Non è compito della città trovare casa ai molinari!

Lugano: “autogestiti” föö di ball! E se vorranno un altro spazio, se lo cercheranno da sé

 

Non c’è scritto da nessuna parte che l’autogestione deve rimanere a Lugano. Anzi…

Alla buon’ora! Dopo quasi due decenni, il Consiglio comunale di Lugano – con l’opposizione della solita $inistra – ha deciso che i cosiddetti autogestiti dovranno sloggiare dall’ex macello. Il progetto di riqualifica della struttura, da anni in condizioni deplorevoli, non prevede infatti la presenza dell’autogestione. Del resto, ci mancherebbe solo che si investissero oltre 26 milioni nella riqualifica dell’ex macello – questo il costo stimato del progetto – per lasciarci dentro i molinari.

Ovviamente, come già detto e scritto, lo sfratto non avverrà in tempi brevi. Ci vorranno ancora anni. Ma la via è segnata. Altrettanto ovvio è che:

  • non sta alla città di Lugano fare da agenzia immobiliare per i molinari; e
  • non c’è scritto da nessuna parte che la cosiddetta autogestione debba rimanere a Lugano.

Di conseguenza, se vorranno un’altra sede, gli “autogestiti” se la dovranno andare a cercare sul mercato. Non sarà la città a cercarla per loro;  men che meno sarà il solito sfigato contribuente a pagare un affitto al loro posto. Se il Gigi di Viganello riceve la disdetta per il suo appartamento, quello nuovo non glielo trova il vecchio padrone di casa. E neppure  glielo finanzia.

La reazione

Ovviamente, qualche giorno dopo la votazione in Consiglio comunale, è arrivata la scomposta reazione degli occupanti dell’ex macello, tramite allucinata presa di posizione dell’assemblea del CSOA (ma cosa si fumano questi?). I sedicenti autogestiti, come previsto, annunciano di non voler sloggiare; poi si lanciano in una sequela di ridicoli improperi: “città marcia ed ipocrita”; “arraffoni, papponi, razzisti, fascisti” ed avanti col solito ritornello. E nel mezzo hanno pure la tolla di blaterare di condivisione, di diversità e di alterità. Certo, come no!

Lorsignori sono dei tali sostenitori della diversità da non tollerare nessuna posizione diversa dalla loro: gli altri sono tutti fascisti e razzisti. Sono così “aperti” che hanno blindato gli spazi da loro occupati piazzando recinti e lucchetti che fanno impallidire le barriere di Orban e Trump. E poi accusano gli altri di essere “escludenti”. Sono così “tolleranti” da organizzare manifestazioni con insulti e sputi.

Sarebbe poi interessante sapere quanto è costato in totale, al solito sfigato contribuente, un ventennio di autogestione, tra interventi di polizia, dispositivi di sicurezza per manifestazioni non autorizzate, vandalismi alla proprietà pubblica e privata, eccetera.

Convenzione farlocca

Da notare che la famosa convenzione per l’utilizzo dell’ex macello da parte del CSOA è farlocca: da un lato gli occupanti non ne hanno  mai rispettato le condizioni. Dall’altro, hanno peso possesso di molti più spazi di quelli a loro assegnanti. Di conseguenza, questo accordo è carta straccia.

Quanto poi alla storiella che senza i molinari l’ex macello sarebbe stato demolito (?): trattasi di una semplice fregnaccia inventata dai $inistrati per giustificare gli amichetti.

Dialogare non serve

Visto che i molinari rifiutano il dialogo con il municipio, non c’è alcuna necessità di cercarlo. Semplicemente, quando sarà il momento, lorsignori verranno fatti sloggiare, volenti o nolenti. Del resto, visto che, a loro parere, Lugano sarebbe una città “marcia ed ipocrita”, cosa ci rimangono a fare? Föö di ball!

E se magari gli “autogestiti” immaginano di mobilitare le folle scendendo in strada, hanno fatto male i conti. Basta chiudere le frontiere per evitare a foffa da centro sociale d’oltreramina di arrivare a loro supporto, ed i molinari rimarranno in quattro gatti. Quattro gatti dai quali evidentemente la città non si fa ricattare. E ci mancherebbe!

Lorenzo Quadri

 

Era ora: molinari föö di ball

Lugano: dopo aver tirato a campare per anni, la politica prenderà finalmente posizione?

 

Domani sera il Consiglio comunale di Lugano voterà sulla richiesta di credito di 450mila Fr “per l’organizzazione del concorso di architettura per il recupero e la valorizzazione del comparto dell’ex macello”.

Si tratta in sostanza di dare il via concreto al progetto, presentato nei mesi scorsi dal Municipio, che prevede di finalmente mettere mano al complesso industriale, oggi in condizione deplorevoli, e di restituire un pezzo di città ai suoi legittimi proprietari, ovvero gli abitanti di Lugano.

Costi stimati dell’operazione: 26 milioni.

Il progetto

Spazi modulabili interdisciplinari per meeting, eventi e manifestazioni, zone per il costudying e il coworking, un caffè letterario, un ristorante, alloggi per studenti e un Ostello della gioventù: questi i contenuti previsti dal progetto, dove – ed ecco il punto saliente – non ci sarà più spazio per la cosiddetta autogestione. Anche se naturalmente, sui tre rapporti commissionali che verranno sottoposti al consiglio comunale, ce n’è uno di minoranza redatto dalla $inistra che vorrebbe tenere i molinari dove sono ora. Come no: si spendono 26 milioni per ritrovarsi ancora gli autogestiti tra i piedi, che evidentemente farebbero scappare gli altri potenziali fruitori degli spazi.

Nessun obbligo

Dunque, se domani la maggioranza del Consiglio comunale, come è verosimile, approverà i rapporti di maggioranza, dopo tanto (troppo) tempo ci sarà una decisione politica chiara. Ovvero: molinari, föö di ball! Certo, non dall’oggi al domani. Passeranno ancora anni prima che si metta concretamente mano all’ex macello. Soprattutto con i ritmi dell’edilizia pubblica cittadina. Ma la strada sarà segnata. E sarebbe anche ora, dopo quasi due decenni di occupazione abusiva tollerata solo per “quieto vivere” politico (la famosa convenzione è farlocca, e gli “inquilini” non ne hanno mai rispettato i termini).

Deve essere chiaro che, nei confronti dei molinari (quanti in arrivo da Oltreramina?) il municipio non ha proprio alcun obbligo. In particolare, non è affatto tenuto a trovare un’altra collocazione per l’autogestione. Men che meno all’interno dei confini cittadini. Se vorranno degli spazi, gli autogestiti se li andranno a cercare sul mercato immobiliare, e pagheranno un affitto.

“Biodiversità”?

La fanfaluca dell’autogestione che farebbe parte della “biodiversità sociale” (?) della città, la gauche-caviar la va a raccontare a qualcun altro. Al di là dell’occupazione abusiva di un comparto pregiato situato nel centro di Lugano, ci piacerebbe sapere quanto sono costati quasi due decenni di autogestione ai contribuenti luganesi sottoforma di interventi di polizia, manifestazioni non autorizzate con necessità di mantenere l’ordine, imbrattamenti e vandalismi vari. Il fatto che in altre città svizzere esistano dei centri autogestiti non significa che anche Lugano se ne debba sorbire uno. Non è perché tanta gente ha i calli che tutti devono farseli venire apposta. La Reithalle bernese, tanto per fare un esempio, non è certo un valore aggiunto per la città. Di simili elementi di “biodiversità” se ne può fare a meno. Ed al confronto democratico i molinari non portano proprio un bel niente. Solo carrettate di intolleranza, di farneticazioni di estrema $inistra e soprattutto di odio nei confronti di chi ha posizioni diverse dalle loro. Li abbiamo ben visti, i loro presidi con insulti e sputi. Del resto, se al Molino si fossero insediati degli estremisti di destra, i primi a strillare sarebbero proprio i compagni che adesso perorano la causa del “remain” e cianciano di libertà di associazione, naturalmente soltanto per chi vogliono loro.

Dato che sono “No borders…”

I rapporti ufficiali, non solo cantonali ma anche federali, sottolineano con preoccupazione la crescita dell’estremismo di sinistra; che è poi l’unico ad essere veramente problematico in Svizzera, dato che gli estremisti di destra sono i soliti squinternati quattro gatti su cui però, chissà come mai, si versano fiumi d’inchiostro.

Visto poi che i molinari sono orgogliosamente “No borders”, possono senz’altro andarsene (tornarsene?) al di là della ramina: tanto per loro i confini non esistono.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Intellettualini, tiè! Il suolo pubblico non è “cosa vostra”

Lugano, la polemica pasquale è durata poco: la croce d’acciaio resta al suo posto

 

Ecco servita la telenovela pasquale della città di Lugano: ovvero la croce d’acciaio dell’artista albanese dal nome impronunciabile ed intrascrivibile, piazzata – con sommo scandalo di taluni dirigenti museali, collezionisti, intellettualini vari ed ex politicanti – davanti alla Chiesa degli Angioli.

Le opere dello scultore albanese sono sparpagliate in tutto il centro cittadino. A portarle in città, l’imprenditore Riccardo Braglia. Le cui iniziative, evidentemente, danno fastidio ad una certa élite che si immagina di essere padrona della città.

Sul valore artistico delle opere non siamo in grado di disquisire; del resto, in via Monte Boglia siamo dei “beceri leghisti nemici della kultura”. L’effetto scenico, tuttavia, è sicuramente dato. E, se le opere sono state esposte a Venezia e a Firenze, proprio delle ciofeche non devono essere. Se poi si pensa a tutte le brutture che senza remore vengono acclamate come “capolavori contemporanei” per farne salire le quotazioni a beneficio delle scarselle dei proprietari…

Il “lieto fine”

Come noto, dopo qualche giorno di polemica, alla fine il municipio di Lugano ha deciso che la croce d’acciaio, malgrado le proteste del MASI e di altri akkulturati, resterà dov’è ora fino alla fine dell’esposizione, ovvero fino al 22 settembre; e quindi non verrà spostata dopo Pasqua. Tiè!

Il lieto fine, se così si può chiamare, non deve però nascondere quanto accaduto in precedenza. Ovvero, che MASI e dintorni pretendevano lo spostamento dell’opera adducendo quei pretestuosi argomenti spesso utilizzati dalla precedente capodicastero cultura per osteggiare proposte altrui: “non c’è la qualità richiesta”, “genera confusione con le iniziative museali” eccetera.

Le pressioni

Bersagliato dalle critiche e caduto in preda al panico, il MASI mercoledì sera ha pensato bene di diramare un comunicato in cui addirittura afferma di non aver mai chiesto la rimozione della croce. Una fandonia clamorosa. Certamente il Museo non ha messo la richiesta per iscritto. Ma ha fatto pressioni affinché l’opera venisse sloggiata, e perché ciò avvenisse addirittura prima di Pasqua.

Vero, per contro, che il problema non è mai stato il fatto che la scultura raffiguri una croce. E ci sarebbe mancato altro; del resto, dietro c’è una chiesa (e che chiesa!). Ma in questo periodo di indecente genuflessione agli islamisti e conseguente negazione delle nostre radici cristiane, ci si sarebbe anche potuti attendere il peggio.

“Giò do dida!”

Inaccettabile è però la pretesa di MASI ed addentellati di comandare non solo all’interno delle proprie sale, ma perfino sul suolo pubblico. A questi intellettualini ed ai loro supporter va chiarito che non hanno affatto facoltà di decidere cosa si espone su una piazza. Perché il suolo pubblico non è “cosa loro”; nemmeno quello in prossimità del LAC.

Forse questi intellettualini pensano che ogni desiderio della kultura – la loro – sia un ordine. Non è così. Sicché lorsignori, invece di pretendere di dilagare, si preoccupino semmai di generare il tanto decantato indotto economico della cultura (questa volta con la “c”). Perché, sia detto per inciso, i toni trionfalistici adottati nelle conferenze stampa sono una cosa. La realtà un’altra. E parla di tanti milioni di Fr che i cittadini luganesi versano ogni anno al settore. Ai quali va aggiunta la stratosferica fattura dell’edificazione del LAC, inteso come edificio, e della sua gestione e manutenzione.

Lorenzo Quadri

Povertà: da Lugano alcune indicazioni significative

Altro che gli studi farlocchi sulla crescita economica secondo i quali l’è tüt a posct!

 

Ed è evidente che, nella denegata ipotesi in cui la Svizzera dovesse sottoscrivere lo sconcio accordo quadro istituzionale, come vuole la partitocrazia PLR-PPD-P$$, la situazione potrà solo peggiorare

Non solo siamo in un anno o elettorale (anche a livello federale). Ma imperversa il dibattito sullo sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE, voluto dalla casta: quello che ci trasformerebbe a tutti gli effetti in una colonia di Bruxelles. Sicché si moltiplicano i tentativi di lavaggio del cervello. Vedi gli studi “compiacenti” (eufemismo) secondo i quali la crescita economica ticinese andrebbe a gonfie vele. Vedi anche i sondaggi farlocchi, ovvero realizzati tramite domande confezionate in modo di ottenere la risposta desiderata, che vorrebbero addirittura farci credere che il 60% della popolazione svizzera sarebbe favorevole allo sconcio accordo quadro istituzionale.

L’obiettivo di simili operazioni di propaganda politica travestite (male) da studi scientifici è palese: farci credere che in Ticino, con la devastante libera circolazione delle persone, vada tutto a meraviglia. Lo sfascio del mercato del lavoro? Tutte balle della Lega populista e razzista! “Solo percezioni”!

Per poche unità…

I dati dell’assistenza li conosciamo. Si tenta di farci credere che dei cali di poche unità stiano a significare delle inversioni di tendenza; così non è. Come pure si tenta di far credere che, sempre per una variazione percentuale irrisoria, i lavoratori svizzeri sarebbero tornati ad essere in maggioranza in questo sfigatissimo Cantone. E invece il soppiantamento di residenti con frontalieri prosegue alla grande. Ringraziamo la devastante libera circolazione delle persone, voluta dal triciclo PLR-PPD-P$$.

A misurare la povertà non ci sono solo i dati dell’assistenza, o quelli della disoccupazione. Alcuni Comuni dispongono di un regolamento sociale comunale per aiutare i propri concittadini in difficoltà a far fronte a spese che, da soli, non riuscirebbero a coprire. Tra questi, la città di Lugano.

Ebbene: dal consuntivo 2018 del regolamento sociale della città di Lugano emergono un paio di dati interessanti, ma certo non rallegranti.

Sempre più domande

Ad esempio: l’aumento del numero delle domande. Che sono passate dalle 472 del 2017 alle 647 dell’anno successivo: quindi una crescita di oltre 27%. Parallelamente alle domande è evidentemente aumentata anche la spesa totale di pertinenza del regolamento. Se nel 2017 sono stati elargiti aiuti per 560mila Fr, nel 2018 erano oltre 763mila (+36.28%) con un importo medio per singolo intervento di circa 1424 Fr; anch’esso in crescita.

Chi chiede un aiuto al regolamento sociale? Nella maggior parte dei casi si tratta di persone singole (54.25% delle richieste); una percentuale in continuo aumento. A dimostrazione dunque delle difficoltà che incontra questa categoria. Siamo ben lontani dallo stereotipo del “single in Porsche”.  Questo stereotipo, malauguratamente,  non ha ispirato solo luoghi comuni, ma anche le aliquote fiscali, particolarmente penalizzanti per le persone sole. E la partitocrazia PLR-PPD-P$$ si rifiuta di correggerle: nel giugno 2018 in Gran Consiglio il triciclo ha infatti respinto l’iniziativa parlamentare dell’ex deputata Iris Canonica che chiedeva una tassazione più equa per i single.

La seconda categoria più rappresentata (ma parecchio staccata dalla prima) è quella dei nuclei familiari di due persone (14.68%) tra cui con tutta probabilità spiccano le famiglie monoparentali.

Per quel che riguarda la fascia d’età dei richiedenti, le più rappresentate sono quelle tra i 31 ed i 40 anni, tra i 41 ed i 50 (in entrambi i casi oltre il 22%) e  tra i 51 ed i 60 (24.4%). La categoria d’età tra i 31 ed i 40 è aumentata di oltre il 6.5% lo scorso anno. Sempre più giovani si trovano dunque in difficoltà.

Una cosa è chiara…

La città di Lugano è sufficientemente grande per rispecchiare le dinamiche cantonali. In autunno è annunciato l’aggiornamento dello studio sulla povertà (si pensava di poterlo avere già in primavera, ma la trasmissione di dati “sensibili” dal Cantone è più macchinosa del previsto). Questo studio fornirà una mappatura più precisa.

Una cosa comunque è chiara già adesso: se in Ticino c’è stata crescita economica, non ne hanno beneficiato i ticinesi. E con lo sconcio accordo quadro, che la partitocrazia PLR-PPD-P$$ brama di firmare, le cose potranno solo andare peggio.

Lorenzo Quadri

E’ tempo di pulizie di primavera

Nei giorni scorsi si è celebrato il processo per la rissa avvenuta al Quartiere Maghetti nell’ottobre del 2017. Si è trattato di un regolamento di conti, nel pieno centro di Lugano, tra bande di delinquenti stranieri (albanesi, cubani, boliviani, serbi, eccetera) alcuni dei quali nemmeno risiedono in Svizzera.

Il giudice ha inflitto condanne per tentato omicidio intenzionale. A dimostrazione che abbiamo che fare con delinquenti pericolosi.

Da notare che per il 24enne boliviano, condannato a 4 anni di carcere – e se ti becchi 4 anni di galera col nostro sistema buonista-coglionista, inflessibile solo con gli sfigati automobilisti incappati nella ciofeca “Via Sicura”, vuol dire che l’hai combinata davvero grossa – il giudice Ermani non ha neppure chiesto l’espulsione. Questo perché “i legami del condannato con la Svizzera sarebbero troppo forti”.

Cosa, cosa? Qui abbiamo una sentenza per tentato omicidio intenzionale, con una pena che impone l’espulsione dalla Svizzera secondo la nostra legge e la nostra Costituzione. Eppure si insiste nell’arrampicata sui vetri con la storiella dei “legami troppo forti con la Svizzera”. Solito pretesto per non espellere nessuno e tenerci in casa tutta la foffa d’importazione! Agli “stretti legami con la Svizzera”, il “bravo giovane” doveva pensarci prima di delinquere. Ne abbiamo piene le scuffie, ma proprio stracolme, di fare il paese del Bengodi per tutti i malviventi stranieri!

Mentre i membri della “gang” andranno ad aumentare ulteriormente la quota degli ospiti della Stampa senza passaporto rosso, già superiore all’80% – ma come: i giovani stranieri che delinquono non erano tutta una balla della Lega populista e razzista? –  la nostra priorità deve essere fare repulisti di simili figuri!

Se adesso perfino il centro di Lugano diventa teatro di regolamenti di conti tra bande di delinquenti stranieri, è evidente che la chiusura delle frontiere diventa una necessità. Bisogna riprendere il controllo sull’immigrazione. Chi può entrare in casa nostra, lo dobbiamo decidere noi! Altrimenti il Ticino (e la Svizzera) possono tanto chiudere baracca.

Lorenzo Quadri

L’ecatombe di posteggi ha un prezzo

 

Prosegue la cancellazione dei parcheggi in centro Lugano. In tempi recenti, come si legge nella risposta all’interrogazione del consigliere comunale leghista Andrea Censi, ne sono stati cancellati 97: quasi cento! 64 a seguito del calibro stradale dichiarato “insufficiente”, mentre altri 33 sono stati eliminati in via Lambertenghi ed in via Pelloni per fare spazio al percorso ciclabile (sic!).

Il calibro stradale presunto “insufficiente” era tale da decenni; ma c’è da scommettere che il problema sia esploso a seguito del caos generato dal fallimentare piano viario PVP proprio nelle vie dove si è consumata l’ecatombe dei 64 posteggi (Via Dufour, via Ciseri, via D’Alberti, Via Bossi, Via Canonica…).

Quanto alla soppressione di 33 stalli per fare spazio a piste ciclabili in via Pelloni e via Lambertenghi, che non sono propriamente delle arterie di grande traffico ad alta velocità bensì stradette di quartiere dove già vigono i 30 Km: meglio non commentare.

Se si continuano a cancellare posteggi in  centro con pretesti vari  (ma il disegno è chiaro, ed è la solita tattica del salame), poi non ci si lamenti se questo si desertificaperché la gente va a fare la spesa altrove, magari anche in Italia. Visto che gli automobilisti vengono cacciati in malo modo, niente di strano che ne traggano le dovute conseguenze.

Sempre meno parcheggi e sempre più cari: questo è, evidentemente, uno dei fattori che mettono in ginocchio le attività commerciali del centro di Lugano. Le tariffe alle stelle degli autosili fanno sì che il coraggioso che ancora si azzarda a fare compere nel nucleo spenda più alla cassa dell’autosilo che a quella del negozio.

Ovvio, di elementi per la crisi dei commerci cittadini ce ne sono anche altri: a partire dal potere d’acquisto dei ticinesi devastato dalla libera circolazione delle persone voluta dal triciclo PLR­-PPD-P$, che ha precarizzato ed impoverito ampie fasce di popolazione. Oppure la dismissione della piazza finanziaria a seguito della  calata di braghe davanti ai soliti diktat internazionali, anch’essa decisa dalla partitocrazia.

Ma se la politica luganese non può disdire la libera circolazione né resuscitare il segreto bancario, potrebbe perlomeno evitare di metterci del suo per peggiorare la situazione. Alle nostre latitudini, le paturnie ideologiche contro gli automobilisti si pagano. Anni di esperienza negativa con il PVP dovrebbero pur aver insegnato qualcosa.

Lorenzo Quadri

Flop PVP: nuova conferma che la Lega aveva ragione

Ma attenzione, il fallimentare piano viario deve cambiare sul serio e non per finta!

Dopo anni, nel municipio di Lugano si è finalmente trovata una maggioranza per sperimentare alcune modifiche al fallimentare piano viario PVP. Qualcuno non ha perso l’occasione per appuntarsi pubblicamente medaglie al merito, sulla cui giustificazione si potrebbe anche disquisire.

Quando era solo sulla carta…

Al proposito è utile ricordare che l’opposizione al PVP non data certo di questa legislatura. A contrastarlo per primi furono i municipali leghisti di Lugano che sedevano nell’Esecutivo quando il PVP era ancora solo sulla carta (bei tempi). Tanto per non fare nomi, si trattava del compianto Nano Bignasca e di chi scrive. Ma anche l’allora sindaco, “Re Giorgio”, non mancò di manifestare in più occasioni le proprie perplessità, a volte con toni anche molto accesi. La Lega in Consiglio comunale votò contro i crediti per il PVP:  perché lo stravolgimento della viabilità di Lugano è costato parecchi milioni. Inoltre ha comportato l’abbattimento di decine di alberi sanissimi lungo via Ciani (ma nessun ecologista fece un cip) e la soppressione a go-go di corsie dei bus (ma anche in questo caso, nessun talebano del trasporto pubblico ebbe da obiettare).

Per buttare all’aria la viabilità cittadina nel senso dell’ideologia anti-automobilisti sopra citata, venne presa a pretesto l’apertura della galleria Vedeggio-Cassarate. Col consueto frullino del catastrofismo, si montarono ettolitri di panna sulle ripercussioni che la nuova opera avrebbe avuto sulla viabilità cittadina. Vennero così sdoganati stravolgimenti viari che nulla avevano a che vedere con la nuova galleria e con il reale cambiamento dei flussi veicolari che avrebbe indotto. La pratica non ci ha messo molto a dimostrarlo.

Non ci voleva la sfera di cristallo per capire che un piano viario concepito in base all’ideologia rossoverde avversa alle automobili ed agli automobilisti avrebbe fatto i danni ormai noti alla raggiungibilità, e quindi all’economia, del centro città.

Effetti cumulativi

Per colmo di sfortuna, gli effetti negativi del PVP sono andati a sommarsi alla recessione della piazza finanziaria, frutto di scellerati cedimenti politici a livello federale da parte del triciclo PLR-PPD-PSS, e con il generale fenomeno di impoverimento e precarizzazione della popolazione ticinese, provocato dalla libera circolazione delle persone voluta sempre dalle stesse forze politiche. Tutto questo, come è ovvio, ha avuto conseguenze sulla propensione a spendere dei cittadini. E quindi sui commerci del centro. Tanto per mettere la ciliegina sulla torta, le tariffe degli autosili sono state fatte schizzare verso l’alto, con la scusa, invero magra, di “favorire la rotazione”, e basandosi su paragoni fantasiosi con altre realtà urbane svizzere, che però non sono per nulla assimilabili a quella di Lugano. La crescita del commercio online ha fatto il resto.

Il risultato è stato quello di allontanare sempre più dal centro gli acquirenti dei negozi ed i clienti degli esercizi pubblici.

In più il PVP ha aumentato i chilometri di percorrenza per chi vuole raggiungere il centro in auto, facendo così crescere l’inquinamento.

Immobilismo insostenibile

E’ evidente che, davanti ad una situazione che definire “insoddisfacente” è un eufemismo, non era possibile continuare con l’attendismo ad oltranza, magari confidando nel fatto che prima o poi i cittadini si sarebbero abituati e avrebbero smesso di protestare.

E’ ora di rendersi conto che il trasporto pubblico va promosso creando delle alternative valide al mezzo privato. Negli ultimi anni si è invece preteso di costringere gli automobilisti a rinunciare all’auto con misure vessatorie ingiustificabili. E si è pure allegramente soprasseduto sul problema delle “targhe azzurre”, ovvero dei veicoli di frontalieri (tutti con a bordo una sola persona) che contribuiscono non poco all’intasamento della rete stradale luganese.

Il voto del Consiglio comunale contro la decimazione dei parcheggi in stazione è finalmente un segnale chiaro contro quella politica di criminalizzazione dell’automobilista che va per la maggiore a vari livelli istituzionali. La stessa che a Berna ha portato alla creazione dell’aberrante programma Via Sicura, con tutti i suoi annessi e connessi (a partire dal famigerato medico del traffico).

E’ chiaro che il PVP deve cambiare, ma deve cambiare sul serio. La speranza è quindi che la sperimentazione decisa dalla maggioranza del municipio porti a dei risultati concreti, e che l’operazione non si traduca nel gattopardesco “cambiare affinché nulla cambi”.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

 

Lugano: viva il Re Sbroja!

Il regnante ha bandito il Kebab dal Carnevale. E su integrazione e razzismo importato…

 

Apriti cielo! Nei giorni scorsi, con il suo intervento sul giornale del Carnevale di Lugano, il Re Sbroja si è attirato le critiche dei multikulti spalacantori di frontiere (uhhh, che pagüüüraaa!).

Nel suo “discorso della corona”, il sovrano ha scritto: “Non vorremmo che, in nome del politicamente corretto, la tradizionale risottata e le caratteristiche luganighe Sbroja fossero sostituite da pietanze esotiche, couscous e kebab, e che in fatto di travestimenti carnascialeschi, ci si obbligasse a vestire burka, niqab, abaya e affini”.

Al Corriere del Ticino che lo ha rimproverato di essere “andato lungo”, il regnante ha ribadito il concetto: “Non penso di aver detto una frase razzista, anche perché loro sono più razzisti di noi”. “Quelli del kebab –ha aggiunto il sovrano – penso arrivino qui senza la volontà di adattarsi a noi e ai nostri usi e costumi. Comunque, intendevo dire che, durante il carnevale, bisogna mangiare i nostri prodotti classici”.  

Libertà di parola

Per fortuna che almeno i monarchi non sono tenuti a chinarsi a 90 gradi davanti ai Diktat del  politikamente korretto. Per fortuna che beneficiano ancora, almeno loro, della libertà di espressione. A differenza dei politicanti che, visto poi il periodo elettorale, sono impegnati a prostituirsi per un voto preferenziale: e quindi scalpitano per compiacere tutti, islamisti compresi. Del resto, grazie alle naturalizzazioni facili, volute dal triciclo PLR-PPD-P$$,un buon numero di islamici radicali non integrati ha ottenuto il passaporto rosso; e quindi vota.

Solo questione di tempo

E’ infatti già un miracolo che qualche migrante in arrivo da “altre culture”, rispettivamente qualche spalancatore di frontiere, non se ne sia ancora uscito con la pretesa di mettere al bando le luganighe dai Carnevali per “non offendere”. Vedi al proposito i divieti di cervelat alle grigliate scolastiche emessi da una scuola della Svizzera interna. Vedi i Natali vigliaccamente trasformati in “feste di stagione” in varie località europee.  C’è da temere che sia solo una questione di tempo. Prima o poi arriverà la richiesta di sostituire luganighe e luganighette (populiste e razziste) con kebab e affini. Il copione è sempre lo stesso: gli svizzerotti “chiusi e gretti” devono rinunciare alle loro usanze per fare spazio a quelle degli immigrati, non di rado incompatibili con le nostre. Affinché costoro possano vivere a casa nostra come se fossero ancora a casa loro. Affinché costoro possano procedere alla conquista della Svizzera.

Il triciclo…

Ricordiamo di transenna che il demenziale Patto ONU sulla migrazione, sostenuto dal triciclo PLR-PPD-P$$, prevede di inserire l’immigrazione (ovvero: il sostegno all’immigrazione) nei programmi scolastici (lavaggio del cervello fin dalla più tenera età); prevede misure punitive per quegli organi di stampa che non riferiranno in modo abbastanza equilibrato – ovvero: positivo – sulla migrazione; e prevede pure l’impegno, per gli Stati firmatari, a sperperare danaro pubblico a go-go in campagne di “sensibilizzazione” (ovvero, di nuovo, lavaggio del cervello) per aumentare l’accettanza dei migranti clandestini, che il Patto ONU mira ad equiparare ai profughi.

Mettere i paletti

Il Re Sbroja (che fa il sovrano, non il politicante), nel suo scritto ha messo nero su bianco quello che sempre più ticinesi e luganesi pensano, dando uno schiaffone alla partitocrazia multikulti ormai lontana anni luce dalla realtà. Quella partitocrazia imbesuita dal politikamente korretto che ha ancora il coraggio di venirci a dire che l’islamizzazione è un non-problema, quando è invece uno dei principali problemi che l’Europa, Svizzera compresa, si trova ad affrontare. O l’Occidente mette i paletti finché è ancora in tempo, o sarà troppo tardi. L’islamizzazione è una minaccia per i nostri diritti fondamentali: dalla libertà di espressione a quella di stampa, dalla libertà di religione alla parità tra i sessi. Perfino la Corte europea dei diritti dell’Uomo (!) in una sentenza del 2003, stabilì che la sharia, ormai dilagante in Europa, è incompatibile con i diritti umani. Poi nei mesi scorsi ha fatto una svergognata giravolta: allarmante testimonianza del calabraghismo imperante.

Suonare la sveglia

E’ quindi ottima cosa che anche il Re Sbroja abbia ritenuto opportuno suonare la sveglia. Il tema sollevato (che  non è quello a sapere se il Kebab sia buono o meno) è reale. Non sono paturnie di uno sparuto gruppetto di xenofobi ed islamofobi. E i moralisti a senso unico che adesso strillano “via la politica dal Carnevale” fanno ridere i polli. Proprio loro, che con  la politica multikulti farciscono il Carnevale, il  Natale, la Pasqua, l’Ascensione, e qualsiasi altra ricorrenza. Però “l’altra” politica non la vogliono. Va messa al bando. Censura! Come in Turchia, patria del Kebab!

Razzismo d’importazione

Loro (quelli del Kebab) sono più razzisti di noi”,ha rincarato il Re Sbroja. Sacrosanta verità anche questa. Il Ticino, con un terzo di popolazione straniera, a cui vanno aggiunti i naturalizzati di fresco, non può certo essere un Cantone razzista. Le accuse di razzismo rivolte ai ticinesi sono la solita forma di ricatto moralecon cui gli spalancatori di frontiere vogliono imporre come normale un’immigrazione sempre più incontrollata. La realtà del territorio racconta un’altra storia. La politica delle frontiere spalancate ci ha messo in casa migranti che sono razzisti, antisemiti, sessisti, eccetera. Che importano da noi, tramandandoli poi anche alle nuove generazioni, i loro conflitti etnici.

Ma di questo razzismo d’importazione, naturalmente, la partitocrazia spalancatrice di frontiere non solo non parla: non vuole nemmeno sentire parlare. Per cui diciamo: Viva il Re Sbroja!

Lorenzo Quadri

 

Ideologie verdi: e se la gente ne avesse piene le scuffie?

Asfaltati i talebani degli insediamenti, salvati i posteggi alla stazione FFS di Lugano…

 

L’iniziativa “Contro la dispersione degli insediamenti”, lanciata dai giovani Verdi, la scorsa domenica è stata asfaltata dai votanti (un vero e proprio contrappasso per un’iniziativa ecologista). Quasi il 64% dei cittadini elvetici l’ha infatti respinta. Lo stesso hanno fatto tutti i Cantoni, senza eccezione.

L’iniziativa, come spesso è il caso delle proposte dei verdi-anguria (verdi fuori, ro$$i dentro) era populista e talebana (altro che strillare al “populismo di destra”). Solo da pochi anni è in vigore la revisione, restrittiva, della Legge federale sulla pianificazione del territorio. Almeno alle nostre latitudini, i dezonamenti da essa previsti cominciano soltanto adesso: Lugano, ad esempio, si trova una bella gatta da pelare a Brè… Però i verdi avrebbero voluto introdurre delle regole ancora più talebane. Così, perché non ne hanno mai abbastanza.

Siamo qui in troppi

Purtroppo questi ecologisti sono come le angurie: verdi fuori ma ro$$i, e dunque spalancatori di frontiere, dentro. E nella loro scala delle priorità (?) le frontiere spalancate hanno la preminenza – ma di gran lunga! – sulla tutela dell’ambiente.

Cari kompagni ambientalisti: se, tramite la ben nota politica migratoria scriteriata, si continua a far entrare tutti, è ovvio che poi bisogna cementificare ed asfaltare. Perché i migranti hanno bisogno di un tetto sulla testa, e di strade per spostarsi. Siamo qui in troppie le conseguenze, anche ambientali, si vedono. E perché siamo qui in troppi? Perché ogni anno arrivano a vario titolo nella Confederella  80mila immigrati in più! Sicché, se i sedicenti ecologisti volessero davvero proteggere l’ambiente, avrebbero a suo tempo sostenuto l’iniziativa Ecopop. Essa prevedeva l’introduzione di rigidi tetti massimi annuali all’immigrazione: questo proprio per proteggere l’ambiente e le risorse naturali.  Più in generale: degli ambientalisti veri si batterebbero per limitare l’immigrazione.

Ed invece, questi verdeggianti $inistrati fanno proprio il contrario di quel che dovrebbero: hanno osteggiato e denigrato l’iniziativa Ecopop; hanno rottamato, assieme al resto della partitocrazia, il “maledetto voto” del 9 febbraio contro l’immigrazione di massa; e adesso, colmo dei colmi, sostengono addirittura quella ciofeca di patto ONU sulla migrazione:ovvero l’ennesimo accordo internazionale del piffero il cui obiettivo è introdurre la libera circolazione su scala mondiale e creare un nuovo diritto umano all’immigrazione. Insomma, peggio di così…

Scuffie piene?

L’asfaltatura portata a casa domenica dai Verdi era prevedibile, d’accordo. Ma c’è da sperare che si tratti comunque di un indicatore di tendenza. Cioè di un segnale che  la popolazione comincia ad averne le piene le scuffie di farsi vessare in nome di scelte dettate da ideologie autolesioniste. In questo senso va letta anche la recente decisione della maggioranza del Consiglio comunale di Lugano, Lega in primis, di non decimare il numero di posteggi alla stazione FFS di Lugano, quindi di non portarli da 438 a 250, ma di mantenere lo statu quo.

La decimazione veniva giustificata dalla solita cricca ro$$overde non tanto con motivi finanziari  – i parcheggi sono un investimento, perché la gente non posteggia gratis – ma come l’ennesima misura dissuasiva, che è poi un eufemismo che sta per punitiva,nei confronti degli automobilisti “fonte di tutti i mali”. Questa perniciosa volontà di criminalizzare gli automobilisti ha generato solo cagate pazzesche (cit. Fantozzi) come il bidone Via Sicura ed il fallimentare piano viario PVP (Pirla Vai Piano). E contro questa mentalità è ora che i cittadini – la maggior parte dei quali sono pure automobilisti – insorgano.

Prossimi passi

Tanto più che i grandi paladini dell’aria pulita (?) si limitano a criminalizzare gli automobilisti residenti, mettendo in difficoltà in particolare chi vive fuori dai centri urbani e che pertanto non ha alternativa all’automobile. Invece, per qualche strano motivo, sui 65mila frontalieri che entrano in Ticino tutti i giorni uno per macchina, citus mutus. Peggio: i ro$$overdi infangano chi vuole una limitazione dei frontalieri (e quindi delle loro auto) con le abituali accuse di razzismo. Altro che protezione dell’ambiente: “devono entrare tutti”! E se entrano in macchina, va bene lo stesso…

La decisione con cui la maggioranza del Consiglio comunale di Lugano ha salvato i posteggi della stazione FFS è in un certo senso storica. E deve fare da apripista. Prossimi passi: buttare all’aria il PVP ed abbassare le tariffe degli autosili, fatte schizzare verso l’alto per dissuadere (ovvero, ancora una volta, fustigare) gli automobilisti, oltre che per fare cassetta.

Lorenzo Quadri

Lugano: i kompagni vogliono il dormitorio… ma per chi?

E’ evidente che di creare strutture per attrarre clandestini non se ne parla neanche

 

In quel di Lugano, adesso il PS insiste perché si crei un dormitorio per i senza tetto, preferibilmente nei pressi della stazione FFS. Anche il Gigi di Viganello ha capito che dietro la mozione socialista, presentata nei giorni scorsi, c’è l’imboccata. La richiesta non coglie di sorpresa. Il tema “dormitorio” è infatti oggetto di approfondimento da parte dei servizi comunali da prima dell’inoltro della mozione. Evidentemente i punti da chiarire sono vari: logistici (cosa serve? Ci sono degli spazi idonei a disposizione?), organizzativi (chi gestisce?), economici (chi paga il conto?). Ammesso che l’aspetto logistico possa essere risolto e che la struttura venga gestita interamente da un’associazione terza a costo zero per la città (difficile da credere, ma non poniamo limiti alla provvidenza), rimane il punto cruciale. Quello della necessità di un dormitorio, e per chi.

I cittadini svizzeri e domiciliati, nel caso si trovassero per un qualche motivo senza un tetto sulla testa, non devono andare sotto i ponti: possono far capo ai servizi sociali che organizzano soggiorni temporanei in pensioni o modesti alberghi. Sempre che lo desiderino: esistono anche persone “originali” che, almeno nella bella stagione, preferiscono dormire all’aperto. Se portati in una pensione, se ne vanno subito.

Di questa possibilità non può usufruire – e ci mancherebbe altro! – chi si trova illegalmente su territorio elvetico: immigrati clandestini, asilanti con decreto d’espulsione, frontalieri del furto con scasso residenti in campi Rom italici che pernottano in Ticino per essere già “sul posto di lavoro”, eccetera. E’ evidente che di realizzare dormitori per una simile “utenza” non se parla nemmeno. Sarebbe un invito esplicito a venire a Lugano.

Il vecchio dormitorio

In passato un dormitorio cosiddetto di “bassa soglia” in città (zona Resega) c’era, gestito con le ACLI e la croce rossa. La struttura venne chiusa qualche anno fa poiché la gestione tramite vegliatori volontari non forniva le sufficienti garanzie di sicurezza, ed una professionalizzazione sarebbe costata più dei collocamenti in albergo, data la poca utenza.

Chi poteva accedere al vecchio dormitorio? Solo cittadini domiciliati nel Luganese. Per precisa scelta politica del Municipio.

A queste condizioni, si può anche immaginare – se la fattibilità pratica ed economica fosse data – di riaprire un dormitorio. Ma di certo non si aprono dormitori per  attirare clandestini a Lugano. Ed il vago sospetto è che il PS, quando parla di dormitori, pensi proprio a chi soggiorna illegalmente alle nostre latitudini.

Infine, chi dovesse avvistare una persona che dorme su una panchina, invece di scattare la foto col telefonino per poi inviarla ai portali online, potrebbe magari chiederle se ha bisogno di qualcosa.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

La panna montata sul caso “Deadpool”

La polizia ha lavorato bene: e se ci fosse stato un pericolo?

 

Mentre nel posteggio del Foxtown una donna in burqa ha potuto recitare tranquillamente le preghiere della sera in barba  al divieto di dissimulazione del viso (ed inoltre: provateci voi ad andare in un paese islamico a pregare per strada un Dio che non sia  Allah, e vedrete cosa vi succede)   fa discutere il pressoché contemporaneo ed “energico” intervento della polizia a Lugano nei confronti di un cosplayer vestito da Deadpool (personaggio dei fumetti Marvel) e del suo accompagnatore. Il travestimento da Deadpool prevede anche una maschera integrale e comprende pistole (finte) e spade. La polizia ha fatto bene ad allertarsi perché, con quello che accade nel mondo, ed a pochi giorni dalla sventata strage alla Commercio di Bellinzona, il livello di allarme deve essere alto. Il giovane travestito da Deadpool non solo aveva il volto coperto ma girava pure con delle armi. Finte, certo, ma ottime imitazioni di armi vere. Dunque, bisognava partire dal presupposto che il soggetto potesse effettivamente essere pericoloso. Anche perché, specie di questi tempi, ci vuole già tutta per uscire di casa ed andarsene a spasso con addosso una simile bardatura quando non è carnevale. Applicare la legge con buonsenso significa riconoscere il potenziale pericolo. Non certo ignorarlo partendo dal presupposto di avere a che fare con dei burloni. Ci si fosse comportati nei confronti dell’aspirante attentatore della Commercio con la nonchalance che alcuni avrebbero preteso nel caso “Deadpool”, magari oggi un numero imprecisato di famiglie starebbe piangendo i propri figli morti. Quello che a giusta ragione può essere considerato il manifesto popolare del buonsenso dei nostri vecchi recita: “meglio diventare rossi prima che bianchi dopo”. Quindi meglio fermare e circondare Deadpool con modalità “da film” (anche perché non ce n’erano altre) e poi accorgersi che si trattava solo di un cosplayer, e magari diventare rossi, che ignorare le segnalazioni e scoprire in seguito che, oops, le imitazioni di armi non erano delle imitazioni, che sotto la maschera da personaggio Marvel c’era un pericoloso psicopatico o un terrorista islamico che ha aperto il fuoco sulla folla provocando morti e feriti. Allora sì che ci sarebbe stato di che diventare bianchi… dopo. Quando è troppo tardi. Perché se per il fermo energico rivelatosi, ma solo a posteriori, immotivato, ci si può scusare e riderci sopra, i morti non tornano in vita con le scuse, nemmeno se fatte in cinese.

E non osiamo immaginare lo tsunami che si sarebbe abbattuto sulle forze dell’ordine se non avessero dato seguito alla segnalazione che per le vie di Lugano girava un uomo completamente mascherato ed armato (che le armi erano finte non era evidente al primo colpo d’occhio) se fosse davvero accaduto qualcosa di brutto. E chissà quanto strillerebbero quelli che adesso sbraitano per l’intervento spropositato e blablabla. In Francia un’operatrice dell’ambulanza ha ricevuto una chiamata da una neo mamma che diceva di essere in pericolo di vita. Non l’ha presa sul serio, ha risposto “tutti dobbiamo morire prima o poi” e ha attaccato il telefono. La giovane è morta davvero di emorragia interna. Scandalo ed ira generali per lo scellerato comportamento dell’operatrice. Con “Deadpool” sarebbe potuta  accadere la stessa cosa. La polizia non deve essere sfottuta per l’intervento perché a posteriori si è scoperto che “era solo un cosplayer”. A parlare col senno di poi sono buoni tutti. La polizia va invece ringraziata per aver svolto il proprio lavoro con solerzia ed efficacia. Stato di polizia, clima di paura, eccetera? Chi ha voluto spalancare le frontiere e far entrare tutti può solo tacere.

Lorenzo Quadri

 

Lugano: va in scena anche la “polemichetta arcobaleno”

Rosario contro il Gay Pride: l’autorizzazione negata in dicembre fa rumore solo ora

Il Municipio fa bene a tenersi alla larga da tutti gli estremisti religiosi e dalle sette

Ecco servita la nuova querelle luganese: rosario vs gay pride. L’associazione Helvetia Christiana ha chiesto di organizzare una pubblica preghiera in Piazza Riforma  per contestare la “sfilata arcobaleno” prevista a fine mese. Il Municipio di Lugano ha risposto picche. Il Sindaco ha spiegato gli argomenti che hanno portato al diniego. Ma l’associazione non l’ha presa bene. E, dopo aver constatato che il tema faceva “audience”, mercoledì ha avuto la brillante idea di sbroccare con un comunicato improponibile. Che naturalmente tutti media online hanno pensato bene di riprendere, dando così ad un gruppuscolo insignificante una visibilità del tutto immeritata. Nel comunicato si blaterano accuse di cristianofobia, di violazione dei diritti fondamentali, di municipio che “si fa ricattare”, e avanti con le amenità.

Questo genere di farneticazioni confermano che il municipio di Lugano ha fatto bene a negare l’autorizzazione.

Accuse ridicole

L’accusa di “cristianofobia” rivolta all’esecutivo luganese da questi signori di “Helvetia Christiana” è francamente ridicola. “Cristianofobi”, costoro lo vadano a dire alla cricca multikulti dell’ “Islam religione ufficiale in Svizzera”; lo vadano a dire ai sinistrati che vogliono abolire le feste cristiane. Ma di certo non al municipio di Lugano.  A proposito: come mai sui temi di cui sopra Helvetia Christiana non ha fatto un cip?

E’ evidente che il problema non è né il rosario né il cristianesimo. O qualcuno si immagina che se fosse stato il Vescovo a chiedere di recitare un rosario, non avrebbe ottenuto l’autorizzazione? Di manifestazioni cristiane a Lugano se ne tengono parecchie. Nessuno si sogna di metterle in discussione.

Il vero problema

Il problema sono invece le associazioni religiose estremiste e settarie come questa Helvetia Christiana. A proposito del padre spirituale di tale organizzazione, Plino Correa de Oliveira, su wikipedia si legge: “ll 18 aprile 1985 la Conferenza Episcopale Brasiliana dichiarò in un comunicato stampa che per “il carattere esoterico, il fanatismo religioso, il culto nei confronti del capo e fondatore, l’abuso del nome di Maria Santissima” il movimento Tradizione, Famiglia e Proprietà, fondato e presieduto da Corrêa, non era in comunione con la Chiesa cattolica”. 

A che titolo quindi costoro si spacciano per depositari del pensiero cristiano e cattolico? A che titolo dispensano a destra e a manca accuse di cristianofobia? Personalmente, come membro del municipio, non accetto di farmi dare del cristianofobo (?), del violatore di diritti costituzionali e men che meno del ricattato, da una setta.

Alla larga

Il municipio di Lugano fa dunque bene a tenersi alla larga da ogni genere di estremismi religiosi e sette varie. Prima che a qualche fondamentalista islamico venga in mente di chiedere l’autorizzazione per distribuire gratuitamente il Corano su suolo cittadino, perché “èun testo religioso (?), la libertà di religione è garantita e quindi che problema c’è?”, appellandosi alla parità di trattamento con altri estremisti.

Da notare inoltre che la svalvolata accusa di “cristianofobia” a chi non la merita affatto è “stranamente” identica e speculare alle accuse di “islamofobia” con cui i radicalisti musulmani si sciacquano la bocca nel tentativo di delegittimare chi si oppone alle loro iniziative (vedi la cricca Blancho&Co).

Solo l’inizio?

Oltretutto, il gay pride potrebbe essere solo l’inizio delle contestazioni. Se un domani qualcuno organizzasse a Lugano una manifestazione a sostegno dei padri divorziati o delle madri divorziate, oppure un etero pride di conviventi eterosessuali ma non sposati (turpe concubinato!), Helvetia Christiana in teoria dovrebbe arrivare a formulare le stesse recriminazioni con cui si riempie ora la bocca. A meno che l’associazione in questione non sia “Christiana”, ma semplicemente omofoba. Allora che lo dica. Senza nascondersi dietro la religione. E, se non le sta bene la decisione del municipio di non autorizzare il suo evento, che faccia ricorso. Invece fa solo cagnara mediatica. E la fa a scoppio ritardato, visto che la decisione è di dicembre. L’obiettivo di tutta l’operazione era forse quello di ottenere visibilità?

Lorenzo Quadri

 

 

 

Casa anziani di Pregassona: finalmente si parte, ma…

La nuova struttura avrebbe dovuto aprire i battenti nel 2015; adesso si slitta al 2021

 

Finalmente, dopo anni d’attesa, hanno preso il via in quel di Pregassona i lavori preparatori per la “nuova casa anziani e centro polifunzionale” (gli scavi veri e propri inizieranno in gennaio). La struttura, del costo complessivo di 47.6 milioni (incluso il sussidio cantonale di 10 milioni) comprenderà la casa anziani propriamente detta, con 114 posti letto ed un reparto “Alzheimer” di 31 posti; un centro diurno per persone affette da demenza senile; la nuova sede del Servizio accompagnamento sociale ed un nido d’infanzia. L’inaugurazione è prevista per l’autunno del 2021.

E’ senz’altro una bella notizia che, finalmente, il cantiere  del “centro polifunzionale” atteso da anni possa prendere il via.

Se si pensa che il municipio approvò il progetto definitivo ed il preventivo dei costi nell’estate del 2011 – mentre il progetto vincente venne scelto dalla giuria ad inizio 2009 –  e che il messaggio municipale (settembre 2011) indicava come data per la consegna dell’opera il 2015 (!), ci si rende conto che sono stati persi parecchi treni.

Come mai?

Ovviamente per questo ci sono delle responsabilità. In parte della città, in parte esterne. In particolare:

  • La decisione della maggioranza del municipio (quello della legislatura 2008-2013) di far costruire l’edificio con la modalità dell’impresa generale. Scelta fortemente voluta dall’allora capodicastero edilizia pubblica Giovanna Masoni e dai suoi funzionari dirigenti. Si tratta della stessa formula adottata per il LAC. Peraltro con risultati tutt’altro che brillanti, visto che sul cantiere del polo culturale ne sono successe di tutti i colori, come puntualmente riportato su queste colonne. Se tuttavia per il LAC si poteva comprendere una scelta di questo tipo trattandosi del primo polo culturale costruito in Ticino e quindi mancando esperienze analoghe sul territorio, lo stesso non si può dire per il centro polifunzionale di Pregassona. Di case anziani in questo Cantone ne sono state costruite tante, e nessuna in impresa generale. Una formula avversata tanto dalla Società impresari costruttori che dal Cantone, che ha portato ad inutili discussioni e diatribe con Bellinzona.
  • Durante il cantiere del LAC le risorse sia finanziarie che umane erano tutte concentrate su quest’opera. Il resto è rimasto indietro. Oltretutto nel 2013 scoppiò l’allarme finanze, con conseguenti misure di risparmio. Evidentemente, secondo qualcuno, la cultura d’élite è prioritaria rispetto alle necessità della popolazione, ed in particolare della popolazione anziana, che aumenta sempre di più.
  • A mettere la ciliegina sulla torta, il ricorso sull’assegnazione della commessa. Ormai l’ente pubblico non può più costruire nemmeno un pollaio senza che ci sia una qualche complicazione giudiziaria. Figurarsi un’opera di 47 milioni. Nel concreto, il ricorso è stato presentato contro la decisione del municipio di attribuire la realizzazione della nuova casa anziani al consorzio Garzoni – RdE. Ma il Tribunale cantonale amministrativo l’ha infine respinto.

Si spera che…

Adesso che finalmente i lavori sono partiti, si spera che il cantiere possa proseguire spedito e soprattutto senza le “vicissitudini” che hanno caratterizzato quello del LAC.

Certo che, davanti ad un progetto scelto ad inizio 2009 che se va bene diventerà realtà  quasi 13 anni dopo, è comprensibile che il cittadino una qualche domandina sulle tempistiche dell’ente pubblico se la ponga. A maggior ragione quando si tratta di un’opera che:

  • risponde ad esigenze molto concrete e primarie della popolazione e quindi non costituisce un “di più” per la gloria;
  • creerà circa 120 nuovi posti di lavoro e permetterà di riqualificare il comparto dove sorgerà con spazi pubblici esterni di qualità, che saranno a disposizione del quartiere.

Lorenzo Quadri

Accoltellamento a Lugano: la musica deve cambiare!

Non solo pene più severe ma anche giudici meno buonisti-coglionisti e più espulsioni 

E al Giudice Ermani ribadiamo che questo “sottobosco malavitoso” di “indigeno” non ha proprio nulla, dal momento che è composto da foffa d’importazione. E, se qualcuno di questi galantuomini ha pure il passaporto rosso, ringraziamo le naturalizzazioni facili volute dalla partitocrazia politikamente korretta!

Dopo l’accoltellamento dello scorso sabato mattina in centro Lugano tra gang rivali di criminali stranieri (ai quali naturalmente paghiamo pure le cure sanitarie, poi ci chiediamo come mai i premi di cassa malati esplodono) fa piacere che anche all’interno della Magistratura si levino voci che richiedono sanzioni più severe per chi commette reati violenti. Alla buon’ora! Nel concreto, ad esprimersi pubblicamente sul tema è il giudice Mauro Ermani ai microfoni di Teleticino.

Eh già, perché gli unici nei cui confronti la giustizia è inflessibile sono gli sfigati automobilisti incappati nelle maglie di Via Sicura. Per loro, nessuna giustificazione è ammessa. Per i delinquenti, invece, parte il festival delle attenuanti.

Le scusanti del piffero

E qui è opportuno ricordare che il codice penale è senz’altro una parte, anche importante, del problema. Ma non è l’unica. Un’altra componente è proprio quella dei magistrati che applicano la legge, e che spesso e volentieri trovano scusanti del piffero per mitigare le condanne dei delinquenti. Quando poi si tratta di stranieri – che sono la stragrande maggioranza dei criminali attivi in Ticino: lo dimostra l’occupazione della Stampa, il cui tasso di popolazione senza il passaporto rosso raggiunge anche all’80% – ecco che arrivano i giudici spalancatori di frontiere a stabilire che questa foffa non può essere espulsa perché “la libera circolazione prevale”. E’ accaduto ancora un paio di settimane fa: il tribunale cantonale zurighese ha annullato l’espulsione di un picchiatore tedesco di 27 anni decisa dal tribunale distrettuale di Winterthur. E questo in nome della libera circolazione. La quale prevarrebbe sul diritto svizzero ed in particolare sulla norma, votata dal popolo, che prevede l’espulsione dei delinquenti stranieri. Il bello è che, per stessa ammissione dei giudici di Zurigo, “il caso si presta a valutazioni giuridiche contrastanti”. E questi legulei del flauto barocco tra le “valutazioni contrastanti” quale ti vanno a scegliere? Ma naturalmente quella favorevole al “devono entrare tutti” e contraria alle decisioni popolari!

Quindi, oltre a sistemare il Codice penale, occorre anche cominciare a lasciare a casa quei giudici che si arrampicano sui vetri pur di permettere a delinquenti stranieri di continuare a vivere nel nostro paese (magari anche a carico del nostro Stato sociale).

Impedire l’arrivo

Altra componente è la prevenzione. Per evitare che gang straniere vengano ad accoltellarsi in centro Lugano, la prima cosa da fare è impedire che arrivino in Ticino. Quindi, ripristino dei controlli sistematici sul confine. Bye bye Schengen!

E per impedire poi che stranieri pregiudicati per reati violenti si stabiliscano nel nostro sempre meno ridente Cantone, è indispensabile mantenere in vigore la richiesta del casellario giudiziale. Altro che calare le braghe nella ridicola illusione di ottenere dal Belpaese la firma degli accordi sulla fiscalità dei frontalieri!

Mandare nelle patrie galere

Ulteriore ambito di intervento: la possibilità di far scontare la pena ai delinquenti stranieri nel paese d’origine. Ciò che oggi accade solo in casi rarissimi. Non sta né in cielo né in terra che Stati ai quali elargiamo a go-go inutili aiuti allo sviluppo o “contributi di coesione” – naturalmente a scapito dei cittadini svizzeri in difficoltà – abbiano ancora la faccia di tolla di rifiutarsi di sottoscrivere convenzioni sulla carcerazioni nelle loro galere dei loro concittadini che si trovano in Svizzera a commettere reati. Quanto ai criminali UE: i paesi dell’Unione possono mandarci tutta la foffa in nome della libera circolazione e noi, in nome sempre della libera circolazione, non possiamo rispedirgli i loro galeotti? Per citare il noto slogan: “non siamo mica scemi”!

E’ evidente che la certezza di dover scontare la pena nelle patrie galere, che sono “appena un attimino” diverse dall’Hotel Stampa, già di per sé costituisce un potente deterrente per la criminalità d’importazione.

Visto poi che i giovani stranieri violenti nella maggior parte dei casi ricevano condanne ridicole ovvero sospese condizionalmente, sarebbe buona cosa – sia a titolo deterrente che di informazione della popolazione – che nome e fotografia di questi signori venissero pubblicati in una banca dati aperta al pubblico, consultabile liberamente via internet. Negli USA esistono soluzioni simili e funzionano.

“Sottobosco indigeno”?

Disturba infine l’affermazione conclusiva del giudice Ermani riportata dal portale Ticinonews, riferita sempre all’accoltellamento a Lugano: “Questi fatti fanno male. La Svizzera ha una tradizione di convivenza pacifica fra più culture e inclusione fra diverse sensibilità. Questa gente (i picchiatori stranieri, ndr) sempre più spesso nasce e cresce da noi, ha il passaporto, parla perfettamente italiano e ha le stesse possibilità degli altri. Un sottobosco malavitoso indigeno che non si può controllare”.

Eh no, Signor Giudice. Questo “sottobosco malavitoso” di indigeno non ha proprio nulla, visto che si tratta o di stranieri tout-court, o di stranieri che hanno beneficiato di naturalizzazioni facili. E’ tutta foffa importata. Si ammetta una buona volta che la scellerata politica delle frontiere spalancate e del multikulti, accoppiata con le leggi lassiste ed i tribunali buonisti-coglionisti, ci ha trasformati nel paese del Bengodi dei malviventi stranieri. E si ammetta che, grazie alla partitocrazia politikamente korretta, vengono naturalizzate “in scioltezza” persone non integrate e non integrabili. Lo si ammetta, e si cominci a comportarsi di conseguenza. A partire proprio dal potere giudiziario che lei rappresenta, Signor Giudice.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Lugano, centro città in crisi: la colpa non è “del gatto”!

Per la moria di commerci ci sono dei responsabili. Che non vanno dimenticati

 

Tengono banco ultimamente le difficoltà dei negozi del centro di Lugano ed in particolare di Via Nassa. Al proposito si è parlato di varie possibili concause, dal boom degli acquisti online alla crisi, dal piano viario PVP al declino della piazza finanziaria.

Ohibò. Crisi? Ma come, non c’era lo studio delle banche cantonali romandi a raccontare che il Ticino sarebbe la regione più dinamica d’Europa? Certo che se in queste statistiche si infilano anche i salari che i 65mila frontalieri e le svariate migliaia di padroncini esportano direttamente nel Belpaese, senza lasciare sul nostro territorio nemmeno un franco, niente di strano se poi ne risultano statistiche aberranti. Che però fanno comodo, molto comodo, ai lecchini della libera circolazione per venirci a raccontare che Tout va bien, Madame la Marquise: perché ci sono gli studi dei grandi scienziati che dicono che…

Questioni viarie

Sulle evidenti responsabilità del piano viario PVP nelle difficoltà delle attività commerciali del centro città abbiamo detto più volte. Ad esse si aggiungono le tariffe spropositate degli autosili, alzate per fare cassetta. Il retro pensiero è il seguente: si scoraggiano le soste di lunga durata in centro per favorire la rotazione. Campa cavallo.  Il risultato ottenuto è ben diverso: quello di mettere in fuga chi si reca(va) in centro a fare acquisti e a svolgere commissioni. Se arrivare in centro diventa una gimkana e posteggiare un lusso, il cittadino medio che di lussi non se ne può più permettere sceglie di spendere i suoi soldi altrove. Inutile quindi fare le verginelle. Le scelte politiche contro gli automobilisti hanno delle conseguenze dirette sull’economia del centro. E i cittadini, sempre più limitati nelle proprie libertà e tartassati con tasse e balzelli, non sono i soldatini dei politici e delle loro paturnie ideologiche.  Non vanno a fare compere in centro usando autopostale bus trenino  park&ride (con magari cambi di mezzo e tempi d’attesa) per far contenti i politicanti. Ad andarci di mezzo è il tessuto economico cittadino.

Piazza finanziaria:  i colpevoli ci sono

Un altro aspetto che viene sempre citato solo en passant nelle discussioni sulle difficoltà dei commerci del centro di Lugano è il declino della piazza finanziaria. Il che non significa solo meno clientela danarosa in arrivo dall’Italia per questioni di gestione patrimoniale e con disponibilità a spendere nei negozi locali. Significa anche posti di lavoro “pregiati” persi nella piazza finanziaria, in genere occupati da ticinesi. Gente che prima poteva permettersi di spendere in via Nassa e adesso non può più. Questa vera e propria batosta per l’economia cantonale e luganese viene  oggi accettata con fatalismo. Con “ineluttabilismo”. Come se si trattasse di un’ alluvione o di una frana. Un fenomeno naturale di cui nessuno porta la responsabilità. Ma non è affatto così. Per l’accaduto ci sono dei precisi responsabili. L’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf che ha smantellato il segreto bancario senza alcuna contropartita per inchinarsi ai suoi padroni UE, e le forze politiche che le hanno dato corda in parlamento: PLR, PPD, P$$.  Ovvero gli stessi che, con perfetta coerenza, rottamano ogni proposta che permetterebbe alla Svizzera di difendere gli ultimi residui di sovranità. E naturalmente c’è un terzo attore: le grandi banche, ormai multinazionali che di svizzero hanno solo il nome e che della Svizzera se ne sbattono. A loro interessa l’accesso globale ai mercati. Il resto, ed in particolare le piazze finanziarie elvetiche, sono quantité négligeable. Strano però, perché quando si trattava di battere cassa presso la Confederella per evitare il “grounding” questi colossi suonavano una musica ben diversa. Poi, passata la festa, gabbato lo santo.

Lorenzo Quadri

Gauche-caviar asfaltata: l’estrema destra non c’entra!

Minacce al rapper decerebrato e al WKND: gli autori sono due imbecillotti isolati

Ma guarda un po’! Nelle minacce alla discoteca WKND contro l’esibizione del rapper coglionazzo “Bello Figo”, l’estrema destra non c’entra.

Il rapper in questione, giustamente sconosciuto ai più, è un immigrato ghanese che si inventa “canzoni” (oddio, canzoni…) di stupidità rara; immaginando, il poveretto, di essere “provocatorio”. Ed infatti tutta la sua capacità di grande provocatore si riduce all’evocare atti sessuali di vario tipo ogni tre parole.

L’estrema destra non c’entra

Ebbene, è emerso che gli autori delle minacce all’esercizio pubblico luganese non sono un gruppo di estrema destra, bensì due imbecillotti che hanno agito per conto loro. Una cappellata monumentale, di cui avranno modo di pentirsi amaramente. Perché quello commesso è un reato che prevede una pena detentiva fino a tre anni (anche se ovviamente nessuno andrà in prigione per i volantini). Quindi non è un reato bagattella. E questo serva a chiarire in modo definitivo che non si “difendono i nostri valori”, come pretendevano gli stampatori di volantini con le svastiche, con comportamenti e simboli che calpestano questi stessi valori. Chi partorisce simili iniziative aberranti, dei valori che pretende di difendere non ha capito un tubo.

La Caporetto dei kompagni

Detto questo, la vicenda si è risolta in una vera e propria Caporetto per la sinistruccia luganese  che era partita in tromba con la politicizzazione spinta della vicenda. L’interpellanza al municipio, addirittura classificata come “urgente” dagli autori, ha come primo firmatario il presidente della sezione P$ di Lugano Raoul Ghisletta. Ed è partita il giorno stesso dei fatti. A dimostrazione della fregola di cavalcare partiticamente l’accaduto. Piatto ricco mi ci ficco, si sono detti i kompagni. L’obiettivo era quello non solo di montare la panna, ma di arrivare fino al burro Floralp.

E va da sé che a reggere la coda alla gauche caviar c’era la sua stampa di servizio in grande spolvero, a partire dalla quella finanziata col canone più caro d’Europa, che ha dato alla vicenda la massima enfasi possibile. Per inventarsi ciofeche sulla presunta minaccia dell’estrema destra, teoria poi clamorosamente smentita, la Pravda di Comano ha avuto tempo e spazio. Per andare alla consegna delle firme del referendum finanziario obbligatorio, invece, no.

La speranza delusa

In Ticino dunque, secondo i kompagnuzzi con annessa stampa di servizio, dilagherebbero l’estremismo di destra ed il razzismo. Allarme! Scandalo! È la colpa di chi è? Ma naturalmente degli odiati populisti che provocano il “degrado” e blablabla! Perché evidentemente era lì che si voleva andare a parare…

E poi la speranza, ardente, ossessiva, patologica, che gli autori delle minacce fossero in qualche modo riconducibili alla Lega o in subordine all’Udc. Fosse emerso un qualsiasi coinvolgimento degli odiati “nemici”, hai voglia le interpellanze, le lettere sui giornali, gli editoriali sulla stampa di regime! Sarebbe bastata una parentela di quinto grado a scatenare furiosi onanismi cerebrali sull’ambiente familiare del reo, al fine di giustificare la tesi che la $inistruccia brama ardentemente di accreditare (cumulando però continue frustrazioni): ossia che leghisti e nazisti è la stessa cosa.

Che smacco!

Invece, lo smacco. E che smacco! Dietro alle minacce al WKND non c’è nessuna associazione estremista di destra. Non solo. Il collegamento politico c’è, ma non è quello sperato. Infatti il giovane che si è costituito è figlio di un deputato in Gran Consiglio ma, orrore!, trattasi di esponente di un partito storico.  Da notare che, se il giovane bischero fosse stato figlio di un deputato leghista, quest’ultimo sarebbe stato sbattuto in prima pagina con gigantografia, nome, cognome e numero di scarpe. Qui invece…

Come i pifferi di montagna

Il castello di carte dei kompagni, dei moralisti a senso unico e dei loro reggicoda mediatici, dunque, è crollato miseramente. Come i pifferi di montagna, partirono per suonare ma vennero suonati. Ed infatti sono improvvisamente ammutoliti. L’unico risultato del loro frenetico agitarsi nel costruire fittizie “emergenze di estrema destra” è stato quello di attirare l’attenzione sui casi precedenti di minacce ad organizzatori di eventi. E queste minacce precedenti, ma guarda un po’, vengono dall’estrema sinistra. Curiosamente però di interpellanze al proposito la gauche caviar mica ne ha presentate.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

 

 

Il rapper imbecillotto e le minacce degli estremisti

I neonazi con i loro volantini minatori non difendono i nostri valori, li offendono

 

Ecco servito venerdì il nuovo “tormentone” luganese. Il gestore della discoteca WKND viene minacciato di “gravi conseguenze” se non annullerà la prevista esibizione, nel suo locale, del rapper “Bello Figo”. Quest’ultimo – per la serie: e chi l’ha mai sentito nominare – sarebbe un ghanese immigrato nella vicina Penisola che produce testi ad alta levatura intellettuale. Il tenore è il seguente: “Non pago affitto, non paghiamo l’affitto, dai c… siamo negri noi”; “poi ho bisogno di una f…ga  bianca perché alla mattina mi sveglio con il c… duro duro duro”; “avremo 35 euro al giorno in albergo a fare festa con le f… bianche” e avanti così. Insomma, un perfetto coglione, tanto per restare in tema. Prodotto tipico del pattume mediatico italiano. Uno che non merita né visibilità né attenzione. E, per invitare un idiota del genere ad esibirsi a Lugano, ci vuole proprio tutta.

Senonché la situazione, come sappiamo, è degenerata. I gerenti della discoteca WKND sono stati pesantemente minacciati da un sedicente gruppo La Nuova destra (?) che firma i volantini con le svastiche. Il tenore del messaggio è il seguente: o cancellate l’esibizione, oppure ci saranno conseguenze pesanti, prima durante e dopo, per il locale e per il “profugo da voi invitato”.

Dopo consulto con la polizia, l’esercizio pubblico ha deciso di annullare l’evento onde evitare disordini.

Tre considerazioni su questa vicenda:
1) Chi minaccia un esercente per un evento – per quanto il “perfomer” sia un idiota – invocando la nostra cultura e la nostra nazione non è un patriota, è un delinquente che commette un reato penale. Non si difendono la nostra cultura, i nostri principi ed i nostri ideali con azioni violente e ricatti che ne costituiscono la negazione. Le minacce inviate da questi estremisti non “difendono i nostri valori”, li offendono solo. Non si può rivendicare la libertà d’espressione per sé e poi pretendere di negarla agli altri con la violenza, le minacce anonime, i “se non fate quel che diciamo spacchiamo tutto”. Che questa associazione che firma i volantini con le svastiche torni quanto prima nel nulla da cui è venuta e da cui mai sarebbe dovuta uscire.

2) L’iniziativa di questi estremisti è stata un boomerang. In effetti, ha portato una vagonata di pubblicità gratuita all’altrimenti sconosciuto (giustamente sconosciuto) imbecillotto ghanese. Se non ci fossero state le minacce, alla sua esibizione ci sarebbero andati forse tre gatti. Nessuno si sarebbe accorto di nulla. E non solo: le squinternate minacce dei neonazi hanno regalato ai kompagnuzzi spalancatori di frontiere un assist mica da poco per sbragare su “estremismo di destra” e “razzismo”. E infatti, vi si sono subito gettati a pesce. Non aspettavano altro. Gli atti parlamentari sono stati redatti in tempo di record.

3) Il modo in cui i compagni luganesi  stanno tentando di cavalcare la vicenda è squallido. Prevedibilmente squallido. Proprio i compagni, che organizzavano le manifestazioni contro il Mattino, vorrebbero ora ergersi a paladini della libertà d’espressione? Ma non facciamo ridere i polli. Scrivono, i kompagni, di “fatto grave, senza precedenti”. Che fregnaccia! I precedenti ci sono eccome: li hanno creati gli estremisti di $inistra.  Dov’erano i $ocialisti quando i “no borders” imperversavano, vandalizzavano e minacciavano a Chiasso a sostegno dei finti rifugiati con lo smartphone (quelli che per il PS “devono entrare tutti”)? Come mai nessun parlamentare socialista ha presentato interpellanze urgenti sull’ “estremismo di sinistra”? E quando otto anni fa a Lugano l’Associazione liberisti ticinesi invitò un ex ministro cileno, gli organizzatori ricevettero dall’estrema $inistra minacce pesantissime, dello stesso tenore di quelle ricevute dai gerenti della discoteca WKND. Ma stranamente i kompagni non presentarono atti parlamentari, men che meno urgenti, dai toni apocalittici sul pericolo rappresentato dagli estremisti di $inistra. Ennesimo caso di indignazione selettiva?

L’unica cosa che urge

Nell’interpellanza del PS luganese al Municipio, l’unica cosa che urge è la “voglia matta” di montare la panna per far credere che in Ticino esista, quando invece così non è, un problema di estremismo di destra – e quindi ovviamente di razzismo. Problema di cui naturalmente incolpare i soliti “populisti, razzisti, xenofobi, ecc. ecc. ecc.”. E anche il Gigi di Viganello ha ben chiaro dove si vuole andare a parare.
Compagni, state diventando scontati. La vostra indignazione – strumentale e selettiva – merita la stessa attenzione delle esibizioni del rapper citrullo: ossia nessuna.

Lorenzo Quadri

Quadri: “Un investimento prioritario per la nostra popolazione”

Lugano: approvata in Consiglio comunale la creazione della nuova casa anziani Lugano-Canobbio

Il Consiglio comunale di Lugano ha approvato il Messaggio municipale che costituisce un ente autonomo di diritto comunale  per la realizzazione di una casa per anziani assieme al comune di Canobbio.

 Lorenzo Quadri, capodicastero della socialità, è soddisfatto?

E’ certamente un passo importante e positivo. Secondo la pianificazione cantonale, in Ticino per la fine del 2020 saranno necessari circa 1000 letti in casa anziani in più rispetto al 2010. Per il Luganese si parla di un fabbisogno di 307 posti, che per la città ammunta alla metà di questa cifra. La nuova Casa anziani, realizzata in collaborazione con il comune di Canobbio, che sorgerà a Canobbio in zona Corba, avrà 80 posti. Entro fine anno dovrebbe finalmente partire il cantiere della nuova struttura polifunzionale di Pregassona dove i posti saranno 114. Con le strutture di Pregassona e Canobbio, dunque, Lugano copre il proprio fabbisogno.

Le case anziani sono strutture ancora attuali? In Svizzera tedesca, ad esempio, c’è chi dice che sono destinate a rimanere vuote, perché il futuro è (sarebbe) degli appartamenti protetti.

Le case anziani serviranno sempre. Ovviamente, l’obiettivo è quello di mantenere gli anziani il più a lungo possibile in un appartamento, tramite accorgimenti domotici e cure a domicilio. Ma arriva il momento in cui questo non è più possibile. Nel corso degli anni è cambiata la tipologia degli ospiti delle case anziani, che entrano ad un’età sempre più avanzata ed in condizioni di salute sempre più precarie; e, di conseguenza, la durata del soggiorno diventa sempre più breve. Le strutture si sono dunque adattate a questa realtà. L’ente pubblico ovviamente deve occuparsi anche di appartamenti protetti – o adattati che dir si voglia. A questo proposito, per quel che riguarda Lugano, è sul tavolo un interessante progetto in collaborazione con il servizio cure a domicilio del Luganese (SCUDO).

Come è nata la casa anziani Lugano-Canobbio?

I primi contatti al proposito tra i due comuni risalgono ad ottobre 2011. Si è visto subito che la collaborazione poteva funzionare. Canobbio poteva “mettere sul piatto” un terreno adatto, in posizione molto interessante, facilmente raggiungibile con mezzi pubblici e privati, con il valore aggiunto della vicinanza all’Ospedale civico. Lugano poteva invece far entrare la nuova casa nella rete degli istituti gestiti dalla città, ciò che consente importanti economie di scala. Ed infatti Lugano si assumerà la direzione ed amministrazione del futuro istituto, il servizio ammissioni, la piattaforma informatica, la direzione sanitaria, come pure i servizi di farmacia e lavanderia. Una collaborazione, come si usa dire oggi, win-win.

Perché è stata scelta la forma dell’Ente autonomo di diritto comunale?

L’Ente autonomo di diritto comunale è un istituto relativamente nuovo, è stato infatti inserito nella Legge organica comunale nel 2009. A parte che la tradizionale forma del consorzio è sconsigliabile quando i comuni coinvolti sono solo due, l’Ente autonomo è uno strumento più flessibile e permette inoltre, rispetto al consorzio, un maggior controllo da parte degli esecutivi e dei legislativi comunali. Credo che questa sia la prima, o una delle prime, case anziani realizzate con questa modalità.

I posti previsti nella casa anziani sono 85, suddivisi in 35 per Lugano, 25 Canobbio, 20 per i Comuni terzi. Questa ripartizione va intesa in senso rigido?

No, sono possibili naturalmente dei travasi. La differenza sta che sulle rette dei cittadini di Lugano e Canobbio, in considerazione degli apporti di entrambi i comuni, non graverà il costo del diritto di superficie.

L’investimento previsto è di 24 milioni, come verranno reperiti?

L’Ente sarà dotato di un capitale iniziale di un milione di Fr, 600mila versati da Lugano e 400mila da Canobbio. E’ ragionevole attendersi un contributo cantonale attorno agli 8 milioni. Il resto se lo procurerà l’Ente sul mercato dei capitali.

Questo ente autonomo è stato approvato  senza opposizioni, ce n’è però un altro che probabilmente non avrà vita facile…

Sì, la creazione dell’ente LAS, Lugano attività sociali, a cui il Municipio intende trasferire le attività dell’attuale divisione socialità, quindi non solo le strutture territoriali, ma anche gli sportelli sociali, la cui attività è comunque regolata da leggi cantonali, e questo nell’ottica di non perdere le sinergie attualmente esistenti. A quanto ne so, la commissione speciale del Consiglio comunale riprenderà a chinarsi sul tema nel prossimo futuro, avendo terminato l’esame dell’Ente Lugano-Canobbio.

MDD

Lugano, sui social monta la protesta contro la “deportazione” degli eventi in Piazza Mercato. Quadri: “Se non funziona bisognerà tornare indietro”

Sui social si allarga la protesta contro la “deportazione” degli eventi estivi, o della maggioranza di essi, dalla Piazza Manzoni alla Piazza del Mercato. Il municipale leghista Lorenzo Quadri è stato capodicastero turismo fino alla riorganizzazione dell’amministrazione comunale, che ha accorpato il settore eventi e congressi allo sport e alla cultura.

Cosa pensa Quadri di questo spostamento?

Premetto che l’attuale capodicastero cultura, sport ed eventi Roberto Badaracco, ha ragione quando dice che è  presto per trarre le conclusioni. Il bilancio si potrà fare a fine stagione.

Ma è vero che il municipio ha calato le braghe davanti alle proteste dei ristoratori della piazza Riforma, che vedevano male la concorrenza generata dalle mescite del villaggetto?

Solo fino ad un certo punto. Anche all’interno del municipio c’è – soprattutto  c’era – chi, come l’ex capodicastero cultura, voleva bandire gli eventi dalla piazza, e ancora meglio abolirli del tutto, perché bisogna fare solo cultura al LAC e perché gli eventi venivano guardati dall’alto in basso, con sufficienza e fastidio, come una fonte di disturbo senza considerarne gli indotti. Non tutti ovviamente la pensano così, ma è chiaro che le posizioni di taluni esercenti hanno trovato terreno fertile.

Cosa ne pensa della piazza mercato?

Che allo stato attuale sembra esattamente quello che è: un ex posteggio. Quando ci sarà la sistemazione definitiva di questa piazza e delle vie adiacenti, diventerà certamente una location interessante per gli eventi. Per adesso è un ripiego. Che, comprensibilmente, viene vissuto come un declassamento degli appuntamenti estivi. La Piazza Manzoni venne in passato designata come piazza degli eventi, per “alleggerire” la piazza Riforma mantenendo comunque gli eventi in una sede di prestigio. E questo ci può stare. Adesso si procede ad un ulteriore allontanamento. Certamente non si può pretendere di ammucchiare tutto in Piazza Manzoni, in piazza Riforma e sul Lungolago: serve una selezione. Ma non si deve nemmeno cadere nell’eccesso opposto creando il “deserto” nel salotto cittadino, come auspicherebbero certi ambienti vicini alla kultura (quella con la “k”). Al proposito ripeto ciò che ho sempre detto: gli eventi, e quindi una città viva, sono una parte importante del prodotto turistico; il lago ed il bel paesaggio da soli non bastano più. Non si può promuovere il turismo se gli eventi vengono vissuti come un fastidio e a malapena tollerati.

Gli abitanti del centro saranno più tranquilli con gli eventi in Piazza Mercato?

Questo è da vedere. Piazza Manzoni ha anche il vantaggio di non essere abitata. E’ vero che capita che il suono raggiunga la via Motta. Ma in Piazza Mercato il suono si propaga verso la collina sovrastante, che è ancora più abitata.

Quindi lo spostamento a suo parere non andava fatto?

Non dico che sia sbagliato fare il tentativo: per poter dare una risposta alle insistenti pressioni che chiedevano questo spostamento, non solo da parte degli esercenti di Piazza Riforma, bisognava provare. Dico però che se, una volta tirate le somme, l’esperimento si sarà rivelato insoddisfacente, bisognerà avere il coraggio di ripristinare, totalmente o in parte, la situazione precedente.

MDD