E parecchio.

Questione non nuova

La questione non è certo nuova, ma è stata riportata in auge di recente dal responsabile del centro competenze tributarie della SUPSI Samuele Vorpe in un’intervista sul GdP. A seguito dei frontalieri “furbetti” l’Italia perde cospicue entrate fiscali. Eppure non si sogna di intervenire. La famigerata Agenzia delle entrate se ne impipa: tüt a posct! Va bene così!

C’è chi propone che la Svizzera si attivi direttamente per permettere all’Italia di smascherare i  frontalieri “furbetti”. Il suggerimento appare vagamente autolesionistico. Non solo non ce ne viene in tasca nulla ma questi frontalieri, se smascherati, non pagherebbero più imposte alla fonte in Svizzera; sarebbero tassati solo nel Belpaese. Quindi meno entrate fiscali per noi. E di certo non lasceranno il posto di lavoro per questo…

Semmai, la situazione sopra descritta dovrebbe essere uno stimolo in più per il Belpaese per concludere il famoso accordo fiscale con la Svizzera e regolare in quell’ambito anche tale questione. Ma su questo fronte, come tutti (tranne Leider “Boccalone” Ammann) hanno capito, è buio pesto.

E le notifiche dei padroncini?

Molto più interessante per noi sarebbe trasmettere al Belpaese le notifiche dei padroncini che lavorano in Ticino. Questi le tasse non le pagano da nessuna parte, visto che evidentemente non dichiarano il reddito conseguito nel nostro paese al fisco tricolore. L’Italia dovrebbe essere la prima a reclamare l’elenco delle notifiche. E noi dovremmo essere ben felici di fornirglielo. Ciò costituirebbe infatti un potente deterrente; di certo permetterebbe di smorzare un po’ l’assalto alla diligenza ticinese da parte della concorrenza sleale d’oltreconfine, che mette in ginocchio artigiani e piccole imprese del nostro Cantone. Ma anche qui, nulla si muove. L’Italia non si sogna di chiedere le informazioni necessarie per chiamare alla cassa i padroncini. Del resto, costoro sono dei frontalieri “sui generis”. E i frontalieri, come si è visto, sono intoccabili.

Sommaruga: “sa pò mia”

E se fosse la Svizzera a farsi parte attiva nella questione? Se trasmettesse spontaneamente le liste all’Agenzia delle entrate italica, visto che ciò sarebbe chiaramente nell’interesse del Ticino? Non sia mai. La ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, insorge: “sa po’ mia! Manca la base legale!”. Ma come: non è proprio lei quella che va in giro a dire che “bisogna aiutare l’Italia”?

E i camerieri dell’UE in Consiglio federale vorrebbero ancora raccontare la storiella che con la vicina Repubblica i rapporti sono normali?

Lorenzo Quadri

 

Accordo sui frontalieri: Leider “Boccalone” Ammann!

Malgrado tutte le fregature, il ministro liblab ancora si beve le promesse italiche

Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Il ministro liblab dell’economia, Johann “Leider” Ammann, dopo essersi fatto un giretto enogastronomico nel Belpaese, al rientro dichiara in toni trionfalistici: la firma del famigerato accordo sulla fiscalità dei frontalieri è  “questione di pochi mesi” (sic!) garantisco io! Me l’ha assicurato Carlo Calenda!

Calenda chi?

Ossignùr, “Leider” Ammann, Calenda chi? Chi sarebbe costui? Un ministro del governo Gentiloni, peraltro già in scadenza; un tizio che nessuno conosce – nemmeno nel Belpaese! E sarebbe questo il garante della firma? O Johann (Giuànn per gli amici): a parte il fatto che la ratifica deve passare dal parlamento italico che delle dichiarazioni del Calenda se ne impipa: com’è possibile che tu non abbia ancora capito l’antifona? Ogni volta l’interlocutore italico di turno, spesso e volentieri senza alcuna voce in capitolo, rabbonisce lo svizzerotto spergiurando che  “l’è tüt a posct”. E lo svizzerotto si fa  infinocchiare. Va da sé che le  promesse vengono puntualmente disattese. E come si giustifica l’interlocutore d’Oltreramina? “Ma non dipende da me, ma è un altro ministero, ma sono le Regioni, ma è il parlamento, ma è colpa della richiesta del casellario, delle tempeste astrali, del Gigi di Viganello, dei tatuaggi della Belen,…”.

Il teatrino si ripete

Quante volte abbiamo assistito a questo squallido teatrino? Cinque? Dieci? Venti? E a Berna non hanno ancora capito l’andazzo?

Il buon “Leider” Ammann, come ministro dell’economia, magari dovrebbe sapere che la vicina Penisola ha semplicemente gettato nel water la famosa road map, ed in particolare la possibilità per le banche svizzere di operare nel Belpaese. Se per lavorare con i clienti italiani le banche ticinesi dovranno spostare fisicamente gli uffici al di là della ramina, indovinate un po’ quale sarà la conseguenza? Esatto, ulteriori licenziamenti di massa sulla piazza finanziaria ticinese! Centinaia – o migliaia! – di disoccupati in più in Ticino! Mentre i vicini a sud continuano ad invaderci con frontalieri e padroncini e se la ridono a bocca larga!

La sveglia non suona mai?

Ma cosa deve ancora succedere perché qualche alto papavero bernese si accorga finalmente che il Belpaese non ha alcuna intenzione di far fronte ai propri impegni con la Svizzera? “Leider” Ammann crede veramente che in pieno clima elettorale i politicanti d’Oltreconfine decideranno di tassare di più i frontalieri, perdendone così i voti? Ma il Ministro liblab dell’economia mangia pane e volpe a colazione?

Da oltre tre anni…

La storiella della “firma imminente dell’accordo sui frontalieri” la sentiamo da ben oltre tre anni. Era infatti il giugno del 2014 quando l’ (allora) CF del 5% Widmer Schlumpf promise alla Deputazione ticinese a Berna la firma “nel giro di pochi mesi” . In caso contrario, disse a chiare lettere la ministra, ci sarebbero state “misure unilaterali” della Confederazione nei confronti dell’Italia. Certo, come no! Di firme neanche l’ombra e di “misure unilaterali” ancora meno. Del resto, solo un allocco poteva credere che un Consiglio federale che ha fatto della calata di braghe “sempre e comunque” il proprio modus operandi abituale avrebbe preso delle misure di ritorsione contro il Belpaese (o contro chicchessia). Altro che ritorsioni: togliamo addirittura le castagne dal fuoco alla vicina Repubblica in materia di caos asilo, facendoci carico di finti rifugiati che non ci spettano, perché “bisogna (?) aiutare l’Italia”.

Visti i precedenti, come “Leider” Ammann possa dichiarare, gongolante, che l’accordo sui frontalieri sarà cosa fatta nel giro di qualche mese (magari calcolato secondo l’anno di Plutone, che dura 248 anni terrestri?), e questo a seguito delle “rassicurazioni” ricevute da uno sconosciuto ministro in scadenza,  supera ogni umana comprensione.

Lorenzo Quadri

 

Cominciamo a bloccare ristorni!

Accordi dei frontalieri: Berna dovrebbe indennizzarci anche per gli ultimi 40 anni

 

Come non solo il Mago Otelma, ma anche “quello che mena il gesso” era in grado di prevedere, il 26 giugno è trascorso senza che il Belpaese abbia firmato uno straccio di accordo sulla fiscalità dei frontalieri. Perché non ha alcun interesse a firmare. Stranamente, però, al proposito tutto tace! Fossero stati gli svizzerotti a tirare un bidone del genere agli italici…

Del resto, grazie all’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf ed al suo tirapiedi De Watteville, la Svizzera ha calato le braghe in tempo di record sullo scambio di informazioni bancarie, ovviamente senza uno straccio di contropartita (perché è così che i camerieri di Bruxelles difendono gli interessi nazionali):  il Belpaese ha portato a casa quello che gli interessava e quindi non ha né intenzione né necessità di fare concessioni alla Confederella. Tanto più che, oltre alla fiscalità dei frontalieri, c’è in ballo pure l’accesso degli operatori svizzeri alla piazza finanziaria italiana. Accesso che naturalmente la Penisola, che è protezionista, fa di tutto per ostacolare. Ma ai burocrati bernesi va bene così: l’importante è non venire accusati di razzismo e di discriminazione; il resto non conta un fico. E poi ad andarci di mezzo è principalmente il Ticino, per cui chissenefrega! Quantité négligeable!

Fregati ogni volta

A ciò si aggiunge che la Svizzera rimane pure iscritta, senza alcun motivo, sulle liste nere italiane illegali. Però la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, corre ossequiosa ad adulare gli italici – i quali se la ridono a bocca larga – e a promettere aiuto nella gestione del caos asilo, quando tutti gli altri paesi confinanti con la vicina Repubblica fanno proprio il contrario. Aiuti che la Svizzera fornisce, sia chiaro, non perché sia obbligata a farlo, ma per “dare l’esempio”. In che modo il Belpaese ringrazia, lo abbiamo ben visto: fregandoci davanti e di dietro ogni volta che se ne presenta l’occasione.

La proposta di Vorpe

Poiché è evidente che, malgrado l’autolesionistica calata di brage sul casellario giudiziale ad opera della triciclo PLR-PPD-P$ in Consiglio di Stato, a Roma l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri non verrà MAI firmato, nei giorni scorsi il responsabile del Centro competenze tributarie della SUPSI Samuele Vorpe in un’intervista al GdP ha lanciato, o meglio rilanciato, una proposta: quella del risarcimento al Ticino da parte della Confederazione. Essendo il nostro Cantone parte lesa, afferma Vorpe, Berna dovrebbe indennizzargli la differenza di entrate tra l’accordo precedente e quello in fase di stallo permanente, stimata in 15 milioni di Fr all’anno (se questa cifra sia realistica è ancora da vedere, perché il sospetto è che la differenza sia ben inferiore).

E gli ultimi 40 anni?

A dire il vero, la Confederazione dovrebbe indennizzare il Ticino anche per i ristorni già versati negli ultimi 40 e più anni, visto che questi sono stati pagati nell’ambito di un accordo che era nell’interesse di tutta la Svizzera, ma i cui costi ricadevano interamente sul Ticino. L’idea di Vorpe è anche sensata; peccato che i burocrati bernesi di risarcimenti al nostro Cantone non ne hanno mai voluto sentire parlare. Difficilmente cambieranno posizione ora.  Inoltre, non è nemmeno chiaro perché per i giochini dell’Italia – che ci prende sontuosamente per i fondelli – dovrebbe pagare il contribuente elvetico. Sicché, i famosi 15 milioni di differenza, li detraiamo semmai dai ristorni dei frontalieri. Anzi, i ristorni li blocchiamo integralmente, che si fa prima. E’ infatti inaudito che, malgrado le recenti e note vicissitudini, in Consiglio di Stato non si trovi una maggioranza per compiere questo necessario passo. Grazie, triciclo PLR-PPD-P$!

Lorenzo Quadri

Ministri del triciclo PLR-PPD-P$: sono allocchi o in malafede?

E’ chiaro che l’Italia non ha alcuna intenzione di ratificare l’accordo sui frontalieri

Davanti alla decisione dei Consiglieri di Stato del triciclo spalancatore di frontiere PLR-PPD-P$ – ovvero Vitta, Beltraminelli e Bertoli – di revocare, contro la volontà dei colleghi leghisti Gobbi e Zali, la richiesta del casellario giudiziale prima della concessione di un permesso B o G, ci si può solo incazzare. Delusione ed incazzatura sono  infatti i sentimenti che pervadono la grande maggioranza della popolazione ticinese. E ce n’è ben donde.

Pretesti-fregnaccia

La revoca del casellario costituisce tradimento multiplo. Tradimento dei cittadini (il casellario è stato sostenuto da una petizione con oltre 12mila firme ed era universalmente approvato), del Gran consiglio (che a sostegno della misura ha inoltrato a Berna ben due iniziative cantonali) e anche della maggioranza della Deputazione ticinese a Berna, che ha sempre difeso con convinzione il casellario, ottenendo ampi consensi.

La richiesta del casellario è una misura ovvia, efficace e ragionevole di sicurezza interna, peraltro capita ed accettata anche dai frontalieri. Gli unici a contestarla sono i politicanti italici. E non per la misura in sé. Ma perché sono in cerca di pretesti-fregnaccia per non ratificare il nuovo accordo con la Svizzera che prevede importanti aggravi fiscali per i frontalieri (ovviamente non si sa da quando).

Il Belpaese non ratificherà mai

E’ chiaro che la rinuncia al casellario non porterà assolutamente a nulla. Dalla Penisola sono arrivati segnali chiarissimi in questo senso. I vicini a sud adesso dicono che l’eliminazione del casellario “non basta” e pretendono, per l’approvazione dei nuovi accordi sui frontalieri, nuove deliranti concessioni. E’ così dimostrato che il casellario era solo una scusa. Oramai l’ha capito anche quello che mena il gesso: l’Italia non ratificherà mai i nuovi accordi sui frontalieri. Né prima delle elezioni e nemmeno dopo. Ha sempre trovato pretesti per non fare i compiti; e sempre li troverà. I nostri polli li conosciamo da un pezzo.

Il precedente

La giustificazione addotta  dal terzetto governativo per lo scellerato tradimento, ossia “rottamando il casellario porteremo a casa l’accordo sui frontalieri”, è una barzelletta. Per partorire una scusa del genere bisogna essere o gnucchi o in malafede. La stessa fregnaccia della “conclusione imminente” l’abbiamo sentita esattamente tre anni fa. Allora il tema era la rinuncia al  blocco dei ristorni. L’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf ed il suo tirapiedi De Watteville promisero che, in cambio del regolare versamento dei ristorni, entro pochi mesi la nuova tassazione dei frontalieri sarebbe diventata realtà. E avevano pure promesso misure unilaterali (sic!) contro il Belpaese in caso di inadempienza! Naturalmente non si è visto nulla…

In simili condizioni, nemmeno il Gigi di Viganello può seriamente credere che la rinuncia al casellario porterà dei risultati. Già è poco plausibile che ad una favola del genere credano gli sveltoni bernesi, quelli che vanno a Roma a trattare in inglese e vengono sistematicamente infinocchiati. Ma che a bersela siano dei ministri ticinesi, che l’Italia dovrebbero conoscerla meglio degli altri, fa sorgere interrogativi allarmanti.

I camerieri dell’UE

A volere fortemente la fine del casellario sono i camerieri bernesi dell’UE. Vari Consiglieri federali – a partire dalla ministra del “devono entrare tutti” kompagna Sommaruga – hanno tentato a più riprese di esercitare pressioni sui deputati ticinesi affinché questi ultimi ottenessero la revoca del casellario. Le pressioni non sono mai andate a buon fine. Sicché i Consiglieri federali di PLR, PPD e P$$ hanno pensato bene di far andare i telefoni, chiamando direttamente i loro soldatini nel governicchio ticinese. E i soldatini, scandalosamente, hanno marciato.

Credibilità a ramengo

A ciò si aggiunge che l’indegno voltafaccia sul casellario sputtana il Ticino sia verso nord che verso sud.

Verso sud: si conferma la tesi che basta fare la voce grossa ed i ticinesotti fessi calano le braghe. La pressione su chi si dimostra debole è destinata ad aumentare. “Chi si fa pecora, il lupo lo mangia”: lo sapevano già i nostri vecchi.

Verso nord: è evidente che, con un simile precedente, quando il Ticino avanzerà specifiche richieste a Berna, nessuno vi darà più alcun peso: tanto poi arriverà il dietrofront.

Altro che gli odiati populisti: a demolire la credibilità del nostro Cantone a livello nazionale ed internazionale è il triciclo PLR-PPD-P$ con le sue giravolte. C’è da sperare che alle prossime elezioni i cittadini di questo sempre meno ridente Cantone sapranno “premiare” a dovere chi ci svende.

L’ultima chance

Poiché le reazioni italiane alla caduta del casellario dimostrano che essa non porterà affatto alla ratifica dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri, la maggioranza del Consiglio di Stato ha un’ultima chance per rimediare all’immonda cappellata di mercoledì. La prossima seduta decida: 1) il ripristino immediato del casellario e 2) il blocco dei ristorni dei frontalieri.

Lorenzo Quadri

Il soppiantamento esiste, se ne accorgono anche all’USI

Frontalierato: i soldatini della libera circolazione tentano di sminuire, ma… 

Questa è la vera notizia che emerge dall’ultimo studio; non certo i giochetti su percentuali infinitesimali che si smontano da soli

Scusate ma ci scappa da ridere. I tentativi di lavaggio del cervello ad opera dei soldatini della libera circolazione proseguono. Ben lo dimostra l’enfasi mediatica data all’ultimo studio dell’USI secondo cui tra il 2014 ed il 2016 i frontalieri sarebbero cresciuti meno rispetto ai posti di lavoro creati in Ticino. Questa affermazione viene utilizzata per accreditare la solite tesi: ovvero che con le frontiere spalancate l’è “tüt a posct”, che la libera circolazione è una figata pazzesca, che immigrazione uguale ricchezza, che sostituzione e dumping salariale sono tutte balle della Lega populista e razzista, eccetera. Insomma, i soliti “fatti alternativi” con cui si tenta di convincere i ticinesotti (chiusi e gretti) che la loro esperienza quotidiana in materia di frontalierato è frutto di allucinazioni collettive. “Solo una percezione” come direbbe il buon Rico Maggi dell’IRE. IRE che, guarda caso, è parte dell’USI.

La tesi si smonta da sola

Ovviamente i soldatini della libera circolazione delle persone puntano sui titoli ad effetto. Del tipo: “Altro che frontalieri: nuovi impieghi per lo più a residenti” o “Nuovi impieghi, residenti in testa”.

Ma cosa dice lo studio USI? Dice che in questo sempre meno ridente Cantone da fine 2014 a fine 2016 i posti di lavoro sono nel complesso aumentati del 5.8% mentre i frontalieri solo (?) del 2%. Lo studio stesso però precisa: “è probabile che questo andamento sia dovuto all’incremento dei posti a tempo parziale così come pure a decisioni individuali dei frontalieri di trasferire il domicilio in Ticino”. Ciò che già basta a smontare i titoli ad effetto appena citati: ma ovviamente chi produce tali titoli punta poi sul fatto che i lettore si fermi a quelli e non vada a leggere il resto.

Sottoccupazione

Perché se l’obiettivo era di far credere che l’invasione da sud starebbe rallentando, che la situazione sarebbe insomma sotto controllo e quindi – perché è lì che si vuole andare a parare – la libera circolazione delle persone deve andare avanti ad oltranza e non ci deve essere alcuna “Swissexit”, tale obbiettivo è ampiamente mancato.

Infatti il numero dei frontalieri ha conosciuto una nuova impennata: l’Ufficio federale di statistica ha annunciato che i frontalieri a fine marzo 2017 in Ticino erano 65mila, circa 2000 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In contemporanea, il numero delle persone in assistenza è aumentato di 1000 unità.

C’è poi il dato sulla sottoccupazione, che è raddoppiata in un decennio. Il che ha, ovviamente, una relazione diretta con il lavoro a tempo parziale. Per molti residenti lavorare a tempo ridotto non è una scelta, lo fanno perché non hanno trovato altro. E non hanno trovato altro perché il mercato del lavoro ticinese è saturato da “targhe azzurre”.

Confermato il soppiantamento

Lo studio USI contiene anche un’altra constatazione interessante. Infatti riconosce  che la libera circolazione delle persone ha messo “in concorrenza i lavoratori indigeni con lavoratori frontalieri (meno pagati, ma spesso altrettanto qualificati) anche nei settori precedentemente considerati protetti”. Ohibò, quindi il soppiantamento esiste! Non che ciò equivalga a chissà quale scoperta, visto che se ne è accorto anche il Gigi di Viganello. Tuttavia, dal momento che l’IRE – come detto istituto dell’USI – sostiene invece che sono tutte balle populiste, ben venga che si rimetta il campanile al centro del villaggio.

Ecco, questa avrebbe dovuto semmai essere la notizia da mettere nel titolo. Ossia che anche l’USI si accorge che il soppiantamento di lavoratori residenti con frontalieri è una realtà. Non certo la storiella dei residenti in testa nei nuovi impieghi. Che si smonta da sola. Non soltanto per la questione dei tempi parziali, ma anche perché un certo numero di frontalieri sceglie di trasferirsi in Ticino e diventa così “residente”. Senza considerare poi i permessi B farlocchi,  ossia rilasciati a persone che in realtà vivono oltreconfine. Prassi, questa, particolarmente in voga sulla piazza finanziaria per far credere che la percentuale di addetti frontalieri sia minima. A ciò vanno ancora aggiunti i frontalieri in nero, che evidentemente non figurano in nessuna statistica.

Visto poi che la crisi economica del Belpaese prosegue, è evidente che la pressione sul mercato del lavoro ticinese continuerà ad aumentare.

Le grandi cifre

Ma forse bastano tre cifre per smontare il tentativo di utilizzo dell’ultimo studio dell’USI per puntellare la sempre più traballante tesi del “con la libera circolazione l’è tüt a posct”.

I soldatini delle frontiere spalancate si arrampicano sui vetri delle percentuali infinitesimali dimenticando che:

  • In Ticino i frontalieri sono quasi il 30% dei lavoratori
  • La media svizzera è del 6%
  • Quella della regione lemanica è del 12.3%.

Cos’altro serve per rendersi conto che la libera circolazione deve saltare?

Lorenzo Quadri

Nuovi accordi fiscali: l’Italia non li ratificherà mai

Il motivo è semplice: i frontalieri non vogliono pagare più tasse, ed i politicanti…

Arieccoli! Lo scorso mercoledì, i  Consigli sindacali interregionali Ticino-Lombardia-Piemonte e Lombardia-Grigioni hanno diramato un logorroico comunicato stampa congiunto sul tema della tassazione dei frontalieri. Un fiume di parole e di dichiarazioni fumogene in cui ancora si persevera nell’accusare la Svizzera in generale ed il Ticino in particolare di “discriminare” i frontalieri. Del resto, finché a Berna nessuno fa un cip mentre la Farnesina si permette di convocare d’urgenza (uhhh, che pagüüüraaa!) l’ambasciatore svizzero per i tre valichi secondari chiusi di notte, ovvio che la shistorm (=tempesta di cacca) contro la Svizzera prosegue. E’ mediaticamente pagante, come ben si è visto.

Discriminazione?

Infatti, è davvero molto plausibile che in un Cantone che “discrimina” i frontalieri ce ne siano 65mila, ossia quasi il 30% della forza lavoro, ed in continuo aumento.  Nella loro ardimentosa arrampicata sui vetri, i Consigli sindacali interregionali arrivano addirittura a dire che la chiusura notturna dei tre valichi secondari sarebbe una misura contro i frontalieri. Signori, ma ci si siete o ci fate? E allora come la mettiamo con la reintroduzione dei controlli sistematici ai confini da parte del Belpaese a seguito del G7? Questo provvedimento sì che ostacola i frontalieri…

Invece delle solite accuse…

Sarebbe anche bene sentire di tanto in tanto da queste associazioni che rappresentano i frontalieri, invece delle solite squallide recriminazioni contro il Ticino anti-italiano, una qualche parola di gratitudine. Perché senza il Ticino “chiuso e gretto”, i cittadini italiani da loro rappresentati non avrebbero la pagnotta da mettere sul tavolo. E, se aspettano le soluzioni dai politicanti azzurri in fregola di visibilità mediatica, quelli che per una comparsata in video venderebbero anche la nonna, fanno a tempo a morire d’inedia.

Il discorso è semplice

I fiumi di parole, i fumogeni ed i discorsi roboanti delle associazioni dei frontalieri servono a mascherare una realtà molto semplice. Addirittura banale. Ovvero che i frontalieri rifiutano i nuovi accordi fiscali perché, se entrassero in vigore, dovrebbero pagare più tasse. Dovrebbero pagarle come i loro connazionali che lavorano in Italia. Ed invece, i frontalieri – comprensibilmente, dal loro punto di vista – vogliono mantenere l’attuale status di privilegiati fiscali (a scapito degli altri contribuenti). Essendo i politicanti d’Oltreramina famelici dei voti dei frontalieri e dei loro familiari, ne sostengono le richieste ad oltranza. Ecco perché il nuovo accordo sui frontalieri non entrerà mai in vigore. Il resto sono solo scuse per nascondere le vere motivazioni del “gran rifiuto”. Una volta è la richiesta del casellario, un’altra il voto su Prima i nostri, una terza la chiusura notturna dei tre valichi secondari… Balle solenni! Se un domani per delirio d’ipotesi – e speriamo che davvero di delirio si tratti – la parte elvetica dovesse aderire a tutte le svalvolate richieste in arrivo da oltreramina (che sono, né più né meno, degli attentati alla nostra sovranità  nazionale) nel Belpaese troverebbero sempre nuove scuse per non ratificare gli accordi.

Vale la pena?

La domanda è: ma questi nuovi accordi sono davvero così interessanti per il Ticino? In altre parole: Vale davvero la pena “scaldarsi l’urina” per averli? La risposta è no. Nell’erario del nostro sempre meno ridente cantone non entrerebbero molti soldi in più di ora. In quello del Belpaese, per contro, ne entrerebbero eccome. Eppure la vicina Repubblica questi soldi sembra non volerli. Per noi, il vantaggio del nuovo regime sarebbe che l’aumentata pressione fiscale potrebbe avere, quale effetto collaterale, una certa funzione calmierante sul dumping salariale. Forse.

Decisamente un po’ poco. In più, con i nuovi accordi, non ci sarebbero più i ristorni dei frontalieri. Quindi il Ticino non disporrebbe più del suo unico mezzo di pressione efficace, sia verso Berna che verso Roma.

E allora, dobbiamo davvero stracciarci le vesti per i nuovi accordi che l’Italia non vuole? Prendiamone atto e procediamo come segue:

  • conferma della richiesta del casellario giudiziale e della chiusura notturna di tutti i valichi secondari;
  • applicazione rigorosa di Prima i nostri;
  • avanti con l’abolizione della libera circolazione;
  • blocco dei ristorni.

 

Lorenzo Quadri

Le fregnacce del presidente

Esplosione dei frontalieri: ci dobbiamo sorbire anche le boiate da sud

 

I dati da poco pubblicati dall’Ufficio federale di statistica testimoniano l’ennesima impennata di frontalieri in questo sempre meno ridente Cantone. Naturalmente l’aumento maggiore riguarda, ancora una volta, il settore terziario, quello dove non c’è alcun bisogno di andare a reclutare frontalieri poiché la forza lavoro ticinese basta e avanza a coprire le esigenze del settore.

E davanti a questa brutta – per quanto prevedibile: e sappiamo chi ringraziare, ossia la libera circolazione e chi l’ha voluta e continua a volerla – notizia, dobbiamo pure sorbirci i commenti del piffero in arrivo da sud. Primo fra tutti quello di Raffaele Cattaneo, presidente del Consiglio regionale della Lombardia, il quale non ha trovato di meglio che uscirsene con la seguente bestialità: “I frontalieri aumentano perché il Ticino ne ha bisogno”.

Cattaneo, ma non ti vergogni a raccontare simili balle solo per titillare l’ego dei tuoi elettori frontalieri?

Delle due l’una: o il presidente del Consiglio regionale della Lombardia è del tutto ignorante – colpevolmente ignorante! – della situazione in Ticino, oppure fa finta di esserlo.
Chiaro: per i politicanti del Belpaese è più facile raccontare la fregnaccia che in Ticino non si troverebbero residenti disposti a lavorare nel settore terziario (!) piuttosto che ammettere la propria incapacità di creare impieghi in Italia per gli italiani. La conseguenza di questa incapacità, in regime di devastante libera circolazione, è l’esplosione del frontalierato con le note conseguenze (soppiantamento e dumping salariale) che avvelenano i rapporti tra Ticino e Penisola. Giustamente avvelenano: perché se qualcuno pensa che siamo disposti ad assistere allo sfascio del nostro mercato del lavoro senza fare un cip, non ha capito da che parte sorge il sole.
E’ evidente che Cattaneo e soci sono parte del problema: invece di rendersi conto che le cose non funzionano, vanno in giro a raccontare la fandonia dell’economia ticinese che avrebbe bisogno di 65mila frontalieri, prendendoci per scemi. Ma cosa stiamo a discutere con simili integralisti della boiata? Chiudiamo i valichi anche di giorno che facciamo prima.
E avanti con Prima i nostri!

Lorenzo Quadri

I 7 scienziati: “non sappiamo e non vogliamo sapere”

Stranieri e frontalieri nelle ex regie federali? Il Consiglio federale se ne impipa!

 

E’ evidente che, sull’assunzione di frontalieri e di stranieri da parte delle ex regie federali, la voglia di trasparenza del governo, e soprattutto la voglia di applicare la preferenza indigena (che, piaccia o non piaccia, è iscritta nella Costituzione federale, nel famigerato articolo 121 a), è pari a zero. Probabilmente ancora inferiore.

In effetti, per quel che riguarda i dipendenti stranieri delle ex regie,  il CF – a cui chi scrive ha chiesto ulteriori informazioni – si limita a ripetere le cifre già indicate rispondendo all’interpellanza del Consigliere agli Stati Minder. Però il governo procede ad un’operazione cosmetico-illusionistica: un po’ come i prezzi a 9.95. Così questa volta, invece di indicare quanti dipendenti stranieri hanno FFS, Swisscom, Posta e Ruag, il CF indica la percentuale di svizzeri. Che sono rispettivamente 85,4%, 82%, 84% e 90%. Forse si immagina che girate così le cifre presentino meglio. Ma, pur rivoltate, le percentuali indicano sempre che i dipendenti stranieri sono il 14,6% per le FFS, il 18% per la Swisscom, il  16% per la posta e il 10% per la Ruag. In questi termini, le percentuali hanno un impatto diverso. Chissà se nei paesi a noi vicini si trovano “quote estere” analoghe? Qualche dubbio nasce.

Un quinto di stranieri

Fatto sta che la Swisscom ha quasi un quinto di dipendenti stranieri, e la Posta segue a ruota. Scusate se è poco. Per creare ulteriori fumogeni, il governo ben si guarda dal precisare lo statuto di questi stranieri: quanti di essi sono titolari di permessi C? Quanti hanno un permesso B? Quanti sono frontalieri? Quanti stranieri hanno “staccato” il loro permesso al momento dell’assunzione presso le ex regie? Quanti, invece, erano già presenti sul mercato del lavoro elvetico? La risposta a tutte queste domande, non proprio irrilevanti, manca. Manca rumorosamente.

Un paio di cose però sono chiare:

La prima l’abbiamo evidenziata nelle scorse settimane, ossia: questo 18% di dipendenti stranieri della Swisscom, questo 16% di stranieri alla Posta, chi sono? Che qualifiche hanno? Tutti profili “che non si trovano in Ticino”, come il torinese al centro di dialettologia? Visti i campi d’attività delle aziende che ai tempi felici componevano le gloriose PTT, un argomento del genere non regge granché; siamo al livello delle Beltragiustificazioni per il mandato all’Argo1. In effetti, la Posta e la Swisscom non devono dimostrare l’esistenza del Bosone di Higgs. E non devono nemmeno mandare razzi su Marte. Che non trovano in Svizzera il personale con i requisiti richiesti, lo vanno a raccontare a qualcun altro.

La seconda: è palese che da parte del Consiglio federale non c’è alcuna intenzione di imporre alle ex regie federali di applicare la preferenza indigena. Le fumogene dichiarazioni governative servono solo a tutelare lo statu quo. Che dà piena libertà alle aziende di assumere stranieri. Questa infatti la pomposa dichiarazione: “Il Consiglio federale si aspetta che le aziende pratichino una politica del personale progressista e responsabile socialmente, e che offrano condizioni di assunzione che assicurino la loro concorrenzialità. Questo include anche un’alta sensibilità per il mercato del lavoro svizzero”. Insomma, il festival del burocratese. Ma alla domanda più importante, ossia: perché il Consiglio federale non dà chiare disposizioni alle aziende controllate dalla Confederazione affinché applichino la preferenza indigena?, la risposta è il silenzio. Citus mutus! E qui sta il punto. Il governo non indica né prospetta alcun cambiamento. Si va avanti come se  l’articolo 121 a non esistesse. Tutto come prima del “maledetto voto”. Il governo rifiuta schifato di applicare la preferenza indigena. Anche dove potrebbe benissimo farlo.

Frontalieri? Mistero!

Menefreghismo ancora maggiore trasuda dalla risposta sui frontalieri nelle ex regie federali. Quanti sono? L’informazione dovrebbe essere reperibile in pochi minuti, tramite qualche click. Invece, nisba. Non è possibile sapere quanti frontalieri lavorano alle ex regie federali! Ma come, burocrati bernesi: prima vi riempite la bocca con l’alta sensibilità per il mercato del lavoro svizzero e poi nemmeno siete in grado di dire quanti frontalieri hanno assunto le ex regie, controllate dalla Confederella? E allora, spiegate come cavolo fare a verificare se la richiesta (?) alta sensibilità è una realtà oppure l’ennesima fregnaccia! Qui siamo a livello di repubblica bananiera. Ma il governo è lapidario: l’informazione sui frontalieri non viene rilevata, non si trova nei sistemi, ogni azienda lavora in modo diverso. Anche utilizzando l’imposta alla fonte si otterrebbero dati incompleti, poiché non tutti i Cantoni hanno accordi di doppia imposizione con le nazioni vicine. Evviva!

Come prima

In più, ancora una volta, manca la risposta alla domanda centrale: c’è almeno l’intenzione di rilevare in futuro l’informazione sui dipendenti frontalieri delle ex regie? A tal proposito, il governo non dice nulla. Questo significa, evidentemente, che non intende intervenire.

E’ assurdo che in Ticino, con in vigore l’articolo costituzionale 121 a, con in vigore Prima i nostri, con un mercato dal lavoro devastato dall’invasione da sud provocata dalla libera circolazione, non sia possibile sapere se le ex regie federali si comportano effettivamente – nei fatti, non nei blabla – da datore di lavoro con responsabilità sociale ed attento al territorio, o se invece assumono frontalieri al posto dei ticinesi.

Contano gli utili

L’andazzo governativo appare chiaro. No alla preferenza indigena, l’importante è che Posta, Swisscom e compagnia cantante massimizzino i profitti. Così nelle capienti casse della Confederella entrano tanti bei soldoni che l’Esecutivo può utilizzare liberamente, senza alcun vincolo. Ad esempio, li può impiegare per foraggiare finti rifugiati con lo smartphone e per mandare miliardi all’estero. Capita l’antifona?

Lorenzo Quadri

In Ticino nuova impennata!

Esplode ancora il numero dei frontalieri: ma come, non erano solo “percezioni”?

 

Ma come, non erano solo “percezioni”? Ed invece, ma tu guarda i casi della vita, il numero di frontalieri è di nuovo esploso in Ticino. E solo in Ticino. Le cifre parlano chiaro. E, per l’ennesima volta, asfaltano l’IRE, Rico Maggi e gli studi farlocchi realizzati da ricercatori frontalieri (che sicuramente dispongono di “profili” che da noi non si trovano, come no).

Ennesimo record

Come abbiamo letto nei giorni scorsi, è stato infranto un nuovo record negativo: l’ennesimo. A fine marzo 2017 i frontalieri attivi in questo sempre meno ridente Cantone erano 64’670: siamo quindi a quota 65mila. L’aumento è stato dello 0,5% rispetto alla fine del 2016 e addirittura del 3.6% rispetto al primo trimestre dell’anno scorso.

Su base nazionale, invece, da gennaio a marzo i frontalieri sono calati dello 0,2%. Mentre rispetto al primo trimestre del 2016 l’aumento a livello svizzero è stato “solo” del 2.8% – quindi chiaramente inferiore a quello in Ticino. Ma naturalmente a sud delle Alpi non esiste né sostituzione né dumping salariale: sono solo balle populiste e razziste.

Va da sé che i 65mila frontalieri sono solo quelli dichiarati, ufficiali. In tale cifra, per quanto enorme, non figura, ovviamente, chi lavora in nero. E non facciamo finta di credere che il problema non esista. Rendiamo “grazie” alla politica delle frontiere spalancate ed alla conseguente perdita di controllo sul territorio!

Terziario devastato

Ancora una volta, il boom di frontalieri si registra in prima linea nel settore terziario, dove si è passati dai 38’122 del primo trimestre 2016 ai 40’206 del primo trimestre 2017. 2100 in più: quindi un aumento di oltre il 5.5%. Del resto i frontalieri nel terziario sono quadruplicati con la devastante libera circolazione delle persone. Sicché l’impennata procede allegramente proprio in quelle professioni dove non c’è alcuna carenza di manodopera ticinese. Questo ha, evidentemente, delle conseguenze disastrose sul mercato del lavoro.

Ingegneri e architetti

Da notare che tra le professioni in cui il numero dei frontalieri  è maggiormente aumentato nell’ultimo anno ci sono quelle di ingegnere ed architetto. Ed è proprio in quest’ambito che ad inizio marzo si è appreso dell’ennesimo scandalo provocato dalla libera circolazione: architetti pagati 6 fr all’ora, ovvero circa 1000 Fr al mese. Chi sono i datori di lavoro che in Ticino praticano condizioni salariali del genere? Naturalmente, i soliti furbetti dell’italico quartierino che hanno trovato nel nostro Cantone “ul signur indurmentàa”. Ma tanto gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente.

Altro ramo che ha conosciuto un’impennata: informazione e comunicazione. Uella, vuoi vedere che la facoltà di scienze della comunicazione serve a formare in Ticino studenti frontalieri che poi diventeranno lavoratori frontalieri?

E poi hanno ancora il coraggio, al di là della ramina, di accusare i ticinesi di razzismo nei confronti degli italiani? Se razzismo ci fosse, i frontalieri dovrebbero semmai diminuire. Invece crescono a ritmo esponenziale. I moralisti a senso unico non hanno nulla da dire sul tema?

I sabotatori

Il colmo è che, davanti a cifre – dell’Ufficio federale di statistica, non della Lega populista e razzista! – che si fanno sempre più allucinanti, i partiti $torici hanno ancora il coraggio di sabotare “Prima i nostri”. I kompagni spalancatori di frontiere, ad esempio, proprio in occasione del primo maggio hanno di nuovo strillato il proprio scandalizzato “no” alla preferenza indigena: perché in Ticino “devono entrare tutti”. $inistruccia e grande capitale a manina nel difendere a spada tratta la devastante libera circolazione delle persone!

E lo statuto speciale?

Le statistiche sui frontalieri divulgate nei giorni scorsi provengono dall’Ufficio federale di statistica. Si tratta quindi di numeri della Confederella. Domanda da un milione: come mai l’autorità federale, davanti a cifre allarmanti pubblicate dai suoi stessi servizi, non prevede delle misure speciali per tutelare il mercato del lavoro ticinese? Ah già: i vicini a sud non sarebbero contenti, visto che il Ticino è diventato terra di conquista per tutto lo stivale (mica solo per le fasce di confine). Inoltre qualcuno potrebbe starnazzare al “proibizionismo”. E, si sa, la priorità assoluta dei sette scienziati e della diplomazia eurolecchina è “andare d’accordo”.

Lorenzo Quadri

 

Frontalieri: +25% nella vendita

Adesso aspettiamo lo studio dell’IRE che ci spieghi che è solo una “percezione”

 

Ma come: l’esplosione del numero dei frontalieri non era, come si è premurato di spiegare il direttore dell’IRE Rico Maggi, “solo una percezione”? Ed invece, ma guarda un po’, rispondendo nei giorni scorsi ad un’interrogazione del deputato leghista Giancarlo Seitz, il Consiglio di Stato ha rilevato che  nel settore della vendita il numero dei frontalieri è aumentato addirittura del 25% in cinque anni! Ma guarda un po’! Gli addetti frontalieri nel commercio al dettaglio sono infatti passati dai 4418 del quarto trimestre del 2011 ai 5508 del quarto trimestre 2016. Apperò!

Aspettiamo il nuovo studio dell’IRE, magari realizzato da qualche ricercatore frontaliere, che venga a raccontarci che non è vero niente! Che sono tutte balle della Lega populista e razzista!

Perfino la RSI…

Il colmo è che la settimana scorsa perfino la RSI,  assai poco sospetta di simpatie leghiste e da anni organo di propaganda di regime pro-libera circolazione, ha mandato in onda, nell’ambito della trasmissione Tempi moderni, un interessante servizio sull’evoluzione dei salari nell’economia privata in questo sempre meno ridente Cantone. La pressione al ribasso negli ultimi anni è apparsa in tutta evidenza. Nel 2014 infatti il divario tra il salario mediano in Ticino e quello in Svizzera era di 1000 Fr al mese: 5125 contro 6189 a livello nazionale. Per contro, nel 2008,  quindi sei anni prima, il divario era di “soli” 850 Fr mensili.

Il dumping è realtà

Questo può evidentemente voler dire una cosa sola: che in Ticino il dumping salariale è una realtà. Le paghe diventano sempre più “lombarde” a causa dell’invasione da sud! E del resto non c’era bisogno di essere dei premi Nobel dell’economia per prevedere un’evoluzione, o piuttosto un’involuzione di questo tipo: è la semplice conseguenza della legge fisica dei vasi comunicanti.

C’è però un problemino: gli stipendi ticinesi si abbassano sempre di più poiché, grazie alla devastante libera circolazione delle persone, a pochi chilometri dal confine si trova un serbatoio pressoché inesauribile di manodopera a basso costo. Ma se i salari si “lombardizzano” – ed è evidente che, più frontalieri ci sono, più i salari si “lombardizzano “-  i costi della vita in Ticino no! E non è nemmeno vero che questi costi sono significativamente più bassi a sud delle Alpi rispetto al nord! Anzi, in Ticino i premi di (s)cassa malati, tanto per fare un esempio banale, sono più alti che in molti altri cantoni elvetici!

Quindi i ticinesi diventano sempre più poveri! La libera circolazione delle persone senza limiti ci ha ridotti al terzo mondo della Svizzera! Grazie, partiti $torici, padronato, sindacati, élite spalancatrice di frontiere, intellettualini da tre e una cicca, e compagnia cantante!

Oltretutto bisogna anche considerare che i salari di cui sopra sono quelli delle statistiche ufficiali, che non comprendono le irregolarità ed il nero. Realtà anch’esse esplose con la libera circolazione delle persone. Ma naturalmente sono solo “percezioni”…

Lorenzo Quadri

“Una mozione per chiedere misure di ritorsione”

La annuncia il deputato leghista Quadri per la sessione speciale

Lorenzo Quadri, cosa pensa dell’agitazione italiana a proposito della chiusura dei tre valichi secondari?

Che oltreconfine l’unica ad aver capito il senso del provvedimento svizzero è la Lega Nord. Gli altri o non hanno capito, o fanno finta di non capire, per poter sparare scempiaggini  sui “ticinesi razzisti”. E, naturalmente, per denigrare la Lega Nord con la ridicola accusa di essere “asservita” alla Lega dei Ticinesi. Il che è un nonsenso completo. Per quale motivo dovrebbe essere “asservita”? Cosa gliene verrebbe in tasca? E per fortuna che i populisti dovrebbero essere i leghisti…

Cosa dovrebbe fare la Svizzera davanti alla reazione italiana?

Ad esempio, potrebbe fare ciò che chiederò tramite mozione nella prossima sessione del Consiglio nazionale, quella “speciale” di inizio maggio. Ossia: mantenere la chiusura, estenderla a tutti i valichi secondari, e prendere misure di ritorsione nei confronti del Belpaese. Il Canton Ticino è uno dei principali datori di lavoro per i cittadini italiani. Non è assolutamente tollerabile che la Svizzera venga criminalizzata per un provvedimento modesto, a tutela della sicurezza, e  che rientra pienamente nella sovranità nazionale. I vicini a sud pensano di poter comandare in casa nostra, di trattarci come un loro feudo con la scusa della libera circolazione. Vanno rimessi con decisione al proprio posto. E che a Berna nessuno si sogni di calare le braghe.

A Roma dicono che la chiusura è contraria agli accordi di Schengen.

La chiusura è stata approvata dal Consiglio federale. Il CF, timorato come nessun altro di ogni organismo internazionale, violerebbe gli accordi di Schengen? Non facciamo ridere i polli…

L’ambasciatore di Svizzera a Roma è  però stato convocato d’urgenza alla Farnesina.

Con questa mossa, le istituzioni italiane si screditano da sole. Finché a fare cagnara è qualche parlamentare o sindaco in fregola di visibilità mediatica, vabbè,  fa parte del gioco. Ma che ci si metta anche il Ministero degli esteri, è preoccupante. Mi auguro almeno che l’accaduto serva ad aprire un po’ gli occhi al Consiglio federale, e alla nostra diplomazia, sulla sfacciata malafede degli interlocutori italiani.

Probabilmente però a questo punto l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri va considerato decaduto…

Ma lo era anche prima. L’Italia non ha alcuna intenzione di sottoscriverlo. Questi giorni di agitazione isterica delle forze politiche della vicina Penisola, con la sola lodevole eccezione della Lega Nord,  lo dimostrano: tutti vogliono vendersi come i protettori dei frontalieri. E’ quindi evidente che nessun partito accetterà di aumentare in modo massiccio il carico fiscale di questi ultimi, come prevedono invece i nuovi accordi. Visto che questi trattati mai vedranno la luce, il Consiglio di Stato deve a mio parere decidere subito di bloccare il pagamento dei ristorni. Anche per dare una lezione ai sindaci di quei comuni della fascia italiana di confine, che di ristorni ci vivono, ma che si sono permessi di trattarci da delinquenti. Così almeno protesteranno per qualcosa.

MDD

Tra tanti Stati-canaglia, ecco lo Stato-coniglio

Caos asilo: solo gli svizzerotti ubbidiscono imperterriti ai Diktat di Bruxelles

E’ iniziato formalmente nei giorni scorsi il divorzio della Gran Bretagna dalla  (dis)unione europea. Divorzio che sancirà la rottamazione dell’UE. Infatti dimostrerà che fuori dal carrozzone si sta meglio che dentro.

A far perdere ulteriori pezzi agli eurofalliti ci pensa  anche il caos asilo. I paesi del blocco Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) hanno ribadito il proprio njet ai piani di ricollocamento UE dei migranti – e alle sanzioni per chi, a quei piani, non aderisce.

Nulla accade

In particolare l’Ungheria prosegue per la propria strada e, dopo il filo spinato, mette in detenzione preventiva i clandestini che arrivano sul suo territorio. Naturalmente gli spalancatori di frontiere protestano indignati a Bruxelles ma, altrettanto naturalmente, a Budapest non succede niente. Perché gli ungheresi non sono mica come gli svizzerotti calatori compulsivi di braghe. Insomma gli eurofunzionarietti sbraitano a vuoto. Solo a Berna i camerieri dell’UE rimangono convinti – e tentano di far credere al popolo becero – che ogni cip da Bruxelles sia gravido di chissà quali apocalittiche conseguenze. Ed invece…

La rivolta austriaca

La novità è che adesso pure l’Austria si chiama fuori dai piani di ricollocamento dei finti rifugiati in arrivo da Italia e Grecia. Dopo aver fissato dei tetti massimi di asilanti, dopo aver potenziato alla grande la sorveglianza sul confine con il Belpaese, dopo aver – sempre nei giorni scorsi – annunciato un nuovo giro di vite ai controlli sui treni, con anche la creazione di un nuovo binario apposito al Brennersee, Vienna compie dunque un nuovo passo verso il campo dei “membri riottosi” dell’UE. Quelli che non si chinano ai diktat di accoglienza buonista-coglionista imposti da Bruxelles.

Dunque le fila degli “Stati canaglia” di ingrossano. La Svizzera rimane invece lo “Stato coniglio” per eccellenza. Infatti la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, ci fa aderire, senza che esista alcun obbligo, ai piani di ricollocamento UE.

Fateci capire: chi è (sarebbe) tenuto come Stato membro ad aderire si rifiuta, e non succede niente. Noi invece potremmo starcene tranquillamente fuori, in perfetta legalità. Però non solo la ministra del “devono entrare tutti” ci “tira dentro”, ma nei giorni scorsi ad un incontro con i ministri dell’interno dell’UE (?) ha pure ribadito ad oltranza la partecipazione elvetica ai piani di ridistribuzione di finti rifugiati. Formulando precisi impegni per il futuro. “La Svizzera manterrà le promesse fatte”, ripete ad oltranza la ministra del partito delle frontiere spalancate.

Avete capito?

Chiaro il messaggio, svizzerotti “chiusi e gretti”? Sempre più paesi UE – ultima in ordine di tempo proprio l’Austria – rifiutano i Diktat degli eurofunzionarietti sulla presa a carico dei migranti economici. La Svizzera invece, “grazie” alla compagna Simonetta, corre spontaneamente e servilmente ad aderire. “Certo padroni UE, subito padroni UE, gli svizzeri daranno l’esempio, padroni UE. Costruiremo sempre più centri d’accoglienza per finti rifugiati con lo smartphone per farvi contenti in questi tempi bui per voi così avari di soddisfazioni, padroni UE”.
E se i cittadini elvetici non fossero d’accordo? Chissenefrega, tanto a Berna mica comandano i cittadini; comandano i camerieri di Bruxelles.

La contropartita

E non è ancora finita. E’ interessante notare una particolarità: l’UE ha minacciato di tagliare i fondi comunitari agli Stati membri che rifiutano i programmi di ricollocamento di migranti economici. Non ti attieni alle regole? Niente fondi. Dare per ricevere, come si suol dire. Il ragionamento ha una logica evidente.

Peccato che poi la stessa UE pretenda dalla Svizzera il pagamento di un ulteriore miliardo di coesione, ma senza contropartita. Ed i due consiglieri federali liblab, Didier Burkhaltèèèr e “Leider” Ammann, sarebbero pronti a calare le braghe e a versarlo senza un cip! Non ancora contenta, l’UE pretende pure che la Svizzera firmi l’osceno accordo quadro istituzionale, che segnerà la fine della nostra sovranità e dei nostri diritti popolari. Naturalmente senza contropartita. La Svizzera, per usare le parole di Sommaruga, “dà l’esempio” aderendo a titolo puramente volontario ai programmi di ricollocamento dei finti rifugiati; e Bruxelles, per tutto ringraziamento, torna a sventolare lo spauracchio di liste nere e grigie di presunti paradisi fiscali.

La domanda è sempre la stessa: quando ci decideremo a mandare “affanbrodo” questi eurobalivi che ormai raccolgono pernacchie da tutti, tranne che dagli svizzerotti – è proprio il caso di dirlo – fessi?

Lorenzo Quadri

 

Perché l’IRE non studia la tassa per i frontalieri?

Altro che indagini farlocche per puntellare la fallimentare libera circolazione!

 

Sono solo “percezioni”! Ormai, pur di fare propaganda di regime pro-libera circolazione, i camerieri dell’UE non arretrano nemmeno davanti alle più acrobatiche arrampicate sugli specchi. L’Istituto ricerche economiche (IRE) è riuscito ad auto-commissionarsi (con i soldi del solito sfigato contribuente) un nuovo studio per dimostrare che in Ticino la fallimentare libera circolazione delle persone è una figata pazzesca. Solo che i ticinesotti, essendo beceri, la “percepiscono” in modo sbagliato. I problemi sul mercato del lavoro? L’invasione di frontalieri e padroncini? Tutte balle della Lega populista e razzista!

Sicché l’istituto diretto dal buon Rico Maggi, invece di volteggiare tra le vette dell’eccellenza scientifica, s’impegola nel tentativo di dimostrare ciofeche del seguente tenore (tratta pari-pari dalle conclusioni dello studio): “coloro che leggono il Mattino, 20Minuti o seguono Ticinonline e Ticinonews (quindi testate, a parte ovviamente la prima, che certamente NON sono di orientamento leghista, ndr), hanno una maggiore probabilità di condividere affermazioni negative (sulla presenza dei frontalieri). Lo stesso vale per coloro che consultano un numero maggiore di media. Al contrario, coloro che leggono il Caffè hanno una minor probabilità di condividere affermazioni negative”.

Dove sia andato l’IRE a trovare degli interlocutori che leggono solo il Caffè è un mistero: si tratterà di frontalieri? Comunque tale risultato serve semmai a confermare che il Caffè è un settimanale contro il Ticino.

“Percezioni”

Non stiamo qui a ripetere di nuovo le cifre, nude e crude e soprattutto ufficiali, dell’invasione da sud in Ticino. Cifre che non sono “percezioni”. Cifre che descrivono un mercato del lavoro allo sfascio e  un’immigrazione andata interamente fuori controllo. Parlare, a tal proposito, di “percezioni” significa essere davvero all’ultima spiaggia. L’ultima spiaggia della propaganda di regime che è ormai giunta a negare l’evidenza.

Chiudere baracca

Fa “piacere” vedere l’IRE, ovvero un istituto universitario riccamente foraggiato con i soldi del contribuente, che invece di ricercare delle soluzioni per migliorare il mercato del lavoro ticinese sfasciato dalla libera circolazione, utilizza le proprie risorse  – ed i nostri franchetti – per fare propaganda POLITICA a sostegno della medesima.

Ma un centro di competenze (uella) quale l’IRE, è stato voluto per dare un contributo alla soluzione dei problemi di questo sempre meno ridente Cantone o per negarli, oltretutto utilizzando la solita trita fregnaccia della balla populista e razzista?

Come abbiamo già avuto modo di dire: se l’IRE, come del resto la SECO, serve a fare propaganda di regime a sostegno della libera circolazione delle persone, chiudiamo baracca che così si risparmia!

Qualcosa di concreto

Invece di arrampicarsi sui vetri per reggere la coda alla libera circolazione, l’IRE si potrebbe dedicare ad attività ben più costruttive. Ad esempio: il prof Reiner Eichenberger dell’Università di Friburgo ha pubblicamente dichiarato che introdurre una tassa d’entrata per frontalieri “sa pò”. Eichenberger, come docente universitario, ha una reputazione accademica da difendere e quindi, se dice che una tassa per frontalieri è fattibile, ci sono buoni motivi per ritenere che sia proprio così.

Ebbene, l’IRE potrebbe impegnarsi in uno studio che formuli delle proposte concrete  per realizzare la tassa per frontalieri ipotizzata dall’economista friburghese. Perché il Consiglio di Stato non gli dà questo mandato, così magari  Rico Maggi & Co produrranno finalmente qualcosa di utile? Oppure all’IRE farebbero obiezione di coscienza davanti ad una richiesta del genere, poiché ben riforniti di collaboratori con domicilio nel Belpaese?

Aggravante

Il problema degli studi farlocchi di Maggi & Co a sostegno delle frontiere spalancate non è solo l’utilizzo improprio di fondi pubblici per trattare i ticinesi (per lo meno quel 70% che ha plebiscitato il 9 febbraio) da psicolabili con percezioni alterate. Un problema ulteriore e anche più grave è il danno che arrecano al Cantone. Perché serve a tanto che i rappresentanti del Ticino a Berna (almeno alcuni) si sforzino di sensibilizzare la capitale federale sui disastri fatti in Ticino dalla libera circolazione delle persone e sulla necessità di porvi rimedio prima che salti per aria tutto, se poi arriva non già la solita SECO al soldo del ministro  PLR “Leider” Ammann – quello che, assieme al suo collega di partito e di governo Burkhaltèèèèr vorrebbe pagare senza un cip un ulteriore miliardo di coesione agli eurofalliti – ma l’IRE, con il crisma di istituto universitario ticinese a sostenere che sono tutte balle populiste e razziste e che in realtà l “l’è tüt a posct”. Ovvio che, ai camerieri bernesi di Bruxelles  alla ricerca spasmodica di pretesti per sbattersene dei problemi del Ticino, gli studi-fetecchia dell’IRE servonno un assist che vale oro. E il contribuente ticinese dovrebbe continuare a pagare per questo genere di prestazioni?

Lorenzo Quadri

Disoccupazione dei frontalieri: Ticino di nuovo fregato?

Da tre mesi sono noti i piani degli eurobalivi. Eppure a Berna nulla sembra muoversi

Ma guarda un po’. Da dicembre non si hanno più notizie al proposito dell’ennesima vigliaccata degli eurofalliti ai danni della Svizzera, che ricompensano così i loro camerieri bernesi per anni di slinguazzante servilismo.

Il tema è la disoccupazione dei frontalieri. La Commissione UE vorrebbe infatti che a pagare le loro indennità non fosse più lo Stato di residenza, come ora, bensì quello in cui i frontalieri hanno lavorato. Oggi gli oltre 314’000 frontalieri attivi nel nostro Paese pagano i loro contributi in Svizzera, ma ricevono le indennità dallo Stato in cui vivono. In cambio la Svizzera versa ai Paesi di residenza dei frontalieri un indennizzo pari a 3 mesi di disoccupazione per chi ha lavorato meno di un anno, o a 5 mesi per chi ha lavorato di più. L’UE mira adesso a cambiare le carte in tavola. Naturalmente a nostro svantaggio. E ti pareva!

Spese per centinaia di milioni

Non basta che l’invasione da sud, conseguenza della devastante libera circolazione delle persone, provochi sostituzione e dumping salariale. Tant’è che nell’anno di disgrazia 2016 il numero di frontalieri in questo sempre meno ridente Cantone è aumentato di 2000 unità, ormai siamo quota 65’000, e contemporaneamente in Ticino ci sono 1000 persone in assistenza in più. Adesso secondo gli eurofalliti dovremmo anche pagare la disoccupazione ai frontalieri. Ne conseguirebbero spese per centinaia di milioni (a livello federale) con conseguente necessità di potenziare gli uffici regionali di collocamento: e questi costi se li sobbarcherebbe il contribuente ticinese.

Ticino nella palta

Per l’ennesima volta, dunque, a ritrovarsi immerso nella palta sarebbe il Ticino, visto che qui c’è oltre il 20% del totale dei frontalieri presenti in Svizzera. Oltretutto, se il “cambiamento di paradigma” dovesse passare così come vogliono gli eurofunzionarietti, punto primo tutti i frontalieri si iscriverebbero agli URC beneficiando così delle misuricchie di sostegno ai disoccupati decise nell’ambito della (non) applicazione del 9 febbraio (altro che aiutare i residenti), e soprattutto molti frontalieri potrebbero scegliere di mettersi in disoccupazione… per poi magari lavorare in nero oltreconfine.

Il regalo

Ironia della sorte, la “lieta novella” è arrivata in dicembre, in contemporanea con la rottamazione del “maledetto voto” del 9 febbraio ad opera dei Giuda della partitocrazia. Un’operazione che ha mandato in brodo di giuggiole gli eurobalivi: probabilmente nemmeno loro si aspettavano una calata di braghe così integrale ed incondizionata. Ed ecco il ringraziamento: un nuovo calcione di Bruxelles sulle gengive degli svizzerotti.

Togliersi la paglia dal…

Ormai sono tre mesi che le intenzioni di Bruxelles a proposito delle indennità di disoccupazione dei frontalieri sono note. Eppure a Berna tutto tace. Il che non è certo buon segno. Non sempre nessuna nuova uguale buona nuova. Se dalle cupole federali non filtra nulla, spesso vuol dire, semplicemente, che non si sta facendo nulla. E a questo punto ci sono solo tre possibilità.

I sette scienziati:

  • Non hanno capito la portata del problema;
  • Hanno capito ma se ne impipano;
  • Sanno già che caleranno le braghe e quindi cercano di farlo con il minor clamore possibile.

E’ in ogni caso doveroso che il Ticino si tolga la paglia dal “lato b”, onde evitare di farsi infinocchiare per l’ennesima volta. Chi scrive ha presentato un atto parlamentare sul tema ma, evidentemente, non basta. Anche il Consiglio di Stato deve farsi sentire.

Una certezza

Almeno una cosa, tuttavia, è certa: se dovessimo beccarci l’ennesima fregatura europea, il minimo che questo Cantone può fare è bloccare i ristorni dei frontalieri a compensazione dei maggiori costi che si troverebbe a fronteggiare. Anzi, il blocco è meglio deciderlo subito, visto che il treno passa solo una volta all’anno nel mese di giugno. Sicché vediamo di non perderlo per l’ennesima volta.

Lorenzo Quadri

Le perle dell’IRE: “65mila frontalieri? Solo una percezione”

Anche noi abbiamo una “percezione”: che Rico Maggi ci stia prendendo per il lato B

L’Istituto ricerche economiche dell’USI continua a produrre propaganda pro-libera circolazione, pagata con i nostri soldi

Ma guarda un po’: è online da qualche giorno sul sito internet dell’IRE, ma ben pochi se ne sono accorti, la nuova indagine dell’Istituto ricerche economiche sui frontalieri in Ticino. O piuttosto, il complemento del famoso “studio”, realizzato da ricercatori frontalieri, da cui – chissà come mai – emergeva che il soppiantamento di ticinesi con frontalieri e il dumping salariale erano tutte balle populiste e razziste.

L’obiettivo di queste indagini è sempre lo stesso. Dimostrare che l’assalto da sud al mercato del lavoro ticinese non è un problema, sono tutte balle della Lega populista e razzista!

Sono solo “percezioni”, per usare il termine dell’IRE!

Tutte percezioni?

Eh già, 65mila frontalieri, di cui 40mila nel terziario, sono una “percezione”. Il fatto che in Ticino il 27.1% (quindi quasi il 30%) dei lavoratori siano frontalieri, è una “percezione”. La presenza in Ticino del 20,2% della totalità dei frontalieri attivi in Svizzera, è una percezione. 8000 ticinesi in assistenza sono una “percezione”. Le targhe azzurre che saturano strade ed autostrade sono un’illusione ottica!

Per non parlare poi dei padroncini (tutti in nero) che costituiscono ancora un discorso a parte. Ma anche questa è una forma di frontalierato. Non solo. Le cifre ufficiali dei frontalieri sono taroccate verso il basso, poiché non tengono conto dei permessi B farlocchi. Ovvero, cittadini d’oltreconfine che creano una residenza fittizia in Ticino per non figurare come frontalieri: un trucchetto molto gettonato tra chi lavora nello Stato, nel parastato e nella piazza finanziaria di questo sempre meno ridente Cantone; e, ovviamente, anche dai rispettivi datori di lavoro, nel caso fossero chiamati ad esibire una qualche statistica sulla provenienza dei propri dipendenti.

Realtà alternativa?

Quindi delle due l’una. O le “percezioni distorte” (a fini di propaganda pro-libera circolazione) sono quelle del direttore dell’IRE Rico Maggi, oppure Maggi vive in una realtà alternativa, da pubblicità del Mulino bianco, fatta di prosperità, di piena occupazione, di famigliole felici e di uccellini che cinguettano. In questo caso, gli chiediamo di indicarci come si fa a raggiungerla, questa realtà alternativa, così ci andiamo anche noi.

Pure noi comunque abbiamo una “percezione”, ossia che l’IRE con i suoi studi pro-frontalierato ci stia prendendo sontuosamente per i fondelli.

A proposito: ma anche questa nuova ricerca sarà stata effettuata da collaboratori frontalieri, come la precedente?

Chi ha commissionato?

Che il direttore dell’IRE Rico Maggi tenti in ogni modo di far passare la propria personale posizione pro frontiere spalancate è umanamente comprensibile. Ma che un istituto universitario di ricerca, finanziato dal contribuente, si arrampichi sui vetri per tentare di negare l’evidenza – con l’obiettivo politico di reggere la coda alla deleteria libera circolazione delle persone – è  ben poco professionale (per usare un eufemismo).
Domandina finale: ma chi ha commissionato all’IRE il nuovo approfondimento propagandistico? Il Dir Maggi se lo è commissionato da solo per trasmettere il proprio Verbo d’”apertura” al volgo ticinese “chiuso e becero”? E nümm a pagum?

Lorenzo Quadri

“Fai il frontaliere, conviene!”

Grazie partitocrazia! Ecco il bel regalo che hai fatto al Ticino con i bilaterali

Gli annunci di lavoro ci spiattellano in faccia le conseguenze della libera circolazione. E i soldatini dei partiti storici hanno ancora il coraggio di fare le verginelle offese

Nei giorni scorsi è stato segnalato sul portale Tio un annuncio di lavoro di un’azienda, guarda caso italiana, che cerca collaboratori  allettandoli in questo modo: “l’azienda si trova in Ticino, il candidato ha quindi la possibilità di valutare se lavorare come frontaliere, il che comporterà un forte vantaggio economico”. Ma guarda un po’! Capito come funzionano le cose in regime di devastante libera circolazione delle persone? Altro che “prima i nostri”: prima gli altri!

Ed ecco l’ennesimo esempio di azienda italica che sbarca in Ticino e “predilige” (per usare un eufemismo) l’assunzione di frontalieri. Poi ci chiediamo come mai ne abbiamo 65mila.

Un’ovvietà

Il bello, o il brutto, è che l’annuncio in questione contiene in realtà un’ovvietà. Ossia che fare il frontaliere conviene. Poiché grazie al differenziale tra il costo della vita al di qua e al di là della ramina, i frontalieri possono fare concorrenza sleale ai lavoratori residenti. Sicché è inutile che esponenti della partitocrazia spalancatrice di frontiere, rispettivamente i loro soldatini sistemati nelle istituzioni, davanti ad annunci come quello di cui sopra facciano le verginelle offese e strillino allo scandalo. Perché quello che succede era ampiamente previsto e predibile.

“Stigmatizziamo” gli spalancatori di frontiere

Ad esempio il direttore della divisione dell’economia del DFE Stefano Rizzi  al medesimo portale dichiara: “annunci simili ci preoccupano, li stigmatizziamo assolutamente”. Noi invece “stigmatizziamo” questo modo di prendere la gente per i fondelli! E “stigmatizziamo” gli spalancatori di frontiere! Annunci simili, caro Rizzi, sono una semplice descrizione della realtà. Realtà creata  da chi ha voluto la libera circolazione delle persone. Vertici del DFE compresi. Ma come: prima si eleva la libera circolazione a dogma intoccabile, si sfornano ricatti e terrorismo di regime a favore dei bilaterali, e poi per lavarsi la coscienza si “stigmatizzano” le loro conseguenze, che erano ovvie fin dall’inizio?

Chiaramente, e a maggior razione, il discorso vale anche per gli esponenti di quei partiti che vogliono la libera circolazione, che combattono prima i nostri, e poi davanti agli annunci di lavoro diretti ai frontalieri fingono di scandalizzarsi credendo di guadagnare in questo modo facili consensi. Ma i ticinesi “non sono mica scemi”. Sicché, quando il DFE dirà chiaro e tondo che la libera circolazione va disdetta, i suoi funzionari dirigenti targati PLR potranno essere credibili nello “stigmatizzare assolutamente” certi annunci di lavoro. Prima proprio no. Prima possono solo recitare il mea culpa. Il resto sono storielle.

Ci vogliono i muri

Più interessante, per quanto anch’essa non certo originale, la posizione dell’esperto di risorse umane, pubblicata sempre sul portale Tio. Eccola: “Fintanto che i frontalieri godono in Italia di una tassazione più vantaggiosa rispetto agli altri lavoratori italiani, un datore di lavoro può legittimamente fare presente questa opportunità”. Appunto. I frontalieri pagano molte meno tasse rispetto ai loro connazionale che lavorano in patria. Senza che esista, per questo privilegio, uno straccio di giustificazione plausibile. Gli italiani che lavorano in Italia sono di conseguenza chiamati a compensare con le loro imposte quel che i frontalieri non pagano. Nessun politicante del Belpaese ha nulla da dire? Ad esempio: la mamma della Comi non le ha spiegato niente al proposito?.

Seconda affermazione interessante: “l’unica soluzione è la logica Trumpista di costruire muri di separazione tra sistemi. Ma la Svizzera è un paese esportatore. E se si affermasse la logica delle frontiere, avrebbe più svantaggi che vantaggi”. Ad essere interessante è ovviamente solo la prima frase. Le due seguenti sono fole. Per esportare non c’è affatto bisogno della libera circolazione delle persone. Gli accordi conclusi con la Cina, ad esempio, mica la contemplano. La Svizzera era paese esportatore assai prima di sottoscrivere lo sciagurato accordo sulla libera circolazione. Ed esportava anche più di adesso.

Lorenzo Quadri

 

 

Frontalieri, nuovo record! Ormai sono quasi 65mila!

Ma intanto i politici preferiscono fare i Derrick dei poveri sull’Ufficio migrazione

Ohibò, ma chi se lo sarebbe mai aspettato! In questo sempre meno ridente Cantone i frontalieri sono aumentati di quasi 2000 unità nel corso del 2016! Lo dice l’ultima pubblicazione dell’Ufficio federale di statistica, non la Lega populista e razzista. Sicché il numero di frontalieri in Ticino a fine 2012 era di 64’327, contro i 62’470 dell’anno precedente. Un nuovo record! Evvai! Avanti così che tra qualche mese festeggiamo i 65mila! Ma come, la stampa di regime non ci ha rifilato tutta una serie di titoloni in cui con la massima enfasi si sottolineava che i frontalieri sarebbero in calo per cui, beceri populisti, basta prendersela con la libera circolazione che è una figata pazzesca?

E invece…

Permessi B farlocchi

Ovviamente nella statistica non figurano i frontalieri occulti. Ossia i permessi B farlocchi, che risultano ufficialmente domiciliati in Ticino (magari in quattro uomini in un due locali: unioni registrate in aumento?) ma in realtà rientrano ogni sera all’italico paesello, dove vivono moglie e figli. Se pensiamo che, almeno fino a qualche anno fa, perfino un direttore di una scuola media cantonale (!) – dipendente del DECS! Altro che “Prima i nostri”! – si trovava in tale situazione…

L’escamotage di cui sopra è particolarmente gettonato nella piazza finanziaria per truccare le statistiche sui collaboratori frontalieri.

I burocrati si contraddicono

Il bello della vicenda è che le cifre sui frontalieri appena pubblicate sono quelle dell’Ufficio federale di statistica (UST). Sicché i burocrati bernesi si contraddicono tra loro.

Da un lato la SECO (segretariato di Stato dell’economia) che, a suon di indagini (?) taroccate sull’occupazione, nega che l’invasione da sud generi soppiantamento e dumping salariale.  La SECO è supportata in questo dall’IRE, che commissiona a ricercatori frontalieri degli studi da cui emerge, chissà come mai, che i frontalieri non sono un problema.

Dall’altro troviamo l’Ufficio federale di statistica il quale, diversamente dalla SECO, non ha molto margine per inventarsi sistemi di misurazione creativi con l’obiettivo di negare l’evidenza e fare propaganda pro-libera circolazione: l’UST deve contare i permessi G col pallottoliere.

Dati allarmanti

E dalla conta col pallottoliere emergono risultati sempre più allarmanti:

  • In Ticino il 27.1%, quindi quasi il 30%, dei lavoratori è frontaliere. La media nazionale, per contro, è del 6.3%.
  • I frontalieri in totale in Svizzera sono 318’500; in Ticino sono 64’327. Questo vuol dire che in Ticino troviamo il 20.2% dei frontalieri presenti a livello nazionale. Peccato che la popolazione ticinese sia il 5% di quella Svizzera!
  • Il problema ticinese è incommensurabilmente più grave di quello di altri cantoni di frontiera: nella regione del Lemano gli occupati frontalieri sono il 12.3%, nella Svizzera nordoccidentale il 10.8% del totale.
  • Davanti a queste cifre c’è ancora qualcuno che si meraviglia e starnazza al “razzismo” se i ticinesi non fanno salti di gioia quando vedono delle targhe azzurre? Ma andate a Baggio a suonare l’organo!
  • La colpa delle “tensioni” con il Belpaese è di chi ha provocato l’invasione da sud e, prendendo a schiaffi la volontà popolare, rifiuta di arginarla.
  • Nel corso del 2016 i frontalieri sono aumentati di 2000 unità, e il numero delle persone in assistenza in Ticino di 1000. Ma naturalmente non c’è alcun nesso tra le due cose, nevvero spalancatori di frontiere?

La partitocrazia contro Prima i nostri

Intanto, dopo aver rottamato il 9 febbraio, il triciclo PLR-P$$-PPD immagina di poter fare lo stesso con “Prima i nostri”, iniziativa votata dal popolo contro il volere della partitocrazia. Addirittura il presidente del P$ (Partito degli Stranieri) inveisce scandalizzato contro Norman Gobbi per la famosa frase: “è stato un errore assumere un italiano all’ufficio della migrazione”. Certo, perché secondo i kompagni bisogna assumere stranieri! Altro che Prima i nostri: Prima gli altri! L’esempio da seguire è quello del torinese al centro di dialettologia. Centro che guarda caso ha un direttore P$ ed è inserito nel dipartimento P$. Idem dicasi per PLR e PPD, con quest’ultimo che si produce in piroette circensi, girandosi e rigirandosi meglio di una foca ammaestrata: prima contribuisce al tradimento della volontà popolare sul 9 febbraio, poi però finge di lanciare il referendum cantonale contro l’infame ciofeca uscita dalle Camere federali, però contemporaneamente è contrario  a Prima i nostri!

Risultati?

Per il momento non sembra che la famosa commissione parlamentare per l’attuazione di Prima i nostri stia producendo risultati spettacolari. Magari, anche alla luce degli ultimi dati dell’UST (non della Lega populista e razzista) sui frontalieri, sarebbe il caso di darsi una mossa. Perché la situazione da sola non migliora e nemmeno rimane stabile, bensì degenera.

Piccoli Sherlock Holmes?

E non vorremmo che  l’ammucchiata PLR-PPD-P$, adesso che si è messa in testa di giocare al piccolo Sherlock Holmes sul caso “Ufficio migrazione” tramite la famosa sottocommissione speciale di’inchiesta (naturalmente il disegno è sempre lo stesso: montare la panna ad oltranza per dare politicamente addosso all’odiato leghista Norman Gobbi: perché per altri dipartimenti “visitati” dalla Magistratura mica si sono messe in piedi commissioni speciali parlamentari, che peraltro mai hanno cavato un ragno dal buco) perdesse di vista il suo compito! Che non è certo quello di fare l’ispettore Derrick dei poveri, perché per le indagini c’è il Ministero pubblico. Si dedichino piuttosto, i politicanti, alla tutela del mercato del lavoro ticinese dall’INVASIONE da sud. E alla promozione delle occasioni di lavoro per i ticinesi. Perché è questo che si aspettano i cittadini che hanno plebiscitato “Prima i nostri”.

Ah già, ma sappiamo che la partitocrazia non vuole la preferenza indigena. Invece vuole, fortissimamente vuole, sabotare l’odiata Lega ed i suoi esponenti.

Lorenzo Quadri

Lavoro: le cifre inquietanti dell’invasione da sud!

9 febbraio gettato nel water e le statistiche farlocche della SECO sull’occupazione

9 febbraio 2017: giorno che avrebbe dovuto segnare la fine della devastante libera circolazione senza limiti e l’inizio di una nuova era. Anche e soprattutto per quel che riguarda l’occupazione ed il mercato del lavoro. Invece il 9 febbraio 2017 suggella la fine dei diritti popolari in Svizzera. Che lo scorso dicembre a Berna sono stati vergognosamente calpestati dal triciclo PLR-P$$-PPD e partitini di contorno.

Le frottole della SECO

E proprio lo scorso giovedì 9 febbraio, ma tu guarda i casi della vita, la SECO se ne è uscita con una delle sue improbabili statistiche. Dalla quale emerge che in Svizzera la disoccupazione è aumentata rispetto a 12 mesi fa. Anche in Ticino la disoccupazione risulta in crescita dello 0,1% tra dicembre 2016 e gennaio 2017. Ma naturalmente per i pubblicisti della Segreteria di Stato per l’economia “l’è tüt a posct”. Del resto l’ha ormai capito anche il Gigi di Viganello che la SECO serve solo a fare propaganda pro-UE e pro-libera circolazione, con i soldi dei contribuenti (100 milioni all’anno).

Sempre peggio

Secondo la SECO, attualmente il tasso di disoccupazione in questo sempre meno ridente Cantone sarebbe “solo” del 4%, ovvero lo 0,2% in meno rispetto al gennaio del 2016. La media nazionale è del 3.7%. Quindi il Ticino sarebbe sopra solo dello 0.3%. Uella! Peccato che dai dati ILO, che vengono usati internazionalmente, emerga come al solito un’altra storia. E meglio:

  • nel terzo trimestre del 2016 in Ticino la disoccupazione ILO è stata del 6.9%. Quindi stiamo parlando di quasi il doppio (!) della percentuale strombazzata dagli spalancatori di frontiere della SECO. La Lombardia risultava invece al 6.7%…
  • Sempre nel terzo trimestre del 2016, la disoccupazione ILO in Svizzera era del 4.8%. Sicché il divario tra il Ticino e la media nazionale è di oltre il 2%; altro che dello 0.3% della SECO.
  • Nel terzo trimestre del 2015, la disoccupazione ILO in Ticino era del 6.8%. Sicché rispetto ad un anno fa c’è stata una crescita. E non certo un calo, come vorrebbe raccontarci la SECO.

L’invasione da sud

Già che ci siamo, aggiungiamo qualche dato in relazione all’invasione da sud che da anni il Ticino subisce. Quella che al più tardi lo scorso giovedì avrebbe dovuto essere arginata. Invece andrà avanti ad imperversare ad oltranza, grazie alla partitocrazia. Gli elettori se ne ricordino quando gli sguatteri di Bruxelles che hanno gettato nel water il 9 febbraio torneranno a mettere fuori il faccione per accattare voti.

– Nel 2016 i lavoratori notificati (ovvero padroncini e distaccati) sono stati 26’516, contro i 25’576 dell’anno precedente. Nel 2006 erano 8’785 (sic!).

  • Le giornate di lavoro svolte dai notificati sono state 708’670 nel 2016, contro le 665’184 del 2015 e le 289’741 del 2006.
  • Nel terzo trimestre 2016 i frontalieri attivi in Ticino erano 62’246. Nel secondo trimestre erano invece 62’171. Ohibò: come mai la stampa di regime, sempre pronta a spiattellare titoloni in prima pagina ad ogni calo di un paio di unità, non ha nulla da dire al proposito?
  • Ancora più interessante il dato dei frontalieri nel settore terziario, ovvero quello in cui si sostituiscono ai residenti. Siamo passati dai 37’912 del terzo trimestre 2015 ai 38’072 del secondo trimestre 2016 ai 38’336 del terzo trimestre 2016. Quindi la crescita continua, e alla grande! E con essa il soppiantamento ed il dumping salariale. Ma naturalmente la stampa di regime… citus mutus!
  • Nel 2000, quindi non nell’antichità classica, i frontalieri nel terziario erano circa 10mila mentre oggi sono quasi 40mila. Ormai siamo vicini alla quadruplicazione!
  • E poi qualcuno ha ancora il coraggio di dire che non è in atto alcuna invasione da sud, ma quando mai, sono tutte balle della Lega populista e razzista?

I suicidi

E’ quindi evidente che il nostro mercato del lavoro è andato a ramengo. E sempre per una strana casualità nei giorni scorsi è stata pubblicata dai giornali italiani una notizia di cronaca molto triste, poi ripresa anche dal Mattinonline e da LiberaTV: un trentenne di Udine si è suicidato perché non aveva lavoro ed era stufo di ricevere porte in faccia. Qualche esponente della partitocrazia spalancatrice di frontiere pensa forse che episodi del genere non succedano anche in Ticino? Qui c’è qualcuno – parecchi qualcuno – che farebbe meglio a farsi un esame di coscienza. Altro che scrivere post lacrimevoli sul drammatico evento e poi propagandare la libera circolazione! Vero kompagno Canetta direttore della RSI?

Lorenzo Quadri

Ma Oltreconfine non se ne accorge nessuno?

Privilegi fiscali dei frontalieri rispetto agli altri italiani

 

Quando si dice farsi male da soli! Dopo 7 anni di inattività è stato ripristinato il sindacato dei frontalieri, ovvero il Consiglio sindacale interregionale di Lombardia, Piemonte e Canton Ticino.

E da dove è venuta la prima reazione negativa? Dall’Associazione frontalieri Ticino! Il suo presidente Eros Sebastiani ha detto papale papale alla Prealpina: “questi (gli esponenti del resuscitato sindacato) sono quelli che per equità volevano tassarci come gli italiani (sic)”.

Ah ecco! Perché, i frontalieri non sono forse degli italiani residenti in Italia, e che pertanto sono confrontati con i costi della vita della Vicina Penisola, mica con quelli svizzeri? E allora ci  spieghi il Sebastiani perché non sarebbe equo – anzi doveroso – che pagassero le tasse come i restanti cittadini italiani che vivono e che lavorano nel Belpaese!

Autogoal

Ed infatti Sebastiani commette un pacchiano autogoal. Nella fretta di mettere in cattiva luce i nuovi venuti, solleva la questione fiscale, ma non trova uno straccio di argomento plausibile a giustificazione dello stato quo, quindi del privilegio fiscale dei frontalieri. La sua spiegazione è infatti la seguente: “noi non siamo uguali agli altri, siamo gli unici che lavoriamo in uno stato extracomunitario e abbiamo delle peculiarità uniche (?)”. Il che non vuole dire assolutamente un tubo! Limitandosi a ripetere parole come “unico” e “peculiare” non si va molto lontani. Quali sarebbero le peculiarità che giustificano un trattamento fiscale smaccatamente di favore per i frontalieri, che già guadagnano più degli altri loro connazionali? Risposta: non ce ne sono proprio! Non certo la distanza dal posto di lavoro, perché ci sono italiani che lavorano in patria che percorrono anche più chilometri per la “pagnotta”.

Quel che stupisce

L’aspetto sorprendente non è tanto che i frontalieri non vogliano pagare più imposte (ovvio). E’ che nessun “non frontaliere” sollevi la questione. Il regime fiscale privilegiato, e del tutto ingiustificato (come visto, nemmeno l’Associazione di riferimento riesce a tirar fuori una scusa plausibile) fa mancare vagonate di milioni all’erario del Belpaese. Non ci pare che la vicina Penisola abbia soldi da sbatter via. E dunque? Tutti i politici del Belpaese sono asserviti agli interessi dei frontalieri? Questi ultimi sono di sicuro tanti (troppi); ma la maggioranza non sono gli altri? Dove sta l’inghippo?

Un aspetto positivo

La nascita del sindacato dei frontalieri dunque almeno un aspetto positivo l’ha avuto. Ha rilanciato – suo malgrado – il tema della fiscalità privilegiata di questi ultimi. Ciò grazie alla scarsa accortezza di un rappresentante della categoria (che forse teme che la ripristinata realtà sindacale gli tolga dei seguaci). Chissà che non sia la volta buona per “risvegliare qualche coscienza”?

Lorenzo Quadri

Sì al FOSTRA: non sprechiamo un’occasione unica

Tanto per una volta che a Berna propongono qualcosa anche per gli automobilisti…

Il 12 febbraio i cittadini svizzeri saranno chiamati a votare anche sul fondo FOSTRA. Voteranno non perché sia stato lanciato un referendum contro la proposta, ma perché essa necessita di una modifica costituzionale per entrare in vigore.

Il FOSTRA è il “borsello” che le camere federali hanno deciso di creare per il finanziamento delle strade nazionali e dei programmi di agglomerato. Si tratta di un fondo analogo a quello già approvato dal popolo nel 2014 per la ferrovia. Già questo sarebbe di per sé un buon motivo per votare il FOSTRA: la strada e la rotaia, per una volta, vengono messe sullo stesso piano. Questo in  barba alla logica imperante e politikamente korretta della “ferrovia buona” contrapposta alle “automobili cattive”.

Compromessi

Dei tre temi federali in votazione il 12 febbraio – gli altri due sono la riforma fiscale III per le imprese e le naturalizzazioni agevolate per i giovani stranieri di terza generazione – il FOSTRA è forse il meno “sexy”. Nel senso che non lascia molto spazio alle grandi battaglie di principio (come possono essere quelle sulla fiscalità o sulle naturalizzazioni) e soprattutto è il frutto di vari compromessi. Merita però di venire sostenuto, per quanto non entusiasmi in ogni suo aspetto. Cominciamo dal punto dolente: il FOSTRA, inutile schivare l’oliva, prevede un aumento del prezzo della benzina. Di 4 centesimi al litro. Anche questo è un compromesso: inizialmente ne erano stati proposti 6. Ovviamente, tale prospettiva non ci fa saltare di gioia, essendo gli automobilisti già tartassati a sufficienza (vedi l’iniziativa della mucca da mungere, su cui si tornerà).

Frontalieri

Altra questione implicita nel FOSTRA che potrebbe far aggrottare qualche sopracciglio. Esso serve a finanziare l’esercizio e la manutenzione delle strade nazionali, come pure all’eliminazione dei cosiddetti colli di bottiglia. Sappiamo che sulle autostrade svizzere ogni anno si registrano circa 20mila ore di coda. Che costano care: circa 1.6 miliardi di franchi. Sappiamo anche però, almeno per quel che riguarda il nostro Cantone, dove va cercata la causa delle interminabili colonne. E sappiamo anche cosa fa esplodere i costi di manutenzione. L’invasione quotidiana di frontalieri e padroncini. Quindi, sì al FOSTRA, ma bisognerà anche darsi da fare per chiamare alla cassa – in base al tanto decantato principio di causalità – chi questi costi straordinari alla nostra rete stradale li crea; chi la intasa per ore ogni santo giorno. Ovvero le targhe azzurre. Leggasi introduzione di una tassa ad hoc per i frontalieri. Da qui, per conto nostro, non si scappa.

La mini-mucca

Detto di questi due aspetti non entusiasmanti, per il resto la strada del FOSTRA (tanto per restare in tema) è in discesa.

Nel senso che esso, a compensazione dell’aumento del prezzo della benzina, prevede comunque una sorta di “mini-mucca da mungere”. Oggi il 50% dell’imposta sugli oli minerali, che grava benzina e diesel, finisce nel calderone delle casse generali della Confederazione: quindi con le tasse riscosse dagli automobilisti si mantengono, ad esempio, i finti rifugiati. Mentre il restante 50% è vincolato a  compiti nell’ambito del traffico stradale. Ebbene con il FOSTRA il  50% vincolato aumenterà del 10%. Quindi un po’ più – circa 250milioni di Fr all’anno – di soldi prelevati agli automobilisti verranno spesi per la strada. Meglio che un calcio nelle gengive.

Programmi d’agglomerato

Tramite il FOSTRA, se il popolo lo approverà, verranno inoltre finanziati i programmi d’agglomerato. Ossia quei programmi che servono per sgravare gli abitati dal  traffico e per finanziare piste ciclabili, corsie dei bus, percorsi pedonali, tram, eccetera.  Senza il FOSTRA, le sovvenzioni federali ai progetti di agglomerato si esaurirebbero rapidamente. Molte opere non potrebbero venire realizzate.

Inoltre con il FOSTRA circa 400 km di strade cantonali diventerebbero di proprietà della Confederazione, sgravando così i Cantoni (Ticino compreso) che disporrebbero, di conseguenza, di maggiori risorse.

I talebani strillano

A dimostrazione della validità del FOSTRA, anche il fatto che gli estremisti ro$$overdi si sono già messi a starnazzare. Il ritornello è sempre lo stesso: lo svuotamento delle casse pubbliche. Eh già: investire nella rete viaria – che è un servizio pubblico – e nei progetti d’agglomerato significa, secondo i kompagnuzzi, derubare lo Stato. E invece sperperare miliardi  pubblici per i finti rifugiati, quelli che secondo la $inistra  “devono entrare tutti”, non significa svuotare le casse pubbliche, nevvero?

Il fatto che ad opporsi istericamente al FOSTRA rimanga solo chi ha fatto della criminalizzazione degli automobilisti il proprio dogma, basterebbe di per sé a dimostrare che il progetto merita di venire sostenuto. Quindi il prossimo 12 febbraio votiamo Sì.

Per una volta la Confederazione prevede di fare qualcosa anche per la mobilità privata, di solito demonizzata. Si tratta di un’occasione più unica che rara. Non è certo il caso di farsela scappare.

Lorenzo Quadri