Naturalizzare tutti per non creare “tensioni inutili”

La partitocrazia regala passaporti rossi. E con motivazioni sempre più bislacche

Non abbiamo intenzione di tollerare né le naturalizzazioni “per quieto vivere” di stranieri non integrati, e nemmeno la continua denigrazione di chi giustamente pretende rigore nel concedere l’attinenza comunale!

Cari $ignori del triciclo PLRPPD- P$ (soprattutto questi ultimi): il passaporto elvetico è prezioso, anche se alcuni di voi lo considerano carta straccia

In quel di Locarno tornano a tenere banco le naturalizzazioni “dubbie”. Nella sua ultima seduta il Consiglio comunale ha dibattuto su tre candidature. Secondo quanto riportato sui giornali, i contrari alle tre naturalizzazioni hanno sottolineato che i candidati discussi, pur vivendo da vario tempo da noi, parlerebbero male l’italiano e non avrebbero “familiarizzato con il modo di vivere, gli usi ed i costumi svizzeri”. Da notare che il relatore del rapporto contrario alla concessione dell’attinenza comunale è un esponente del PLR e non un leghista populista e razzista. Alla fine, però, l’hanno spuntata i favorevoli. E così, grazie alla partitocrazia, sono state concesse tre nuove naturalizzazioni facili.

Alcune considerazioni

Chi scrive evidentemente non conosce il dossier né le persone coinvolte, quindi non è in grado di esprimersi sull’effettiva integrazione dei candidati. Tuttavia alcune considerazioni di carattere generale sulle naturalizzazioni facili sono possibili e doverose.

1) Il conferimento della cittadinanza elvetica è un atto irreversibile. Il passaporto rosso, una volta concesso, non può più essere ritirato. A meno che il neosvizzero si renda colpevole di terrorismo. Essendo la Svizzera diventata, grazie alle frontiere spalancate ed al fallimentare multikulti, il paese del Bengodi per estremisti islamici, i casi di terroristi naturalizzati sono destinati a moltiplicarsi. Ma anche in quel caso, arriverà qualche giudice straniero della Corte europea dei diritti dell’uomo a blaterare che espellere questi terroristi “sa po’ mia” perché sarebbero in pericolo nel paese d’origine. Ergo, la naturalizzazione è un atto irreversibile (e lo rimane anche ai tempi dell’Isis). Di conseguenza, se sussistono dubbi non va concessa.

2) La naturalizzazione non è il punto di partenza del percorso d’integrazione, bensì il punto d’arrivo. La concessione della cittadinanza elvetica è il riconoscimento dell’avvenuta integrazione, non un incentivo per continuare ad integrarsi (e poi, una volta che il neo-svizzero ha portato a casa il passaporto rosso… passata la festa, gabbato lo santo).

3) Durante il dibattito in Consiglio comunale (partendo dal presupposto che quanto riportato sui giornali sia fedefacente), da parte dei favorevoli alla naturalizzazione facile dei candidati di “dubbia integrazione” si è sentito un campionario di “perle”.

Del tipo: a) “Si parla di atti amministrativi e non politici o intrepretativi”; “Ci sono interpretazioni influenzate da pregiudizi”. E no, la naturalizzazione non è un atto amministrativo. E’ un atto politico. Quindi comporta una scelta politica. Creare un nuovo cittadino elvetico non è come compilare un formulario delle imposte. Oltremodo squallido il tentativo, da parte della gauche-caviar, di squalificare i dubbi sull’effettiva integrazione di un candidato come dei “ pregiudizi”. Ennesima dimostrazione e dell’intolleranza della $inistra nei confronti di chi osa pensarla diversamente.

b) “ Al posto di affrontare il concetto di integrazione bisogna promuovere il rispetto reciproco”. Non si vede perché una cosa dovrebbe escludere l’altra. Ma è degno di nota il tentativo di smontare il requisito dell’integrazione, in nome della consueta massima $inistrata: “devono entrare tutti, devono restare tutti e tutti devono diventare svizzeri”: e quindi, non si parli più di integrazione! Visto che tale concetto “si presta ad interpretazioni” lo aboliamo direttamente e diamo il passaporto a rosso a tutti! Bella prospettiva, complimenti. Bella per quelle forze politiche che svendono la Svizzera ogni giorno e quindi, per far passare le loro posizioni antisvizzere e per ottenere sostegno elettorale, hanno bisogno di naturalizzati che non si sentano svizzeri, che non si riconoscano nelle peculiarità svizzere e che votino ed eleggano di conseguenza.

c) “ Polemiche che creano tensioni inutili e controproducenti”. Ah ecco. Adesso sollevare dei legittimi dubbi sull’integrazione degli aspiranti al passaporto elvetico significa “creare tensioni inutili e controproducenti”.

Sicché, “per non creare tensioni”, facciamo diventare svizzero chiunque lo richieda! d) Per finire, la chicca: “ bisogna esplorare nuove forme di partecipazione, coinvolgere maggiormente gli stranieri che vivono qui (…)”. In altre parole: bisogna fare in modo che tra uno svizzero ed un migrante non ci sia più alcuna differenza. Il passaporto rosso deve diventare carta straccia. E a questo punto, già che ci siamo, introduciamo il voto agli stranieri.

Preoccupante

Il fatto che la maggioranza del legislativo locarnese, approvando le tre naturalizzazioni contestate, abbia deciso di dar retta alle posizioni sopra indicate è preoccupante.

Dimostra come le naturalizzazioni facili siano una realtà, ovviamente non solo in riva al Verbano. Testimonia del tentativo di denigrare e di ricattare moralmente chi chiede rigore nella concessione della cittadinanza svizzera. E lo chiede perché – piaccia o non piaccia ai sinistrati spalancatori di frontiere e multikulti – il passaporto svizzero è prezioso.

Andazzo generalizzato

Questo andazzo evidentemente non si manifesta solo a Locarno. Basti pensare che il padre basilese musulmano che vietava alle figlie la partecipazione alle lezioni di nuoto aveva una domanda di naturalizzazione in corso. E come la mettiamo con quei candidati e quelle candidate al passaporto rosso che durante l’esame rifiutano di dare la mano alle persone del sesso opposto? Li facciamo diventare tutti svizzeri perché in fondo riconoscersi nel nostro modo di vivere, nei nostri usi e costumi è un fatto secondario, e poi, suvvìa, mica vorremo “creare delle tensioni inutili” con l’assurda e razzista pretesa che un neo-cittadino elvetico si senta anche svizzero!

La pazienza è finita

E’ sempre più evidente che in campo di naturalizzazione urge un giro di vite. Le naturalizzazioni facili di persone non integrate “per quieto vivere”, “per non discriminare” e per altre analoghe “cagate pazzesche” (cit. Fantozzi) non siamo disposti a tollerarle.

LORENZO QUADRI

Naturalizzazioni facili: lo spauracchio della lingua

Davvero la legge in vigore da inizio anno porrebbe requisiti così elevati? Ma va là!

Da inizio anno, con la nuova legge sulla cittadinanza, le naturalizzazioni facili sono diventate un po’ meno facili. Per lo meno per quanto attiene alle competenze linguistiche richieste (ma non facciamoci illusioni: la partitocrazia multikulti e spalancatrice di frontiere continuerà a regalare passaporti come noccioline).

Fatto sta che, col primo gennaio 2018, per ottenere il passaporto rosso bisogna dimostrare migliori conoscenze della lingua nazionale parlata nel posto dove ci si candida a cittadino elvetico. I Cantoni sono liberi di richiedere attestati che dimostrino il livello linguistico. Risultato? Da una ricerca del TagesAnzeiger emerge che in vari Cantoni il numero delle domande di naturalizzazione è drasticamente calato: in media un terzo in meno rispetto all’anno precedente.

La logica deduzione…

Ma come: le naturalizzazioni facili non dovevano essere tutta una balla della Lega populista e razzista?

E’ evidente che, se la richiesta di dimostrare che si è in grado di esprimersi decentemente nella lingua locale fa crollare le domande di naturalizzazione, la logica deduzione è che finora venivano fatte svizzere persone che la lingua non la conoscevano. Domanda da un milione ai naturalizzatori seriali: come può essere integrata una persona che non conosce la lingua del luogo dove vive? Evidentemente, non può.

Seconda domanda: ma allora, quante decine, se non centinaia di migliaia di stranieri sono stati forniti di passaporto rosso senza essere integrati?

E tutto questo è accaduto perché:

  • il pensiero unico – di cui la partitocrazia è pietosamente succube – impone di essere “aperti” e dunque di concedere la cittadinanza elvetica a chiunque la richieda.
  • Bisogna taroccare le statistiche sugli stranieri cancellandone il maggior numero possibile tramite naturalizzazione. Altrimenti, senza questi trucchetti, si rischia che gli svizzeri si accorgono di essere diventati, in casa loro, come gli indiani nelle riserve.
  • L’immigrazione scriteriata e le naturalizzazioni di massa sono “ineluttabili”, blatera, dall’alto dei suoi farciti conti in banca, l’élite spalancatrice di frontiere. Inoltre – prosegue la casta – sono “necessarie per combattere l’invecchiamento della popolazione”. Ah sì? E allora spiegateci come mai in Giappone ci sono il 2% di stranieri (e non certo in seguito a naturalizzazioni facili) ed i rifugiati ammessi annualmente si contano sulle dita di una mano. Alla faccia della presunta ineluttabilità!

 Quali competenze?

Ma quali sono le competenze linguistiche che vengono richieste da quest’anno e che hanno gettato nel panico così tanti aspiranti cittadini elvetici al punto da indurli a desistere dal chiedere il passaporto rosso? Gli svizzerotti “chiusi e gretti” si sono forse messi in testa di pretendere dai naturalizzandi capacità espressive da professore di letteratura? Certo che no! La nuova legge sulla cittadinanza è stata approvata dalla partitocrazia. E’ quindi evidente che non può essere poi così restrittiva come qualcuno vorrebbe far credere. Le conoscenze linguistiche che i Cantoni possono pretendere per la naturalizzazione sono infatti il livello B1 per l’orale e l’A2 per lo scritto. Cosa significano queste sigle?

 Ecco le definizioni ufficiali:

Livello intermedio B1: “È in grado di comprendere i punti essenziali di messaggi chiari in lingua standard su argomenti familiari che affronta normalmente al lavoro, a scuola, nel tempo libero, ecc. Se la cava in molte situazioni che si possono presentare viaggiando in una regione dove si parla la lingua in questione. Sa produrre testi semplici e coerenti su argomenti che gli siano familiari o siano di suo interesse. È in grado di descrivere esperienze e avvenimenti, sogni, speranze, ambizioni, di esporre brevemente ragioni e dare spiegazioni su opinioni e progetti”.

Livello elementare (!) A2: “Riesce a comprendere frasi isolate ed espressioni di uso frequente relative ad ambiti di immediata rilevanza (ad es. informazioni di base sulla persona e sulla famiglia, acquisti, geografia locale, lavoro). Riesce a comunicare in attività semplici e di routine che richiedono solo uno scambio di informazioni semplice e diretto su argomenti familiari e abituali. Riesce a descrivere in termini semplici aspetti del proprio vissuto e del proprio ambiente ed elementi che si riferiscono a bisogni immediati”.

 

Eccole qua le stratosferiche pretese! Lo scandalo è che fino allo scorso anno non venivano richieste nemmeno queste…

Lorenzo Quadri

Passaporti in regalo alla faccia dell’ “integrazione”

Stranieri di terza generazione: naturalizzazioni agevolate in vigore da metà febbraio

Ma che gioia, che gaudio e che trionfo! Da qualche giorno, ossia dalla metà di febbraio, i giovani stranieri di terza generazione possono beneficiare delle naturalizzazioni quasi automatiche, decise in votazione popolare lo scorso anno. Il Consiglio federale ha infatti emanato le necessarie modifiche di ordinanza. In Ticino l’ennesima agevolazione all’ottenimento del passaporto rosso è stata accettata solo per una manciata di voti.

Ohibò: ma allora, quando si  tratta di naturalizzare a go-go, improvvisamente ecco che la volontà popolare viene applicata! Se invece i cittadini decidono di espellere i delinquenti stranieri o di limitare la libera circolazione delle persone, la musica cambia! La democrazia, per la partitocrazia multikulti e spalancatrice di frontiere, funziona solo a senso unico!

La presa per i fondelli

Dopo aver preso per  i fondelli i cittadini durante tutta la campagna di votazione sulla naturalizzazione (quasi) automatica dei giovani stranieri di terza generazione, il Consiglio federale continua ora sullo stesso tono. Annunciando con la massima goduria la nuova procedura, infatti, i sette scienziati nei loro comunicati scrivono la seguente, vistosa fandonia: “i giovani stranieri le cui famiglie vivono in Svizzera da generazioni e che sono ormai da tempo integrati nel nostro Paese potranno usufruire della procedura di naturalizzazione agevolata”. Bisogna riconoscerlo: per raccontare così tante balle in così poche parole ci vuole del talento.

Terza generazione

Tanto per cominciare, i giovani stranieri di terza generazione non sono affatto “giovani le cui famiglie vivono in Svizzera da generazioni”.

I requisiti per beneficiare  della nuova naturalizzazione agevolata sono infatti i seguenti:

  • essere nato in Svizzera, avervi frequentato per almeno cinque anni la scuola dell’obbligo ed essere titolare di un permesso di domicilio;
  • almeno uno dei genitori (!) deve aver soggiornato in Svizzera per almeno dieci anni, avervi frequentato la scuola dell’obbligo per almeno cinque anni ed aver ottenuto un permesso di domicilio;
  • almeno uno dei nonni (!) deve aver acquisito un diritto di dimora (permesso B!) o essere nato in Svizzera. La titolarità del diritto di dimora dovrà essere resa verosimile (sic!) con documenti ufficiali.

Altro che “giovani le cui famiglie vivono in Svizzera da generazioni”!

Assunti farlocchi

Ulteriore panzana manifesta: la pretesa che questi giovani stranieri di presunta “terza generazione” siano integrati per definizione. Un assunto, questo, che non sta in piedi. Dall’esperienza fatta nei Paesi a noi confinanti emerge che parecchi seguaci dell’Isis sono proprio giovani di terza generazione (alcuni sociologi parlano di “generazione Allah”). Inutile girarci attorno: certi stranieri, provenienti da retroscena culturali, religiosi e sociali incompatibili con i nostri, non potranno mai essere integrati, indipendentemente dalle “generazioni”.

E il massimo è che l’integrazione dei beneficiari della naturalizzazione (quasi) automatica, con le nuove regole non la controllerà più nessuno. O meglio: la controlleranno gli uffici della Confederella, basandosi unicamente sulle scartoffie inviate dai candidati. Che però  da sole non bastano nemmeno lontanamente a farsi un’idea della reale integrazione degli aspiranti svizzeri. Chi non avrà più niente da dire sarà l’autorità di prossimità. I Comuni dunque. Gli unici che possono sapere, con una certa affidabilità (in ogni caso ben lungi dall’infallibilità) se l’aspirante cittadino elvetico è o no integrato, in quanto lo conoscono, non avranno più alcuna voce in capitolo.

Paesi confinanti?

Sicché, le nuove regole servono a facilitare l’accesso alla cittadinanza svizzera – che, come sappiamo, una volta conferita è praticamente irrevocabile –  anche a persone che non sono integrate. Perché, contrariamente a quello che credono o fingono di credere  i politikamente korretti, si può benissimo aver vissuto in Svizzera per decenni senza per questo essere integrati. E’  il caso di non pochi dei padri islamici che proibiscono alle figlie di andare a lezione di nuoto, ad esempio.

E nemmeno si tenti di spacciarci la favoletta che a beneficiare della nuova naturalizzazione agevolata saranno per lo più persone in arrivo da paesi a noi confinanti e di culture simili alla nostra. Il 40% dei naturalizzati degli ultimi 10 anni proviene dalla Turchia e dall’area balcanica.

Taroccare le statistiche

Di conseguenza, le nuove regole spalancheranno le porte a naturalizzazioni immeritate, e soprattutto serviranno a taroccare le statistiche sugli stranieri, che diventano in effetti sempre più imbarazzanti. Attualmente gli stranieri in Svizzera sono un quarto della popolazione. Per i multikulti diventa arduo ricattare gli svizzerotti con accuse di razzismo davanti a cifre del genere. Idem per i loro alleati, ossia gli organismi internazionali che vogliono comandare in casa nostra. Sicché, occorre far sparire dalle statistiche il maggior numero possibile di migranti. Passaporti rossi per tutti!

Intanto in Giappone gli stranieri sono il meno del 2% della popolazione. Ma nessuno osa fare un cip. Forse perché nel Sol levante sono un po’ meno calabraghe che a Palazzo federale?

Lorenzo Quadri

 

Il P$$ istiga i dimoranti a naturalizzarsi in massa

No limits! La $inistra multikulti vuole svendere la Svizzera, e non ne fa mistero

E il 12 febbraio tutti a votare NO alle naturalizzazioni agevolate per gli stranieri di terza generazione, bramate proprio dai kompagni

I kompagni spalancatori di frontiere insistono: in Svizzera non solo “devono entrare tutti”, ma tutti “devono potersi mettere a carico del contribuente” e poi – passo successivo – “tutti devono ottenere il passaporto rosso”, che va dato via come le caramelle.

Nei giorni scorsi il P$$ è uscito allo scoperto. Ha infatti lanciato una campagna per la naturalizzazione di massa dei dimoranti (permessi B). Questo perché a partire dal prossimo anno solo i titolari di un permesso C (domiciliati) potranno farsi naturalizzare. E allora cosa dice quel partito $ocialista che si sciacqua la bocca con la legalità? Evitate le nuove regole finché siete in tempo! Approfittate senza remore delle naturalizzazioni facili! Chissà se la $inistruccia dalla morale a senso unico lancerebbe appelli analoghi in materia, ad esempio, di risparmi non dichiarati?

Passaporti per tutti!

L’allucinante sortita dei kompagni conferma semplicemente che costoro vogliono regalare il passaporto rosso a cani e porci. Vogliono naturalizzare ad oltranza, impipandosene dell’integrazione o meno dei candidati. Naturalizzano anche gli estremisti islamici che non mandano le figlie in piscina. Naturalizzerebbero anche le donne in burqa. E poco ma sicuro che avrebbero naturalizzato anche i due giovani musulmani che non davano la mano alla docente perché donna. Ad ogni attinenza comunale rifiutata, i kompagni strillano al razzismo. Perché? Perché secondo loro chi chiede il passaporto svizzero lo deve automaticamente ricevere. Per il solo fatto di averlo chiesto.

Tre possibili motivi

Come mai i kompagni sono così ossessionati dalle naturalizzazioni di massa, al punto da uscire allo scoperto con tanto di conferenze stampa? Si possono immaginare tre obiettivi.

  • Cancellare le radici, la cultura, le tradizioni, l’identità, le specificità elvetiche rendendo svizzere persone non integrate, perfino non integrabili. Persone a cui della Svizzera non gliene frega un tubo. Così si trasforma il paese in un’accozzaglia multikulti in cui i valori elvetici contano meno di zero. Non a caso il P$ del “devono entrare tutti” promuove attivamente l’islamizzazione della Svizzera: infatti vuole elevare l’Islam a religione ufficiale.
  • Taroccare le statistiche sugli stranieri. La $inistra starnazza alla Svizzera “chiusa e razzista”, ma viene sbugiardata all’istante dalle cifre: un quarto dei residenti nel nostro paese è straniero. Ma ancora più importante per i kompagnuzzi è la taroccatura dei dati sugli stranieri che delinquono o che sono a carico dell’ assistenza. E’ ovvio che rendendoli svizzeri, questi spariscono dalle statistiche. Così si truccano le cifre della criminalità d’importazione e dell’immigrazione nello Stato sociale.
  • Aumentare la propria base elettorale. Visto che gli svizzeri non votano più P$, ecco la brillante strategia: barattare passaporti rossi in cambio di voti. Basti pensare che a Lugano il partito $ocialista è riuscito a mettere in piedi una campagna di volantinaggio in bucalettere mirata ai neosvizzeri.

Il 12 febbraio

Il 12 febbraio voteremo sulla naturalizzazione agevolata per i giovani stranieri di terza generazione. Questa modifica costituzionale ha origine da un’iniziativa parlamentare della consigliera nazionale P$ Addolorata Marra (non patrizia di Corticiasca). E’ quindi evidente che il suo obiettivo è quello di rendere ancora più facili le naturalizzazioni facili. Quale altro scopo può perseguire un’iniziativa promossa da un partito che invita i dimoranti a chiedere il passaporto rosso, se non quello di rendere ancora più facile la naturalizzazione di persone non integrate? E ricordiamoci – le vicende nei paesi a noi vicini insegnano – che spesso e volentieri i jihadisti sono proprio giovani stranieri di terza generazione. Eppure  gli spalancatori di frontiere vorrebbero farci credere che sono tutti perfettamente integrati e che quindi vanno naturalizzati in modo quasi automatico. Certo, come no.

Lorenzo Quadri

Naturalizzazioni ed integrazione: no alle pippe mentali!

Non ti adegui alle nostre regole? Niente cittadinanza, anche se non hai commesso reati

Ogni tanto arriva anche notizia di qualche decisione “giusta”. Il Consiglio comunale di Basilea ha, infatti, respinto la domanda di naturalizzazione di due ragazze musulmane di 12 e 14 anni. La decisione è stata presa perché le due giovani rifiutavano per motivi religiosi di partecipare alle lezioni di nuoto e alle passeggiate scolastiche.

Il presidente della Commissione delle naturalizzazioni del Comune di Basilea, tale Stefan Wehrle, ha giustificato in modo legalistico la decisione: “chi viene meno ai propri obblighi scolastici infrange la legge, per questo motivo abbiamo respinto la loro richieste”, ha dichiarato.

Le due giovani fondamentaliste islamiche, inoltre, rifiutavano pure di stringere la mano alla loro insegnante (come nel caso dei due fratelli di Therwil figli di un imam). Al proposito, il buon Wehrle ha dichiarato che “cruciale è stato il rifiuto di partecipare alle lezioni. Stringere la mano ai docenti non fa parte degli obblighi scolastici, ma ovviamente resta un indicatore importante per capire se una persona vuole integrarsi o meno”.

O Wehrle, eri partito bene ma poi ti sei tirato la zappa sui piedi da solo.

 Quali sanzioni?

E’ senz’altro una bella notizia che la cittadinanza svizzera sia stata rifiutata a due giovani estremiste islamiche che non ne volevano sapere di partecipare alle lezioni di nuoto e alle passeggiate scolastiche adducendo motivi religiosi. Al proposito, ci piacerebbe sapere quali sanzioni sono state prese nei confronti delle ragazze –  rispettivamente delle loro famiglie. Ci sono state delle multe? Ci sono state altre sanzioni? O le autorità scolastiche sono andate avanti “come se niente fudesse”, perché bisogna essere aperti e multikulturali? E come è andata a finire, in questo caso, la questione della stretta di mano negata all’insegnante? E’ stata messa via senza prete (senza imam) perché, come scelleratamente sosteneva la kompagna direttrice della scuola di Therwil dove si è verificato l’episodio dei due fratelli, una sospensione o una multa sembravano delle misure “troppo incisive”? Ma questi direttori di scuola multikulti, che pure non dovrebbero essere gli ultimi arrivati, non hanno mai sentito parlare di tattica del salame? Non si rendono conto che si comincia col rilasciare dispense per la stretta di mano e si finisce con l’accettare l’introduzione della sharia?

Non servono legulei

Per tornare al punto: è senz’altro positivo che alle due donzelle islamiche sia stato rifiutato il passaporto rosso, visto che non hanno la minima intenzione di integrarsi. Fa semmai specie che con simili convinzioni si abbia ancora la “lamiera” di chiedere la cittadinanza elvetica. Ma probabilmente è ben radicata – e supportata dall’esperienza –  la convinzione che gli svizzerotti, per paura di venire bollati come razzisti e fascisti dai loro stessi politicanti, siano disposti ad ingollare rospi ed altro.

Eppure nella vicenda in questione, per quanto a lieto fine (almeno per ora), c’è una cosa che inquieta. Per arrivare al sacrosanto Njet al passaporto rosso, il presidente della commissione naturalizzazioni si è dovuto inerpicare in giustificazioni da leguleio, in effetti facendo autogoal. Certo, non andare alle lezioni di nuoto è violazione degli obblighi scolastici, e violare questi ultimi significa violare la legge. Ma è questo l’argomento da adottare? Anche parcheggiare in divieto di sosta è violare la legge: ma è un motivo per negare la naturalizzazione ad un candidato integrato? Il problema è la contravvenzione, o è piuttosto quello che ci sta dietro? Ossia il rifiuto di integrarsi? Un rifiuto, sia detto per inciso, che va imputato interamente ai candidati (nel concreto: alle candidate). Perché integrarsi è dovere e compito dello straniero. Non ci facciamo propinare le storielle che i sostenitori del multikulti e delle frontiere spalancate regolarmente sfoderano davanti a stranieri che delinquono, terroristi islamici compresi: la colpa è degli svizzerotti (chiusi e xenofobi) che non li hanno integrati!

Negare il passaporto è il meno

Questo per dire che alle due signorine fondamentaliste musulmane la naturalizzazione andava negata per il rifiuto di integrarsi. La mancata partecipazione alle lezioni di nuoto e alle gite scolastiche, e il rifiuto di dare la mano all’insegnante, ne sono solo la conseguenza. Ma la volontà di non integrarsi deve bastare – e avanzare – da sola a motivare il rigetto di una richiesta di naturalizzazione; senza bisogno che sfoci in violazioni di legge. In questo senso, la posizione assunta dalla Commissione naturalizzazioni basilese è pericolosa. Ai candidati musulmani che non danno la mano alle donne il passaporto rosso va negato senza che ci sia necessità di pararsi il coccige con tante elucubrazioni da azzeccagarbugli.  E negare il passaporto è il meno che si possa fare. In situazioni di questo tipo, anche il rinnovo dei permessi va messo in discussione. Lo ripetiamo: chi rifiuta elementari regole del vivere insieme in un paese occidentale, non è al suo posto in Svizzera.

Lorenzo Quadri

Quadri: “basta nascondere informazioni scomode per non dover dare ragione alla Lega”. Naturalizzazioni ed assistenza, c’è il diritto di sapere

In tema di naturalizzazioni ed assistenza ci sarà un po’ più di trasparenza. La Commissione della legislazione del Gran Consiglio ha infatti sottoscritto all’unanimità un rapporto che accoglie parzialmente una mozione del 2005 dell’allora gran consigliere leghista Lorenzo Quadri, che chiedeva appunto di completare le informazioni accessibili al pubblico in materia di naturalizzazione ed assistenza.
In effetti – osserva Quadri – il rendiconto del Consiglio di Stato si limita a fornire il numero di naturalizzazioni ed il tipo di procedura adottata. Per scoprire delle informazioni statistiche sul paese d’origine e la fascia d’età dei naturalizzati, occorre andare a cercarle nell’annuario statistico ticinese. Mancano invece completamente dei dati pubblici sull’attività professionale svolta (o non svolta) dai neosvizzeri: in particolare, non è possibile sapere quante di queste persone lavorino e quante no, un dato che è poi interessante mettere in relazione con quello sulla provenienza”.

Ma sono così importanti queste informazioni?
L’attuale frammentazione ed incompletezza delle osservazioni è sospetta. L’impressione è che si preferisca nascondere certi dati statistici – che il cittadino ha tutto il diritto di sapere – per non dar ragione a chi, come la Lega, sottolinea che le naturalizzazioni facili sono una realtà, e che troppo spesso anche chi è carico dello stato sociale riesce a trovare il modo di beneficiarne. Ricordo che nel Canton Berna è stata approvata dal popolo una modifica costituzionale che vieta esplicitamente le naturalizzazioni di persone in assistenza. Dovremmo introdurla anche in Ticino.

E per quel che riguarda i dati dell’assistenza, anch’essi interessati dalla sua mozione?
Qui il tema è anche più delicato. Le statistiche pubbliche sono, è vero, un po’ più articolate di quelle sulle naturalizzazioni. Ma mancano delle informazioni essenziali.

Del tipo?
Ad esempio, sono pubbliche le percentuali globali di svizzeri e di stranieri in assistenza, mentre non lo è la nazionalità degli stranieri in assistenza. Non si sa, inoltre, da quanto tempo risiedono in Ticino gli stranieri in assistenza. Questo aspetto è molto importante, perché è utile nel dare la dimensione del fenomeno dell’immigrazione nello stato sociale. Quel fenomeno che i moralisti a senso unico negano ad oltranza, ma che in realtà…

Di recente è stato sottoscritto anche un secondo rapporto granconsigliare che di fatto sposa una proposta “di trasparenza” che lei fu il primo a formulare dieci anni fa: quella di segnalare le postazioni dei radar mobili.
In questo caso più che di trasparenza si tratta di prevenzione. Se si vuole che gli automobilisti rallentino su una tratta ritenuta pericolosa, allora il controllo radar va annunciato. Altrimenti il radar si trasforma in una trappola per sanzionare gli automobilisti e per incassare le multe, senza però prevenire le situazioni di pericolo. Anzi: l’ente pubblico fa cassetta speculando sulle situazioni di pericolo. Il rapporto commissionale favorevole alla segnalazione dei radar mobili, che spero trovi una maggioranza anche nel plenum parlamentare, mi fa inoltre piacere perché si tratta di un piccolo passo che va nel senso inverso al trend finto moralista e politikamente korretto della criminalizzazione dell’automobilista. Quel trend, per intenderci, che ci ha regalato l’aberrante programma “via sicura”, a seguito del quale un eccesso di velocità senza conseguenze pratiche viene sanzionato più duramente di una rapina.
MDD