10 motivi per dire NO alla scuola pubblica socialista

“Scuola che verrà”: infuria la campagna. Bertoli ha mobilitato le truppe cammellate

 

Un nuovo anno scolastico è  cominciato e la campagna di votazione sulla scuola (rossa) che (speriamo non)  verrà (SCV)  imperversa. Il direttore del DECS ha mobilitato le truppe cammellate, le quali stanno infesciando senza ritegno le rubriche delle “opinioni” di giornali e portali.

Lo stesso compagno capodipartimento (mai si era vista una cosa del genere) appare praticamente ogni giorno sui quotidiani, in permanente e stizzita replica a chiunque abbia l’ardire di criticare la riforma scodellata da lui e dai suoi rossi burocrati, distribuendo a destra e a manca patenti di: “bugiardo, disfattista, incompetente”. Dimenticandosi che tra questi bugiardi, disfattisti ed incompetenti c’è gente – da Franco Zambelloni a Gerardo Rigozzi – assai più competente ed autorevole dello stesso capodipartimento.

Il voltafaccia dei PLR e PPD

Il clima che si sta creando, o che si tenta di creare, è quello della campagna contro il No Billag: il clan degli illuminati (?)  fautori della scuola socialista contro un gruppuscolo di spregevoli passatisti. Peccato che le cose non stiano proprio così. Il sostegno alla scuola rossa è trasversale solo all’interno della partitocrazia istituzionale. Con PLR e PPD che prima hanno avversato duramente la riforma, con argomenti inoppugnabili; poi, in parlamento, si sono prodotti in un incomprensibile voltafaccia. Causando vivo sconcerto nella base dei rispettivi partiti. Questi soldatini si sono fatti infinocchiare da Bertoli&Co. Già, infinocchiare. Perché in cambio del loro Sì in Gran Consiglio alla scuola ro$$a, non hanno ottenuto proprio un bel niente. Le modifiche apportate al progetto sono di dettaglio, a voler essere generosi. E la sperimentazione del modello PLR con la moltiplicazione dei livelli è un regalo a Bertoli. Il rapporto compiacente stilato dopo il triennio sperimentale confermerà che la variante (?) liblab è un flop e quindi (?) la via tracciata dal ministro P$  è l’unica percorribile.

Società tagliata fuori

La società civile non è per nulla coinvolta nella riforma. La composizione del gruppo di sostegno della Scuola (socialista) che verrà ben lo dimostra: chi non è soldatino di partito è sul libro paga del DECS o del DSS. Dalla presidente dell’Associazione cantonale dei genitori ai presidenti di USI e SUPSI. A questo “parterre” si aggiungono le associazioni contigue al PS. Come quella dei docenti di storia (già fiera avversaria dell’insegnamento della civica ed asfaltata in votazione popolare).

I docenti

La maggioranza dei docenti, malgrado quello che ama ripetere Bertoli, non è della partita. L’86% non ha risposto alla consultazione e, di quelli che hanno risposto, l’89% ha dichiarato di non volere la sperimentazione nella propria sede (!). L’OCST si è smarcata annunciando ad inizio settimana che non sosterrà la riforma: era ora! Imbarazz tremend imbarazz in casa uregiatta…

Lezioni di civica?

Intanto, le sedi di scuola media che si sono messe a disposizione per la sperimentazione la stanno già portando avanti (vedi Caslano): malgrado il popolo non si sia ancora espresso! Per fortuna che da quest’anno scolastico la civica è diventata materia d’insegnamento a sé stante e con nota. Magari bisognerebbe cominciarla ad insegnarla a certi dirigenti scolastici.

10 motivi per votare NO

Mentre il sostegno alla scuola rossa si sgretola, le magagne della riforma rimangono granitiche.

Il 23 settembre, ribadiamo il nostro No a questariforma (che non vuol dire No a qualsiasi riforma). Ecco 10 motivi per farlo:

  • No al livellamento verso il basso delle competenze degli scolari ticinesi.
  • No alla sostituzione della parità di partenza con la parità d’arrivo.
  • No ad una scuola non svizzera.
  • No alla creazione della scuola pubblica socialista.
  • No alla trasformazione della scuola da istituzione a servizio sociale.
  • No a rendere ancora più ugualitarista la scuola ticinese, che è già la più egualitarista della Svizzera.
  • No all’utilizzo di allievi come cavie umane (e se la sperimentazione fallisce, chi si assume la responsabilità)?
  • No ad una sperimentazione che non è affatto tale, ma è la partenza della riforma: il rapporto taroccato alla fine dei tre anni sperimentali è già programmato (inoltre, a dimostrazione della totale opacità dell’operazione: nemmeno si sa quale istituto verrà incaricato di stilarlo, e con quali indicatori).
  • No a costi stratosferici ed esplosione della burocrazia: 7 milioni per la sperimentazione e 35 milioni all’anno per l’implementazione in caso di approvazione popolare. Costi che evidentemente pagherà il contribuente. Intanto però, adducendo misure di risparmio, il Dipartimento taglia sulle risorse per casi difficili. Quindi si risparmia sulla pelle degli allievi più fragili, danneggiando loro, le loro classi ed interi istituti scolastici. Poi però al DECS  i grandi scienziati in pedagogia, che mai hanno messo piede in un’aula, si sciacquano la bocca con “l’inclusione”.
  • No ad una riforma che spinge tutti verso il liceo, svilendo la formazione professionale.

Lorenzo Quadri

35 milioni all’anno per creare la scuola socialista?

Il 23 settembre votiamo NO alla “Scuola che verrà”: ideologica, nociva, costosissima

Manca poco alla votazione sulla “Scuola che verrà” (23 settembre). Per scoraggiare l’elettorato dall’interessarsi al tema (si sa che il popolazzo becero vota sbagliato) il compagno direttore del DECS ed i suoi purpurei galoppini dipartimentali l’hanno reso incomprensibile ai più. Come se la scuola non fosse una questione che riguarda tutta la società, ma un tema “di nicchia” per addetti ai lavori. Che però, ma guarda un po’, non sono dei tecnici sopra le parti, ma promuovono invece un’ideologia precisa. Quella del compagno capodipartimento che li ha messi lì (magari senza concorso pubblico).

Nervosismo sopra il livello di guardia

Ed infatti il nervosismo del direttore del DECS ha da tempo superato i livelli di guardia, visto che reagisce alle critiche al suo tentativo di creare la scuola pubblica socialista sprizzando bile, arroganza ed accuse denigratorie. Si vede che gli argomenti a sostegno della sua riforma non sono poi così granitici. E’ probabile che il capodipartimento tema un’altra asfaltatura, analoga a quella già rimediata con la votazione sull’insegnamento della civica. A conferma della “fifa blu”, i soldatini del P$ sono già all’opera, con i metodi consueti dei $inistrati: odio ed attacchi personali. Esempio da manuale: la penosa vignetta, con manifeste allusioni alla pedofilia, ideata contro Sergio Morisoli dal pluricondannato coordinatore (?) del portale Gas (intestinale).

Ancora più ugualitarista

Sta di fatto che la scuola ticinese è già la più egualitarista di tutta la Svizzera. Adesso, ad oltre quarant’anni dall’ultima riforma, cosa “si” pensa di fare? Ma di renderla ancora più egualitarista, proponendo modelli già falliti altrove. Il livellamento verso il basso contenuto nella Scuola che verrà, contrariamente a quanto dichiara con ira il capodipartimento, non è una fantasia malata, ma una realtà. In Ticino il mondo del lavoro diventa sempre più selettivo. Ciò in particolare, ma guarda un po’, a causa delle frontiere spalancate. Volute in primis proprio dal P$. Grazie a queste “geniali” politiche di aperture, il Ticino dopo un secolo è ritornato ad essere terra di emigrazione. A seguito dell’invasione da sud, i nostri giovani devono – e sempre più dovranno – andarsene per avere un futuro. E la scuola rossa intende prepararli a cercare fortuna oltregottardo o all’estero a suon di egualitarismi ideologici e di livellamenti verso il basso? Facendosi le pippe mentali sulla “parità di arrivo”?

 

Serve il contrario

E perché mai la scuola ticinese, che è già la più egualitarista di tutta la Confederella, dovrebbe diventarlo ancora di più? Quando la realtà fuori dalla scuola pretende semmai proprio il contrario, ovvero maggiore selettività e un freno alla “spinta dirompente alla licealizzazione” (ovvero: tutti “devono” avere accesso al liceo)? Una spinta che ha due conseguenze deleterie: 1) trasformazione dei licei in parcheggi invece di scuole frequentate da chi ha la motivazione, l’intenzione e le capacità necessarie ad accedere ad una formazione universitaria; 2) svilimento dell’apprendistato, troppo spesso visto come “refugium peccatorum”. E dire che la nostra formazione duale (scuola e lavoro) è ammirata in tutto il mondo.

Silenzio assordante

Fa specie al proposito che, mentre fioccano le prese di posizione pro-Scuola che verrà ad opera di associazioni contigue al PS (vedi ad esempio quella dei docenti di storia, che già combattevano l’insegnamento della civica) i rappresentanti dell’economia, solitamente loquaci, non abbiano nulla da dire a proposito dello scadimento programmato della scuola ticinese. Perso la favella? Troppo impegnati nelle fake news e nel terrorismo di regime a sostegno della devastante libera circolazione delle persone, dello sconcio accordo quadro istituzionale e dei giudici stranieri? Imbarazz tremend imbarazz perché i loro soldatini nel parlamento cantonale si sono fatti infinocchiare dal capo del DECS? Oppure le associazioni economiche stanno contando i soldoni del solito sfigato contribuente che l’ente pubblico dovrà spendere – e quindi deliberare ai loro associati – per adattare le sedi scolastiche alle esigenze della scuola rossa (spazi per laboratori, atelier, …) se quest’ultima dovesse venire accettata dalle urne?

E nümm a pagum

Già, i soldoni. La scuola che verrà, a regime, costerà almeno (almeno!)  35 milioni all’anno. Più quelli a carico dei Comuni: e questa “pillola”, ma guarda un po’, non l’ha quantificata nessuno. Oops, che sbadati! La fattura della sperimentazione triennale sarà invece di 6.7 milioncini. Quasi sette milioni per usare dei ragazzi e le loro famiglie come cavie.

Per farla breve, stiamo parlando di una barca di franchi pubblici,  che verrebbero spesi per sfasciare la scuola ticinese!

Per realizzare la scuola rossa, la partitocrazia mette le mani nelle tasche della gente. Quando però si tratta di sgravi fiscali al ceto medio ed ai single… gh’è mia da danée! Non facciamoci menare per il naso. Il 23 settembre, tutti a votare NO alla Scuola che (non) verrà!

Lorenzo Quadri

 

NO ad una scuola non svizzera

Il 23 settembre tutti a votare NO alla Scuola (socialista)  che (speriamo non) verrà

 

Il contribuente ticinese dovrà pagare almeno 35 milioni di Fr all’anno per finanziare il livellamento verso il basso della scuola ticinese? Ma anche NO!
Dalla messe di opinioni pubblicate sui giornali e sui portali a sostegno della riforma rossa “La scuola che (speriamo non) verrà” (SCV), salta immediatamente all’occhio che il direttore del DECS compagno Manuele Bertoli ha mobilitato i soldatini. Speriamo almeno che gli interventi in questione siano farina del sacco di chi li firma, e non frutto della penna (della tastiera) di qualche galoppino dipartimentale pagato dal contribuente.
E’ manifesto che il direttore del DECS teme che la votazione popolare sulla “scuola rossa” possa risolversi, per lui, in un’asfaltatura analoga a quella che ha rimediato con l’insegnamento della civica. Per questo è assai nervoso. E’ comprensibile.
Sorprende invece che i rappresentanti del mondo economico, solitamente loquaci, non abbiano nulla da dire a proposito dello scadimento programmato della scuola ticinese. E quindi delle competenze e della competitività dei futuri lavoratori di questo Cantone.
Questi signori hanno forse perso la favella? Troppo impegnati nel diffondere fake news e terrorismo di regime a sostegno della devastante libera circolazione delle persone, dello sconcio accordo quadro istituzionale e dei giudici stranieri? Imbarazz tremend imbarazz perché i loro soldatini nel parlamento cantonale si sono fatti infinocchiare dal capodipartimento?
Degno di nota, per contro, il contributo del Prof. Zambelloni pubblicato sul Corriere del Ticino di giovedì, in cui si spiega perché la sperimentazione della SCV è farlocca. E oltretutto nemmeno si sa quale istituto sarà incaricato dal DECS di stilare il rapporto compiacente.
IL 23 SETTEMBRE TUTTI A VOTARE NO ALLA SCUOLA CHE VERRÀ!
– NO al livellamento verso il basso delle competenze degli scolari ticinesi;
– NO ad una spesa esorbitante (6.7 milioni per sperimentare ed almeno 35 all’anno per implementare la SCV) e tutto questo peggiorare la scuola nel nostro Cantone;
– NO ad allievi (e famiglie) trattati come cavie;
– NO ad una scuola ticinese sempre meno svizzera;
– NO alla creazione della scuola pubblica socialista!

Lorenzo Quadri

 

La riforma è sbagliata e la sperimentazione è farlocca

No alla “Scuola che verrà”: non spendiamo barcate di milioni per creare la scuola ro$$a

Il 23 settembre i cittadini saranno chiamati a votare sulla sperimentazione della riforma “La scuola che verrà” (SCV). Complice il periodo estivo, di questa votazione si parla poco. Eppure essa è della massima importanza. La scuola forgia  i cittadini di domani. Sul tema dovrebbe dunque esserci una discussione generale. Invece, nisba. Il DECS targato PS  è infatti riuscito a schivare il dibattito e a trasformare la riforma in una questione di nicchia per specialisti e pedagogisti. La SCV è stata resa  – di proposito –  incomprensibile a chi addetto ai lavori non è (la stessa cosa è accaduta anche con i nuovi piani di studio).  La società civile è stata tagliata fuori. Le famiglie non sanno cosa succederà  ai propri figli, alla loro preparazione al futuro.  Alla faccia della trasparenza (con cui i compagni amano sciacquarsi la bocca, ma solo quando fa comodo).  Se questa è democrazia…

A ciò va aggiunto che la riforma non è condivisa dai docenti. L’86% non ha risposto alla consultazione dipartimentale, mentre l’89% di quanti hanno risposto ha dichiarato di essere sì d’accordo con la sperimentazione… ma non nella propria sede!

Livellamento verso il basso

Che a distanza di 44 anni (la legge sulla scuola media è entrata in vigore nell’ormai non solo remoto, ma etrusco  1974; nel frattempo il mondo è completamente cambiato) siano necessarie delle riforme, è innegabile. In particolare, occorre porre fine a quella che qualcuno ha definito la “spinta dirompente alla licealizzazione”. Ovvero: tutti “devono” andare al liceo, trasformato in scuola-parcheggio, con conseguenze deleterie. Purtroppo la  SCV  va nella direzione contraria. La riforma gronda ideologia “rossa” ed egualitarista. Demolisce  gli ultimi scampoli di meritocrazia rimasti nel sistema scolastico ticinese, nel nome del livellamento verso il basso. Invece di spingere gli allievi a superare gli ostacoli, si abbassano gli ostacoli sempre di più.  Si immagina di sostituire le pari opportunità con la parità di arrivo: una pericolosa illusione. Il risultato sarà quello di allargare il solco tra un mondo scolastico artefatto e la realtà che, implacabile, attende fuori dall’aula. E questa realtà  non è certo egualitarista: è sempre più selettiva. Specie quella professionale.

Insegnare o “socializzare”?

Del resto, in campo scolastico, il Ticino è già il Cantone più egualitarista della Svizzera. Adesso vorrebbe diventarlo ancora di più? Riproponendo modelli già falliti altrove? Ma anche no!

La riforma mette poi l’accento sul ruolo socializzante della scuola, facendo retrocedere la sua vera missione, che è quella di trasmettere saperi. La scuola è un’istituzione e non un servizio sociale. Curiosamente, l’aspirazione socializzante va poi in contraddizione con l’organizzazione di laboratori ed atelier. La SCV ne prevede in quantitativi smodati (e la griglia oraria?). Ma essi  implicano la divisione delle classi e la ricomposizione con altri allievi. E questo nuoce sia alle dinamiche di gruppo che al ruolo del docente e alla sua autorevolezza in aula. Questa è solo una delle varie contraddizioni contenute nel progetto.

Famiglie esautorate

Particolarmente problematica è poi  la magnificata – quanto misteriosa – “differenziazione pedagogica”.  Ossia: “si insegna all’allievo secondo il suo ritmo ed il suo stile”. Quindi se un allievo è bravo a correre lo si fa solo correre, se è bravo in matematica farà solo matematica?

Altro aspetto inquietante: in nome della politicamente correttissima “differenziazione pedagogica”,  si potranno rivedere al ribasso gli obiettivi di un allievo in difficoltà, senza coinvolgere le famiglie – al contrario di ora – ma con la consulenza del sostegno pedagogico,  che diventa potentissimo.  Anche perché gli esperti delle materie verrebbero aboliti e sostituiti da consulenti pedagogici, che controlleranno non già se il docente ha svolto il programma come si deve, ma se ha “differenziato”  correttamente.  In regime di “Scuola che (speriamo non) verrà”, la famiglia si troverebbe di fatto esautorata. Stupisce che l’associazione cantonale dei genitori non abbia nulla da dire al proposito. Come pure stupisce che in Gran Consiglio il PLR ed il PPD, partiti a cui la competenza in materia scolastica non dovrebbe mancare (il primo ha gestito l’educazione ticinese per oltre un secolo, il secondo porta con sé l’eredità delle scuole private cattoliche ed il “centro di competenza” dell’OCST docenti) si siano accodati alla proposta del Consigliere di Stato PS e dei suoi funzionari dirigenti (rigorosamente dello stesso colore). I quali vogliono creare la scuola pubblica socialista. PLR e PPD si sono fatti infinocchiare? Oppure le resistenze iniziali sono state superate con la solita logica dello scambio di favori?

 

Fattura salatissima

La sperimentazione della “Scuola che verrà”  vorrebbe usare i giovani (e le loro famiglie) come delle cavie da laboratorio. In più è farlocca. Se parte la sperimentazione, parte la riforma. Dunque va respinta. Dire No alla SCV non vuol dire bloccare qualsiasi riforma scolastica. Vuol dire fermare questariforma. Attenzione poi a non cedere alla tentazione di disinteressarsi al tema perché “è ostico” (è stato reso tale di proposito) e  perché “tanto non ho (o non ho più) figli agli studi, quindi non mi riguarda”. Bubbole. Con la scuola si costruisce la società di domani. Inoltre: la sola sperimentazione della SCV costerà quasi 7 milioni di Fr per tre anni. La sua messa a regime costerà almeno 35 milioni all’anno. A ciò si aggiungono gli importanti oneri che ricadranno sui Comuni. Ad esempio, gli investimenti nelle sedi scolastiche: perché, se si devono svolgere laboratori ed atelier, bisogna anche avere le aule dove tenerli. Questi costi non li ha calcolati nessuno. Ma ci saranno. Eccome che ci saranno!  E li pagherà il contribuente. Tutto questo per peggiorare la scuola ticinese. Forse che già solo tali cifre non interpellano tutti noi?

Lorenzo Quadri

 

 

 

“La scuola che (non) verrà”: la parola passa ai cittadini

Le firme contro la “riforma rossa” ci sono: ma i raccoglitori insultati e minacciati

Il referendum contro la riforma-Bertoli “La scuola che (speriamo non) verrà” dovrebbe essere riuscito. La conferma ufficiale non c’è ancora, ma il numero di firme raccolte mette al riparo da brutte sorprese.

La riuscita del referendum è senz’altro è una bella notizia: il popolo ticinese si potrà esprimere su un tema di grande importanza politica e finanziaria.

Il disastro dietro l’angolo

Importanza politicaperché, è ovvio, dal futuro della scuola, della formazione scolastica, dipende il futuro della nostra società. E serve a poco riempirsi la bocca con slogan sui ticinesi che “devono essere i migliori” quando poi si pongono le basi per far sì che i “migliori” siano  gli altri. Grazie alla devastante libera circolazione voluta dalla partitocrazia, quella che poi ti va ad appoggiare “La scuola che (speriamo non) verrà”, sul mercato del lavoro i giovani ticinesi sono esposti ad una concorrenza vieppiù agguerrita. Sempre più ticinesi, e non solo giovani, dovranno fare fagotto ed emigrare oltregottardo per avere un futuro. Questo è quanto ha voluto il triciclo PLR-PPD-P$ con la libera circolazione delle persone. E davanti a questa realtà, proprio il triciclo ci viene a cianciare di “democrazie della riuscita”  e di conseguenti livellamenti verso il basso?

Se la società è selettiva –  lo è sempre di più e sappiamo grazie a chi – la scuola non può andare nella direzione diametralmente opposta, perché il disastro è dietro l’angolo.

La “scuola rossa” ticinese sarebbe poi agli antipodi di quel che accade nella maggioranza degli altri Cantoni: e allora una qualche domandina su chi sta toppando bisognerebbe magari porsela.

Ideologia?

Naturalmente si dirà, anzi Bertoli lo sta già dicendo, che il referendum contro “La scuola che verrà” è “ideologico” visto che proviene da “destra” (Udc, Lega e dintorni). Chiaro: per la gauche-caviar tutto quello che arriva dalla parte “sbagliata” non è mai la risposta ad un problema reale; sono solo pippe mentali in nome di un’ “ideologia”, intesa come sinonimo politikamente korretto di “fissazione da rimbambiti”. Ma bravi!  E la scuola rossa proposta dal DECS – da cui i partiti cosiddetti di centro si sono fatti infinocchiare –, forse che non è ideologica?

La scuola è di tutti

Il passato recente (votazione sulla civica) ha confermato che non necessariamente il popolo ticinese condivide le posizioni sulla scuola della $inistra al caviale. Quest’ultima considera la scuola pubblica come proprio territorio esclusivo. Ma si dimentica che essa è, come dice il nome, pubblica. Quindi di tutti i cittadini. Compresi quelli che ro$$i non sono.

Proprio perché la scuola è di tutti, è importante che alla votazione sulla “scuola che verrà” partecipino tutti. Non avere figli, o non averne più in età scolastica, non è un motivo per chiamarsi fuori. Anzi, a maggior ragione chi dovrà pagare il costo esorbitante della scuola rossa (6.7 milioni per la sperimentazione triennale e almeno 35 milioni all’anno per il progetto “a regime”) senza (più) avere figli che la frequentano, ha un legittimo interesse a che i soldi delle sue imposte vengano utilizzati bene, visto che ce li mette senza un ritorno diretto. E spendere 35 milioni in più ogni anno per abbassare il livello di preparazione dei giovani ticinesi in nome dell’ideologia egualitarista rossa e della non-selezione non è un buon utilizzo del denaro pubblico. Non è perché con la riforma-Bertoli si spenderebbe di più per la scuola che questo implica automaticamente un suo miglioramento.

La pillola lieviterà

Oltretutto la cifra di 35 milioni all’anno è pure destinata a lievitare dal momento che le conseguenze della “scuola che (speriamo non) verrà” sull’edilizia scolastica comunale sono ancora sconosciute e tutte da valutare. L’importanza finanziariadel tema è tale che già da sola basterebbe a giustificarne la messa in votazione popolare. Del resto se in Ticino esistesse il referendum finanziario obbligatorio in vigore in 18 Cantoni, la chiamata alle urne avverrebbe in automatico.

Raccoglitori minacciati

La raccolta delle firme per questo referendum non è stata semplice. Alcuni raccoglitori sono stati insultati e minacciati dai soldatini della $inistra partito dell’odio. Chiaro: i $inistrati pensano di essere gli unici a poter lanciare dei referendum. Guai se i detestati “nemici” osano fare la stessa cosa; a maggior ragione contro una riforma rossa. Morale, legalità, diritti popolari: per i kompagnuzzi valgono solo a senso unico. Cioè quando fa comodo a loro. Del resto, da un’area politica che pretendeva di rifare il “maledetto voto” del 9 febbraio poiché l’esito non le era gradito, ci si può forse attendere che rispetti i diritti popolari? Ma va là!

Del resto il buon Bertoli ha tacciato di “mente contorta” i promotori del referendum contro la sua riforma scolastica. Non risulta che abbia riservato analoghe amabilità a chi ha referendato la riformetta fisco-sociale.

I docenti ci sono

Altro dato degno di nota: parecchi docenti hanno contribuito alla riuscita della raccolta di firme contro “La scuola che verrà”. Lo hanno fatto da dietro le quinte, comprensibilmente preoccupati per possibili ritorsioni. Però lo hanno fatto. A dimostrazione che  – contrariamente a quanto raccontano i vertici del DECS – l’accettanza della riforma da parte del corpo insegnante è, per usare un eufemismo, piuttosto scarsina.

Lorenzo Quadri

 

“La scuola (rossa) che verrà”: un problema che tocca tutti

Tutti a firmare il referendum: la posta in gioco è il futuro della nostra società

Prosegue la raccolta firme contro la riforma “La scuola che (si spera non) verrà”, ossia la riforma bertoliana grondante ideologia rossa.

E’ importante firmare il referendum affinché i ticinesi possano dire la loro. Il futuro della scuola è il futuro della società. Un tema di questa portata non può certo essere lasciato decidere da un manipolo di burocrati del DECS, tutti rigorosamente targati P$, che intendono utilizzare la scuola per inculcare nelle nuove generazioni la loro visione di società. Basta dare un’occhiata alle allucinanti pippe mentali con cui il Dipartimento tenta di giustificare la riforma scolastica rossa per capire che il leitmotiv è il livellamento verso basso. Il modello è quello della siepe: per portare tutti gli arbusti alla stessa altezza, si taglia sempre più in basso (e, a furia di abbassare, si arriva rasoterra). E poi il tandem PLR-PPD, dopo aver dato il via libera a questa riforma $ocialista, ha ancora il coraggio di sciacquarsi la bocca con la storiella delle “eccellenze nella formazione”? Ma va là…

Costi esorbitanti

A ciò si aggiunge il costo esorbitante de “La scuola (rossa) che verrà”: 35 milioni all’anno, e scusate se sono pochi! Ai quali si aggiungono i 6.7 milioni per la sperimentazione farlocca triennale.

Davanti a spese di un tale calibro, si vorrebbe non chiamare i cittadini alle urne? Lo vorrebbero, evidentemente, i $inistrati. Costoro infatti vaneggiano di essere gli unici legittimati ad impugnare le decisioni della maggioranza parlamentare. Loro possono; ma gli altri che non si azzardino! Se poi il referendum verte sulla scuola pubblica – che la gauche-caviar considera proprio appannaggio (proprio: non di tutta la società) e guai a chi osa metterci il becco – si aggiunge il reato di lesa maestà. Ed infatti chi osa infrangere il tabù viene  immediatamente infamato dai kompagnuzzi. Ad esempio, i promotori del referendum contro la scuola rossa sono stati accusati dal direttore del DECS di avere la “mente contorta” (come se fosse possibile inventarsi qualcosa di più contorto degli autoerotismi cerebrali con cui i purpurei vertici del DECS argomentano la loro riforma).

Tutti siamo toccati

Il futuro della scuola riguarda tutti. Non riguarda solo i docenti, non riguarda solo gli alunni, non riguarda solo chi ha figli in età scolare. A maggior ragione quando la riforma comporta una spesa di 35 milioni di Fr all’anno, e qui delle due l’una: o questi soldi verranno a mancare altrove, oppure li si recupererà mettendo le mani nelle tasche del solito sfigato contribuente.

Quindi non firmare il referendum perché “tanto non ho (più) figli nella scuola dell’obbligo” è l’equivalente della Corazzata Potemkin di fantozziana memoria: una ca… pazzesca.

Docenti contrari

Già nei mesi scorsi i ticinesi hanno votato su un tema scolastico (assai più circoscritto della riforma Bertoli), ossia l’insegnamento della civica. Avendo i ticinesi asfaltato la casta anti-civica, la preoccupazione dei vertici del DECS davanti all’attuale referendum è comprensibile.

Da notare che l’argomento principe dei kompagni anti-civica era il seguente: “i docenti sono contrari, si vuole modificare la scuola contro il parere di chi la scuola la fa”. Ohibò: forse che i docenti sono favorevoli alla “scuola (rossa) che verrà”? La risposta è: no! Non lo sono! Infatti l’86% non ha nemmeno risposto al sondaggio online sul tema. Si tratta evidentemente di un silenzio carico di significato: è chiaro infatti che gli insegnanti contrari non potevano certo bocciare la riforma-Bertoli in un sondaggio online. I riottosi sarebbero stati subito individuati (perché, se qualcuno crede che simili inchieste garantiscano l’anonimato…). Inoltre, l’89% di chi ha risposto alle 103 (!) domande si è detto favorevole ad una sperimentazione… ma non nella sua sede! (Un po’ come chi passa la giornata attaccato allo smartphone però insorge se gli mettono l’antenna di telefonia mobile vicino a casa).

Qui non si parla di introdurre due ore di lezione al mese, come nel caso della civica. Si parla di stravolgere la scuola ticinese, contro la volontà dei docenti.

E venire a sostenere, come ha fatto il capodipartimento, che visto che la sua riforma costa una barca di soldi allora bisogna per forza essere favorevoli perché “si investe nella scuola”, è un insulto all’intelligenza dei cittadini.

Riformare… in peggio?

Sul fatto che la scuola ticinese vada riformata sono probabilmente tutti d’accordo. Ma se si riforma qualcosa, bisognerebbe farlo in meglio e non in peggio. Con “La scuola  che verrà”, invece, si aboliscono i livelli senza però proporre alcun modello sostitutivo, ma partendo dal presupposto che tutti gli allievi possano seguire lo stesso curricolo. Questo si chiama ugualitarismo ro$$o e non è solo illusorio ma anche pericoloso.

Oltretutto, una simile concezione non fa che perpetuare il vetusto e nocivo pregiudizio secondo cui l’obiettivo di tutti deve essere il liceo: l’apprendistato è una scelta di serie B; un ripiego per chi non ce la fa. Niente di più sbagliato: la formazione professionale duale (scuola e lavoro) è un fiore all’occhiello del sistema svizzero, che i paesi stranieri ci invidiano. Essa consente comunque, tramite vari corsi passerella, a chi lo desiderasse di accedere a curricola universitari. Il sistema scolastico svizzero è infatti sempre più organizzato a vasi comunicanti.

“La scuola (rossa) che verrà” è una riforma ideologica che va nella direzione sbagliata. Per questo va fermata. E bisogna farlo ora, firmando il referendum contro la sperimentazione (su cavie umane). Perché, lo ribadiamo: se parte la sperimentazione, parte anche la riforma.

Lorenzo Quadri

Meglio contorti che boccaloni

La scuola che (non) verrà, Bertoli sbrocca contro i referendisti: “menti contorte”

 

Al direttore del DECS kompagno Manuele Bertoli non è andata giù che “menti contorte” (definizione sua) di Udc-LaDestra e Lega (e anche qualche Plr) abbiano lanciato il referendum contro la “sua” riforma del sistema scolastico ticiense, ovvero la famigerata “La scuola (rossa) che verrà”. Quella che vuole sostituire la parità di partenza degli allievi con la parità di arrivo. Evidentemente per qualcuno le politikamente korrettissime “pari opportunità” (parità di partenza, appunto) ancora non bastano. E’ giunto il momento del passo successivo: la parità di risultato. Il che giocoforza significa: livellamento verso il basso.

Due osservazioni

Si può poi anche sostenere, come ha fatto Bertoli, che i referendisti hanno la mente contorta. Non siamo così suscettibili da offenderci per questo. Ma due osservazioni ci stanno tutte:

  • meglio contorti che boccaloni, come hanno invece dimostrato di essere PLR e PPD. Perché per credere
  1. che i vertici del DECS abbiano davvero la volontà di valutare oggettivamente delle alternative alla scuola (rossa) che verrà; e
  2. che far partire la sperimentazione (su cavie umane!) non significhi dare il via alla riforma tout-court (ed ovviamente nella versione Bertoli)

bisogna aver vinto il campionato europeo di credulità.

  • Difficile trovare qualcosa di più “contorto” delle pippe mentali con cui il Dipartimento motiva “La scuola che verrà”, di cui riportiamo un estratto sotto.

Anche sostenere, come fa il direttore del DECS, che solo perché la riforma rossa è costosa, essa comporterà automaticamente un miglioramento della scuola ticinese, è assai poco convincente.

Democrazia a senso unico?

Vista la posta in gioco – ossia tanti (ma tanti) soldi pubblici e la preparazione con cui i nostri giovani si affacceranno al mercato del lavoro ticinese sfasciato dalla libera circolazione (grazie partitocrazia!) – ci mancherebbe anche che non fosse legittimo lanciare il referendum affinché siano i cittadini a votare.

Intanto però i soldatini del P$ hanno già cominciato ad agitarsi: se il referendum riuscirà, a decidere sulla riforma scolastica  rossa sarà – orrore (ovvove)! – il popolazzo “che vota sbagliato” e non gli specialisti gauche-caviar di ingegneria pedagogica.

Ma complimenti! Hai capito i kompagni? Il popolo non deve decidere. Decide la casta. Gli unici referendum legittimi sono quelli dei sinistrati. Allora lì va bene a che ad esprimersi non siano degli esperti. Ecco perché i $ocialisti non volevano l’insegnamento della civica: loro sono per la democrazia a senso unico (come la morale, come la legalità, come…).

Va poi ricordato che nel caso concreto i professionisti della scuola sono tutt’altro che compatti dietro la riforma-Bertoli. Perché se qualcuno immagina che essa sia sostenuta dalla maggioranza dei docenti e dei direttori di istituto, forse ha sbagliato i conti. L’86% degli insegnanti non si è nemmeno espresso, tanto per dirne una.

Egualitarismo

Che l’egualitarismo spinto di stampo rosso di cui è imbevuta la riforma sia un bene per la scuola ticinese (e quindi per la società) è tutto da dimostrare. Se la società è selettiva, la scuola non può essere tutto il contrario. La selezione è necessaria anche nelle aule. Non si può incanalare tutti gli alunni verso gli studi superiori, magari per gonfiare l’ego dei genitori. Perché il risultato è: licei usati come parcheggio con curricula che poi sfociano  o in “dispersioni formative” (cioè giovani che abbandonano gli studi e sono in giro a sbalzo) o in lauree “facili” senza sbocchi. Senza sbocchi anche perché la partitocrazia, P$ in primis, ha voluto e vuole l’invasione di frontalieri. Grazie alla devastante libera circolazione delle persone, i frontalieri stanno colonizzando a ritmo serrato gli uffici del terziario dove dovrebbero lavorare i ticinesi. Se la libera circolazione non salta, sarà sempre peggio.

Sarebbe invece opportuno puntare di più sull’apprendistato, che non è una formazione di serie B, ma un percorso formativo ammirato a livello internazionale, come ama ripetere il ministro dell’Economia Johann “Leider” Ammann (quindi non un becero leghista populista e razzista). Come del resto accade in Svizzera tedesca. Del resto, assomigliare sempre più alla Svizzera tedesca è il nostro destino visto che per trovare lavoro i giovani ticinesi dovranno giocoforza emigrare oltralpe a causa dell’invasione da sud. Di nuovo: grazie, partitocrazia!

Il precedente

Comprensibile il fastidio di Bertoli nei confronti del referendum contro la scuola (rossa) che verrà. La  votazione sull’insegnamento della civica, da cui il direttore del DECS ed i suoi giannizzeri sono usciti asfaltati, ha segnato un precedente. La scuola ticinese non è proprietà esclusiva della $inistra. Anche un comitato etichettato come “di destra” può riuscire a far valere le proprie ragioni in una votazione popolare.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Il livellamento verso il basso nella scuola ro$$a

 

Dal documento “La scuola che verrà” – e poi ad avere la “mente contorta” sarebbero i promotori del referendum??

 

Da pagina 23

Qualità dell’insegnamento e risultati ottenuti dagli allievi restano punti fermi, ai quali nessuno intende rinunciare. Bisogna tuttavia raggiungere una “giusta eguaglianza” nella distribuzione del bene finale, applicando una “giusta diseguaglianza” nell’impiego dei mezzi strumentali. Tradotto nei termini delle proposte formulate dal progetto di riforma, la diversificazione delle strategie d’insegnamento, dell’approccio e delle pratiche didattiche è funzionale all’ottenimento di un’eguaglianza dei risultati (dove per eguaglianza si intendono i migliori risultati possibili per ognuno), il che equivale a produrre equità. In altre parole si potrebbe pensare che la Scuola che verrà tollera, anzi promuove delle diseguaglianze di trattamento in quanto pienamente compatibili con la promozione di una scuola equa: attraverso la differenziazione si intende perseguire una giusta eguaglianza nella distribuzione del bene finale (i risultati scolastici) che si combina con una giusta diseguaglianza nella distribuzione dei beni strumentali messi in campo (ottenuta attraverso la differenziazione).

 

Pagina 24

La pedagogia differenziata cerca di adattare metodi e percorsi alla realtà degli allievi. Essenziale diventa la rilevazione e l’osservazione di questa realtà e dei vari processi che sono messi in gioco, per poi cercare di adattare le situazioni di insegnamento o apprendimento. I termini “differenziazione” o “pedagogia differenziata” sono di fatto riferiti a una diversificazione delle pratiche didattiche che inizia con una prassi di osservazione diagnostica e prosegue con un adeguamento delle forme di insegnamento. Differenziare implica quindi per definizione di non accordare a tutti la stessa attenzione, lo stesso tempo o la stessa energia. In questo modo è possibile promuovere il passaggio da una “democrazia delle possibilità” verso una “democrazia della riuscita”.