In Ticino nuova impennata!

Esplode ancora il numero dei frontalieri: ma come, non erano solo “percezioni”?

 

Ma come, non erano solo “percezioni”? Ed invece, ma tu guarda i casi della vita, il numero di frontalieri è di nuovo esploso in Ticino. E solo in Ticino. Le cifre parlano chiaro. E, per l’ennesima volta, asfaltano l’IRE, Rico Maggi e gli studi farlocchi realizzati da ricercatori frontalieri (che sicuramente dispongono di “profili” che da noi non si trovano, come no).

Ennesimo record

Come abbiamo letto nei giorni scorsi, è stato infranto un nuovo record negativo: l’ennesimo. A fine marzo 2017 i frontalieri attivi in questo sempre meno ridente Cantone erano 64’670: siamo quindi a quota 65mila. L’aumento è stato dello 0,5% rispetto alla fine del 2016 e addirittura del 3.6% rispetto al primo trimestre dell’anno scorso.

Su base nazionale, invece, da gennaio a marzo i frontalieri sono calati dello 0,2%. Mentre rispetto al primo trimestre del 2016 l’aumento a livello svizzero è stato “solo” del 2.8% – quindi chiaramente inferiore a quello in Ticino. Ma naturalmente a sud delle Alpi non esiste né sostituzione né dumping salariale: sono solo balle populiste e razziste.

Va da sé che i 65mila frontalieri sono solo quelli dichiarati, ufficiali. In tale cifra, per quanto enorme, non figura, ovviamente, chi lavora in nero. E non facciamo finta di credere che il problema non esista. Rendiamo “grazie” alla politica delle frontiere spalancate ed alla conseguente perdita di controllo sul territorio!

Terziario devastato

Ancora una volta, il boom di frontalieri si registra in prima linea nel settore terziario, dove si è passati dai 38’122 del primo trimestre 2016 ai 40’206 del primo trimestre 2017. 2100 in più: quindi un aumento di oltre il 5.5%. Del resto i frontalieri nel terziario sono quadruplicati con la devastante libera circolazione delle persone. Sicché l’impennata procede allegramente proprio in quelle professioni dove non c’è alcuna carenza di manodopera ticinese. Questo ha, evidentemente, delle conseguenze disastrose sul mercato del lavoro.

Ingegneri e architetti

Da notare che tra le professioni in cui il numero dei frontalieri  è maggiormente aumentato nell’ultimo anno ci sono quelle di ingegnere ed architetto. Ed è proprio in quest’ambito che ad inizio marzo si è appreso dell’ennesimo scandalo provocato dalla libera circolazione: architetti pagati 6 fr all’ora, ovvero circa 1000 Fr al mese. Chi sono i datori di lavoro che in Ticino praticano condizioni salariali del genere? Naturalmente, i soliti furbetti dell’italico quartierino che hanno trovato nel nostro Cantone “ul signur indurmentàa”. Ma tanto gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente.

Altro ramo che ha conosciuto un’impennata: informazione e comunicazione. Uella, vuoi vedere che la facoltà di scienze della comunicazione serve a formare in Ticino studenti frontalieri che poi diventeranno lavoratori frontalieri?

E poi hanno ancora il coraggio, al di là della ramina, di accusare i ticinesi di razzismo nei confronti degli italiani? Se razzismo ci fosse, i frontalieri dovrebbero semmai diminuire. Invece crescono a ritmo esponenziale. I moralisti a senso unico non hanno nulla da dire sul tema?

I sabotatori

Il colmo è che, davanti a cifre – dell’Ufficio federale di statistica, non della Lega populista e razzista! – che si fanno sempre più allucinanti, i partiti $torici hanno ancora il coraggio di sabotare “Prima i nostri”. I kompagni spalancatori di frontiere, ad esempio, proprio in occasione del primo maggio hanno di nuovo strillato il proprio scandalizzato “no” alla preferenza indigena: perché in Ticino “devono entrare tutti”. $inistruccia e grande capitale a manina nel difendere a spada tratta la devastante libera circolazione delle persone!

E lo statuto speciale?

Le statistiche sui frontalieri divulgate nei giorni scorsi provengono dall’Ufficio federale di statistica. Si tratta quindi di numeri della Confederella. Domanda da un milione: come mai l’autorità federale, davanti a cifre allarmanti pubblicate dai suoi stessi servizi, non prevede delle misure speciali per tutelare il mercato del lavoro ticinese? Ah già: i vicini a sud non sarebbero contenti, visto che il Ticino è diventato terra di conquista per tutto lo stivale (mica solo per le fasce di confine). Inoltre qualcuno potrebbe starnazzare al “proibizionismo”. E, si sa, la priorità assoluta dei sette scienziati e della diplomazia eurolecchina è “andare d’accordo”.

Lorenzo Quadri

 

Lavoro in Ticino: ancora statistiche taroccate!

La propaganda di regime della SECO regge la coda agli spalancatori di frontiere

I fautori dell’invasione da sud tentano di nuovo di farci credere che “l’è tüt a posct”. Peccato che i dati sull’assistenza, sull’esplosione dei frontalieri, sul lavoro ridotto, come pure le statistiche ILO, dicano tutt’altro

Sulla situazione del mercato del lavoro ticinese in regime di devastante libera circolazione delle persone, la propaganda di regime prosegue alla grande.

La “mitica” SECO (segreteria di Stato per l’economia) ha divulgato, come di consueto, i suoi – ma proprio solo suoi – dati sull’occupazione di luglio.

E’ opportuno ricordare che la SECO è quell’istituto, dal costo di 100 milioni all’anno (!), specializzato nella produzione di statistiche farlocche a sostegno della politica delle frontiere spalancate.

E’ quell’istituto che se ne esce , “come se niente fudesse”, a raccontare monumentali fregnacce. Del tipo: “in Ticino non esistono né dumping  salariale né sostituzione dei lavoratori residenti con frontalieri, e chi sostiene il contrario fa politica (ossia: è un bieco populista e razzista)”. E poi i responsabili della SECO – superburocrati con il posto garantito a vita – hanno ancora la “lamiera” di strillare alla lesa maestà se qualcuno osa protestare?

Le favolette

Secondo i dati SECO, dunque, in Ticino la disoccupazione in luglio sarebbe del 3%, come la media nazionale. E subito gli spalancatori di frontiere corrono ad esultare: vedete che, anche con l’invasione di frontalieri, sul mercato del lavoro cantonale “tout va bien, madame la Marquise”? Vedete che “bisogna aprirsi all’UE”?

Peccato che le cose stiano diversamente. Il trucchetto è fin troppo facile da scoprire. Infatti, nelle statistiche SECO sulla disoccupazione, la maggior parte dei senza lavoro non figurano. Ad esempio, non figurano quanti sono finiti in assistenza. Sicché, i toni trionfalistici per un meno 0,1% sulle percentuali imbellettate della SECO sono, semplicemente, una favola. Non a caso simili percentuali vengono subito asfaltate dalle cifre dell’assistenza sociale.

Esplode l’assistenza

In questo sempre meno ridente Cantone, infatti, il numero delle persone in assistenza è aumentato di quasi il 50% dal 2010  ad oggi. Ormai  siamo a quota 9000, quando nel 2010 erano 6000, e ad ogni rilevamento si infrange un nuovo record. Sicché, altro che calo della disoccupazione! Sempre più ticinesi, grazie all’invasione da sud, sono esclusi dal mercato del lavoro. Ma i fautori dell’invasione credono di poterci fare fessi con le loro storielle. E, non ancora contenti, montano pure in cattedra ad accusare di “populismo e razzismo” chi non se le beve. E’ il colmo.

Meno frontalieri?

Non ancora contenti, lor$ignori credono di poter montare la panna sulla diminuzione dei frontalieri di qualche unità da un mese all’altro, dimenticandosi però di dire che i frontalieri in Ticino sono passati da 37’500 nel 2006 a 62’500 oggi. 25mila in più in 10 anni!

E il peggio deve ancora venire: perché, sempre in 10 anni, i frontalieri attivi nel settore terziario sono aumentati, udite udite, di qualcosa come 20mila unità, passando da 18mila a 38mila!

Eh sì:  il numero di frontalieri esplode proprio in quei settori professionali dove essi portano via il lavoro ai ticinesi. Non certo in quei “lavori che i ticinesi non vogliono più fare”  (luogo comune inventato dai camerieri dell’UE e tutto da verificare alla luce della situazione occupazionale attuale ) dove il loro numero è rimasto sostanzialmente costante. E, se sul totale il quantitativo di frontalieri in Ticino cala di qualche unità, la diminuzione non si registra di certo negli uffici. Avviene, invece, sui cantieri o nelle fabbriche. E non perché vengono assunti residenti. Ma perché questi settori economici rallentano.

I dati ILO

Mentre nel resto del globo per misurare la disoccupazione si utilizzano i dati ILO, in Svizzera si usano quelli della SECO. Perché? Perché sono più belli. Infatti, secondo le cifre ILO, in Ticino il tasso di disoccupazione sarebbe del 7%. Che è un bel po’ diverso dal 3% farlocco della SECO. Idem per il numero di persone senza lavoro: la SECO ne indica poco più di  5000 (campa cavallo), mentre dai dati ILO ne risulterebbero 13’300.

E non solo. Altro che calo della disoccupazione. Il tasso ILO, come detto un po’ più fedefacente delle statistiche taroccate della SECO, indica che la disoccupazione in Ticino aumenta. E mica di poco. Infatti si è passati da un 6.4% del quarto  trimestre 2015 al 7% del primo trimestre 2016. Ah, però. Altro che venirci a raccontare fetecchiate sull’occupazione a gonfie vele in Ticino in regime di frontiere spalancate!

Ciliegina sulla torta, i trionfalisti si dimenticano anche un altro dato: quello del lavoro ridotto, che è pure in crescita dalla metà del 2015.

Preferenza indigena

Inutile raccontare storielle. I numeri  parlano chiaro. 13’300 disoccupati ILO in Ticino contro un aumento dei frontalieri nel terziario di 20mila unità in 10 anni. Anche quello che mena il gesso è in grado di rendersi conto che il problema occupazionale in Ticino dipende dall’invasione di frontalieri. E dunque si può risolvere solo con la preferenza indigena. Di cui però, ma tu guarda i casi della vita, gli spalancatori di frontiere non vogliono sentire parlare. Del resto, basterebbe sostituire con ticinesi una parte dei “nuovi” frontalieri che sono arrivati a lavorare nel terziario per avere la piena occupazione!

Lorenzo Quadri

 

Ma guarda un po’! Adesso se ne accorgono anche i sindacalisti? Le “mele marce” italiche devastano il mercato ticinese

Ma come, non dovevano essere tutte balle della Lega populista e razzista? Invece, in uno scritto pubblicato di recente, anche il segretario sindacale OCST Meinrado Robbiani (PPD) punta il dito contro la devastazione del mercato del lavoro ticinese ad opera di imprese che sistematicamente “si servono di raggiri ed imbrogli”.
Si tratta per lo più di imprese che arrivano dalla vicina Penisola, dove aggirare le regole è la norma. Del resto l’ex presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, diceva tranquillamente che il lavoro nero sotto il 20% non è nemmeno lavoro nero.

E’ evidente che i ticinesi non sono in alcun modo attrezzati a far fronte ad una concorrenza di questo tipo. E ancora meno lo sono i burocrati federali, per i quali il pedissequo rispetto di ogni cavillo è un automatismo innato. Non riescono nemmeno a concepire che possa esistere qualcosa di diverso. Di conseguenza, tutte le volte che hanno a che fare con la vicina Penisola, vengono sistematicamente buggerati. E, colmo dei colmi, quando  i rappresentanti di quest’ultima, a cui la tolla non fa mai difetto,  fanno le verginelle a seguito di qualche misura presa dal nostro Cantone per difendersi dall’invasione da sud, i burocrati federali gli danno pure ragione, e si scagliano – con vergognosa stoltezza – contro il Ticino.

Importato da sud
Il degrado del mercato del lavoro ticinese, che diventa sempre meno svizzero e sempre più simile a quello di oltre confine, è importato da sud. Grazie alle sciagurate “aperture”, imposte come la verità assoluta a suon di ricatti morali, il Ticino si è riempito di “furbetti  del quartierino italico” che applicano i loro metodi in casa nostra. Alcuni esempi? Assunzioni formalmente al 50% (con conseguente salario) ma carico lavorativo reale del 100% o più. Stipendio versato ma con obbligo di restituirne una parte (questo si è visto al LAC, il più grande cantiere pubblico luganese finanziato interamente con denaro del contribuente). E poiché simili condizioni non sono né tollerabili né praticabili per chi vive in Ticino, ecco che, grazie alla devastante libera circolazione delle persone, i furbetti riescono a procurarsi tutta la manodopera d’oltreconfine che vogliono, senza alcun limite.

“Puff” a più non posso
Poi, spesso e volentieri, una volta fatti i propri affari, ecco che questi “imprenditori” d’oltreconfine falliscono, lasciando indietro ogni genere di “puff”. Nei confronti dei lavoratori, naturalmente. Ma anche dei fornitori e soprattutto dell’ente pubblico. Perché – e c’è chi lo dice senza remore – “è così bello fare fessi gli svizzerotti”. Ma naturalmente il tenore di vita di questi presunti nullatenenti  dal passaporto tricolore è ai livelli di quello di Donald Trump.

E la cancrena non interessa solo le nuove attività. La foffa imprenditoriale da libera circolazione, se ci riesce, si impossessa anche di imprese già esistenti, con un nome già  noto che ispira fiducia. E poi le stravolge secondo le modalità di cui sopra.

Facciamoci del male
Del resto, non c’è nemmeno bisogno di essere delinquenti per fare disastri. Chi ha trovato in Ticino la terra di facile conquista, si fa i propri interessi senza alcuna remora. Attenzione per il territorio, zero. Del resto, perché mai allo speculatore di Milano o di Como o di Varese gliene dovrebbe fregare qualcosa del territorio ticinese? Quindi, dipendenti tutti frontalieri, lavori fatti eseguire solo da padroncini, fornitori esclusivamente italiani. Neanche un centesimo agli svizzerotti! Questi ultimi, peraltro, sono stati così fessi da “aprirsi” senza prevedere alcuna tutela per “i loro”. Hanno creduto a quelli che blateravano che la libera circolazione delle persone è una figata pazzesca e che “immigrazione uguale ricchezza”. Sicché,  le fregature ed il degrado se li sono andati a cercare. Di cosa si lamentano adesso?

Il colmo è che i responsabili dello sfacelo,  quelli che hanno voluto a tutti i costi le fallimentari aperture ed il conseguente arrivo da sud di frotte di mele marce, ancora negano l’evidenza. Figuriamoci: non è la libera circolazione che ci ha riempiti di foffa. Sono i ticinesi ad essere chiusi e razzisti.
Avanti così, all’insegna dell’autolesionismo!
Lorenzo Quadri

Espropriazioni facili per accogliere sempre più migranti

Anche dai Cantoni si alzano voci contrarie alla nuova, autolesionista, riforma dell’asilo

Ma guarda un po’: anche il presidente della Conferenza cantonale dei direttori di giustizia e polizia, il liblab Hans-Jürg Käser, in un’intervista pubblicata nei giorni scorsi ha dichiarato in sostanza che la nuova legge sull’asilo – su cui voteremo il prossimo 5 giugno – è una ciofeca.

Come ormai noto, due sono i punti salienti della riforma partorita dal dipartimento della kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga:

1) L’avvocato gratis per i finti rifugiati (gratis significa, ovviamente, pagato dal contribuente svizzerotto, perché di avvocati che lavorano gratis non ce ne sono);

2) Le “espropriazioni facili” a vantaggio della Confederazione, affinché questa possa costruire centri asilanti a go-go senza che i Cantoni, Comuni e soprattutto cittadini possano fare un cip.

Finora si è parlato soprattutto del primo punto. L’assistenza giudiziaria gratuita indiscriminata non ce l’hanno nemmeno i cittadini elvetici. Quindi la nuova legge privilegia i migranti economici rispetto agli svizzeri.

Il secondo punto
Ma non è che la seconda questione, quella delle espropriazioni facili, sia meno rilevante. Si tratta infatti di un attacco diretto ai diritti costituzionali (proprietà privata). E stranamente, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, quelli che starnazzavano – e tuttora starnazzano – al presunto diritto costituzionale di andare in giro in burqa in nome della libertà di religione (?), davanti alla flagrante violazione di un altro diritto costituzionale non hanno nulla da dire. Si vede che i kompagnuzzi elvetici (elvetici per modo di dire, vista l’alta concentrazione di passaporti multipli nelle schiere dei politicanti P$$) sono ancora fermi all’esproprio proletario… qui rispolverato per fare spazio ai finti asilanti. Per i quali, naturalmente, le frontiere devono rimanere spalancate.

Accoglienza scriteriata
E’ quindi chiaro che il principale obiettivo dell’ennesima riforma dell’asilo è quello di massimizzare la capacità d’accoglienza della Svizzera. Proprio quando il resto del mondo fa l’esatto contrario.
Del resto la “nuova” riforma, poi tanto nuova non è: infatti è stata concepita tra il 2011 ed il 2013. Quando il caos migranti attuale era ancora al di là da venire. La riforma della kompagna Sommaruga non è assolutamente adatta per fronteggiare una situazione d’emergenza come quella attuale, che impone la CHIUSURA delle frontiere e la sospensione dei fallimentari accordi di Schengen.

Invece, grazie alla kompagna Simonetta ed ai partiti $torici che le hanno retto la coda, la Svizzera andrebbe – sola in tutta Europa! – nella direzione contraria: frontiere sempre spalancate, nuovi centri d’accoglienza per finti rifugiati (naturalmente centri di “alto standing”, non sia mai…) e conferimento ai migranti economici di diritti che nemmeno gli svizzeri hanno.
Ovvia conseguenza: l’attrattività della Svizzera per i migranti economici (tutti giovani uomini soli) schizzerà verso l’alto. A proposito, kompagna Simonetta: dove sono finite le promesse di espellere gli asilanti “che non rispettano le donne”? Già in dimenticatoio?

Del resto, che la nuova riforma sull’asilo costituirebbe un inasprimento rispetto alla situazione attuale, lo smentiscono proprio i kompagnuzzi: lo fanno per atti concludenti. A difendere la nuova legge ci sono infatti i più talebani degli spalancatori di frontiere. Qualcuno vorrebbe farci credere che questi $ignori sarebbero pronti a sostenere un giro di vite nella politica d’asilo? Come dice un noto slogan: “non siamo mica scemi”!
Lorenzo Quadri

“Frontalieri discriminati”? Basta con le panzane! Ad essere discriminati sono i ticinesi!

Ma guarda un po’, tra venerdì e ieri è andata in scena la protesta dei frontalieri: il secondo Frontierday. Venerdì a Malnate si sono riuniti in 600, ieri a Lavena Ponte Tresa in 200. Non propriamente folle oceaniche, se si pensa che i frontalieri sono oltre 62’500.
A fomentare queste manifestazioni, e come poteva essere diversamente, sono i $indakati della $inistra italica. I quali si muovono non nell’interesse dei lavoratori, ma per reggere la coda ai politicanti rossi. Niente di nuovo sotto il sole: vediamo lo stesso fenomeno alle nostre latitudini.

I soliti slogan
Gli slogan scanditi erano sempre i soliti: i frontalieri sarebbero “discriminati, precari e tassati”. Ohibò. Se stessero così male, come si spiega che ce ne sono quasi 65mila in continuo aumento? Ed aumentano, in particolare, nel settore terziario. Ossia proprio in quegli ambiti professionali dove il personale d’oltreconfine lavora a scapito degli svizzeri.
La storiella dei frontalieri discriminati fa ridere i polli. I frontalieri sono avvantaggiati nei confronti dei lavoratori italiani che vivono in Italia, visto che pagano molte meno tasse! Ad essere discriminati, in casa loro, sono semmai i lavoratori italiani non frontalieri. Una discriminazione manifesta, che dura da più di quarant’anni. Ma stranamente a questo proposito nessuno che faccia un cip! Chissà come mai? E sì che ce ne sarebbe abbastanza per lanciare uno sciopero fiscale.
Ma i frontalieri sono avvantaggiati anche rispetto ai lavoratori ticinesi. Infatti, grazie all’ex ministra del 4% Widmer Schlumpf e ai soldatini del Belpaese in Consiglio nazionale, essi in futuro beneficeranno delle stesse deduzioni fiscali dei residenti. Deduzioni che sono però pensate per i costi della vita in Svizzera. Costi che i frontalieri non devono evidentemente affrontare (pensiamo solo ai premi di cassa malati). Non dimentichiamo nemmeno che i frontalieri beneficiano pure degli assegni familiari svizzeri – che sono un multiplo di quelli italiani – malgrado i loro figli risiedano in Italia!

Non è un obbligo…
Comunque, questa agitazione della $inistruccia del Belpaese a difesa dei privilegi dei frontalieri, ben dimostra che l’aumento del loro carico fiscale, contenuto negli accordi con la Svizzera, non si farà mai. Questo aumento è di grande importanza per il Ticino. La sua attuazione, però, è interamente in mani italiche. E allora, come pensate che andrà a finire?
Morale della favola: se i frontalieri si sentono così “discriminati, precari e tassati”; se tra loro c’è chi arriva a sfogare il proprio astio contro il Ticino, che gli paga la pagnotta, con graffiti “CH=Merda” come quello fotografato appena fuori dal confine di Gandria e pubblicato la scorsa domenica, ebbene costoro sappiano che mica sono obbligati a lavorare in Svizzera. Possono sempre licenziarsi. I ticinesi contenti di occupare i posti di lavoro così liberati non si farà certo fatica a trovarli.
Lorenzo Quadri

Il collocamento dei senza lavoro è una priorità politica

Disoccupazione: non ci possiamo permettere un “esercito” di persone in assistenza

In Ticino si è purtroppo raggiunto un nuovo record di casi d’assistenza. Quasi 9000 persone si trovano infatti in questa condizione. Un terzo di esse ha meno di 26 anni. Certamente, come in tutte le assicurazioni sociali, c’è chi fa il furbo. Al proposito è interessante notare come proprio la RSI ha di recente realizzato una puntata di Falò a proposito dei finti invalidi. Il servizio contiene l’intervista ad un investigatore privato incaricato di indagare su casi sospetti. Il  professionista rilascia dichiarazioni degne di nota. Ad esempio, che l’80% dei truffatori non sono svizzeri. Ma guarda un po’! Ma come, gli stranieri che abusano dell’AI non erano tutta una balla della Lega populista e razzista?
A questo punto è anche lecito immaginare che, per un ovvio parallelismo, la maggioranza di chi percepisce l’assistenza ma nel frattempo lavora in nero (o beneficia di altre entrate “nascoste”) non abbia il passaporto rosso.

Cosa conta di più?
Facendo astrazione dai truffatori, è però innegabile che, per chi si trova in assistenza contro la sua volontà, perché non ha altra alternativa, la situazione sia deprimente ed umiliante. Ma uscire dall’assistenza diventa sempre più difficile, perché il mercato del lavoro ticinese è saturato da frontalieri e padroncini. La colpa, ormai l’hanno capito anche i paracarri, è della libera circolazione delle persone senza limiti. E soprattutto della colpevole e scandalosa rinuncia dei partiti storici a difendere il mercato del lavoro di questo Cantone. Come se lo sciagurato mantra del “dobbiamo aprirci” contasse più della dignità e della sussistenza dei ticinesi.

Non adagiarsi
Naturalmente la situazione difficile non giustifica che l’ente pubblico si adagi su un’inerzia di comodo, all’insegna del “sa po’ fa nagott”. Ancora peggio sarebbe virare su soluzioni squinternate come il reddito di cittadinanza (iniziativa in votazione il prossimo giugno), che invece di sostenere chi vuole uscire dall’assistenza, regolarizza la situazione di quelli che  scelgono scientemente di trascorrere la vita in panciolle: tanto qualcuno (chi?) provvederà a mantenerli. Un po’ come dire che, dal momento che molti rubano, allora bisogna depenalizzare il furto.

Programmi di lavoro
L’ente pubblico è dunque chiamato a dotarsi di strumenti per far uscire il maggior numero possibile di persone dall’assistenza.  Si tratta dunque di far sì che i datori di lavoro assumano disoccupati ticinesi invece di frontalieri. Per raggiungere lo scopo, occorre potenziare gli aiuti al collocamento. La città di Lugano, grazie soprattutto al Nano, negli scorsi anni ha potuto disporre di un numero importante di programmi di lavoro. Essi da un lato occupavano temporaneamente dei disoccupati (con priorità ai giovani) nei servizi della città, e permettevano così a questi ultimi di  accumulare esperienze professionali. Dall’altro comprendevano la creazione di una fitta rete di contatti con le aziende, così da poter fornire a queste ultime, pescando tra i cercatori d’impiego seguiti, dei profili idonei.
Fondamentale è creare quel rapporto di fiducia che fa sì che l’impresa in cerca di dipendenti vada a chiederli prima all’ente pubblico di riferimento. Oggi a Lugano le assunzioni temporanee non ci sono più (il credito che le finanziava è esaurito) mentre è rimasta la rete di sostegno. Quest’ultima, alla luce della continua ed inquietante crescita delle cifre dell’assistenza, andrebbe però potenziata.

Le risorse ci sono
Certamente il sostegno attivo e capillare al collocamento dei disoccupati necessita di energie e di risorse adeguate. Ma l’investimento è  pagante, anche in termini economici. Per ogni persona che esce dall’assistenza e trova un lavoro, l’ente pubblico risparmia, e parecchio. Sia in franchi del contribuente che in problemi sociali, i quali comportano a loro volta dei costi.
Dove trovare le risorse necessarie? A Lugano, ad esempio, si potrebbe – senza andare a cercare molto lontano – spendere un po’ meno nella cultura “esclusiva” e più nel collocamento dei senza lavoro. Perché non è mica tanto normale che per la cultura ci siano milioni a vagonate e per l’inserimento professionale a malapena le briciole. Becero populismo? Forse meno di quello che vorrebbe far credere certa élite politikamente korretta con i piedi al caldo.
Lorenzo Quadri

Invece di schierarsi dalla parte del nostro Cantone, reggono la coda all’Italia. Burocrati bernesi contro il Ticino

Nei rapporti con la vicina ed ex amica Penisola, gli svizzerotti continuano a farsi prendere per i fondelli. Eppure non se accorgono.
Come noto, il Consiglio nazionale due settimane fa ha approvato a larghissima maggioranza l’osceno regalo fiscale ai frontalieri. Anche loro potranno farsi tassare in via ordinaria, beneficiando delle stesse deduzioni fiscali dei residenti. Con però varie differenze non proprio trascurabili. Ad esempio il fatto che i frontalieri non pagano la cassa malati in Ticino. Ed inoltre, le deduzioni fiscali sono calcolate sul costo della vita nel nostro Cantone, non su quello Oltreconfine, che è ben diverso. Quindi, qui si stanno privilegiando i frontalieri.

Incontri bilaterali
Sempre due settimane fa ci sono stati, sul tema “relazioni con l’Italia”, due incontri bilaterali con la partecipazione del nuovo ministro delle finanze Ueli Maurer e del quasi pensionato Segretario di Stato De Watteville: uno ad Agno con il Consiglio di Stato, l’altro a Berna con la Deputazione ticinese alle Camere. All’ordine del giorno, ancora i famigerati accordi fiscali con il Belpaese. Quelli che, secondo l’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, avrebbero dovuto essere ad un passo dalla conclusione nell’estate del 2014, ed invece non sono ancora firmati adesso. Questo perché l’Italia non vuole e quindi, pur di non venirne ad una, si attacca senza pudore ad ogni pretesto. E gli svizzerotti ci cascano ogni volta!

Mollare su tutto
Gli svizzerotti, grazie all’ex ministra del 4%, hanno già mollato su tutto. La controparte non vuole mollare nulla. Addirittura, vorrebbe fare retromarcia su cose già decise. E sappiamo anche che l’aumento della pressione fiscale sui frontalieri in funzione antidumping non vedrà mai la luce, per manifesti interessi partitici: tutte le forze politiche del Belpaese stanno già facendo a gara per ergersi a paladine dei frontalieri. L’Italia, inoltre, non si sogna di concedere agli svizzerotti l’accesso ai mercati finanziari. E cosa si adduce, oltreconfine, a giustificazione della fase di stallo? Che la colpa è dei ticinesotti. Perché hanno introdotto il moltiplicatore comunale al 100% per i frontalieri. Per la questione del casellario giudiziale. Adesso, new entry, per l’albo degli artigiani. E cosa fanno i grandi negoziatori bernesi, ovvero De Watteville e scagnozzi? Invece di mettere la vicina Penisola di fronte alle sue responsabilità ed inadempienze – e magari ricordare alla controparte che il Ticino è il più grande datore di lavoro per cittadini lombardi – danno ragione agli italiani e si aspettano che sia il Ticino a calare le braghe, facendo retromarcia sulle misure prese per difendersi. Misure prese, lo ribadiamo, grazie a Consiglieri di Stato leghisti. Per raggiungere lo scopo, sono anche pronti – almeno così dicono – a versare una mazzetta perequativa di 20 milioni all’anno.

I boccaloni
Come si fa a non capire un giochetto così evidente, rimane un mistero. Nella denegata ipotesi in cui il Ticino facesse retromarcia sui punti sopra citati, forse che se ne arriverebbe ad una? No di certo! Gli amici a sud semplicemente inventerebbero nuove scuse per non concedere nulla. Ma i boccaloni bernesi pare non se ne rendano conto. E intanto questo Cantone continua a prendere legnate anche dai negoziatori svizzeri, ovvero da quelli che dovrebbero difenderlo. E dovrebbero difenderlo non per simpatia, ma perché profumatamente pagati per farlo.

Non si retrocede
Che a Berna ci siano dei burocrati che pretendono che il Ticino cali completamente le braghe e rinunci a difendersi solo perché lor$ignori non vogliono più avere fastidi con l’Italia, è uno scandalo. Comunque, costoro non si facciano illusioni. Lo ripetiamo: sull’albo per padroncini e sul casellario giudiziale non si retrocede di un millimetro. Questo se lo mettano bene in testa; sia a nord che a sud. Per cui, se il Belpaese continua ad impuntarsi, semplicemente si rinuncia ad un nuovo accordo con l’Italia ed il Ticino blocca in via definitiva i ristorni dei frontalieri.
Lorenzo Quadri

Albo artigiani: La $inistra italiana sostiene il lavoro nero

I kompagnuzzi vanno a protestare a Berna ed a Bruxelles: uhhh, che pagüüüraaa!

Proprio vero che non c’è limite al ridicolo. La vicina ed ex amica Penisola discrimina gli svizzerotti in tutti i modi. Però adesso si agita contro l’albo degli artigiani deciso dal Consigliere di Stato leghista Claudio Zali. A montare la panna sono i kompagnuzzi del PD del premier non eletto Matteo Renzi.
L’albo degli artigiani serve anche al Belpaese, per combattere il lavoro nero. Però l’italica $inistruccia lo deplora puntando il dito contro gli svizzerotti. Quindi, in realtà, ai kompagnuzzi del PD sta bene il lavoro nero. Cosa non si fa pur di racimolare qualche voto dai frontalieri!

Due pesi e due misure
Proprio la $inistruccia d’Oltreconfine, quella che starnazzava a pieni polmoni contro l’evasione fiscale quando si trattava di mazzuolare gli svizzerotti sul segreto bancario (e noi subito ad autofustigarci ed a calare le braghe) adesso si erge a paladina dell’evasione fiscale dei padroncini. Difende le ditte e gli “indipendenti” che lavorano in nero in Ticino. E che le tasse e gli oneri sociali non li pagano né in questo sempre meno ridente Cantone, e men che meno nel Belpaese.

Coerenza?
Se la $inistruccia italiana avesse un minimo di coerenza, dovrebbe essere la prima a plaudire all’albo degli artigiani. Non solo: dovrebbe anche pretendere dalla Svizzera lo scambio automatico delle notifiche di padroncini e distaccati. Questo per sapere chi, dei “loro”, è andato a lavorare e ad incassare dai ticinesotti. Dovrebbe prenderlo con lo stesso sacro fuoco (leggi isterismo) con cui ha preteso le informazioni bancarie. Invece non solo non si sogna di fare quanto sopra, ma si muove nella direzione esattamente opposta.

Accordi morti e sepolti
Questo scomposto agitarsi è assolutamente ipocrita anche per un altro motivo. Infatti, se c’è qualcuno che avrebbe tutto il diritto di lamentarsi per l’applicazione “a geometria variabile” dei bilaterali, questo qualcuno è la Svizzera nei confronti della vicina Penisola. Non certo il contrario.
Ma la panna montata dei partiti d’oltreconfine, mirata a racimolare qualche voto in più dai frontalieri, conferma di nuovo che in Italia nessuno si sogna di tassare di più i frontalieri, come invece prevedrebbero gli accordi-ciofeca siglati con la Svizzera. Accordi che ormai sono morti e sepolti.

E a Berna…?
Per tentare di intimidire i ticinesotti ed indurli a ritirare l’albo antipadroncini (oltreconfine sono abituati alle capitolazioni elvetiche) il ministro degli Esteri Gentiloni si è mosso addirittura su due piani: a Berna – tramite nota d’ambasciata – e a Bruxelles, facendo portare il tema davanti alla Commissione europea. Uhhh, che pagüüüraaa!
Adesso siamo curiosi di vedere quale sarà la posizione dei sette scienziati bernesi davanti a cotanti petardi bagnati. Già sull’estratto del casellario giudiziale la kompagna Simonetta “Dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga, invece di prendere le difese del Ticino, si è schierata subito con la controparte. Sull’albo dei padroncini si assisterà ad uno squallido “bis”? E, nel caso in cui la fallita UE dovesse esprimersi contro l’albo antipadroncini, quale sarà la reazione del Consiglio federale? Calata di braghe compulsiva, come di consueto?

Non si molla
Una cosa comunque è chiara. Il Belpaese può (ipocritamente) agitarsi finché vuole contro l’albo degli artigiani o contro l’estratto del casellario giudiziale, entrambi decisi da Consiglieri di Stato leghisti. Il Ticino non retrocederà nemmeno di un millimetro. Al contrario, dovrà prendere ulteriori provvedimenti difensivi. E a Berna non hanno proprio nulla da dire. Si sono rifiutati con ogni scusa di intervenire a sostegno del nostro Cantone, dopo averlo messo nella palta tramite la libera circolazione delle persone. Quindi, che non osino fare un cip perché, vista la malaparata, ci arrangiamo da soli: a queste iniziative ci hanno costretti loro.
Lorenzo Quadri

Le misure accompagnatorie alla libera circolazione delle persone sono a rischio. Lavoro: ticinesi per l’ennesima volta cornuti e mazziati

Come al solito i ticinesi restano cornuti e mazziati. Le misure antidumping (per quel che contano) sono a rischio, visto che a Berna i partner sociali, sindacato e padronati, non si mettono d’accordo sulla proroga dei contratti collettivi di lavoro.
Si ricorderà che, del famoso pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone, che il Consiglio federale aveva concordato anche col Ticino (unico Cantone coinvolto) era rimasto in piedi solo l’inasprimento delle sanzioni per chi viola le condizioni salariali e lavorative minime dei lavoratori distaccati. Il resto era stato “congelato”, ossia gettato nel water, dal ministro dell’economia targato PLR, Johann Schneider Ammann. Colui che il Blick ha soprannominato “Leider Ammann”, ossia “Purtroppo Ammann”, per sottolinearne l’atteggiamento passivo davanti al degrado del mercato del lavoro svizzero. Leider suona infatti come il “sa po’ fa nagott”, segno distintivo di un’altra ministra del PLR: l’ex direttrice del DFE.
Leider Ammann ha bloccato il pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie con scuse del piffero.

La prima fola
Una era: “finché le bocce non sono ferme sull’applicazione del 9 febbraio, non ha senso varare altre misure”. Balle di fra’ Luca. E oggi ancora più di quando l’infelice affermazione è stata proferita. Infatti la devastante libera circolazione delle persone è, a due anni di distanza dal “maledetto voto”, in vigore esattamente come prima del 9 febbraio 2014. Invasione da sud, soppiantamento dei ticinesi, dumping salariale, padroncini e distaccati in nero, concorrenza sleale, svaccamento del mercato del lavoro, e via elencando, affliggono questo sempre meno ridente Cantone allo stesso modo, anzi peggio – perché più passa il tempo, più la situazione peggiora – di due anni fa. Berna non ha fatto un tubo a tutela del Ticino. Peggio: gli ha dato contro quando quest’ultimo, su impulso dei Consiglieri di Stato leghisti, ha fatto qualche passetto per difendersi da solo: vedi la questione dei casellari giudiziali e, più di recente, l’albo antipadroncini. Visto che al momento attuale di limitazioni alla libera circolazione delle persone non ce ne sono, l’urgenza di trovare dei correttivi, indipendentemente dal processo di concretizzazione del 9 febbraio, rimane.

La seconda fola
L’altra era: “con il franco forte non vogliamo porre ulteriori limitazioni…”. Ma bravo Leider Ammann, qui ci vuole un premio Nobel per l’economia. Il franco forte non fa che acuire il dumping salariale, infatti permette ai frontalieri di accettare paghe ancora più basse, rifacendosi poi sul cambio, di modo che il loro potere d’acquisto nel Belpaese rimane immutato. Quindi il franco forte dovrebbe semmai essere un motivo per potenziare ulteriormente il pacchetto di misure accompagnatorie, non certo per sabotarlo.

Logica del meno peggio
Sulla reale utilità delle misure accompagnatorie, naturalmente, si può discutere a lungo. Certo non risolvono granché. Vanno sostenute in una logica di meno peggio: per poco che servano, sono sempre meglio di niente. Una delle poche cose giuste dette da Leider Ammann è la seguente: “per sostenere il mercato del lavoro serve una serie di misure, che magari prese singolarmente possono anche avere portata modesta, ma che messe assieme sono efficaci”. Peccato che poi di questa “serie di misure” il ministro dell’economia PLR non ne prenda nemmeno mezza. E visto che, davanti all’incapacità dei partner sociali di trovare un accordo sulla questione del rafforzamento dei contratti collettivi, a dover decidere (?) sarà ancora Schneider Ammann, c’è poco da stare allegri.
Lorenzo Quadri

Tunnel di risanamento del San Gottardo: se ne sentono di tutti i colori. Un Sì per i nostri posti di lavoro

I contrari al cosiddetto tunnel di risanamento al San Gottardo stanno da settimane sparando le cartucce più inverosimili. L’ultima tattica consiste nel far balenare ipotesi alternative che non esistono (vedi il tunnel a 1700 metri d’altezza, vedi l’utilizzo del vecchio traforo ferroviario come galleria autostradale). L’obiettivo è, evidentemente, quello di insinuare nel cittadino il dubbio che si possa trovare chissà quale soluzione miracolosa. E’ quindi opportuno chiarire che il prossimo 28 febbraio il votante, ticinese e svizzero, potrà scegliere solo tra due varianti. Tertium non datur, come dicevano i latini: una terza possibilità non esiste.

Solo due varianti
Le due varianti sono: a) traforo di risanamento senza aumento di capacità; b) chiusura per almeno tre anni della galleria autostradale e sua sostituzione con un macchinoso sistema di navette ferroviarie. Questa variante comporta la costruzione, a Biasca e ad Airolo, di gigantesche stazioni di trasbordo dalla strada alla ferrovia. Dei veri ecomostri destinati poi – teoricamente – allo smantellamento a lavori ultimati (campa cavallo). Senza dimenticare, cosa che i contrari al tunnel di risanamento si guardano bene dal dire, che il sistema con le navette ferroviarie implicherebbe – per poter gestire il trasbordo – anche la sospensione del divieto di circolazione notturno per i mezzi pesanti.

La trappola resta
Scegliere la variante b) significa, è stato ripetuto in tutte le salse, tagliare fuori il Ticino dal resto della Svizzera per almeno tre anni, con enormi danni economici ed occupazionali. Ma significa anche spendere a fondo perso tanti soldi del contribuente. Quando si potrebbe investirli in un miglioramento strutturale. A lavori ultimati, ci si troverebbe infatti ancora con la stessa galleria bidirezionale, liftata qui e botulinata là, ma senza alcun miglioramento sostanziale. In particolare per quanto attiene alla sicurezza. La trappola mortale di 17 km rimarrebbe tale e quale. Un test pubblicato nel 2015 ha messo nero su bianco (non che servissero doti paragnostiche per scoprirlo) che quella del San Gottardo è tra le gallerie autostradali più pericolose d’Europa: è situata all’ultimo posto tra tutte quelle esaminate nello studio. Ogni anno si contano, lì sotto, circa 1,5 miliardi (!) di incroci tra veicoli. Ognuno di essi potrebbe potenzialmente finire molto male.

Creare valore aggiunto
I soldi del contribuente meritano di venire spesi meglio. Vale a dire, meritano di essere spesi per creare un valore aggiunto. Ma questo valore aggiunto lo può dare solo il traforo di risanamento. Del resto, altrove i trafori di risanamento si decidono senza tanti “andamenti”. Al Belchen i tunnel autostradali sono addirittura tre. Invece al Gottardo si scatena l’opposizione ideologica contro la seconda galleria, malgrado essa sia prevista senza aumento di capacità e sia dunque rispettosa della Costituzione (e ci mancherebbe).
Ci sarebbe da sorridere…
Se la questione non fosse oltremodo seria, ci sarebbe davvero da sorridere. A fare campagna senza esclusione di colpi contro l’introduzione, anche nel tunnel del Gottardo, di uno standard di sicurezza elementare (una galleria per senso di marcia) è proprio quella stessa area politica che, in nome della “sicurezza”, ha criminalizzato gli automobilisti con il fallimentare programma “Via Sicura”. Quindi anche la sicurezza (come la morale) è a due velocità?

Tutti antieuropeisti?
Sempre la stessa area politica che vuole l’adesione della Svizzera all’UE, adesso accusa l’altrimenti magnificata Unione delle più riprovevoli intenzioni nei confronti del nostro paese. In particolare, di voler imporre, in caso di realizzazione della seconda galleria autostradale al Gottardo, l’apertura di tutte e quattro le corsie invece di una sola per senso di marcia, ciò in violazione della nostra Costituzione. E’ il mondo che gira al contrario! Per buona pace di tutti, tale Diktat non arriverà. A parte che Bruxelles ha già messo per iscritto che non eserciterà pressioni sulla Svizzera in tal senso – ma davanti a questo genere di impegni lo scetticismo è più che legittimo – il Diktat non arriverà per il semplice fatto che all’UE non serve più capacità sotto al Gottardo. Infatti, se volesse esercitare pressioni, potrebbe già farle ora, ad esempio pretendendo la fine del sistema a contagocce. Ma non si sente un cip.
Il 28 febbraio, dunque, saremo chiamati a prendere una decisione cruciale per il nostro Cantone. Pensiamo alla sicurezza, all’utilizzo razionale dei soldi pubblici, ai posti di lavoro in Ticino e depositiamo nell’urna un Sì convinto al traforo di risanamento del tunnel autostradale del San Gottardo.
Lorenzo Quadri

In Ticino lo si sapeva già nel 1927. Immigrazione non è uguale a ricchezza!

Proprio vero che la storia si ripete. Di recente siamo venuti in possesso della copia di un documento, assai interessante, al quale abbiamo accennato le scorse settimane su queste colonne. Si tratta di un avviso, pubblicato dall’Ufficio cantonale di collocamento e datato 17 febbraio 1927. Quindi un “pezzo d’antiquariato”. L’originale è in possesso di un gentile lettore, che ce l’ha cortesemente mostrato. Leggendo il documento, ci si imbatte in una premessa che non lascia adito ad alcun dubbio: “La difesa dell’operaio indigeno dalla concorrenza della manodopera d’altri paesi, che deprime a danno di tutti il mercato del lavoro, costituisce oggi uno dei principali problemi da risolvere”. E sono passati quasi 90 anni!

Figuriamoci oggi…
Se tale era “uno dei principali problemi da risolvere” quando la libera circolazione era ancora al di là da venire, figuriamoci oggi che essa è una devastante realtà. Ed è triste vedere come nel 1927 il preambolo citato sembrava, evidentemente, del tutto naturale. Mentre oggi, se un ufficio statale si sognasse di uscirsene con una dichiarazione del genere, gli strilli al populismo e al razzismo non finirebbero più. Difendere il proprio mercato del lavoro è diventato cosa riprovevole. Non è politikamente korretto! Bisogna aprirsi!
Il fenomeno della sostituzione della manodopera residente con quella straniera, e la necessità di combatterlo, era dunque noto già nel 1927. Anche allora si sapeva benissimo che immigrazione NON E’ affatto uguale a ricchezza. Però oggi, a quasi 90 anni di distanza, ci dobbiamo sorbire gli studi taroccati dell’IRE, che pretendono di negare l’evidenza. Un insulto al buonsenso, e per di più pagato con i nostri soldi.

I numeri non mentono
Il vecchio avviso dell’Ufficio del lavoro conferma la certezza che, se il nostro paese non fosse stato svenduto in nome delle becere “aperture”, se avessimo seguito le indicazioni dei nostri nonni e bisnonni, adesso staremmo decisamente meglio. E avremmo un mercato del lavoro dove i ticinesi hanno la priorità, invece di essere, in casa propria, l’ultima ruota del carro!
I numeri, al contrario delle indagini farlocche e pilotate dal committente per farsi dire quello che vuole sentire (ossia che con la libera circolazione delle persone va tutto per il meglio), non mentono. In particolare, non mentono i numeri sull’evoluzione del frontalierato. Ne citiamo solo un paio, ma assai significativi.
– Dal 2002 al 2015, i frontalieri sono passati da 31’911 a 62’555 unità (+ 30’644, + 96%!);
– Dal 2002 al 2015, i frontalieri nel terziario sono passati da 13’937 a 36’402; un aumento di 22’465 unità (+ 161%!).
Chissà cosa avrebbero detto i responsabili dell’Ufficio cantonale di collocamento del 1927 davanti a queste cifre!

Cambiare rotta
Adesso si tratta quindi di rimediare, senza lasciarsi fuorviare da chi, avendo spalancato le frontiere, è causa del problema, e quindi ha tutto l’interesse a negarne l’esistenza.
Il rimedio passa per il contingentamento e la preferenza indigena. Queste misure sono fattibili e reali. Del resto la stessa Gran Bretagna, che è membro fondatore dell’UE, ha detto chiaro e tondo che alle regole insensate attuali, che vogliono sottrarre agli Stati membri il controllo dell’immigrazione, non ci sta più. E lo crediamo bene. Un paese che non difende i propri confini è un paese finito. Spalancare le frontiere ci ha portato solo povertà ed insicurezza. E allora, semplicemente, bisogna cambiare rotta. Ma dov’è, oggi, quello Stato che 90 anni fa proclamava la necessità di “difendere l’operaio della manodopera d’altri paesi”? A blaterare che “dobbiamo aprirci”!
Lorenzo Quadri

Mentre le cifre dell’assistenza esplodono c’è chi va ancora in giro a dire che va tutto bene. Quelli che “non c’è un’emergenza lavoro”

Che il Caffè della Peppina domenicale sia un giornale anti-Ticino e pro-frontalieri lo si era capito da un pezzo. Non a caso il mantra ripetuto ad oltranza è quello del “in Ticino non c’è un’emergenza lavoro”. Sembra di sentire i sondaggi della SECO.
Fa però un po’ specie che, per corroborare una simile tesi, in una recente edizione della caffettiera domenicale sia stato intervistato anche il direttore del DFE Christian Vitta (PLR). Il quale, a domanda tendenziosa (in Ticino vengono create migliaia di posti di lavoro…) avrebbe risposto che in questo sempre meno ridente Cantone non c’è un’emergenza lavoro quantitativa (?). Oltretutto, la disoccupazione si starebbe allineando (?) ai livelli svizzeri. O ticinesotti, che volete di più?
Qui siamo in piena fase di mistificazione. Ovvero: si stanno raccontando un sacco di fregnacce.
Più frontalieri che nuovi posti
Che vengano create migliaia di posti di lavoro può anche darsi, peccato che anche i frontalieri aumentino di migliaia. Ed aumentano in misura maggiore rispetto ai nuovi posti di lavoro creati. Questo vuol dire che i nuovi impieghi non vanno a vantaggio dei ticinesi. Ad approfittarne è l’economia d’Oltreconfine. Sicché i soldi del contribuente rossoblù vengono investiti nel “promovimento” economico. Ma i frutti li raccoglie la vicina ed ex amica Penisola. Quando si dice: “innaffiare il prato del vicino”.
Ai frontalieri naturalmente si aggiunge la questioncella dei titolari di permessi di breve durata, sotto i 90 giorni. Ossia distaccati e padroncini. Nel 2014 eravamo a 27mila unità a tempo pieno, mentre nel 2005 erano 12mila. Anche questa invasione si traduce, all’atto pratico, in possibilità d’impiego che vengono a mancare per i residenti.

Statistiche farlocche
Quanto alla questione del tasso di disoccupazione in Ticino che non sarebbe poi così preoccupante: bisogna rimettere la chiesa al centro del villaggio. Tanto per cominciare, questo indicatore dà solo una visione molto parziale della situazione, in quanto non tiene in considerazione innumerevoli situazioni: da chi è in assistenza a chi è finito in AI, da chi si trova nel limbo di formazioni parcheggio a chi ha rinunciato a lavorare (magari perché in famiglia ci sono altri redditi e ci si arrangia). Da chi è stato mandato in pre – o pre-pre – pensione a chi ha dovuto ridurre il tasso d’occupazione e lo stipendio (ma magari non le ore effettivamente lavorate). E via elencando. Se poi si aggiunge che basta lavorare un’ora alla settimana per venire considerati occupati secondo le statistiche, forse una qualche domandina sulla valenza di certi dati bisogna porsela. Infatti sono indagini che hanno un preciso obiettivo: dire quanto si sta bene con la devastante libera circolazione e quanto sia cosa buona e giusta spalancare le frontiere.

Assistenza
Soprattutto, non si capisce come si possa andare in giro a raccontare la storiella della non-emergenza lavoro e del tasso di disoccupazione che tenderebbe ad allinearsi (?) quando esplode il numero dei casi d’assistenza. Come noto in Ticino ce ne sono ormai oltre 8500. Nei centri urbani la cifra è letteralmente raddoppiata nel giro di pochi anni. Questo perché da un lato entrano in assistenza sempre più persone e, dall’altro, sempre meno ne escono. Da necessità transitoria l’assistenza diventa condizione stazionaria. Anche togliendo chi rimane in assistenza perché in fondo gli fa comodo tirare a campare così, il dato non diventa meno allarmante. E lo è anche per le finanze pubbliche che pagano il conto. Il direttore del DFE Christian Vitta dovrebbe saperlo bene.

Tutte fantasie?
L’emergenza lavoro non è una fantasia populista e razzista. E’ una realtà. Lo dicono le cifre e lo dicono anche i risultati delle votazioni in Ticino. O il Caffè della Peppina ed il partito spalancatore di frontiere da esso rappresentato vorrebbe forse sostenere che i ticinesi sono tutti dei fessacchiotti manipolati?
Dalla realtà della crisi occupazionale ticinese non se ne esce con l’ubbidienza pedissequa. Se Berna non lascerà sufficiente autonomia ai Cantoni – a partire dal nostro – per costruire le proprie difese, vorrà dire che questa autonomia bisognerà prendersela. Prendersela come? Ovviamente, facendo degli strappi. Come è successo, ad esempio, sul casellario giudiziale. Il nostro mercato del lavoro, e quindi il futuro del Ticino e dei Ticinesi, rende necessario percorrere questa via.
Lorenzo Quadri

Mercato del lavoro ticinese allo sbando, ditte italiane farlocche che spopolano,… “Gli è tutto da rifare!”

Non si può pensare di mandare a Berna a rimediare ai disastri fatti quelli che ne sono i principali responsabili

La musica è sempre la stessa. Mentre i candidati dei partiti storici alle elezioni nazionali fingono, per motivi di opportunità elettorale, di sostenere il voto del 9 febbraio e di essere contrari alla sudditanza nei confronti dell’UE, le parole d’ordine lanciate al volgo sono sempre le stesse. Del tipo: “non esiste in Ticino un’emergenza lavoro”.

Nel Mendrisiotto…
Ah no? Nel Mendrisiotto più della metà degli occupati sono frontalieri e questa non è un’emergenza? In Ticino i frontalieri sono raddoppiati in pochi anni, andando a colonizzare anche settori del terziario che in precedenza erano riservati ai residenti (i quali adesso ne vengono esplusi) e questa non è un’emergenza? Padroncini e distaccati sono triplicati a tempo di record e questa non è un’emergenza? In Ticino già da inizio anno il numero di casi d’assistenza ha infranto la soglia degli 8500, ma questa non è un’emergenza? In questo sempre meno ridente Cantone arrivano ditte farlocche di titolari italiani che devastano il mercato, fatturano milioni, non pagano né imposte né oneri sociali e poi, quando le tasche dei titolari, furbetti dell’italico quartierino sono abbastanza piene, falliscono lasciando dietro di sé una scia di fornitori non pagati, di disoccupati e di “puff” assortiti, e questa non è un’emergenza? L’elenco potrebbe continuare..

Situazioni prevedibili
Non ci si venga poi a raccontare che le situazioni sopra descritte non erano prevedibili quando si è votata la devastante libera circolazione delle persone senza limiti. Magari allora la situazione occupazionale lombarda era un po’ meno disastrata di adesso. Ma forse che il differenziale tra il costo della vita al di qua e al di là dal confine non era già cosa stranota? Forse che la presenza in Italia di ditte e padroncini che lavorano in nero (perché se pagassero il dovuto al fisco predatorio del Belpaese fallirebbero in una settimana) non era cosa nota? Forse che ci voleva un premio Nobel per l’economia per rendersi conto che tutti questi “attori” avrebbero preso d’assalto il Ticino, al motto di “piatto ricco, mi ci ficco”?

I piedi in due scarpe
Il mercato del lavoro ticinese è stato devastato a suon di aperture scriteriate. E come si pensava di tutelare i lavoratori residenti? Con delle risibili “misure accompagnatorie”, che servono come il classico cerotto sulla gamba di legno! Solo un pollo d’allevamento poteva pensare che queste misure avrebbero impedito il disastro. E non date retta ai sindacati di sinistra – infarciti di candidati e politicanti – che, dopo aver spalancato le frontiere, improvvisamente scoprono che si è creato il dumping salariale ed il soppiantamento e se ne lamentano a gran voce. Ma se questa situazione l’hanno voluta loro! E non dimentichiamo che i sindacati hanno i piedi in due scarpe, visto che un’alta percentuale di affiliati è frontaliera. Anche i frontalieri pagano le quote. Ed infatti il P$, dove comandano i sindacati, organizza manifestazioni a difesa dei frontalieri. Per cui…

Un passo indietro
Visto che il sistema è totalmente sballato, bisogna fare un passo indietro. La preferenza indigena deve venire rigorosamente ripristinata. Questo il Ticino si aspetta dai suoi rappresentanti politici a livello federale. Ma il compito di rimediare non può essere certo affidato a chi ha fatto il disastro, ossia i partiti $torici…
Lorenzo Quadri