Furti in casa: diamoci un taglio! Avanti con le frontiere blindate!

La Lega si dà da fare sia a Bellinzona che a Berna. La $inistra, invece…

Le frontiere sicure e blindate sono un’esigenza per questo sempre meno ridente Cantone incuneato nell’Italia. La Lega a questo proposito si sta dando da fare, sia a livello cantonale che a Berna.
Nei giorni scorsi ad Astano c’è stato un incontro tra autorità locali e cantonali per fare il punto della situazione sullo scottante tema dei furti in casa. Reati i cui autori, ma tu guarda i casi della vita, non sono “patrizi di Corticiasca”. Negli ultimi 5 mesi nel Malcantone i reati sono diminuiti. Segno dunque che si sta andando nella direzione giusta. Rimane però aperta la questione della chiusura notturna dei valichi incustoditi, attraverso i quali i delinquenti entrano ed escono comodamente in macchina.

Mozione Pantani
La Consigliera nazionale leghista Roberta Pantani con la mozione per la chiusura notturna dei valichi doganali ha fatto il pienone a Berna, nel senso che la mozione è stata approvata senza ostacoli in entrambe le Camere. Dimostrazione che la Lega a Berna si dà da fare per la sicurezza del Cantone. Mica come il P$ che vuole le frontiere spalancate per la gioia della delinquenza transfrontaliera, dei rifugiati economici e della vicina ed ex amica Penisola che non applica gli accordi di Dublino e se la ride a bocca larga di quanto sono fessi gli svizzerotti.

Chiudere i cancelli
Come mai, infatti, la chiusura notturna dei valichi secondari non è ancora realtà? Semplicemente perché, ancora una volta, abbiamo a che fare con l’Italia. La quale, per la serie “ma chi l’avrebbe mai detto”, è inadempiente. Incredibile! Chi poteva immaginarlo! Solo che da parte elvetica ci si lascia come sempre infinocchiare nei meandri della burocrazia italica, grazie ai quali quest’ultima allegramente snobba tutti i propri obblighi internazionali (ma poi Bobo Maroni, ben accompagnato da pozzi di scienza del livello di una Lara Comi, ha la tolla di mettersi a starnazzare per il casellario giudiziale; e in Svizzera, a parte la Lega, nessuno che gli dica niente) invece di agire in modo unilaterale. Se i cancelli delle dogane si trovano su suolo italiano, basta piazzarne degli altri su territorio svizzero e poi chiuderli. Non ci vuole un premio Nobel: in Ungheria hanno tirato su centinaia di km di “muro” in quattro e quattr’otto.

Pene detentive
Altro aspetto giustamente sollevato nell’incontro di Astano è la giustizia lassista nei confronti dei delinquenti. Ormai è chiaro: nella patria del politikamente korretto solo gli automobilisti ed i contribuenti vengono perseguitati per ogni cip. Con i delinquenti, invece, si indulge. Il sistema delle pene pecuniarie al posto di quelle detentive di breve durata si è dimostrato un fallimento su tutta la linea. L’effetto dissuasivo della pena pecuniaria (oltretutto sospesa condizionalmente!) è nullo. Bisogna ritornare alla detenzione. Ma naturalmente a $inistra gli spalancatori di frontiere non ne vogliono sapere. Forse perché la Stampa sarebbe ancora più piena di detenuti stranieri di quanto non sia ora?
E questi kompagni rischiano di ottenere una seconda cadrega in Consiglio nazionale? Ma vogliamo proprio farci male da soli?
Lorenzo Quadri

Stop ai burocrati federali che vogliono decidere tutto. Il “margine di manovra” ce lo prendiamo!

Il direttore del DFE Christian Vitta è andato Oltregottardo per discutere sull’applicazione del 9 febbraio tramite clausole di salvaguardia. Quello che è certo è che non si può pensare di trovare una soluzione che vada bene per tutta la Svizzera allo stesso modo, e questo per un motivo molto semplice: le situazioni sono troppo diverse da Cantone a Cantone. A situazioni diverse non si possono dare risposte uguali. Sembra una cosa elementare. Ma evidentemente a Berna non lo è poi così tanto, dal momento che il messaggio non passa. L’amministrazione federale vuole infatti centralizzare e livellare tutto. Togliendo così ai Cantoni l’autonomia che spetta loro.

Esigenza fondamentale
A sostegno della richiesta sistematica del casellario giudiziale a frontalieri e dimoranti sono state raccolte circa 10mila firme. Segno evidente che la maggioranza dei Ticinesi appoggia questa decisione del ministro leghista Gobbi. C’è chi, pur di denigrare la Lega ed invidioso di non aver avuto lui l’idea, ha tentato di squalificare questa iniziativa, accusandola di essere di piccolo cabotaggio. Apperò. Un po’ come la questione del Burqa: doveva essere un “non problema” – che quindi non interessa a nessuno – ed invece tutti ne parlano.
La richiesta del casellario, ormai l’hanno capito anche i paracarri, risponde ad un’esigenza fondamentale di sicurezza: non rilasciare permessi alla cieca a pregiudicati, che poi non si riescono più a ritirare. I ticinesi, con il loro sostegno massiccio, hanno voluto esprimere il loro appoggio a chi difende i loro diritti. Speriamo lo facciano anche il 18 ottobre.

Dalla parte dell’Italia
Ebbene, nemmeno in una situazione così chiara la Confederazione si è schierata dalla parte del Ticino e delle sue necessità. La vicina ed ex amica Penisola si è messa strumentalmente a starnazzare alla presunta discriminazione a causa del casellario, e subito il consiglio federale e la diplomazia – svenduta ed euroturbo – hanno preso le parti dell’Italia. Che nei nostri confronti è inadempiente su tutto. Se nemmeno in una questione del genere Berna è capace di riconoscere l’autonomia dei Cantoni, figuriamoci quando si tratta di tutela del mercato del lavoro.

Bisognerà battersi
Per il margine di manovra dei Cantoni – che non è affatto “nullo”, contrariamente a quel che amava ripetere l’ex direttrice PLR del DFE Laura Sadis – occorrerà battersi a lungo, e continuare ad insistere. Il federalismo è uno dei principi fondanti della Svizzera. Il Ticino è Cantone, ma è anche Repubblica. Di questa Repubblica occorre reimpossessarsi, prima che diventi Repubblica delle banane. Non è perché i 7 scienziati bernesi hanno scoperto la strada per attraversare il Gottardo che sono diventati più ricettivi in materia di problemi del Ticino. I signori – soprattutto la ministra del 5% – hanno faccia di tolla più che sufficiente per promettere una cosa e poi fare l’esatto contrario non appena rientrati a Berna.
Esempio concreto: la modifica di legge, letteralmente demenziale, che vuole accordare ai frontalieri le stesse deduzioni fiscali di cui beneficiano i residenti, è stata partorita (abortita) tra una dichiarazione di attenzione al Ticino e l’altra.

Soluzioni su misura
Il nostro Cantone ha bisogno di soluzioni su misura. Non per capriccio o per piagnisteo. Non perché riteniamo di essere l’ombelico del mondo. Semplicemente perché la nostra situazione è unica in Svizzera. Sicché ne va della coesione nazionale. Quest’ultima non è messa a rischio da soluzioni differenziate. E’ messa a rischio se si pretende di applicare le stesse regole in circostanze non paragonabili.

Attenzione…
Finché questo messaggio non arriverà a Berna forte e chiaro il Ticino continuerà ad essere la Cenerentola della Svizzera. Il nostro Cantone ha bisogno a Berna di deputati che inculchino negli interlocutori questo concetto. Non certo di kompagni secondo cui deve essere tutto uguale, non solo a livello svizzero, ma addirittura sul europeo. Ed infatti hanno nel programma l’adesione della Svizzera all’UE: adesso in fase pre-elettorale fingono di dimenticarsene. Ma se ne ricorderanno benissimo dal 19 ottobre via.
Lorenzo Quadri

Il caso del Comune argoviese di Oberwil-Lieli fa discutere. Rifiutare i finti asilanti: un privilegio per ricchi?

Il Comune argoviese di Oberwil-Lieli, di circa 2200 anime, nei giorni scorsi si è guadagnato fama internazionale. Per quale motivo? Il sindaco Andreas Glarner (Udc) ha rifiutato di accogliere richiedenti l’asilo su territorio comunale. Il municipio ha pure deciso di acquistare e demolire due stabili che sarebbero potuti entrare in linea di conto come potenziali centri di registrazione (vedi quello di Losone).

Chi può, paga
In effetti, la nuova legge sull’asilo, contro cui è stato promosso il referendum, conferisce amplissimi – ed ingiustificati – poteri al Dipartimento di giustizia e polizia, il quale può trasformare stabili di proprietà della Confederazione in centri asilanti senza che nessuno possa fare un cip. In effetti è il Dipartimento ad avviare le procedure, a decidere, e pure a fungere da autorità di ricorso. I diritti dei cittadini, dei Comuni e dei Cantoni sono allegramente snobbati. Sicché ad Oberwil-Lieli hanno scelto di giocare d’anticipo. Il sindaco ha chiarito che di asilanti, nel suo Comune, non ne vuole proprio. Risultato: il borgo dovrà pagare un’ammenda di 290mila Fr, ma evidentemente amministratori ed abitanti ritengono che il santo valga la candela. Le casse pubbliche sono piene. L’operazione si può fare.

Qualcosa salta all’occhio
L’autorità comunale di Oberwil – Lieli non si è dunque fatta troppi problemi. A tutela della propria tranquillità ha sfidato senza esitazioni la macchina del fango dei moralisti a senso unico, che non hanno mancato l’occasione per dipingere il bucolico villaggio argoviese come una specie di riserva nazista.
L’indifferenza nei confronti dei soliti squallidi ricatti morali da parte dei politikamente korretti è degna di ammirazione. Del resto, ci sono sufficienti comuni con maggioranze di $inistra che potranno mettere in pratica quel che predicano, facendosi carico anche degli asilanti che altri non vogliono.
Tuttavia qualcosa di storto salta all’occhio. La facoltà di decidere se si vogliono accettare o meno richiedenti l’asilo non è più una questa democratica. E’ una questione di soldi. Un privilegio per Comuni ricchi. Oberwil-Lieli ha potuto fare atto di disobbedienza civile perché può permettersi di pagare il conto senza fare una piega: ha contribuenti milionari a go-go. E chi questa disponibilità non l’ha?

Porte spalancate?
La questione si fa decisamente spessa per vari motivi. Il Consiglio federale rifiuta ostinatamente di sospendere gli accordi di Schengen, malgrado sempre più Stati UE scelgano di farlo. Il rischio è manifesto: far arrivare qui tutti i migranti economici, se altrove le porte sono chiuse. Visto che le frontiere spalancate ancora non bastavano a rendersi attrattivi, ecco che si introduce, con la nuova legge sull’asilo, pure il diritto di ricorso gratuito – ossia pagato dal contribuente svizzerotto – per tutti i richiedenti la cui domanda è stata respinta. Un diritto, quello dell’assistenza giudiziaria gratis “a prescindere” di cui non dispongono nemmeno i cittadini elvetici.

Jihadisti camuffati
Non c’è evidentemente alcuna garanzia che i migranti a cui si vogliono spalancare le porte – mica vorremmo farci etichettare come populisti e razzisti – siano dei veri perseguitati e non dei rifugiati economici.
In più nei giorni scorsi il capo del Dipartimento militare Ueli Maurer ha ammesso pubblicamente che tra i presunti profughi si nascondo jihadisti. Come si faccia a distinguerli dagli altri, non lo sa nessuno. Ecco dunque che l’esigenza di sospendere Schengen si fa sempre più impellente. Non tutti i Comuni sono Oberwil-Lieli: quanti emuli troverebbe il sindaco Glarner in Ticino?
Lorenzo Quadri

Contro la nuova legge sull’asilo sarà referendum. Più diritti ai finti rifugiati che agli svizzeri!

Sotto le cupole federali la notizia era nell’aria. Venerdì è arrivata la conferma ufficiale. L’Udc lancerà il referendum contro la “ristrutturazione del sistema dell’asilo”, che il Consiglio nazionale ha approvato l’altroieri in votazione finale, con l’opposizione di Lega ed Udc. Anche la Lega ed il Mattino sosterranno il referendum.

Del resto, la consigliera nazionale leghista Roberta Pantani – membro della Commissione delle istituzioni politiche che ha esaminato la riforma – aveva presentato vari emendamenti, ovviamente in senso restrittivo. Che però sono stati affossati dal centro-$inistra.

Ricorso gratuito

La cosiddetta “ristrutturazione del sistema d’asilo” introduce infatti, tra l’altro, il diritto di ricorso gratuito per i richiedenti l’asilo la cui domanda viene respinta. Ossia per i rifugiati economici, ai quali verrà permesso di intasare il sistema giudiziario elvetico a spese del contribuente svizzerotto. Con il diritto di ricorso gratuito, i richiedenti l’asilo avranno più diritti dei cittadini elvetici. Per questi ultimi il gratuito patrocinio esiste, certo. Ma solo a determinate condizioni. Se queste non sono date, “rien à faire”.

Invece, i finti rifugiati la cui domanda è stata respinta potranno fare ricorso sempre, a spese del contribuente. Si può immaginare con quali conseguenze finanziarie ed amministrative. Nuovi stratosferici costi ed ulteriore piano occupazionale per legulei in sovrannumero, i quali ringraziano sentitamente.

Ah, però. Mentre si taglia sulle pensioni e si aumenta l’età AVS per le donne, ai finti rifugiati si concedono nuovi canali preferenziali. Chiaramente, il fatto che oggi chi ha ottenuto di restare in Svizzera come asilante riceva aiuti sociali per 30mila Fr all’anno, quindi più di un anziano svizzero che vive con la sola AVS, ancora non bastava.

Sempre più attrattivi

E’ il colmo. Non solo la Svizzera si ostina a mantenere le frontiere spalancate mentre sempre più Stati membri UE sospendono l’applicazione di Schengen e mentre l’Italia non rispetta gli accordi di Dublino. Per aumentare ancora di più il proprio appeal presso i finti rifugiati, ecco il nostro paese introduce anche il diritto di ricorso gratuito.

Sistemi totalitari

Tra le storture nella nuova legge sull’asilo, anche lo strapotere del dipartimento federale di giustizia in materia di alloggi “provvisori” (almeno tre anni!) per migranti. Sull’ubicazione dei nuovi centri provvisori, Cantone, Comuni, cittadini non hanno voce in capitolo. Decide tutto il dipartimento. E non solo decide, ma è pure autorità di ricorso! Come ha detto il capogruppo Udc alle Camere federali Adrian Amstutz nel suo intervento, il meccanismo inserito nella nuova legge sull’asilo non ha nulla di svizzero: è un sistema da Stato totalitario. Poiché non ci vuole molta fantasia per immaginare che questi alloggi “provvisori” (stile ex caserma di Losone) sono destinati a moltiplicarsi, c’è di che essere preoccupati.

P$: ira funesta

Grottesca, poi, l’ira che la $inistra spalancatrice di frontiere non ha saputo nascondere all’ufficializzazione del referendum. Facendo ampio ricorso al solito ricatto morale, i kompagni non hanno mancato di dilungarsi su quanto sono brutti e cattivi quelli che non vogliono che i finti rifugiati abbiano più diritti dei cittadini svizzeri. E che vogliono, invece, che il nostro paese assuma finalmente un atteggiamento dissuasivo nei confronti dei migranti economici.

I kompagni s’indignano per il referendum. Ma, ancora una volta, la loro morale è a due velocità. Ci pare infatti di ricordare che siano stati proprio loro a lanciare il referendum contro la precedente revisione della legge sull’asilo, che ritenevano troppo restrittiva, venendo poi asfaltati dalle urne. Ma come: i kompagni pretendono di avere l’esclusiva sui diritti popolari? Pretendono di negare agli altri il ricorso a strumenti cui loro attingono a piene mani? Siam messi bene!

Lorenzo Quadri

Approvata dopo sette anni la proposta di risoluzione cantonale sul casellario giudiziale. Quadri: “meglio tardi che mai”

La proposta di risoluzione cantonale dell’allora deputato leghista Lorenzo Quadri, poi ripresa da Michele Guerra, chiedeva che il Ticino si attivasse a Berna affinché la richiesta di presentare l’estratto del casellario giudiziale per ottenere un permesso di dimora in Svizzera potesse tornare ad essere sistematica. Si tratta in sostanza di istituzionalizzare a livello federale la prassi introdotta da Norman Gobbi nei mesi scorsi.
Lorenzo Quadri, la sua proposta di risoluzione è stata approvata dal Gran Consiglio nei giorni scorsi, dopo 7 anni…
Già, sette anni giusti. In effetti l’atto parlamentare venne introdotto il 22 settembre 2008. Che dire? Meglio tardi che mai. E’ dunque dimostrato, ancora una volta, che la Lega “populista e razzista” fa proposte in anticipo sui tempi. Sul momento vengono sminuite, o addirittura denigrate. Ma poi…
C’è chi fa notare che il casellario giudiziale fornisce una visione parziale.
Beh, per quel che riguarda l’Italia c’è anche il certificato dei carichi pendenti. E’ vero, sono informazioni parziali. Comunque, mi pare scontato che sia meglio disporre di qualche informazione piuttosto che di nessuna informazione. Quello che si è scoperto può poi dare adito ad ulteriori approfondimenti.

C’è anche chi dice (soprattutto a sinistra) che, dopotutto, quella sul casellario è una battaglia di “piccolo cabotaggio.
Il tema è la sicurezza e la sovranità del nostro paese. Il diritto di sapere, prima di rilasciargli un permesso di dimora nel nostro paese, se il richiedente è un delinquente oppure una persona onesta. Sappiamo bene che, a seguito del garantismo del sistema, una volta rilasciato un permesso B o G diventa poi molto difficile ritirarlo. Difficile e lungo, a seguito del teatrino di ricorsi e controricorsi. E’ quindi indispensabile poter prevenire. Chi si oppone vuole, semplicemente, il rilascio di permessi alla cieca, e a chiunque. Questa è immigrazione scriteriata e non la possiamo accettare.

E se l’Italia – o altri paesi – chiedessero la reciprocità nei confronti dei cittadini elvetici?
Si accomodino. Noi l’estratto del casellario giudiziale lo dobbiamo produrre in innumerevoli occasioni. Non ci sarebbe alcun problema a produrlo in caso di richiesta di un permesso di dimora in un paese UE.
Lei a livello nazionale ha già presentato una mozione sul tema, analoga alla proposta di risoluzione cantonale, che però è stata respinta.

Sarebbe troppo bello se tutte le proposte passassero al primo colpo. In realtà questo a Berna non accade quasi mai. “Gutta cavat lapidem”, lo dicevano già gli antichi romani: la goccia (a furia di cadere) scava la pietra. Anche se la prima volta non si ottiene il risultato sperato, bisogna continuare ad insistere, finché non si riesce a far breccia. Sono dunque molto soddisfatto che il parlamento cantonale abbia deciso di adottare la mia proposta di risoluzione.

Cosa pensa dell’ipotesi di chiedere sistematicamente l’estratto del casellario giudiziale anche per i padroncini, formulata dal PPD durante il dibattito parlamentare?
La condivido. Mi chiedo come si possa essere contrari. Quando presentai la proposta di risoluzione, nel 2008, i padroncini e i distaccati ancora non si ponevano come uno dei principali problemi dell’economia ticinese. Negli anni scorsi si è verificata l’esplosione dei permessi di breve durata, così come la Lega aveva previsto a seguito della libera circolazione delle persone (ma come, non dovevano essere tutte balle populiste e razziste?). Giusto, dunque, che il Ticino usi tutti i mezzi in suo possesso per frenare questo vero e proprio assalto alla diligenza, che ha effetti deleteri per gli artigiani e le piccole e medie imprese del nostro Cantone.
Sta di fatto che adesso a Berna arriveranno due risoluzioni cantonali: una sull’estratto del casellario giudiziale per chi richiede un permesso B o G, ed una per i padroncini.

Certo che se le due richieste fossero state inserite in un unico documento sarebbe stato meglio. A Berna si faticherà a far capire perché arrivano due risoluzioni e non una sola.
MDD

Ma guarda un po’: La Lega aveva ragione. Arriva il numero verde contro i padroncini

La Commissione della Gestione del Gran Consiglio ha approvato all’unanimità la mozione del leghista Angelo Paparelli

Ma guarda un po’, allora la Lega aveva ragione! La Commissione della Gestione del Gran Consiglio ha approvato all’unanimità la mozione del leghista Angelo Paparelli, che chiede di creare un numero verde cui i cittadini possano segnalare i padroncini sospetti di lavorare in nero. Ossia praticamente tutti, visto che ad ogni controllo effettuato in dogana il tasso di irregolarità riscontrato è di almeno il 50%. Davanti ad una simile massiccia e sistematica violazione delle regole, appare evidente che ci troviamo di fronte ad un’emergenza, che impone delle misure eccezionali. Tra l’altro, ripristinando i controlli sistematici al confine si potrebbe frenare, oltre all’invasione dei rifugiati economici, anche quella di padroncini e distaccati, responsabili della devastazione del mercato del lavoro ticinese e della situazione drammatica in cui si trovano tanti artigiani e piccole e medie imprese, che costituiscono la spina dorsale della nostra economia.

 

Collaborazione dei cittadini

Dopo che i partiti storici hanno scriteriatamente spalancato il mercato del lavoro di questo (sempre meno) ridente cantone all’invasione da sud, si sono accorti – oops! – che non ci sono le risorse necessarie per dei controlli efficaci contro gli abusi. Ma va, ma chi l’avrebbe mai detto? Ma come, non dovevano essere tutte balle della Lega populista e razzista? Visto che lo Stato non è in grado di far rispettare le regole, si rende necessario l’aiuto dei cittadini, che fanno da antenne sul territorio. E’ però perfettamente inutile che l’autorità politica si gargarizzi con la “collaborazione con i cittadini” (che fa molto politikamente korretto) ma poi non metta a disposizione i canali necessari. Che devono essere semplici ed immediati. Non introvabili e cervellotici. Altrimenti detto: è troppo facile utilizzare la scusa del “chi vede non dice” per giustificare la situazione di illegalità e nel contempo fare di tutto e di più per ostacolare le segnalazioni che “creano lavoro extra”.

 

Deterrente

Oltretutto, la presenza del numero verde antipadroncini è anche un deterrente molto interessante. Nella situazione attuale, padroncini e distaccati che fanno i furbi sanno benissimo che difficilmente verranno beccati, perché non ci sono abbastanza controlli ed ispettori. Quindi possono permettersi di correre il rischio. Tuttavia se sanno che esiste una rete di “sorveglianza informale”, che quindi chiunque potrebbe facilmente vederli e segnalarli via numero verde, ecco che qualcuno ci penserà due volte prima di abusare sfacciatamente.

 

E lo scambio d’informazioni?

Ogni misura che serve a rendere più difficile la vita di padroncini e distaccati che hanno trovato nel nostro Cantone “ul signur indurmentàa” è positiva e prioritaria. Tutelare gli artigiani e le piccole e medie imprese ticinesi è, senza ombra di dubbio, una priorità. C’è però una misura che metterebbe i bastoni tra le ruote a tutti i furbetti. Si tratta della trasmissione automatica (ohibò, un concetto che a Berna, ed in particolare alle orecchie della ministra del 5% Widmer Schlumpf, dovrebbe suonare familiare) delle notifiche dei padroncini all’autorità fiscale italiana. Visto che costoro al fisco patrio dei guadagni effettuati in Svizzera non dichiarano un bel niente, ecco che l’agenzia delle entrate della vicina Penisola si troverebbe sul tavolo una lista di evasori presso i quali andare a battere cassa. L’Italia dovrebbe avere un estremo interesse ad entrare in possesso di queste informazioni. Però non fa alcuna pressione in questo senso, anzi. Il motivo? Può essere solo politico/elettorale. Come Oltreconfine i politicanti rinunciano a tassare i frontalieri perché chi lo fa perde le elezioni in Lombardia, allo stesso modo non vogliono neppure tassare i padroncini. Intanto le finanze pubbliche del Belpaese sono alla canna del gas: e a metterci una pezza sono chiamati i cittadini italiani che vivono e lavorano in patria.

 

“Sa po’ mia”

Cosa pensano a Berna a proposito di questo “scambio automatico d’informazioni” su padroncini e distaccati? Si inventano scuse del piffero per dire che “sa po’ mia” ma che ci stanno lavorando (?). Però quando si tratta di scambio di informazioni bancarie l’atteggiamento è ben diverso. Lì “sa po’”. Perché lo chiedono gli eurobalivi. Calare le braghe con l’UE è prioritario. Tutelare il Ticino, facendo oltretutto un favore all’Italia – ma come, kompagna Simonetta, mica dovevamo “aiutare l’Italia”? – per contro, non interessa. Però poi i 7 scienziati bernesi hanno la lamiera di varcare il Gottardo per venirci a raccontare tutta la loro “comprensione” per i problemi del Ticino…

Lorenzo Quadri

Anche il Consiglio degli Stati cala le braghe sugli stranieri cosiddetti di “terza generazione”. Naturalizzazioni sempre più facili

Con il voto determinante del presidente, anche il Consiglio degli Stati ha approvato l’iniziativa della deputata $ocialista vodese (non patrizia) Addolorata Marra, che vuole agevolare la naturalizzazione degli stranieri di terza generazione, ossia quelli nati e cresciuti in Svizzera.
C’è chi potrebbe considerare la modifica – su cui dovrà esprimersi il popolo – una questione non scandalosa e comunque secondaria. Eppure si tratta di una manifesta tattica del salame. Si raggiunge la meta a piccoli passi. Che, presi ad uno ad uno, appaiono relativamente indolori. Ma, se si guarda l’insieme…
Nel caso concreto, l’obiettivo è chiaro: rendere sempre più facili le naturalizzazioni facili. Aprire brecce tramite misure all’apparenza innocue, da poi usare come grimaldello. Per la serie: visto che si è fatto A, bisogna fare anche B e C.
Solo che in Svizzera non c’è alcun bisogno di agevolare le naturalizzazioni. In media 45mila persone acquisiscono ogni anno il passaporto rossocrociato. Sicché l’impresa non può poi essere così difficile come vorrebbero farci credere. Si può quindi parlare di naturalizzazioni di massa. E, ciononostante, il nostro è di gran lunga il paese europeo con più stranieri: 2 milioni, su 8 milioni di abitanti. Ma come, non dovevano essere chiusi, razzisti, xenofobi?
Due motivi
I kompagni vogliono naturalizzazioni sempre più facili essenzialmente per due motivi. Il primo è quello di accrescere il proprio elettorato. Che poi l’auspicio si trasformi anche in realtà, è ancora tutto da dimostrare. Ci sono infatti stranieri che hanno deciso di diventare svizzeri perché ammirano profondamente le peculiarità del nostro paese, e quindi non hanno intenzione di sostenere i kompagni, che queste specificità le vogliono rottamare per farci diventare uguali agli altri.
Il secondo è quello di taroccare le statistiche. L’unica arma politica rimasta alla $inistruccia nostrana è il ricatto morale. Ultimo esempio: la strumentalizzazione delle foto dei bimbi morti, per convincerci a spalancare le frontiere a tutti indiscriminatamente: veri perseguitati e migranti economici.
Il ricatto morale col mantra della “Svizzera chiusa e razzista” è però destinato a sgonfiarmi miseramente davanti a statistiche che indicano il tasso di stranieri nel nostro paese al 25%. Da qui la necessità di taroccare le cifre tramite naturalizzazioni facili, per far sparire dalle statistiche il maggior numero possibile di stranieri.

Doppio passaporto
Le naturalizzazioni facili permettono, si badi bene, di taroccare non solo le statistiche generali degli stranieri ma anche quelle, ancora più imbarazzanti per i kompagni delle frontiere spalancate e della multikulturalità completamente fallita, dei reati commessi da stranieri, dei detenuti stranieri nelle carceri, e delle persone straniere a carico dello stato sociale elvetico.
Non è certo un caso se sempre i $ocialisti nella città di Zurigo hanno ottenuto, tramite mozione parlamentare, che la polizia non indicasse più nei propri comunicati la nazionalità dei delinquenti. Chissà come mai? Ma il P$ non era il partito della trasparenza?
Due cose comunque sono chiare.
1) Non c’è alcun motivo per rendere ancora più facili le naturalizzazioni facili
2) Si pensi piuttosto a terminare la prassi del doppio passaporto. Chi vuole scegliere la nazionalità svizzera, lo faccia fino in fondo.
Lorenzo Quadri

In nome del politikamente korretto negano l’evidenza. Asilo: siamo alle solite!

Intanto il DSS vuole “diversificare l’offerta” di alloggi per asilanti: stiamo facendo propaganda turistica?
Questa ci mancava. Mentre a Berna ci si titillava con il dibattito sull’asilo (con la maggioranza buonista e spalancatrice di frontiere che diceva che va tutto bene, che si inventano i problemi, che “bisogna aprirsi”), da Bellinzona arrivava la bislacca iniziativa del direttore del DSS.
Paolo Beltraminelli ha invitato la Curia, pare senza informare i colleghi di governo, a mettere a disposizione degli spazi (appartamenti, locali,…) per ospitare sedicenti asilanti. Ma come: prima si racconta ai quattro venti che non c’è nessuna emergenza, che non c’è caos, che l’è tüt a posct, e poi si chiede alle parrocchie ed ai privati di mettere a disposizione appartamenti, locali ed altri spazi? “E’ per diversificare l’offerta”, cinguetta il direttore del DSS al giornale di servizio LaRegione. Come? “Diversificare l’offerta”? Stiamo forse facendo promozione turistica? L’immigrazione illegale va combattuta e non certo incoraggiata mettendo a disposizione ulteriori alternative abitative. Naturalmente aspettiamo di vedere la stessa disponibilità nei confronti dei ticinesi in difficoltà.
Finti rifugiati
E’ magari il caso di ricordare che la stragrande maggioranza dei richiedenti l’asilo è costituita da rifugiati economici. Quindi persone che non scappano dal loro paese perché c’è la guerra, ma che arrivano in Svizzera per migliorare le proprie condizioni economiche. Ma il diritto d’asilo non serve a permettere l’immigrazione di massa – a spese dei residenti – per motivi economici.
Una cifra illuminante. Nell’anno di disgrazia 2015 in Svizzera il 40% delle domande d’asilo è stata presentata da cittadini eritrei , che poi magari tornano nel loro paese d’origine a fare la vacanze, naturalmente a spese del contribuente svizzerotto. Solo il 7% delle domande proviene da siriani. Questa immigrazione illegale di massa va fermata. Anche perché ogni ammissione di falsi rifugiati alimenta pericolose illusioni. E fa il gioco degli scafisti. Chi va in giro a dire che vuole accogliere tutti porta la responsabilità delle morti in mare e nei camion.
Aiutare sul posto
Se venissero accolti i veri profughi, quelli che scappano da zone di guerra, e non i rifugiati economici che arrivano per mettersi a carico del nostro stato sociale, non ci sarebbero certo problemi. Invece, gli internazionalisti politikamente korretti vogliono spalancare le frontiere a tutti. Per conseguire questo risultato giungono perfino a strumentalizzare senza vergogna le foto dei bambini morti.
Così, però, ci vanno di mezzo i veri bisognosi. Se invece si aiutasse sul posto, si otterrebbero risultati molto più concreti. Ma si preferisce alimentare l’industria dell’asilo e dell’immigrazione su cui troppi kompagni marciano.
Il compagno arciprete non poteva mancare
Naturalmente, in relazione all’appello della Curia a mettere a disposizione spazi, non poteva mancare la presa di posizione del solito arciprete di Chiasso. Il buon Don Feliciani, invece di fare il parroco, fa il politicante di $inistra. E, quando si tratta di apparire sui media, non si tira mai indietro. L’arciprete di Chiasso tenta di contrabbandare la tesi che l’immigrazione illegale è cosa buona e giusta, un dato di fatto che bisogna accettare supinamente e magari anche accogliere con favore. Mai sentito parlare di apologia di reato? Desideroso di chiarire la sua posizione, Don Feliciani arriva a citare l’esempio delle invasioni barbariche. A citarlo in positivo! A questo punto ogni commento diventa superfluo. Ci sta, però, una banale considerazione. Il politico di $inistra Don Feliciani ha ragione quando dice che le migrazioni di popoli ci sono sempre state nella storia. Si dimentica però un piccolo particolare. Queste migrazioni non sono mai state pacifiche. Lo sa don Feliciani che fine faceva la gente che si trovava sui territori conquistati dai barbari? Oppure in nome del politikamente korretto e delle frontiere spalancate sdoganiamo anche torture, stermini e stupri? Intanto anche la Danimarca ha bloccato autostrade e ferrovie. Chissà come mai? Tutti populisti e razzisti? E perché gli asilanti che hanno già raggiunto paesi sicuri, come la Bulgaria, l’Ungheria, la Turchia, non si fermano lì, ma vogliono arrivare in massa in Europa occidentale? Forse perché quello che la maggior parte di loro vuole è farsi mantenere?
Lorenzo Quadri

Niente contributi di coesione a chi non ferma l’immigrazione illegale

Il presidente del P$$, sabotatore del 9 febbraio, la fa fuori dal vaso e se la prende con l’Ungheria
Nuova performance del kompagno Levrat che si sta impegnando a fondo affinché i $ocialisti perdano le elezioni in Ticino. Avanti così!
Il presidente del P$$ Christian Levrat ce la sta mettendo tutta affinché in Ticino i kompagni, il 18 ottobre, portino a casa una nuova memorabile batosta. Dopo aver ripetuto più volte che bisogna rifare il voto del 9 febbraio, perché la devastante libera circolazione delle persone deve essere senza limiti, la scorsa settimana Levrat è giunto nel nostro Cantone a calare spocchiose lezioni ai ticinesotti chiusi e xenofobi.
Il presidente di un partito che non rispetta la volontà popolare, e che pretende di far rifare ad oltranza le votazioni che non gli piacciono fino a raggiungimento del risultato voluto, di certo non è nella condizione di calare lezioni a nessuno.
Il buon Levrat invece, pensando che i ticinesotti siano tutti fessi, viene a raccontarci che il suo partito sarebbe l’unico a fare delle proposte concrete per il nostro Cantone!
Levrat, giò dò dida, che carnevale è ancora lontano. Il tuo partito è sempre stato, ed è tuttora, in prima linea nello spalancare le frontiere all’invasione da sud. Quindi, è direttamente responsabile del soppiantamento dei lavoratori residenti e del dumping salariale. Il tuo partito è in prima linea negli squallidi tentativi di sabotare il contingentamento e la preferenza elvetica, che sono gli unici strumenti efficaci per tutelare il mercato del lavoro ticinese.
Le misure accompagnatorie, tanto magnificate dai kompagni, vanno sì sostenute perché sono sempre meglio che niente. Ma non risolvono certo il problema. Sono, invece, un mezzuccio degli spalancatori di frontiere per lavarsi la coscienza davanti il disastro commesso. Specialmente quando vengono respinte: sicché la loro portata reale, estremamente modesta, può essere gonfiata ad oltranza. Tanto non c’è la prova del contrario.
Il posto spetta a chi?
Non ancora contento, tanto per ribadire il proprio disprezzo per la democrazia elvetica – del resto il P$$ ha inserito nei suoi obiettivi l’adesione della Svizzera all’UE – Levrat in un’intervista al Blick ha dichiarato che, se la ministra del 5%, marionetta del partito $ocialista, non dovesse ripresentarsi, il suo posto non spetterebbe all’Udc, bensì ad un partito di centro. Eccolo qui il concetto di democrazia che regna in casa socialista: l’UDC ha più voti del P$$ ma deve avere la metà dei seggi in Consiglio federale. Perché per i kompagni – intolleranti, estremisti, e chiusi oltre ogni dire – chi ha posizioni diverse dalle loro non ha nemmeno il diritto di esistere. Cari $ocialisti, “dovete aprirvi”!
Comunque, Levrat, se ci tieni tanto a sostenere i partiti di centro, puoi sempre conceder loro uno dei due seggi P$: ad esempio quello della kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga.
Sanzionare l’Ungheria?
Il presidente nazionale P$ non poteva però mancare di mettere la ciliegina sulla torta con l’ennesima brillante pensata: bloccare il versamento dei contributi di coesione all’Ungheria che osa costruire barriere al confine invece di spalancare le frontiere all’invasione dei rifugiati economici. In questo modo l’Ungheria, oltre che a se stessa, fa anche un favore agli altri Stati Schengen, tra cui malauguratamente figura anche la Svizzera.
Ma come, Levrat: i contributi di coesione li avete assolutamente voluti voi, venendoci oltretutto a raccontare la ridicola fanfaluca che avrebbero limitato l’immigrazione dai nuovi Stati membri verso l’Europa occidentale!
Ma come, Levrat: la Lega ha chiesto più volte di bloccare i contributi di coesione come risposta al mancato rispetto, da parte degli eurofalliti, della sovranità svizzera. E voi, sì proprio voi rossi, avete sempre strillato che bloccare i contributi di coesione “sa po’ mia”; che sono vaneggianti deliri populisti! E adesso cosa venite a proporre? Di bloccare il versamento dei ristorni all’Ungheria che osa costruire muri al confine. Ah, quindi i contributi di coesione si possono bloccare, ma solo se – e a chi – lo dice il P$! Ma bravi, avanti con il sistema dei due pesi e delle due misure; le proposte populiste e razziste diventano alta politica se pappagallate dalla $inistra. Ma chi si crede di prendere per il lato B?
Sanzioniamo invece chi…
Comunque, sul blocco dei contributi di coesione concordiamo senza problemi. Ma non all’Ungheria, bensì agli altri stati membri UE che non applicano gli accordi di Dublino, non difendono i propri confini qualora coincidano con quelli degli spazio Schengen e si prestano così a fare da corridoio di transito per l’immigrazione illegale che punta all’Europa occidentale.
Lorenzo Quadri

Tentano di spacciarli per “indispensabili” ma non hanno alcun argomento per dimostrarlo. Il “porcellum” dei bilaterali

Gli ambienti delle grande economia – quelli che con le piccole e medie imprese e con gli artigiani da spartire hanno assai poco per non dire nulla – fanno di tutto e di più per sabotare il “maledetto voto” del 9 febbraio. Un voto la cui applicazione, per il Ticino, è in cima alla lista delle priorità. L’ultimo campanello d’allarme è suonato la scorsa settimana, quando il numero dei frontalieri ha infranto l’ennesimo record, raggiungendo quota 62’555. E’ forse il caso di ricordare che nel 2000, quindi non nell’alto medioevo, i frontalieri erano 26mila. In 15 anni sono assai più che raddoppiati; ma i posti di lavoro in questo ridente Cantone non hanno certo seguito la medesima evoluzione.

Mantra senza fondamento
Gli ambienti della grande economia, pappagallati dai partiti $torici e naturalmente dal Consiglio federale, continuano a suonare la manfrina dei “bilaterali indispensabili per la Svizzera”. L’obiettivo è fin troppo chiaro: fare il lavaggio del cervello ai cittadini in vista di fantomatiche future votazioni. Peccato che la storiella dei bilaterali indispensabili sia, come dicono i legulei, “destituita di fondamento”. Si tratta di un semplice mantra, non supportato da nulla di concreto. A dirlo non è il Mattino populista e razzista. E’ il quotidiano economico romando l’Agefi, testata certamente autorevole (al contrario di Bilanz che è invece una rivista di gossip; solo gli scribacchini dell’ex partitone potevano credere che fosse motivo di vanto figurare in cima a classifiche che premiano gli spalancatori di frontiere e penalizzano chi crea migliaia di posti di lavoro).

Si esportava anche prima
In un interessante articolo di recente pubblicazione, il giornale romando evidenzia come nessuno tra quanti ripetono il mantra dei “bilaterali indispensabili, senza si ritorna al terzo mondo” sia mai riuscito a dimostrare con i fatti un tale assunto. Nessuno è peraltro mai riuscire a dimostrare nemmeno la starnazzata imprescindibilità dei bilaterali per l’industria svizzera di esportazione. Si esportava benissimo anche prima. Men che meno tali accordi sono indispensabili per disporre di manodopera qualificata che in Svizzera non si troverebbe (ma come, non avevamo le migliori scuole del mondo? O forse, a furia di permetterne la colonizzazione ad opera di docenti stranieri, perché “bisogna aprirsi”, anche l’insegnamento superiore è scaduto nella mediocrità uniforme?). La manodopera di cui c’è bisogno è sempre arrivata anche senza libera circolazione delle persone. Quest’ultima, e il caso dei frontalieri è evidente, fa semmai arrivare quella di cui non c’è affatto bisogno. E che, quindi, soppianta gli svizzeri.

Anni Novanta
Chiaramente in manco di argomenti, la combriccola del mantra dei “bilaterali indispensabili” tenta maldestramente di sostenere che prima dei bilaterali in Svizzera si stava peggio perché negli anni Novanta l’economia elvetica era “meno performante”.
Che l’economia rossocrociata negli anni Novanta non fosse al top della forma, sarà anche vero. Ma non certo per la mancanza di accordi privilegiati con l’UE che, con la situazione di allora, c’entrano come i cavoli a merenda.
Soprattutto, è ora di finirla con la fetecchiata che senza libera circolazione non ci possono essere accordi commerciali interessanti tra Svizzera ed UE. L’Unione europea ne ha sottoscritti a iosa: con gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, il Giappone, Israele, e via elencando. A nessuno di questi paesi è però stata chiesta in cambio la libera circolazione delle persone. Ohibò, la si pretende solo dagli svizzerotti? Ma stiamo scherzando? Il motivo dell’arrogante pretesa è uno solo: voglia di fagocitare e colonizzare la Svizzera. Perché un paese che non controlla più la sua immigrazione è un paese finito.

Principi fondanti
Che nessuno venga poi a raccontarci la fregnaccia della libera circolazione principio fondante dell’UE. E allora? Noi non siamo membri UE, chiaro il messaggio? Per cui, dei sui principi fondanti, non ce ne frega una cippa. Noi pensiamo ai nostri, di principi fondanti. Che sono sovranità e democrazia popolare. Quindi i voti popolari si applicano senza tante storie. Compreso quello del 9 febbraio. Anche se non piace alle élite politikamente korrette. E a chi della libera circolazione delle persone senza limiti approfitta a danno dei lavoratori residenti.

Valvola di sfogo?
Il mercato del lavoro svizzero interessa ai paesi confinanti come valvola di sfogo per la propria situazione occupazionale disastrata. In Lombardia si ammette apertamente che la motivazione è questa. Gli accordi commerciali si possono fare benissimo, nell’interesse reciproco, anche senza libera circolazione delle persone illimitata. Quest’ultima è funzionale solo all’assalto alla diligenza svizzera da parte dell’UE. Ed è, ovviamente, funzionale a quegli ambienti economici che vogliono massimizzare i già lauti profitti assumendo stranieri a basso costo e lasciando a casa gli svizzeri, sguazzando in un quadro legislativo deleterio che permette ed anzi incoraggia simili porcate. I bilaterali sono un “porcellum” (per prendere in prestito un termine alla politica della vicina Penisola) voluto da tutti i partiti $torici. E voluto anche, e questo è proprio il colmo, dai sindacati; anche se adesso c’è chi tenta goffamente di smarcarsi per farsi campagna elettorale.
Ma per furbetti, spalancatori di frontiere e Stati confinanti alla canna del gas, la ricreazione è finita il 9 febbraio 2014. A fare da “valvola di sfogo”, ovviamente a nostro danno, non ci stiamo più.
Lorenzo Quadri

Frontalieri: avanti con i contigenti!

Il numero dei lavoratori frontalieri in Ticino continua ad aumentare. Il dato più recente, riferito dall’Osservatorio del mercato del lavoro nella sua pubblicazione di marzo, indica 48.248 unità, che corrisponde ad un aumento su base annua del 5.6%.

 

Parallelamente non diminuisce il numero dei disoccupati in Ticino, anzi. Lo stesso direttore della Sezione del lavoro del DFE ha  ipotizzato che i ca 3000 posti di lavoro che sarebbero stati creati nel nostro Cantone nel corso dell’anno 2010 siano andati a beneficio di lavoratori frontalieri.

 

Il numero dei lavoratori frontalieri aumenta in particolare nei settori dei servizi e del commercio. Ovvero in quei settori dove, contrariamente ad altri (ad es edilizia, o in parte il sociosanitario) non c’è carenza di personale residente. In crescita pure i frontalieri assunti dalle agenzie di lavoro temporaneo, poi allocati in funzioni che non necessariamente rispecchiano le loro qualifiche.

 

Pare quindi pacifico che siano in corso delle turbative del mercato del lavoro ticinese, che invocano l’adozione di clausole di salvaguardia, peraltro previste dagli Accordi bilaterali, in particolare l’introduzione di contingenti sul numero dei frontalieri, per lo meno in alcuni settori professionali.

 

Con la seguente mozione si chiede pertanto al lod. Consiglio di Stato

 

       di chiedere alla Confederazione l’adozione di clausole di salvaguardia a tutela del mercato del lavoro ticinese, in particolare l’introduzione di contingenti sul numero di frontalieri.

 

Lorenzo Quadri

 

Studio IRE clamorosamente smentito dall’USTAT e dai dati della disoccupazione. I frontalieri aumentano, e portano via il lavoro ai ticinesi

Come volevasi dimostrare. Venerdì della scorsa settimana, con un tempismo davvero notevole, l’Istituto ricerche economiche (IRE) se ne è uscito con uno studio tarocco, secondo il quale in Ticino quasi 50mila frontalieri, a fronte di 20mila persone in cerca d’impiego, non costituirebbero assolutamente un problema, ma quando mai. Da notare (e non è uno scherzo) che pare che lo studio sia stato allestito da un frontaliere…
Pochi giorni dopo la pubblicazione del mirabolante studio, ovviamente mirato reggere la coda agli ambienti politici “pro-aperture”, “pro-libera circolazione” e “pro-bilaterali” che foraggiano l’IRE, ci pensano i dati dell’Ufficio federale di statistica, di certo poco sospetto di filo-leghismo, a riportare la chiesa (o il minareto) al centro del villaggio. Nel 2010, rileva l’USTAT, i frontalieri sono cresciuti del 5.3% rispetto all’anno precedente, raggiungendo quota 48’248. Da notare che il frontalierato è letteralmente esploso nel settore terziario, che oggi conta 25’290 impieghi. E’ pur vero che nel settore terziario figurano anche i sempre più numerosi dipendenti frontalieri delle agenzie di lavoro temporaneo; e questi ultimi non necessariamente lavorano poi in ufficio. Ciò non toglie che sia proprio il terziario il settore a conoscere l’aumento più rilevante del numero dei frontalieri.
Ovvero, i frontalieri aumentano proprio in quel settore dove di frontaliere non ce ne dovrebbe essere nemmeno uno. Non ce ne dovrebbe essere nemmeno uno, perché le risorse residenti bastano (e avanzano!) a coprire le esigenze del territorio. Cosa si aspetta allora ad inserire dei contingenti per i frontalieri negli uffici? Una sommossa popolare in stile nordafricano?
Ci ha pensato dunque lo stesso ufficio federale di statistica a smentire le storielle dell’IRE. Infatti l’aumento dei frontalieri nel terziario è la dimostrazione lampante che questi ultimi, contrariamente alla tesi dei ricercatori frontalieri dell’IRE, portano proprio via il lavoro ai ticinesi.
Ora, è ovvio che i frontalieri, come tutti, hanno bisogno di guadagnare la pagnotta e quindi cercano il lavoro dove lo trovano. E se possono proporsi a prezzi inferiori, anche a seguito dell’euro basso, non stupisce che giochino pure questa carta. La colpa non è dei lavoratori, la colpa è di chi ha permesso che si creasse questa situazione di guerra tra poveri, da cui i ticinesi sono fatalmente destinati ad uscire perdenti. I responsabili sono noti: tutti i partiti $torici, i loro esponenti nei gremi politici,  il padronato ed i sindacati.
Ma non è ancora finita, perché a sconfessare ulteriormente lo studio dell’IRE arrivano pure i dati sulla disoccupazione. I quali dicono due cose:
1) che in Ticino nel 2010 sono stati creati 3000 posti di lavoro in più;
2) che nonostante questi 3000 posti di lavoro in più i disoccupati non sono calati, anzi.
Come si spiega questa contraddizione? Facile. I posti di lavoro creati in Ticino non sono stati occupati da Ticinesi.
E, si badi bene, questa volta a dirlo non sono i soliti leghisti razzisti e xenofobi.
Riportiamo uno stralcio dell’intervista a Sergio Montorfani, capo della sezione del lavoro del DFE, pubblicata martedì su Ticinonline.
Domanda: A chi sono andati questi 3000 nuovi posti di lavoro?
Risposta: Si può presumere ai frontalieri. Sappiamo che l’anno scorso sono aumentati di 3000 unità, cifra che corrisponde all’aumento dei 3000 posti di lavoro in Ticino.
A questo punto ogni commento diventa superfluo. Una domanda però s’impone: ma è giustificato continuare a foraggiare l’IRE, visti i risultati?

Lorenzo Quadri

Interrogazione NCC

NCC italiani: cosa si fa per evitare fenomeni di concorrenza sleale, che mettono a rischio posti di lavoro in Ticino? Gli NCC, ovvero servizi di Noleggio con conducente italiani, offrono con sempre maggiore frequenza le proprie prestazioni anche in Ticino.

Mozione frontalieri

Riversamento all’Italia dell’imposta alla fonte prelevata sui frontalieri: sospendere i pagamenti nell’ottica di una revisione dell’accordo esistente.

Frontalieri e ticinesi disoccupati. IRE, basta raccontare frottole

Forse i grandi scienziati del mercato del lavoro dovrebbero evitare di prendere  in giro la gente.
Venerdì l’IRE ha avuto la bella idea di presentare uno studio dal quale emergerebbe che i frontalieri in Ticino non costituirebbero alcun problema e non porterebbero via il lavoro ai Ticinesi. Ma quando mai!
Probabilmente i frontalieri non portano via il lavoro ai ricercatori dell’IRE in quanto questi ultimi godono di protezioni politiche.
Un primo dato elementare: se in Ticino il numero dei disoccupati residenti aumenta, e il numero dei frontalieri aumenta anch’esso, questa non è già una prova evidente che a lavorare in Ticino non sono più i residenti ma i frontalieri?  Capiamo la necessità, per l’IRE, di produrre studi atti a parare il didietro  alle autorità politiche patrocinanti, le quali portano pesantissime responsabilità per la situazione attuale, avendo sempre sostenuto la deleteria libera circolazione delle persone. Ma bisognerebbe almeno evitare le provocazioni, come la tesi secondo cui non ci sarebbe sostituzione sistematica (?) di manodopera locale con frontalieri, ma semmai “un fenomeno di abbinamento non pienamente soddisfatto tra domanda di lavoro e offerta per il mercato interno”. L’ “abbinamento” non è “pienamente soddisfatto” forse perché la domanda di lavoro è del tipo: “cercasi segretarie disposte a lavorare a tempo pieno per 1800 Fr al mese”?
Ancora una volta ci troviamo davanti alla ben nota bufala dei “casi isolati”, bufala già ripetuta ad oltranza in materia di criminalità transfrontaliera: non era vero niente, erano tutte frottole della Lega populista e razzista. Ed infatti, adesso il Mendrisiotto è ridotto come il Far West. Qui è la stessa cosa.
Se invece di trastullarsi con statistiche tarocche i Nobel dell’IRE uscissero dall’ufficio e si guardassero in giro, si accorgerebbero forse che le cose non stanno affatto come dicono loro, e che la sostituzione di lavoratori ticinesi con frontalieri è una drammatica realtà. E non ci si venga per favore a raccontare la fregnaccia secondo cui il livello di formazione italiano, dove le lauree si comprano, è più elevato di quello svizzero. Semmai accade che, col preciso scopo di tagliar fuori i candidati residenti, si pretendano lauree anche per dei posti di addetto alla sicurezza.

Chi decide le assunzioni?
Altra preoccupante realtà è che in svariati ambiti e perfino nel settore parapubblico vengono assunti responsabili e capetti frontalieri, i quali importano poi la corte di compaesani. Perché «tanto gli svizzeri sono scemi e non si accorgono di niente». E il residente che bussa alla porta alla ricerca di un impiego viene allontanato in malo modo.
Poiché conosciamo persone che lavorano in grosse fiduciarie, sappiamo bene che anche sulla piazza finanziaria di ticinesi, a seguito delle iniziative tremontiane, ne sono stati lasciati a casa e non pochi; i frontalieri, invece, sono ancora tutti al loro posto. Per non parlare delle venditrici ticinesi licenziate e sostituite da ragazze frontaliere, dei frontalieri assunti alla SUPSI e all’USI quali ricercatori invece dei candidati ticinesi e non certo perché meglio qualificati, ma perché i professori vengono da Oltreconfine, dei frontalieri negli uffici (altro che cantieri!) e così via.
Contrariamente all’IRE, alla redazione del Mattino della domenica arrivano quotidianamente lettere di ticinesi che non trovano lavoro poiché gli impieghi vanno a persone in arrivo da Oltreconfine. Agli autori di questi scritti, suggeriamo di telefonare direttamente all’IRE per chiarire ai grandi scienziati un paio di cosette che succedono sul nostro territorio, al di fuori dei loro uffici, e che, agli scienziati in questione, evidentemente sfuggono…

Lorenzo Quadri