Stop naturalizzazioni facili! Sei in assistenza? Aspetti!

Introdurre anche in Ticino l’attesa di 10 anni per chi è carico dello stato sociale

 

Sei un cittadino straniero che ha beneficiato di prestazioni assistenziali e vuoi naturalizzarti? Frena Ugo! Questo in sostanza il messaggio, giustissimo e doveroso, lanciato dal Gran Consiglio del Canton Argovia. Il Legislativo argoviese ha di recente confermato in seconda lettura, a larga maggioranza (86 voti contro 50) un giro di vite sulle naturalizzazioni facili: l’aspirante cittadino elvetico che è stato a carico dell’assistenza dovrà aspettare 10 anni – e non più solo 3 – per ottenere il passaporto rosso. Inutile dire che i $inistrati, da bravi naturalizzatori seriali, non solo hanno votato contro, ma hanno pure lanciato il referendum.

Regola federale

Secondo la nuova Ordinanza federale sulla cittadinanza svizzera (Ocit) non può essere naturalizzato “chi nei tre anni immediatamente precedenti la domanda o durante la procedura di naturalizzazione percepisce prestazioni dell’aiuto sociale”poiché “non soddisfa l’esigenza della partecipazione alla vita economica (…) salvo che le prestazioni dell’aiuto sociale siano state interamente restituite”.I Cantoni possono però scegliere di prolungare il termine dei tre anni senza assistenza fino a dieci anni. Così hanno fatto i Grigioni, e così hanno deciso di fare gli argoviesi, referendum permettendo.

Nei Grigioni

Il Canton Grigioni, che non ci risulta essere governato da beceri populisti e razzisti, è noto per le sue regolamentazioni restrittive in materia di assistenza. I furbetti in arrivo da paesi stranieri vicini e lontani che vogliono mettersi a carico del contribuente, nei Grigioni hanno vita dura. Per questo si assiste ad una migrazione verso il Ticino dove naturalmente, ben consigliati dalle solite associazioni contigue al P$, i furbetti riescono senza soverchio sforzo ad attaccarsi alla mammella dello Stato sociale.

Non sorprende dunque che proprio il Grigioni abbia deciso di portare da tre a dieci il numero di anni senza assistenza necessari per acquisire il passaporto svizzero.

In Ticino invece siamo fermi al minimo di tre anni. Al proposito è pendente, dallo scorso dicembre, un’iniziativa parlamentare generica presentata dall’allora deputato leghista Nicholas Marioli che chiede di salire a 10 anni.

Il referendum

Nel Canton Argovia, la regola dei 10 anni è stata approvata a larga maggioranza dal parlamento. Il referendum lanciato dai kompagni, con buona probabilità, si trasformerà in una débâcle. Certamente anche i $inistrati ne sono consapevoli. Ma lo lanciano comunque per farsi belli con i loro (futuri) elettori. Ovvero gli stranieri non integrati che mirano a diventare cittadini elvetici per il proprio tornaconto.

In Ticino, per contro, il Mago Otelma prevede che la partitocrazia respingerà schifata l’iniziativa Marioli e resterà attaccata alle naturalizzazioni facili come una cozza allo soglio.

Ridare valore al passaporto

Sul fatto che anche il Ticino debba adottare la regola grigionese ed argoviese non ci piove. Le naturalizzazioni facili hanno  ridotto il passaporto rosso ad un semplice pezzo di carta. Non solo “devono entrare tutti”, ma gli Svizzeri, in casa propria, non devono più  godere di alcun privilegio né priorità. Vanno parificati agli ultimi arrivati. Anzi, onde evitare infamanti (?) accuse di razzismo, agli ultimi arrivati diamo pure la precedenza. Questo andazzo deve finire. E’ urgente rivalutare il passaporto rosso. Esso deve tornare ad essere un premio per chi ha dimostrato di meritarlo. Altro che distribuirlo a piene mani a chiunque ne faccia richiesta!

Non ci sono scuse

Del resto, l’opposizione contro l’innalzamento del periodo senza assistenza da tre a dieci anni non ha proprio alcuna giustificazione plausibile. Passando alla regola dei dieci anni, il candidato alla naturalizzazione che è stato a carico del contribuente semplicemente dovrebbe attendere un po’ di più per ottenere la cittadinanza elvetica.  Ma mica verrebbe espulso. In tali casi, l’aumento del periodo attesa può essere un problema solo per chi è a caccia di neosvizzeri di dubbia integrazione per rimpolparsi il corpo elettorale. E per chi vuole le naturalizzazioni di massa per taroccare le statistiche sulla popolazione straniera.

Nomi e cognomi

Come detto, non ci vuole molta fantasia per immaginare che, nel Gran Consiglio ticinese, la partitocrazia multikulti boccerà l’iniziativa Marioli. Anche  solo per il fatto che viene dall’odiata Lega. Ma quelli che voteranno contro dovranno mettere fuori la faccia. Ed ovviamente il Mattino ne pubblicherà nomi e cognomi.

Lorenzo Quadri

Vuoi il passaporto? Almeno dieci anni senza assistenza

Il Canton Argovia ha appena dato un giro di vite alle naturalizzazioni facili. E noi?

 

Nei giorni scorsi il Gran Consiglio del Canton Argovia ha deciso, a larga maggioranza (82 favorevoli e 46 contrari), di dare un giro di vite alle naturalizzazioni facili di persone a carico dello Stato sociale. Argovia ha infatti stabilito di portare dai tre ai dieci anni precedenti alla naturalizzazione il periodo durante il quale il candidato non deve essere stato a beneficio dell’assistenza sociale. Argovia non è il primo Cantone a scegliere questa via. Ed il Ticino? In Ticino siamo fermi al “minimo sindacale” di tre anni.

Ma da dove saltano fuori questi tre anni? Si tratta del termine previsto dall’Ordinanza sulla cittadinanza svizzera, entrata in vigore nella sua nuova versione lo scorso febbraio.

Essa prevede, quale requisito d’integrazione nella vita economica, che negli ultimi tre anni l’aspirante cittadino elvetico non sia stato a carico dell’assistenza; o, in alternativa, che abbia restituito quanto percepito. Tuttavia ai Cantoni è lasciata facoltà di allungare questo termine. C’è chi ha già deciso in tal senso. Ultimo in ordine di tempo, appunto, il Canton Argovia, che come detto l’ha portato a dieci anni.

Cosa aspettiamo?

Evidentemente la domanda – già posta in passato da queste colonne – è: cosa aspettiamo ad introdurre anche in Ticino il termine di 10 anni?

O vuoi vedere che gli argoviesi “possono”, ma i ticinesi no? Forse che la grande maggioranza dei deputati argoviesi, evidentemente di varia estrazione partitica (se il giro di vite l’hanno votato in 82…), sono tutti dei “beceri populisti e razzisti”?

Oppure alle nostre latitudini si ha semplicemente paura dell’odio e delle denigrazioniche i $inistrati del “devono entrare tutti”, ed i politikamente korretti in generale, riversano in quantità industriali su chi osa opporsi alle loro pretese di svendita del passaporto rosso? (Ovviamente l’obiettivo di una simile politica è chiaro: non solo taroccare le statistiche sugli stranieri residenti, ma creare un numero crescente di cittadini votanti che sono svizzeri solo sulla carta, mentre nella realtà non sono integrati e non si riconoscono nel nostro Paese).

Non è la panacea, ma…

Certo: l’aumento del periodo di tempo antecedente la naturalizzazione in cui il richiedente non deve essere stato a carico dell’assistenza non basta, da solo, a risolvere il problema delle naturalizzazioni facili.  Però aiuta. Non è infatti raro, tanto per fare un esempio, che gli islamisti che aspirano al passaporto rosso siano stati anche a carico dello Stato sociale. E un criterio oggettivo e numerico, come l’aver percepito l’assistenza (integrazione economica), è certamente più facile da gestire e da valutare di quello dell’integrazione in senso lato. In effetti, non è perché il candidato ha imparato a memoria prima dell’esame di naturalizzazione alcune nozioni sulla storia, la geografia e l’organizzazione politica del nostro paese che può essere considerato integrato.

Aumentare le tariffe

E c’è anche un altro aspetto da correggere: i costi delle naturalizzazioni.

Secondo la nuova legge, quanto fatturato ai richiedenti deve solo coprire le spese amministrative generate dalla domanda di cittadinanza. Ma allora come mai in Ticino naturalizzarsi costa in totale attorno ai 2000 Fr (la fattura varia a seconda del Comune) mentre nel Canton Soletta siamo ad una media di 5000 Fr?

Altrimenti detto: se a Soletta fanno pagare 5000 Fr, non si vede perché anche noi non potremmo applicare la stessa tariffa!

Lorenzo Quadri

 

Introdurre anche in Ticino i 10 anni senza assistenza

Naturalizzazioni facili: perché sull’indipendenza economica siamo al minimo sindacale?

 

Si torna a discutere di naturalizzazioni. E giustamente. Perché è ora di darci un taglio all’impostazione buonista-coglionista multikulti che vuole che i passaporti rossi vengano distribuiti a tutti, come noccioline. Negli anni scorsi, un deputato P$ (c’era forse da dubitarne?) in Gran Consiglio fece la seguente affermazione: “già il solo fatto che uno straniero richieda la naturalizzazione, dimostra che è sufficientemente integrato”.

Se questo è l’approccio, niente di strano che il passaporto rosso venga regalato senza remore anche a chi diventa svizzero per convenienza, ma del nostro paese non gliene frega un tubo.

La carica dei 101

E purtroppo le derive della partitocrazia spalancatrice di frontiere continuano. Nell’ultima seduta del Consiglio comunale di Lugano, il triciclo è riuscito nella brillante impresa di esaminare ben 101 naturalizzazioni (la carica dei 101, ma la Disney non c’entra). E ne ha respinte solo un paio. Avanti con la fabbrica di Svizzeri!

Nella seduta precedente, la maggioranza PLR-PPD-P$ era riuscita a concedere  l’attinenza comunale ad una candidata con un debito di mezzo milione di franchetti (!) nei confronti dello stato sociale. E questo malgrado il preavviso negativo del Municipio. Il mondo che gira al contrario.

Se le domande sono troppe…

E’ quindi evidente che le naturalizzazioni facili continuano ad essere una realtà. Se poi le commissioni delle petizioni dei consigli comunali agendano addirittura le riunioni extra per smaltire – ovviamente con procedura accelerata, il che vuol dire alla “viva il parroco” e senza approfondimenti – le domande di attinenza comunale, è ovvio che c’è un problema. Chissà come mai queste cose accadono sempre quando le commissioni hanno presidenti targati P$?

In ogni caso, è evidente che non sta né in cielo né in terra che a Lugano in un Consiglio comunale arrivino 101 naturalizzazioni in una sola seduta. Se le domande pendenti sono troppe, non si fanno sedute extra e nemmeno si banalizzano le procedure per svuotare i cassetti. Semplicemente, i candidati aspetteranno un po’ più a lungo. In barba ai $inistrati che naturalizzano in massa sperando in questo modo di fabbricarsi l’elettorato, perché tra gli svizzeri di nascita – chissà come mai – non li vota più nessuno.

Doppi passaporto: +40%

Se a Lugano si piange a Mendrisio non si ride dal momento che, come segnalato dal consigliere comunale leghista Massimiliano Robbiani, la maggioranza del Legislativo del Magnifico Borgo è riuscita a naturalizzare due candidati che avevano bocciato l’esame di civica. Secondo i kompagnuzzi, bocciare l’esame non sarebbe un fatto determinante. Chiaro che non lo è, visto che l’obiettivo è quello di trovare scuse per naturalizzare tutti.

Poi ci chiediamo come mai in Svizzera nel giro di 8 anni i doppi passaporti sono letteralmente esplosi, aumentando del 40%.Il che, come noto, permette anche di taroccare le statistiche sugli stranieri.

Integrazione economica

Oltre all’integrazione sociale e culturale degli aspiranti svizzeri, c’è anche un terzo aspetto che non deve essere sottovalutato: la loro integrazione economica.In altre parole: il candidato non deve dipendere dallo Stato sociale. Ed infatti, non si vede perché l’immigrato a carico della socialità elvetica dovrebbe venire oltretutto premiato con la naturalizzazione. Su questo fronte, in Ticino di lavoro da fare ce n’è ancora a iosa. La  nuova legge federale, entrata in vigore dall’inizio di quest’anno, prevede che la naturalizzazione sia riservata ai detentori di un permesso di domicilio (permesso C) che vivono in Svizzera almeno da 10 anni e che sono ben integrati. L’integrazione come detto comprende anche l’autonomia finanziaria. Ebbene  a tal proposito la legge federale prescrive che il candidato non deve essere stato a carico dell’assistenza per i tre anni precedenti, a meno che abbia restituito le prestazioni percepite (non accade praticamente mai). Ai Cantoni è tuttavia lasciata facoltà di prevedere un periodo d’attesa più lungo. Ci sono Cantoni che l’hanno portato a 5 anni. Altri, come Berna ed i Grigioni, a 10. Il Ticino invece è fermo sui tre: al minimo sindacale! Ebbene, non c’è alcun motivo perché anche da noi non dovrebbe venire introdotta la regola dei 10 anni, visto che in altri Cantoni è in vigore. Cosa stiamo aspettando? Avanti con le iniziative parlamentari in questo senso! Se poi il triciclo spalancatore di frontiere vorrà bocciarle, dovrà mettere fuori la faccia in Gran Consiglio. Con la certezza, va da sé, che i nomi di quanti voteranno a sostegno dei tre anni e contro i dieci, verranno pubblicati sul Mattino.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

Naturalizzazioni: giusto introdurre il voto segreto

La concessione del passaporto rosso è una cosa seria, e deve avvenire senza pressioni

 

E ti pareva! A larga maggioranza, il Consiglio comunale di Locarno nella sua ultima seduta ha deciso di respingere, malgrado il parere commissionale favorevole, la mozione del leghista Aron D’Errico che chiedeva il voto segreto sulle domande d’attinenza comunale. Lo chiedeva per meglio permettere ai consiglieri comunali di votare “secondo coscienza” e per metterli al riparo da possibili ritorsioni da parte di aspiranti svizzeri respinti.

Uno scandalo?

Quella del voto segreto sulle naturalizzazioni (del resto il voto popolare è segreto, quindi dove sarebbe lo scandalo?) è una battaglia di lunga data della Lega. Alla quale la partitocrazia, ed in particolare – c’era forse da dubitarne? – i naturalizzatori seriali della gauche-caviar, si è sempre opposta. Raccontando la storiella che “chi è eletto in Consiglio comunale sa quali sono le proprie responsabilità” e blablabla. Balle di fra’ Luca. Punto primo: stiamo parlando di Consiglieri comunali; almeno nei piccoli comuni, cara grazia trovare qualcuno che si mette a disposizione, praticamente a titolo di volontariato, per la cosa pubblica. Pretendere che chi lo fa sia anche pronto ad esporsi a rappresaglie, è chiedere un po’ tanto.

Punto secondo: è evidente che i kompagni vogliono, fortissimamente vogliono, il voto palese proprio per inibire i no alle naturalizzazioni. Il consigliere comunale che vuole rifiutare la concessione di un’attinenza comunale, oltre che alle rappresaglie, va incontro pure al pubblico ludibrio in quanto “spregevole razzista”. Il pensiero unico politikamente korretto impone infatti che 1) devono entrare tutti 2) devono restare tutti e 3) tutti devono diventare svizzeri.

Chi ci campa

Il P$ (Partito degli Stranieri) sulle naturalizzazioni facili ci campa. In questo modo spera di fabbricarsi l’elettorato. A Lugano ad esempio la locale sezione $ocialista si distinse nel recente passato per un invio mirato di volantini di propaganda elettorale ai neo-cittadini svizzeri (e non tutti l’hanno presa bene). Il target evidentemente è quello. Addirittura nella lista P$$ per il Gran Consiglio in un cantone tedescofono non c’era un candidato che avesse un nome anche solo vagamente elvetico: tutti di evidente origine turca, balcanica o araba.

Fabbrica-svizzeri

Per restare a Lugano, nella sessione del Consiglio comunale appena conclusa il triciclo è riuscito a far passare qualcosa come un centinaio di attinenze comunali (un paio sono state respinte), suddivise in due serate. Una vera e propria fabbrica di svizzeri, ad ennesima dimostrazione di come le naturalizzazioni facili siano una realtà. Un realtà, beninteso, che serve tra l’altro a taroccare le statistiche sugli stranieri: basta dotarli di passaporto rosso, ed il gioco è fatto. E non è mica un caso isolato. Nella precedente seduta, la maggioranza della partitocrazia nel legislativo luganese è riuscita a naturalizzare una candidata che aveva cumulato un debito con lo stato sociale elvetico di oltre mezzo milione di franchi. E questo malgrado il municipio avesse dato preavviso negativo.

Un pezzo di carta?

Per gli spalancatori di frontiere, il passaporto svizzero è solo un pezzo di carta e andrebbe distribuito a tutti. Così come il benessere faticosamente costruito in questo paese nel corso di generazioni va sperperato distribuendolo ai troppi furbetti che, in arrivo da paesi stranieri vicini e lontani, hanno trovato in casa nostra il Paese del Bengodi. Costoro hanno tutti i diritti ma, spesso e volentieri, nessun dovere o quasi.

No alle furbate

Intendiamoci. Ci sono aspiranti cittadini svizzeri degnissimi, integrati sotto ogni aspetto – culturale, sociale, economico –  e certamente meritevoli di ottenere il passaporto elvetico. Anzi, rilanciamo e diciamo che tra loro ce ne sono anche di quelli che al passaporto rosso danno più valore di certi svizzeri. Per altri aspiranti cittadini elvetici, invece, la naturalizzazione è una scelta di comodo. O addirittura una furbata per avere la certezza di non dover lasciare il paese; qualsiasi cosa si faccia.

In conclusione

Il consigliere comunale deve essere messo nella condizione di esprimere liberamente le proprie convinzioni sui candidati alla naturalizzazione, senza sentirsi esposto a pressioni di alcun tipo. La concessione della nazionalità svizzera è una cosa seria. Quindi sì al voto segreto. Su questo fronte la Lega continuerà ad essere attiva.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Naturalizzare stranieri che sono usciti da poco dall’assistenza? Frena, Ugo! Il passaporto può attendere

 

Ohibò. In alcuni Cantoni a proposito delle naturalizzazioni facili sta suonando la sveglia. E sta suonando su un punto di particolare importanza: quello della non dipendenza degli aspiranti cittadini svizzeri dall’assistenza.

L’integrazione deve infatti anche avvenire nel tessuto economico. In caso contrario, il sospetto che si tratti di naturalizzazione di comodo, per evitare un possibile allontanamento dalla Svizzera, prende corpo.

 Da tre a dieci anni

Ora, in base alle nuove regole entrate in vigore ad inizio anno, per acquisire il passaporto rosso bisogna dimostrare di non essere stati a carico dell’assistenza per almeno gli ultimi tre anni. Un lasso di tempo decisamente troppo breve. Alcuni Cantoni vogliono infatti già portarlo a 10 anni. Sul tema si discute ad esempio nei Grigioni, a Berna e Zurigo. C’è anche chi vorrebbe apportare dei correttivi direttamente a livello nazionale. Il che sarebbe la soluzione migliore, visto che la cittadinanza acquisita in un Cantone vale in tutto il Paese. Tuttavia le chance di spuntarla sotto le cupole federali sono poche, per non dire nulle. Per un’operazione di questo tipo, le maggioranze non si trovano. Grazie partitocrazia!

L’altra via

Quindi bisogna percorrere l’altra strada. Ovvero fare sì che un numero crescente di Cantoni adotti quale criterio per le naturalizzazioni il requisito dei 10 anni senza assistenza sociale. Inutile dire che ce ne sarebbe bisogno anche alle nostre latitudini. Esempio recente: nella sua ultima seduta, la maggioranza del consiglio comunale di Lugano è riuscita a naturalizzare, contro il preavviso del municipio (!), una candidata che aveva cumulato un debito di mezzo milione nei confronti dello stato sociale. Ora, non sta né in cielo né in terra che un immigrato che non è in grado di mantenersi da solo venga premiato con l’ottenimento della cittadinanza. Non succede da nessuna parte. E poi qualcuno ha ancora il coraggio di blaterare agli svizzeri razzisti e xenofobi?

Integrazione economica

Portare il numero di anni in cui l’aspirante svizzero non è stato a carico dell’assistenza da 3 a 10 è doveroso. Il passaporto non è il punto di partenza del processo d’integrazione, bensì il punto d’arrivo. Sancisce quindi l’avvenuta integrazione, anche sotto il profilo dell’indipendenza economica. Nel caso di chi è in assistenza, o vi è uscito da poco, tale integrazione non può considerarsi data. Chiedere all’aspirante svizzero che è stato in assistenza di aspettare più a lungo per ottenere il passaporto rosso non è di certo né scandaloso né “razzista”. Del resto, al candidato che non viene naturalizzato perché in tempi troppo recenti è stato a carico dello stato sociale, mica viene imposto di lasciare il paese!

Lorenzo Quadri

Accoltellamento a Lugano: la musica deve cambiare!

Non solo pene più severe ma anche giudici meno buonisti-coglionisti e più espulsioni 

E al Giudice Ermani ribadiamo che questo “sottobosco malavitoso” di “indigeno” non ha proprio nulla, dal momento che è composto da foffa d’importazione. E, se qualcuno di questi galantuomini ha pure il passaporto rosso, ringraziamo le naturalizzazioni facili volute dalla partitocrazia politikamente korretta!

Dopo l’accoltellamento dello scorso sabato mattina in centro Lugano tra gang rivali di criminali stranieri (ai quali naturalmente paghiamo pure le cure sanitarie, poi ci chiediamo come mai i premi di cassa malati esplodono) fa piacere che anche all’interno della Magistratura si levino voci che richiedono sanzioni più severe per chi commette reati violenti. Alla buon’ora! Nel concreto, ad esprimersi pubblicamente sul tema è il giudice Mauro Ermani ai microfoni di Teleticino.

Eh già, perché gli unici nei cui confronti la giustizia è inflessibile sono gli sfigati automobilisti incappati nelle maglie di Via Sicura. Per loro, nessuna giustificazione è ammessa. Per i delinquenti, invece, parte il festival delle attenuanti.

Le scusanti del piffero

E qui è opportuno ricordare che il codice penale è senz’altro una parte, anche importante, del problema. Ma non è l’unica. Un’altra componente è proprio quella dei magistrati che applicano la legge, e che spesso e volentieri trovano scusanti del piffero per mitigare le condanne dei delinquenti. Quando poi si tratta di stranieri – che sono la stragrande maggioranza dei criminali attivi in Ticino: lo dimostra l’occupazione della Stampa, il cui tasso di popolazione senza il passaporto rosso raggiunge anche all’80% – ecco che arrivano i giudici spalancatori di frontiere a stabilire che questa foffa non può essere espulsa perché “la libera circolazione prevale”. E’ accaduto ancora un paio di settimane fa: il tribunale cantonale zurighese ha annullato l’espulsione di un picchiatore tedesco di 27 anni decisa dal tribunale distrettuale di Winterthur. E questo in nome della libera circolazione. La quale prevarrebbe sul diritto svizzero ed in particolare sulla norma, votata dal popolo, che prevede l’espulsione dei delinquenti stranieri. Il bello è che, per stessa ammissione dei giudici di Zurigo, “il caso si presta a valutazioni giuridiche contrastanti”. E questi legulei del flauto barocco tra le “valutazioni contrastanti” quale ti vanno a scegliere? Ma naturalmente quella favorevole al “devono entrare tutti” e contraria alle decisioni popolari!

Quindi, oltre a sistemare il Codice penale, occorre anche cominciare a lasciare a casa quei giudici che si arrampicano sui vetri pur di permettere a delinquenti stranieri di continuare a vivere nel nostro paese (magari anche a carico del nostro Stato sociale).

Impedire l’arrivo

Altra componente è la prevenzione. Per evitare che gang straniere vengano ad accoltellarsi in centro Lugano, la prima cosa da fare è impedire che arrivino in Ticino. Quindi, ripristino dei controlli sistematici sul confine. Bye bye Schengen!

E per impedire poi che stranieri pregiudicati per reati violenti si stabiliscano nel nostro sempre meno ridente Cantone, è indispensabile mantenere in vigore la richiesta del casellario giudiziale. Altro che calare le braghe nella ridicola illusione di ottenere dal Belpaese la firma degli accordi sulla fiscalità dei frontalieri!

Mandare nelle patrie galere

Ulteriore ambito di intervento: la possibilità di far scontare la pena ai delinquenti stranieri nel paese d’origine. Ciò che oggi accade solo in casi rarissimi. Non sta né in cielo né in terra che Stati ai quali elargiamo a go-go inutili aiuti allo sviluppo o “contributi di coesione” – naturalmente a scapito dei cittadini svizzeri in difficoltà – abbiano ancora la faccia di tolla di rifiutarsi di sottoscrivere convenzioni sulla carcerazioni nelle loro galere dei loro concittadini che si trovano in Svizzera a commettere reati. Quanto ai criminali UE: i paesi dell’Unione possono mandarci tutta la foffa in nome della libera circolazione e noi, in nome sempre della libera circolazione, non possiamo rispedirgli i loro galeotti? Per citare il noto slogan: “non siamo mica scemi”!

E’ evidente che la certezza di dover scontare la pena nelle patrie galere, che sono “appena un attimino” diverse dall’Hotel Stampa, già di per sé costituisce un potente deterrente per la criminalità d’importazione.

Visto poi che i giovani stranieri violenti nella maggior parte dei casi ricevano condanne ridicole ovvero sospese condizionalmente, sarebbe buona cosa – sia a titolo deterrente che di informazione della popolazione – che nome e fotografia di questi signori venissero pubblicati in una banca dati aperta al pubblico, consultabile liberamente via internet. Negli USA esistono soluzioni simili e funzionano.

“Sottobosco indigeno”?

Disturba infine l’affermazione conclusiva del giudice Ermani riportata dal portale Ticinonews, riferita sempre all’accoltellamento a Lugano: “Questi fatti fanno male. La Svizzera ha una tradizione di convivenza pacifica fra più culture e inclusione fra diverse sensibilità. Questa gente (i picchiatori stranieri, ndr) sempre più spesso nasce e cresce da noi, ha il passaporto, parla perfettamente italiano e ha le stesse possibilità degli altri. Un sottobosco malavitoso indigeno che non si può controllare”.

Eh no, Signor Giudice. Questo “sottobosco malavitoso” di indigeno non ha proprio nulla, visto che si tratta o di stranieri tout-court, o di stranieri che hanno beneficiato di naturalizzazioni facili. E’ tutta foffa importata. Si ammetta una buona volta che la scellerata politica delle frontiere spalancate e del multikulti, accoppiata con le leggi lassiste ed i tribunali buonisti-coglionisti, ci ha trasformati nel paese del Bengodi dei malviventi stranieri. E si ammetta che, grazie alla partitocrazia politikamente korretta, vengono naturalizzate “in scioltezza” persone non integrate e non integrabili. Lo si ammetta, e si cominci a comportarsi di conseguenza. A partire proprio dal potere giudiziario che lei rappresenta, Signor Giudice.

Lorenzo Quadri

 

 

 

In Ticino naturalizziamo troppo e facciamo pagare troppo poco

Passaporti svizzeri dati via come noccioline: la classifica del portale Watson.ch

 

Si torna a parlare di concessione dei passaporti svizzeri, che la $inistra spalancatrice di frontiere vorrebbe dare via come noccioline. Questo perché, secondo la gauche-caviar multikulti, il passaporto rosso va svalutato e ridotto al livello di carta straccia. Gli immigrati devono avere gli stessi diritti – compresi quelli politici! – degli svizzeri. Anzi, secondo i moralisti a senso unico, ne devono avere anche di più. E di fatto ne hanno di più. Questo perché se si naturalizzano possono mantenere il passaporto originario dopo aver acquisito quello rossocrociato. E poi tirar fuori ora l’uno ora l’altro documento a seconda della convenienza contingente.

Quali siano le intenzioni della $inistra  lo abbiamo sentito dalle recenti sbroccate di un suo consigliere nazionale: ius soli (ossia, chi nasce qui deve diventare automaticamente cittadino elvetico) e serbo-croato ed albanese quali nuove lingue nazionali.

La classifica

A proposito di naturalizzazioni, il portale svizzero-tedesco Watson.ch ha di recente pubblicato un interessante confronto tra la generosità dei vari Cantoni nella concessione della cittadinanza elvetica. Il portale ha considerato tre criteri: il tempo  richiesto di residenza nel Cantone,  il quantitativo di naturalizzazioni effettuate in base alla popolazione e le spese prelevate.

Primo criterio

Per quel che riguarda il tempo di residenza. Attualmente – da legge federale – bisogna aver vissuto almeno 12 anni in Svizzera per ambire al passaporto elvetico. 12 anni, contrariamente a quanto affermano i naturalizzatori seriali vogliosi di aumentarsi l’elettorato con i neosvizzeri,  non sono affatto garanzia di integrazione. Il padre 48enne di origine turca residente a Basilea campagna condannato per aver imposto matrimoni forzati alle figlie vive in Svizzera da trent’anni, e ne ha pure acquisito la nazionalità. Grazie al fallimentare multikulti è infatti possibile trascorrere nel nostro paese anche la maggior parte della propria esistenza senza comunque essere nemmeno lontanamente integrati. E ciononostante diventare svizzeri tramite naturalizzazione facile. Siamo proprio messi bene!

Tuttavia anche i Cantoni (ed i Comuni) per naturalizzare stabiliscono un tempo minimo di residenza sul proprio territorio. Che non è uguale per tutti. Ad esempio, il Canton San Gallo prevede(va) almeno 8 anni di residenza cantonale, il Grigioni 6, Friborgo 3, Berna e Ginevra 2. Il Ticino ne stabilisce 5. Da inizio dell’anno prossimo però, a seguito dell’entrata in vigore della nuova legge sulla cittadinanza,  i Cantoni  non potranno più richiedere un tempo di residenza superiore ai 5 anni. Chi dunque attualmente ne stabilisce di più, dovrà adeguarsi. Inutile dire che chi  invece “si accontenta” di meno,  manterrà lo statu quo. Avanti con le naturalizzazioni sempre più facili!

Secondo criterio

Secondo indicatore è quello della quota di naturalizzazioni. Esso ci dice quali Cantoni naturalizzano di più, per rapporto al numero di abitanti. La maglia nera dei naturalizzatori compulsivi se la aggiudicano Zurigo e (ma che strano) Ginevra, con un tasso di 2.5. Seguono a ruota, con 2.4, Vaud (Cantone che manda l’Addolorata Marra di Botrugno a fare la Consigliera nazionale…) e Vallese; poi Neuchâtel con 2.3. In Ticino siamo a 2. Quindi nella parte alta  (o bassa, a dipendenza da come la si guarda) della classifica. Potremmo dunque fare meglio; ossia naturalizzare meno. Infatti il primo della classe è il Canton Glarona con 0.8. E’ vero che probabilmente in questo Cantone ci sono meno naturalizzazioni che in Ticino perché anche la percentuale di stranieri è inferiore. Ma il fatto che, ad esempio, Glarona lo scorso 12 febbraio abbia  respinto (grande!) la naturalizzazione (quasi) automatica degli stranieri di cosiddetta “terza generazione”, indica che probabilmente lì l’approccio  in materia di concessione della cittadinanza è più rigoroso e meno multikulti / politikamente korretto che altrove. Alle nostre latitudini – almeno quando si tratta di votare nei consigli comunali – troppo spesso vige l’obbligo morale del “bisogna naturalizzare tutti”. E quando invece un legislativo prende una decisione negativa, vedi quanto successo di recente a Locarno, i kompagnuzzi partono in quarta con le loro campagne d’odio, all’insegna del “dagli al razzista e fascista”.

Terzo criterio

Il terzo indicatore è di tipo finanziario: ossia le spese fatturate agli aspiranti svizzeri. In base alla legge, Confederazione, Cantone e Comuni possono chiedere al “naturalizzando” al massimo l’equivalente delle spese effettivamente sostenute per la procedura. Ciononostante, le differenze tra un Cantone e l’altro sono importanti. Ad esempio, in Vallese si prelevano al massimo 300 Fr. Nel Canton Glarona, invece, la fattura può arrivare fino a 2500 Fr, e a Zugo a 2400. Il Ticino è tra quelli che svende il passaporto: il tetto è di appena 640 Fr! Perfino il Cantone più internazionalista e multikulti di tutti, Ginevra, si fa pagare di più: fino 920  franchetti. I nostri vicini urani raggiungono i 1000 Fr, i grigionesi i 1100.

Tre conclusioni

Sulla scorta di questi indicatori, si possono trarre tre conclusioni:

  • In Ticino vigono le naturalizzazioni facili. Naturalizziamo troppo, dopo troppo poco tempo, e facendo pagare troppo poco. E’ vero che c’è chi è messo peggio. Ma è altrettanto vero che c’è chi è messo meglio. Abbiamo dunque un margine di miglioramento piuttosto ampio, che va sfruttato.
  • In Svizzera il Cantone dove è più difficile ottenere il passaporto rosso, stando agli indicatori considerati da Watson.ch, è Glarona: prendere esempio!
  • Anche in questo caso, vige il principio che “una catena è forte come il suo anello più debole”. Infatti il passaporto rosso ottenuto in un Cantone è poi valido, ovviamente, in tutta la Svizzera. Ciò significa che i naturalizzatori seriali, specialmente romandi, danneggiano tutto il paese.

Lorenzo Quadri

 

 

Nuova scandalosa marchetta della $inistra agli stranieri

Il deputato P$$ Wermuth: “albanese e serbo croato nuove lingue nazionali”. E l’arabo no?

 

Consiglio al buon Wermut: prima di inventarti nuove lingue nazionali farlocche, comincia ad imparare quelle attuali, visto che non le sai

E ti pareva! A $inistra sbroccano di nuovo. Naturalmente il mantra è sempre lo stesso: ovvero frontiere spalancate e multikulti.

A regalare l’ennesima scempiaggine, naturalmente poi ampliata dai portali online  che visto il periodo estivo e il conseguente manco di notizie non sanno più cosa inventarsi per aumentare i click (più visualizzazioni uguale miglior posizionamento sul mercato pubblicitario), è ancora una volta tale consigliere nazionale P$$ Cedric Wermuth, simpatico come un cactus nelle mutande.

Costui, ex presidente della Gioventù Socialista (GISO: è quella che organizza le marce-flop contro le guardie di confine, quindi contro dei lavoratori, ed a sostegno degli immigrati clandestini e di conseguenza dei passatori e dell’Isis) già la scorsa settimana se ne era uscito a blaterare di introduzione in Svizzera del cosiddetto “ius soli”. Traduzione: chi nasce in nel nostro paese ottiene automaticamente la cittadinanza elvetica.

L’obiettivo che i kompagnuzzi perseguono con questa proposta è evidente: naturalizzare a tutto spiano ed in massa persone non integrate, che magari odiano e disprezzano la Svizzera e gli svizzeri (ma certamente non le prestazioni sociali pagate dal contribuente; quelle, invece, “piacciono” eccome). Intento partitico: tamponare l’emorragia di elettori P$$ con neo-svizzeri non integrati, così da poter portare avanti un programma politico che è contro la Svizzera e gli Svizzeri. Perché ormai la sigla PSS questo sta a significare: Partito contro la Svizzera e contro gli Svizzeri.

Nuove lingue nazionali

L’ultima sbroccata rossa  è dunque la seguente: il citato Wermuth dichiara che bisogna rendere lingue nazionali anche l’albanese ed il serbo-croato.

E’ evidente che non si tratta solo di una opinione personale del  Cedric, che conta come il due di briscola, ma  di una posizione condivisa all’interno del partito nazionale. Il quale infatti, ma tu guarda i casi della vita, ben si guarda dal distanziarsene ufficialmente.

A parte che una simile esternazione denota una clamorosa ignoranza della storia del nostro paese – ma è notorio che i kompagni se ne fregano della Svizzera, non per nulla in Ticino sono istericamente contrari all’insegnamento della civica – i conti non tornano. Wermuth, perché solo l’albanese ed il serbo croato? E l’arabo dove lo lasci? Ed il tigrino, ovvero la lingua dei finti rifugiati eritrei che voi kompagnuzzi volete “fare entrare tutti”? Non sarà che la gauche-caviar discrimina, vero?

Oltretutto, con questa ennesima marchetta agli stranieri, non gli si rende nemmeno un gran servizio, poiché sembra che la rivendicazione delle nuove lingue nazionali venga da loro.

La linea

Le sbroccate del deputatucolo Wermuth, malgrado come detto il peso politico di costui sia paragonabile a quello della sua collega Addolorata Marra di Botrugno (Puglia), ovvero tendente a zero, ben illustrano quali siano i programmi della $inistruccia rossocrociata; quella che se ne frega degli svizzeri e si preoccupa solo degli stranieri, a cominciare dai finti rifugiati. Visto poi che Wermuth è relativamente giovane, è verosimile immaginare che l’evoluzione, o piuttosto l’involuzione, del partito andrà nella direzione da lui indicata.

In sintesi

Ecco dunque riassunti i punti salienti del programma della $inistra (anti)svizzera:

– naturalizzare tutti;
– albanese e serbo croato, e magari prossimamente anche l’arabo, come nuove lingue nazionali;

– islam religione ufficiale;

– accogliere e mantenere tutti i finti rifugiati con lo smartphone (vedi marcia-flop dello scorso sabato);

– aumentare le tasse per finanziare l’accoglienza a tutti i migranti economici, e di conseguenza l’industria sociale ro$$a che vi ruota attorno;

– adesione e sottomissione integrale all’UE (Svizzera colonia di Bruxelles);
– nessuna espulsione di criminali d’importazione: ci teniamo in casa tutti i delinquenti stranieri, jihadisti compresi;

– in nome del multikulti, introduzione in Svizzera di leggi speciali per i musulmani.

Il mistero

Il mistero è come sia possibile che qualcuno voti ancora un partito con idee del genere. Che può piacere solo ai neo-svizzeri non integrati. Ecco perché i compagni vogliono naturalizzare tutti: in caso contrario, la cabina telefonica come sala per le riunioni plenarie diventa addirittura troppo spaziosa.

Ci sono paesi in cui nascono dei partiti islamisti. Da noi non serve: c’è già il P$$.

PS: suggerimento al “buon” Wermuth: invece di inventarti nuove lingue nazionali farlocche, comincia ad imparare quelle attuali, visto che non le sai.

 

Lorenzo Quadri

Mettere il “turbo” alle naturalizzazioni? Neanche per sogno!

Lugano: chi vorrebbe raddoppiare le sedute delle Petizioni, se lo levi dalla testa

 

Qui i conti non tornano. A Lugano negli ultimi dieci anni sono state naturalizzate circa 2000 persone. Le naturalizzazioni respinte sono state solo tre, di cui una, se la memoria non inganna, è poi stata comunque accordata a seguito di un ricorso. Le domande in lista d’attesa sono circa 200 e adesso la presidente PPD della Commissione delle petizioni del consiglio comunale, ma non solo lei, vorrebbe accelerare. Pretende addirittura di raddoppiare il numero delle sedute, per distribuire passaporti elvetici a pieno regime. E si lamenta pubblicamente a mezzo stampa dei commissari leghisti (populisti e razzisti) rei di fare scandaloso ostruzionismo.

I consiglieri comunali leghisti fanno benissimo ad opporsi ad un simile bislacco disegno, tanto più che il conto delle sedute raddoppiate lo pagherebbe il contribuente luganese.

Non c’è alcuna fretta di naturalizzare. Anche se a $inistra, ma evidentemente non solo, c’è chi immagina di trarne vantaggi elettorali, infatti il P$ è pure arrivato al punto di inviare sotto elezioni volantini mirati ai neo-svizzeri.

Osiamo sperare che il Consiglio comunale di Lugano abbia  priorità un  po’ più consistenti della fabbricazione seriale di nuovi svizzeri. Ci sono importanti messaggi municipali che attendono di essere trattati: che ci si dedichi a quelli.

Più superficialità

E’ evidente che accelerare sull’esame dei candidati  all’attinenza luganese significa anche procedere in modo affrettato e quindi superficiale. Ma questo è proprio ciò che vogliono i kompagni. Svilire il processo di naturalizzazione, trasformandolo in un semplice atto amministrativo senza le necessarie verifiche dell’integrazione dei candidati. Avanti con gli svizzeri di carta!

Quanto accaduto a Lugano nell’ultimo consiglio comunale deve poi far riflettere: un rapporto contrario, con solidi argomenti, alla concessione del passaporto rosso ad un candidato non meritevole, è stato asfaltato dalla maggioranza PLR-PPD-PS. Dalla sinistra sono pure arrivati ignobili attacchi personali, su questioni private, al relatore contrario alla naturalizzazione.

Presupposto sbagliato

Chi presume che attualmente viga un particolare rigore nella concessione del passaporto rosso parte dal presupposto sbagliato. Il fatto che il Consiglio comunale  di Lugano abbia respinto solo 3 naturalizzazioni su 2000 la dice lunga. Tutti perfettamente integrati i 2000 candidati? Mah… Le procedure per l’ottenimento della cittadinanza saranno forse lunghe, ma questo non vuole affatto dire che alla fine solo chi è effettivamente meritevole ottenga la cittadinanza elvetica. Pensando di accorciare i tempi perché bisogna “svuotare i cassetti” delle domande in attesa (e per quale motivo bisognerebbe farlo, dal momento che “pendono” ben altre urgenze?) non si farà che rendere sempre più superficiale la verifica dell’integrazione dei singoli aspiranti svizzeri

Gli interrogativi

Il tema è diventato di prepotente attualità proprio negli scorsi giorni a seguito dei vari scandali che hanno interessato il Cantone. Nella fregola di trarre vantaggi politici (ovviamente in funzione antileghista) dal caso Ufficio della migrazione, ad esempio, la partitocrazia ben si guarda dal chiedersi chi abbia naturalizzato, e con quali verifiche, i vari neo-svizzeri finiti dietro le sbarre per traffico di permessi, vedi padre e figli kosovari.

Stesso discorso per la scoperta ancora più grave del cittadino turco naturalizzato svizzero arrestato come sospetto reclutatore dell’Isis che, grazie al Beltradipartimento DSS, faceva il sorvegliante in un centro asilanti.

Il bello è che il kompagno di turno un po’ di tempo fa descriveva pubblicamente il presunto reclutatore come un esempio di integrazione riuscita. Quando si dice la lungimiranza. Oltretutto l’obiettivo dell’operazione era di partire dal caso singolo per arrivare alla generalizzazione. Se un turco è “perfettamente integrato” allora  lo sono tutti. Quanto perfettamente integrata fosse la persona presa come esempio, lo si è ben visto. Più che integrato il signore è integralista. E non era certo da solo. La coppia sanzionata dalla CEDU perché non mandava le figlie a lezione di nuoto per motivi religiosi era composta da due cittadini turchi beneficiari di una naturalizzazione clamorosamente facile. Questo non vuole nemmeno dire che nessun cittadino turco sia integrato. C’è chi lo è e chi no. Per poter distinguere, la verifica deve essere seria, approfondita e non inficiata da fregole politikamente korrette.

Il rischio

Forse qualcuno non si è ancora reso conto del rischio che si corre seguendo la via della faciloneria multikulti:  è nientemeno quello di rendere svizzeri perfino dei fiancheggiatori del terrorismo islamico. Il che vuol dire tenerseli in casa in via definitiva.

Il passaporto rosso è una cosa seria e non è merce da barattare in cambio di voti. Chi lo fa può solo vergognarsi.

Lorenzo Quadri

Le naturalizzazioni ordinarie devono diventare più rigorose

Per evitare che si regalino passaporti anche agli stranieri di prima generazione

Dopo la votazione del 12 febbraio, poco ma sicuro che gli spalancatori di frontiere tenteranno di arrivare alle naturalizzazioni di massa, con la tattica del salame. E adesso stop ai doppi passaporti!

Il Ticino ce l’ha quasi fatta a respingere la naturalizzazione agevolata per i giovani stranieri di cosiddetta “terza generazione”. Nel nostro Cantone infatti l’oggetto è stato approvato con solo il 50.2% dei voti. Se si pensa che gli unici ad opporsi all’ennesimo tentativo di svendita del passaporto rosso erano Lega ed Udc, mentre la partitocrazia si sdilinquiva a favore, il risultato è comunque degno di nota. Anche se, purtroppo, privo di effetto pratico. Probabilmente il concetto di “terza generazione” – che è ben diverso da quello che sembra – ha tratto in inganno. Ad approfittare della naturalizzazione superagevolata saranno infatti anche persone la cui famiglia non vive affatto da tre generazioni in Svizzera.

Altra opzione: l’esito della votazione sugli stranieri di cosiddetta “terza generazione” è un segnale che in Svizzera  ci sono già troppi neo-svizzeri di dubbia integrazione che votano contro gli interessi del paese. Del resto, procedendo al ritmo di 40mila naturalizzazioni all’anno – in proporzione, il quadruplo che in Germania! – si fa in fretta a fare numero.

 Neo-svizzeri non integrati

La proposta su cui abbiamo votato due domeniche fa arriva, come noto, dal P$$: ossia dal partito del “devono entrare tutti”. L’ obiettivo di tale partito è regalare passaporti rossi anche a persone per nulla integrate, così da aumentare il numero dei votanti ai quali della Svizzera non gliene frega un tubo. Anzi, che magari la odiano pure. A questi nuovi votanti non interessa affatto difendere le nostre radici (che non sono le loro) la nostra identità (che non è la loro), la nostra sovranità. Voteranno sempre contro. Ed è proprio quel che vuole la $inistra rottamatrice della Svizzera. Basti pensare che il presidente del P$$ kompagno Christian Levrat vorrebbe rendere l’Islam religione ufficiale. Un programma che dice tutto.

Che l’obiettivo dei promotori della naturalizzazione superagevolata (neanche fosse il leasing per l’auto nuova) per gli stranieri di terza generazione sia quella di garantire l’accesso al passaporto rosso a persone non integrate, è apparso con prepotenza nelle scorse settimane. I kompagni hanno pubblicato un volantino in arabo a sostegno della loro proposta. Sarebbero questi, i cittadini stranieri perfettamente integrati?

Lo squallido teatrino

La sera del 12 febbraio, oltretutto, nei commenti post-voto, si è pure assistito allo squallido teatrino della Consigliera federale del partito del “devono entrare tutti”  kompagna Simonetta Sommaruga, quella che vuole regalare al Mendrisiotto un nuovo maxicentro per finti rifugiati, che sghignazzava giuliva e si congratulava con la promotrice dell’iniziativa pro-naturalizzazioni facili, la kompagna Addolorata Marra di Botrugno (Salento).

Naturalmente alla kompagna Sommaruga non viene in mente che nei paesi a noi confinanti i seguaci dell’Isis sono spesso e volentieri proprio giovani stranieri di terza generazione. Del resto, chi vuole riempirci di migranti economici – quanti tra loro sono jihadisti? –, questi problemi “populisti e razzisti” mica se li pone.

Anche le prime generazioni?

L’obiettivo cui mirano i ro$$i donatori di passaporti è manifesto. Adesso che, con la votazione di domenica, hanno aperto una breccia, vogliono approfittarne, con la tattica del salame (una fetta alla volta) per rendere le naturalizzazioni sempre più facili. Non solo per le terze generazioni, ma anche per le prime. Occorre dunque vigilare affinché questo non accada. Né tramite ulteriori modifiche di legge, e nemmeno tramite allentamenti nelle verifiche dell’integrazione degli aspiranti alla cittadinanza elvetica.

Un pessimo esempio è venuto purtroppo dall’ultimo consiglio comunale di Lugano. Il legislativo cittadino ha accordato l’attinenza comunale ad un candidato che non era autonomo finanziariamente, che non è stato in grado di rispondere alle semplici domande che gli sono state poste dai commissari delle Petizioni e nemmeno ha indicato delle motivazioni accettabili per il suo desiderio di ottenere il passaporto rosso.

Non solo il consiglio comunale ha concesso una naturalizzazione che c’erano tutti i motivi per rifiutare, ma i contrari si sono dovuti pure confrontare con attacchi personali di infimo livello, che nulla avevano a che fare con l’oggetto in discussione; e questo da parte della solita $inistra partito dell’intolleranza dell’odio contro chi la pensa diversamente.

E’ evidente che situazioni del genere non si devono ripetere. Visto anzi che la naturalizzazione agevolata dei giovani stranieri di terza generazione creerà anche numerosi neosvizzeri NON integrati, bisognerà  fare in modo di non crearne di ulteriori tramite le procedure ordinarie. Le quali devono dunque diventare più rigorose nella valutazione dell’integrazione dei candidati.

Stop ai doppi passaporti

Visto inoltre che ottenere il passaporto rosso senza essere integrati è diventato più facile, non c’è più uno straccio di motivo per cui bisognerebbe continuare a tollerare i doppi passaporti. Chi vuole diventare svizzero deve anche essere tenuto a rinunciare alla nazionalità originaria. Il rifiuto di farlo è indizio di mancata (o insufficiente) integrazione.

E non ci si venga a raccontare la fregnaccia che se non si lasciano i doppi passaporti poi non è più possibile espellere i jihadisti che si sono naturalizzati. A seguito delle sentenze buoniste-coglioniste, i jihadisti non vengono espulsi comunque. Inoltre, i terroristi islamici non hanno bisogno di naturalizzarsi per svolgere le loro attività criminose in Svizzera. Infine, per essere sicuri di schivare l’eventuale espulsione, i seguaci dell’Isis che vogliono naturalizzarsi possono rinunciare già adesso al passaporto del paese d’origine. E di certo lo fanno.

Lorenzo Quadri

 

Naturalizzazioni: no alla tattica del salame!

 

Dopo il voto di domenica, vediamo non farci fregare sulla concessione del passaporto rosso agli stranieri di prima generazione

In Ticino la naturalizzazione agevolata degli stranieri di terza generazione è stata approvata solo per una manciata di schede. Visto che Lega ed Udc erano da sole ad opporsi ad una proposta che viene dalla $inistra – e che il cosiddetto “centro” è subito corso a sposare in nome del politikamente korretto –  il risultato è comunque degno di nota.

Sta di fatto che la naturalizzazione dei giovani stranieri di terza generazione è stata approvata a livello popolare, e la volontà popolare va rispettata, visto che si tratta di un voto pro-stranieri. Si fosse trattato di un voto di vituperata “chiusura” (uella!) la partitocrazia, i moralisti a senso unico, le élite spalancatrici di frontiere, la stampa di regime, l’Unione europea e l’impero galattico starebbero già strillando come aquile alla consultazione “da rifare”.

Salamitaktik

Visto che la naturalizzazione degli stranieri di cosiddetta “terza generazione” è diventata ancora più facile, occorre evitare che, con la tattica del salame, si tenti adesso di regalare senza ritegno passaporti rossi anche agli stranieri di prima generazione. Senza ritegno significa senza una seria verifica dell’effettiva integrazione del candidato. Integrazione che comprende da un lato l’identificazione con i valori elvetici, dall’altro l’autonomia finanziaria (l’aspirante svizzero deve mantenersi con le proprie risorse).

Al contrario di quel che ossessivamente raccontano i naturalizzatori seriali, non è affatto vero che ad ottenere il passaporto rosso sono a larga maggioranza stranieri in arrivo da paesi europei confinanti con la Svizzera. Quasi il 40% di quanti hanno ottenuto la cittadinanza elvetica negli ultimi 10 anni è di origine turca o balcanica. Tutti integrati questi neo-svizzeri? E’ ragionevole (eufemismo) dubitarne, basti pensare che gli estremisti islamici che non mandavano le figlie a lezione di nuoto per “motivi religiosi”, e che per questo sono stati sanzionati addirittura dalla CEDU, sono dei turchi naturalizzati. E come la mettiamo con i militi di recente “svizzeritudine” che posano in tenuta mimetica davanti a bandiere balcaniche?

Obiettivo chiaro

E’ manifesto che i kompagni spalancatori di frontiere vogliono regalare il passaporto rosso a chiunque. Obiettivo: demolire la nostra identità e trasformare gli aventi diritto di voto in Svizzera in un collettivo multikulti senza radici nel territorio, che pertanto approverà ogni scriteriata “apertura”. Il pavido centro politico “non osa” opporsi, terrorizzato dall’idea di vedersi appioppare l’etichetta di “razzista e xenofobo” dalla $inistra e dai suoi moralizzatori da tre e una cicca.

Con questa politica della denigrazione e dell’intimidazione, kompagnuzzi e dintorni sdoganano le naturalizzazioni di persone che non si riconoscono affatto nei valori elvetici; che magari addirittura odiano la Svizzera, ma vogliono acquisirne la nazionalità per mero tornaconto personale. Quante invalidità “improvvise”, magari per “motivi psichici” o “mal di schiena”, sono stranamente emerse poco dopo la naturalizzazione?

Più rigorosi

E’ evidente che sulle naturalizzazioni ordinarie bisognerà diventare assai più rigorosi. A maggior ragione dopo il voto della scorsa domenica, che apre le porte alle naturalizzazioni di massa di giovani stranieri senza alcuna reale verifica della loro integrazione. E al proposito c’è chi legge il risultato della consultazione del 12 febbraio come la dimostrazione che già oggi si sono rese svizzere troppe persone straniere che delle sorti del paese se ne impipano. Sarebbe interessante sapere, ma naturalmente nessuno realizzerà mai un’indagine al proposito, come hanno votato i titolari di passaporti rossi “di recente emissione” sulla naturalizzazione degli stranieri di terza generazione. L’oggetto così caro agli spalancatori di frontiere è forse stato approvato, a livello nazionale, con il voto dei neosvizzeri? Non lo sapremo mai!

Lorenzo Quadri

E l’Islam si mise in politica. Anche in Svizzera

Fallito il referendum vodese contro la mendicità; ma era solo un “ballon d’essai”

 

Lo scorso settembre, il Gran Consiglio vodese ha votato il divieto d’accattonaggio in tutto il Cantone. E il Canton Vaud non ci risulta essere propriamente un feudo dell’ “estrema” destra (per i politikamente korretti e per la stampa di regime, la destra è “estrema” per definizione).

Contro il citato divieto, l’ “estrema” $inistra ha lanciato il referendum. Che però, lo abbiamo di recente appreso dagli organi di informazione, è fallito. Servivano 12mila firme, ma ne sono state raccolte solo 8000.

Si prende dunque atto che i kompagni sono favorevoli alla mendicità. Certo, in Svizzera “devono entrare tutti” e devono potersi dedicare anche all’accattonaggio. Magari organizzato. Magari sfruttatore di bambini. Vedi ciò che accade in questo sempre meno ridente Cantone grazie a Rom in arrivo dai campi nomadi lombardi e piemontesi.

Quello che le agenzie dimenticano

L’aspetto maggiormente degno di nota della vicenda vodese, tuttavia, non viene ricordato dalle note di agenzia. Ed è il seguente. A schierarsi contro la nuova legge – quindi ad appoggiare il referendum (probabilmente pure in veste di co-promotrice) – ha messo fuori la faccia anche l’Unione vodese delle associazioni musulmane (UVAM). Con il seguente argomento: “l’elemosina e la carità sono uno dei pilastri dell’Islam”. Allora venne rilevato che si trattava della prima presa di posizione di stampo chiaramente politico da parte delle associazioni islamiche.

E qui qualche campanello d’allarme deve cominciare a suonare. Con questa iniziativa, le associazioni islamiche hanno infatti promosso in Svizzera una causa politica motivandola con i precetti del Corano (o con quelli che loro dicono essere i precetti coranici). La decisione democratica del parlamento vodese è stata contestata dall’UVAM in quanto non in linea con un testo religioso. I musulmani dimostrano così di non accettare le decisioni politiche delle istituzioni svizzere: pretendono di sostituirle con altre, ispirate al Corano. In altre parole, pretendono di trasformare la Svizzera in un paese retto dai precetti coranici. E questi sarebbero dei “moderati”? E’ questo che taluni immigrati intendono con “rispettare le regole del paese in cui si è ospite”?

Se i signori dell’UVAM vogliono vivere in uno Stato organizzato secondo quel che sta scritto nel Corano (o quello che loro vogliono leggervi, i confini sono sempre flou) non hanno che da tornare nei rispettivi paesi d’origine. Questo deve essere ribadito chiaramente.

Citus mutus

Naturalmente la partitocrazia spalancatrice di frontiere si è ben guardata dal commentare l’ingresso delle associazioni musulmane nell’arena politica. Al massimo si è limitata a prenderne atto. Ma non si è sognata di trarne le logiche conseguenze: non sia mai! Certe cose non si pensano nemmeno! E’ becero razzismo e fascismo, come ci hanno insegnato i moralisti a senso unico a suon di lavaggi del cervello e di denigrazioni sistematiche nei confronti di chi osa contestare il pensiero unico multikulti!

La sostanza non cambia

Il referendum vodese appoggiato dalle associazioni musulmane è fallito, d’accordo. Ma questo non cambia nulla alla sostanza. E’ evidente, infatti, che la presa di posizione politica dell’USAM era un semplice ballon d’essai. Un primo tentativo, fatto secondo i dettami della tattica del salame (in barba al tabù sul maiale): si comincia con l’ attivarsi su temi politici non fondamentali, per “abituare” l’opinione pubblica alla propria presenza. Poi, uno scalino alla volta, si punta sempre più in alto. Ad esempio alla costituzione di un partito politico che basa il proprio programma sul Corano e quindi chiede, ad esempio, l’introduzione della sharia in Svizzera.

Naturalizzazioni facili

In Svizzera, i promotori di un ipotetico partito islamico non farebbero di certo fatica a trovare gli aderenti, e nemmeno i votanti. E quindi ad ottenere cariche politiche istituzionali.

Questo perché in Svizzera vengono naturalizzati anche stranieri che non sono per nulla integrati, e che nemmeno si sognano di integrarsi. Le naturalizzazioni diventeranno ancora più facili e superficiali nella malaugurata ipotesi in cui dovesse venire approvata la modifica costituzionale in votazione il prossimo 12 febbraio: vale a dire, la naturalizzazione agevolata per gli stranieri di terza generazione. Questa “nuova regola” è fortissimamente voluta dai kompagni del “devono entrare tutti”. Eppure la cronaca dei paesi a noi vicini insegna che tra i seguaci dell’Isis abbondano proprio i giovani stranieri di terza generazione. Ovvero quelli che, se le nuove regole in votazione il 12 febbraio dovessero venire approvate, verranno naturalizzati quasi in automatico.

E’ quindi evidente che bisogna votare  un deciso NO a questa nuova operazione di sconsiderata svendita del passaporto rosso.

Lorenzo Quadri

 

 

Perfino i jihadisti ottengono il passaporto rosso!

E poi vengono a raccontarci che le naturalizzazioni facili sono una balla populista e razzista?

Ma guarda un po’: sono aumentati nell’ultimo mese i casi di jihadisti che partono dalla Svizzera. In totale è stata raggiunta quota 76.

Di questi, 29 erano in possesso della nazionalità elvetica e 17 avevano il doppio passaporto. A  dirlo è il servizio delle attività informative della Confederazione. Naturalmente queste sono le cifre ufficiali; quelle reali potrebbero essere ben più elevate.

I jihadisti aumentano

Sicché i jihadisti si moltiplicano anche in Svizzera. Niente di strano, se ci si ostina a tenere le frontiere spalancate. E ricordiamoci, lo ha sottolineato il capo dell’Europol, che tra i migranti economici  si infiltrano i miliziani dell’Isis. Con la nuova legge sull’asilo, voluta dalla kompagna Sommaruga e pistonata dagli spalancatori di frontiere, il numero di finti rifugiati presenti in Svizzera conoscerà un’impennata. Tanto più che a Berna i camerieri dell’UE non ne vogliono sapere di sospendere gli accordi di Schengen. Più finti rifugiati uguale più seguaci del terrorismo islamico.

E’ inoltre evidente che i paesi d’origine dei migranti economici – compresi quelli che incassano aiuti allo sviluppo pagati dagli svizzerotti ma fanno melina quando si tratta di sottoscrivere accordi di riammissione di loro cittadini espulsi dalla Svizzera – non si sognano, per ovvi motivi, di riprendersi i loro concittadini jihadisti. Sicché queste brave persone ce le teniamo in casa.

E le esplusioni?

A ciò si aggiunge che, come ha dichiarato la kompagna Sommaruga, la Svizzera non ha il diritto (?) di espellere i terroristi islamici se questi sarebbero in pericolo di vita nel paese d’origine. Eh già: visto che allontanare dal paese criminali stranieri pericolosi è cosa da razzisti e fascisti, ce li teniamo in casa. Più fessi di così! Ma la partitocrazia non aveva promesso, per estorcere al popolo il No all’iniziativa d’attuazione, che con le nuove norme votate dal parlamento le espulsioni di delinquenti stranieri sarebbero aumentate di otto volte (dalle attuali 500 all’anno a 4000)? Promesse già cadute in dimenticatoio, tanto gli svizzerotti hanno la memoria corta? Oppure si trattava, come di consueto, delle solite balle di fra’ Luca di cui è infarcita la propaganda di regime?

Dubbi sull’integrazione

II fatto che dei 76 jihadisti partiti dalla Svizzera 29 avessero il passaporto elvetico (si tratta, evidentemente, di svizzeri di carta) e 17 la doppia nazionalità, evidenzia ancora una volta il regime di naturalizzazioni facili imperante.

E’ evidente che quando c’è il minimo dubbio sull’integrazione del candidato, il passaporto rosso non va concesso. Altrettanto evidente è che questo non succede. Chiaro: i moralisti a senso unico hanno imposto la multikulturalità (completamente fallita) come se fosse un dogma, e chi non condivide è un bieco razzista e fascista. Come dicono certi kompagni: “già la sola richiesta di naturalizzazione dimostra che il candidato è sufficientemente integrato” (sic!). Quindi, chi si azzarda a contestare l’integrazione di un aspirante cittadino svizzero che non si riconosce nei nostri valori, considerando che la conseguenza di ogni “cip” è un perpetuo marchio d’infamia?

Clima censorio

Niente di più facile, con simili presupposti, e con il clima intimidatorio e censorio creato dai moralisti a senso unico, che anche gente tutt’altro che integrata riesca ad ottenere il passaporto rosso. Ricordiamoci che i due fratelli musulmani di Therwil (BL) che rifiutavano dare la mano alla loro docente perché donna, erano candidati alla naturalizzazione. Poco ma sicuro che, senza la vicenda della stretta di mano, si sarebbero trovati i tarlocchi pronti a farli diventare cittadini elvetici, perché “bisogna aprirsi”.

La punta dell’iceberg

La statistica dei jihadisti naturalizzati ci porta vari esempi di passaporti svizzeri concessi a  persone clamorosamente non integrate, al punto da partire per la “guerra santa”. Fortuna che sono partite, si potrebbe dire. Già, ma  questi 76 sono solo la punta dell’iceberg: quanti altri con le loro stesse idee si trovano in Svizzera e non si sognano di andarsene?

Inoltre, i jihadisti scelleratamente naturalizzati, proprio in virtù del passaporto rosso, potrebbero ritornare in Svizzera – o venirci rinviati. E di certo, diversamente da altri paesi, gli svizzerotti si riprenderebbero i loro connazionali di carta seguaci dell’Isis senza fare un cip.

Mozione bocciata

Eppure ancora nell’ultima sessione il consiglio nazionale, seguendo il governo, ha bocciato una mozione che chiedeva il ritiro della nazionalità svizzera ai jihadisti naturalizzati. Non sia mai! “Le basi legali attuali sul ritiro della nazionalità sono già sufficienti, non c’è motivo di cambiare”. Lo stesso mantra che si è sentito davanti alla richiesta di ancorare il segreto bancario nella Costituzione: “il segreto bancario è già sufficientemente protetto”. Infatti abbiamo visto come  è andata a finire. Inutile dire che, ad ogni rifiuto di norme più restrittive,  gli estremisti islamici presenti in Svizzera segnano un punto a proprio favore. E si ringalluzziscono.

Lorenzo Quadri

Espulsione degli stranieri che delinquono: altro che “rigore”, proliferano sotterfugi. L’élite politikamente korretta ha già tradito la parola data

Intanto i kompagnuzzi aizzano gli stranieri alla naturalizzazione, nella speranza di rimpolpare il proprio elettorato con i neo-svizzeri

Non si è dovuto attendere molto per capire quanto valgono – meno di zero – e quanto durano – lo spazio di un mattino – le promesse di quelli che vogliono tenere in Svizzera i delinquenti stranieri. A pochi giorni dalla votazione sull’iniziativa d’attuazione, abbiamo già avuto tre illuminanti esempi.

Primo esempio
I kompagni invitano gli stranieri a naturalizzarsi. Lo fanno tramite il sindakato UNIA, che è poi quello che comanda in casa (cabina telefonica) PS. E che ha fatto campagna dura contro il 9 febbraio, con i soldi degli affiliati (compresi quelli soppiantati da frontalieri grazie alla devastante libera circolazione senza limiti). E che continua a fare di tutto e di più per sabotare il “maledetto voto”. E che non ne vuole sapere di limitare il frontalierato (i frontalieri pagano le quote sindacali).

Perché a sinistra vogliono le naturalizzazioni di massa? Per tre motivi.
Uno: per evitare ai delinquenti stranieri l’espulsione votata dal popolo, facendoli diventare svizzeri. Quindi il P$$, ancora una volta, disprezza la volontà popolare. Ma il fatto che vedano la luce iniziative come quella dei kompagnuzzi dimostra la necessità di rendere possibile la revoca del passaporto a chi commette reati di particolare gravità. Oggi la revoca del passaporto esiste, ma solo in casi rarissimi. In futuro devono diventare meno rari.

Due: per taroccare le statistiche dei reati commessi da stranieri, poiché esse non contemplano i reati commessi da stranieri naturalizzati. E, più in generale, per dare l’impressione che in Svizzera ci siano meno stranieri.

Tre: tramite le naturalizzazioni facili, i kompagni immaginano di rimpolpare i propri ranghi, sempre più sparuti. Un loro esponente l’ha detto a chiare lettere in radio. Ma forse qualcuno ha fatto male i conti. Lo straniero integrato che si naturalizza perché apprezza le specificità svizzere non darà di certo il proprio voto a chi queste specificità le vuole rottamare per farci aderire alla fallita UE.

Abusare senza ritegno
Sicché ancora una volta i kompagnuzzi cercano di aggirare la volontà popolare sgradita, aizzando alle naturalizzazioni per evitare al neo-svizzero l’espulsione nel caso “scivolasse” nella delinquenza o nell’abuso di prestazioni sociali. Se per caso serviva ancora una dimostrazione della precisa volontà della $inistra di tenere in Svizzera tutta la feccia d’importazione, eccola servita su un piatto d’argento. Addirittura all’indomani di un voto popolare.

Ė pertanto evidente che l’élite politicamente korretta che ha combattuto a paccate di milioni l’iniziativa d’attuazione, ha voluto la “cosiddetta clausola” di rigore per bypassare il voto popolare del 2010 sull’espulsione dei criminali stranieri. Di questo sotterfugio, intende abusare a piene mani. I legulei lottizzati del Tribunale federale hanno già dato il là.
E qui arriviamo al secondo esempio.

Secondo esempio
I giudici di Losanna hanno annullato la decisione presa dal governo ticinese e confermata dal tribunale amministrativo di ritirare il permesso C a Tito Bravo condannato a tre anni di detenzione per amministrazione infedele aggravata e truffa. La decisione è stata presa sulla base delle consuete argomentazioni buoniste-coglioniste: ma si tratta di una persona che è qui da tanto tempo, ma la moglie e i figli (adulti) sono qui, ma… ma… ma. Insomma: il festival dei pretesti per non espellere. Qualcuno pensa forse che questo andazzo cambierà in futuro?

Terzo esempio
Terzo e ancora più clamoroso esempio. A Bellinzona sono stati processati due cittadini iracheni, accusati di terrorismo. Sulle cronache si legge che, con ogni probabilità, gli ennesimi delinquenti stranieri che ci siamo messi in casa grazie alla politica delle frontiere spalancate non verranno rispediti al loro paese come imporrebbe qualsiasi elementare nozione di buonsenso. No: ce li dovremo tenere in Svizzera (e magari li dovremo pure mantenere in assistenza?). Questo perché da anni per motivi di sicurezza (?) non si fanno espulsioni verso l’Iraq. Bene, bravi, bis. Ecco cosa succede a non sostenere l’espulsione certa e sistematica degli stranieri delinquenti. Ecco il servizio che si rende alla collettività starnazzando istericamente all’ “iniziativa disumana”. Ecco a cosa porta il tanto magnificato e santificato “apprezzamento dei giudici”. Ci teniamo in casa i terroristi. Grazie, élite politikamente korretta che avete affossato l’iniziativa d’espulsione a livello nazionale!

Morale della favola
Come volevasi dimostrare, la clausola di rigore verrà usata dai giudici lottizzati per scardinare la volontà popolare di espellere i delinquenti stranieri.
Le promesse dell’élite politikamente korretta sul “giro di vite” (uella) in materia di espulsioni nel rispetto del voto del 2010, che abbiamo sentito in quantità industriali prima del 28 febbraio, sono dunque durate, letteralmente, lo spazio di un mattino.
Lorenzo Quadri

Naturalizzazioni: sì ad ulteriori “paletti”. Troppi passaporti rossi vanno a persone “non integrate”

Nuove proposte in Gran Consiglio
In Gran Consiglio si torna a parlare di naturalizzazioni, o meglio: dei requisiti necessari per ottenere il passaporto rosso.
Il deputato leghista Gianmaria Frapolli, assieme a cofirmatari di altri partiti, ha presentato un’iniziativa parlamentare affinché i naturalizzandi siano tenuti – quale presupposto per l’ottenimento del passaporto rosso – a seguire un corso obbligatorio alla cittadinanza, organizzato dal Cantone ma finanziato dai diretti interessati.
Qualsiasi nuova misura che aiuti a far sì che vengano naturalizzate solo persone effettivamente integrate è, ovviamente, positiva. Le naturalizzazioni facili sono infatti una realtà. Una realtà che emerge in modo chiaro anche dalle cifre: ogni anno vengono creati 50mila nuovi cittadini elvetici. Tutti integrati? Qualche dubbio, per usare un eufemismo, viene. Si pensi solo all’ultimo caso del giardiniere kosovaro di Chiasso, col passaporto svizzero fresco di stampa, arrestato per spaccio: il fratello è risultato essere coinvolto in una sanguinosa faida. E’ vero che le colpe di un fratello non devono ricadere sull’altro. Ma una qualche domandina sulla famiglia nasce spontanea, anche senza bisogno di essere populisti e razzisti.

Indipendenza economica
L’integrazione passa anche per l’indipendenza economica. Nella costituzione cantonale di Berna, a seguito di un’iniziativa popolare lanciata dalla sezione locale dei giovani Udc, è stato inserito un articolo che stabilisce che non è possibile naturalizzare persone a carico dello Stato sociale. Questa nuova norma ha ottenuto la garanzia federale lo scorso maggio, assieme al divieto di burqa ticinese. E, al pari del divieto di burqa, è stata oggetto degli starnazzamenti dei kompagni, secondo i quali l’immigrato nello stato sociale, finanziato dagli svizzerotti “chiusi e gretti” non solo non va espulso, Ma, al contrario, va premiato con la cittadinanza elvetica.
La validità della norma bernese è evidente. Va dunque introdotta anche a livello ticinese. Essere a carico dell’assistenza a lungo termine è un motivo di espulsione per un cittadino straniero. A naturalizzazione avvenuta, però, è evidente che l’argomento non può più essere fatto valere. Ed infatti, ma tu guarda i casi della vita, presso “certe etnie” i casi d’invalidità (magari psichica o per mal di schiena) o di assistenza aumentano in modo esponenziale dopo l’acquisizione del passaporto svizzero; e sì che da nessuna indagine medica emerge che quest’ultimo faccia male alla salute…

Doppio passaporto
Parlando di naturalizzazioni, occorre affrontare anche il tema del doppio passaporto. Una facoltà che è tempo di abrogare. Se uno si sente abbastanza svizzero da chiedere il passaporto rosso, non dovrebbe avere problemi a lasciare la nazionalità precedente. Chi non si sente di rinunciare alla cittadinanza originale, vuol dire che non è pronto per quella elvetica. Altrimenti è come pretendere di sposare una nuova moglie senza divorziare dalla precedente. Il trito argomento dei motivi affettivi che giustificherebbero il passaporto doppio o triplo non funziona: dietro i presunti motivi affettivi se ne nascondono spesso e volentieri di altri, molto pratici. Ossia, poter estrarre ora l’uno ora l’altro documento a seconda della convenienza contingente. Sicché il naturalizzato si troverebbe addirittura avvantaggiato rispetto allo svizzero di nascita.

Se l’hanno i politici…
Se il doppio passaporto è discutibile per i “comuni” cittadini, a maggior ragione lo è per i politici. Come si può pretendere di rappresentare credibilmente una nazione nelle istituzioni se non si è nemmeno in grado di sceglierla come unica patria?
In campo d’ipocrisia, i politici del multikulti e delle frontiere spalancate sono imbattibili. Ed infatti, se ad uno di essi viene rinfacciato il passaporto plurimo, ecco che subito si leva il coro di proteste dei compagni di merenda, che strillano come vergini violate: “vergogna! Razzisti! Sono questioni private!”. Ohibò. A parte che costoro dell’esistenza della sfera privata si ricordano rigorosamente a senso unico, solo quando fa comodo, è il colmo che a protestare sia proprio chi non perde occasione per sollevare conflitti d’interessi veri o presunti che siano (naturalmente solo quelli degli altri). Sicché si pretende che il politico di milizia di turno dichiari, per ragioni di trasparenza, l’appartenenza non solo a consigli d’amministrazione, che magari rendono anche, ma perfino a comitati di associazioni benefiche. Però al medesimo politico di milizia non si può chiedere quanti passaporti ha, perché non è politikamente korretto? E’ il colmo: essere membro di una società di utilità pubblica genera potenziali conflitti d’interesse, mentre essere titolare di uno o più passaporti stranieri no? E perché poi? Perché gli autocertificati detentori della morale, ossia gli spalancatori di frontiere, hanno decretato che il tema è tabù? Ma chi si crede di menare per il “lato B”?
Lorenzo Quadri