10 motivi per dire NO alla scuola pubblica socialista

“Scuola che verrà”: infuria la campagna. Bertoli ha mobilitato le truppe cammellate

 

Un nuovo anno scolastico è  cominciato e la campagna di votazione sulla scuola (rossa) che (speriamo non)  verrà (SCV)  imperversa. Il direttore del DECS ha mobilitato le truppe cammellate, le quali stanno infesciando senza ritegno le rubriche delle “opinioni” di giornali e portali.

Lo stesso compagno capodipartimento (mai si era vista una cosa del genere) appare praticamente ogni giorno sui quotidiani, in permanente e stizzita replica a chiunque abbia l’ardire di criticare la riforma scodellata da lui e dai suoi rossi burocrati, distribuendo a destra e a manca patenti di: “bugiardo, disfattista, incompetente”. Dimenticandosi che tra questi bugiardi, disfattisti ed incompetenti c’è gente – da Franco Zambelloni a Gerardo Rigozzi – assai più competente ed autorevole dello stesso capodipartimento.

Il voltafaccia dei PLR e PPD

Il clima che si sta creando, o che si tenta di creare, è quello della campagna contro il No Billag: il clan degli illuminati (?)  fautori della scuola socialista contro un gruppuscolo di spregevoli passatisti. Peccato che le cose non stiano proprio così. Il sostegno alla scuola rossa è trasversale solo all’interno della partitocrazia istituzionale. Con PLR e PPD che prima hanno avversato duramente la riforma, con argomenti inoppugnabili; poi, in parlamento, si sono prodotti in un incomprensibile voltafaccia. Causando vivo sconcerto nella base dei rispettivi partiti. Questi soldatini si sono fatti infinocchiare da Bertoli&Co. Già, infinocchiare. Perché in cambio del loro Sì in Gran Consiglio alla scuola ro$$a, non hanno ottenuto proprio un bel niente. Le modifiche apportate al progetto sono di dettaglio, a voler essere generosi. E la sperimentazione del modello PLR con la moltiplicazione dei livelli è un regalo a Bertoli. Il rapporto compiacente stilato dopo il triennio sperimentale confermerà che la variante (?) liblab è un flop e quindi (?) la via tracciata dal ministro P$  è l’unica percorribile.

Società tagliata fuori

La società civile non è per nulla coinvolta nella riforma. La composizione del gruppo di sostegno della Scuola (socialista) che verrà ben lo dimostra: chi non è soldatino di partito è sul libro paga del DECS o del DSS. Dalla presidente dell’Associazione cantonale dei genitori ai presidenti di USI e SUPSI. A questo “parterre” si aggiungono le associazioni contigue al PS. Come quella dei docenti di storia (già fiera avversaria dell’insegnamento della civica ed asfaltata in votazione popolare).

I docenti

La maggioranza dei docenti, malgrado quello che ama ripetere Bertoli, non è della partita. L’86% non ha risposto alla consultazione e, di quelli che hanno risposto, l’89% ha dichiarato di non volere la sperimentazione nella propria sede (!). L’OCST si è smarcata annunciando ad inizio settimana che non sosterrà la riforma: era ora! Imbarazz tremend imbarazz in casa uregiatta…

Lezioni di civica?

Intanto, le sedi di scuola media che si sono messe a disposizione per la sperimentazione la stanno già portando avanti (vedi Caslano): malgrado il popolo non si sia ancora espresso! Per fortuna che da quest’anno scolastico la civica è diventata materia d’insegnamento a sé stante e con nota. Magari bisognerebbe cominciarla ad insegnarla a certi dirigenti scolastici.

10 motivi per votare NO

Mentre il sostegno alla scuola rossa si sgretola, le magagne della riforma rimangono granitiche.

Il 23 settembre, ribadiamo il nostro No a questariforma (che non vuol dire No a qualsiasi riforma). Ecco 10 motivi per farlo:

  • No al livellamento verso il basso delle competenze degli scolari ticinesi.
  • No alla sostituzione della parità di partenza con la parità d’arrivo.
  • No ad una scuola non svizzera.
  • No alla creazione della scuola pubblica socialista.
  • No alla trasformazione della scuola da istituzione a servizio sociale.
  • No a rendere ancora più ugualitarista la scuola ticinese, che è già la più egualitarista della Svizzera.
  • No all’utilizzo di allievi come cavie umane (e se la sperimentazione fallisce, chi si assume la responsabilità)?
  • No ad una sperimentazione che non è affatto tale, ma è la partenza della riforma: il rapporto taroccato alla fine dei tre anni sperimentali è già programmato (inoltre, a dimostrazione della totale opacità dell’operazione: nemmeno si sa quale istituto verrà incaricato di stilarlo, e con quali indicatori).
  • No a costi stratosferici ed esplosione della burocrazia: 7 milioni per la sperimentazione e 35 milioni all’anno per l’implementazione in caso di approvazione popolare. Costi che evidentemente pagherà il contribuente. Intanto però, adducendo misure di risparmio, il Dipartimento taglia sulle risorse per casi difficili. Quindi si risparmia sulla pelle degli allievi più fragili, danneggiando loro, le loro classi ed interi istituti scolastici. Poi però al DECS  i grandi scienziati in pedagogia, che mai hanno messo piede in un’aula, si sciacquano la bocca con “l’inclusione”.
  • No ad una riforma che spinge tutti verso il liceo, svilendo la formazione professionale.

Lorenzo Quadri

35 milioni all’anno per creare la scuola socialista?

Il 23 settembre votiamo NO alla “Scuola che verrà”: ideologica, nociva, costosissima

Manca poco alla votazione sulla “Scuola che verrà” (23 settembre). Per scoraggiare l’elettorato dall’interessarsi al tema (si sa che il popolazzo becero vota sbagliato) il compagno direttore del DECS ed i suoi purpurei galoppini dipartimentali l’hanno reso incomprensibile ai più. Come se la scuola non fosse una questione che riguarda tutta la società, ma un tema “di nicchia” per addetti ai lavori. Che però, ma guarda un po’, non sono dei tecnici sopra le parti, ma promuovono invece un’ideologia precisa. Quella del compagno capodipartimento che li ha messi lì (magari senza concorso pubblico).

Nervosismo sopra il livello di guardia

Ed infatti il nervosismo del direttore del DECS ha da tempo superato i livelli di guardia, visto che reagisce alle critiche al suo tentativo di creare la scuola pubblica socialista sprizzando bile, arroganza ed accuse denigratorie. Si vede che gli argomenti a sostegno della sua riforma non sono poi così granitici. E’ probabile che il capodipartimento tema un’altra asfaltatura, analoga a quella già rimediata con la votazione sull’insegnamento della civica. A conferma della “fifa blu”, i soldatini del P$ sono già all’opera, con i metodi consueti dei $inistrati: odio ed attacchi personali. Esempio da manuale: la penosa vignetta, con manifeste allusioni alla pedofilia, ideata contro Sergio Morisoli dal pluricondannato coordinatore (?) del portale Gas (intestinale).

Ancora più ugualitarista

Sta di fatto che la scuola ticinese è già la più egualitarista di tutta la Svizzera. Adesso, ad oltre quarant’anni dall’ultima riforma, cosa “si” pensa di fare? Ma di renderla ancora più egualitarista, proponendo modelli già falliti altrove. Il livellamento verso il basso contenuto nella Scuola che verrà, contrariamente a quanto dichiara con ira il capodipartimento, non è una fantasia malata, ma una realtà. In Ticino il mondo del lavoro diventa sempre più selettivo. Ciò in particolare, ma guarda un po’, a causa delle frontiere spalancate. Volute in primis proprio dal P$. Grazie a queste “geniali” politiche di aperture, il Ticino dopo un secolo è ritornato ad essere terra di emigrazione. A seguito dell’invasione da sud, i nostri giovani devono – e sempre più dovranno – andarsene per avere un futuro. E la scuola rossa intende prepararli a cercare fortuna oltregottardo o all’estero a suon di egualitarismi ideologici e di livellamenti verso il basso? Facendosi le pippe mentali sulla “parità di arrivo”?

 

Serve il contrario

E perché mai la scuola ticinese, che è già la più egualitarista di tutta la Confederella, dovrebbe diventarlo ancora di più? Quando la realtà fuori dalla scuola pretende semmai proprio il contrario, ovvero maggiore selettività e un freno alla “spinta dirompente alla licealizzazione” (ovvero: tutti “devono” avere accesso al liceo)? Una spinta che ha due conseguenze deleterie: 1) trasformazione dei licei in parcheggi invece di scuole frequentate da chi ha la motivazione, l’intenzione e le capacità necessarie ad accedere ad una formazione universitaria; 2) svilimento dell’apprendistato, troppo spesso visto come “refugium peccatorum”. E dire che la nostra formazione duale (scuola e lavoro) è ammirata in tutto il mondo.

Silenzio assordante

Fa specie al proposito che, mentre fioccano le prese di posizione pro-Scuola che verrà ad opera di associazioni contigue al PS (vedi ad esempio quella dei docenti di storia, che già combattevano l’insegnamento della civica) i rappresentanti dell’economia, solitamente loquaci, non abbiano nulla da dire a proposito dello scadimento programmato della scuola ticinese. Perso la favella? Troppo impegnati nelle fake news e nel terrorismo di regime a sostegno della devastante libera circolazione delle persone, dello sconcio accordo quadro istituzionale e dei giudici stranieri? Imbarazz tremend imbarazz perché i loro soldatini nel parlamento cantonale si sono fatti infinocchiare dal capo del DECS? Oppure le associazioni economiche stanno contando i soldoni del solito sfigato contribuente che l’ente pubblico dovrà spendere – e quindi deliberare ai loro associati – per adattare le sedi scolastiche alle esigenze della scuola rossa (spazi per laboratori, atelier, …) se quest’ultima dovesse venire accettata dalle urne?

E nümm a pagum

Già, i soldoni. La scuola che verrà, a regime, costerà almeno (almeno!)  35 milioni all’anno. Più quelli a carico dei Comuni: e questa “pillola”, ma guarda un po’, non l’ha quantificata nessuno. Oops, che sbadati! La fattura della sperimentazione triennale sarà invece di 6.7 milioncini. Quasi sette milioni per usare dei ragazzi e le loro famiglie come cavie.

Per farla breve, stiamo parlando di una barca di franchi pubblici,  che verrebbero spesi per sfasciare la scuola ticinese!

Per realizzare la scuola rossa, la partitocrazia mette le mani nelle tasche della gente. Quando però si tratta di sgravi fiscali al ceto medio ed ai single… gh’è mia da danée! Non facciamoci menare per il naso. Il 23 settembre, tutti a votare NO alla Scuola che (non) verrà!

Lorenzo Quadri

 

P$: doppia morale senza freni e senza vergogna

 

Interrogazioni-fiume sull’agente dei post razzisti, ma silenzio tombale su condannati ed insultatori di $inistra

Ohibò: nelle scorse settimane i $inistrati del P$, con il supporto mediatico del giornale di servizio del partito delle tasse (LaRegione) che li imbecca e concede paginate, hanno pensato bene di farsi campagna elettorale montando la panna sul “caso” dell’agente di polizia promosso malgrado  i post razzisti pubblicati su faccialibro (facebook) negli anni scorsi. Per queste sconsiderate esternazioni sui social, l’agente, esposto al pubblico ludibrio con nome e cognome, è stato condannato ed ha scontato le sanzioni inflittegli.

Ai $inistrati, che come di consueto moralizzano a senso unico sulla vicenda – chiaro: il Dipartimento delle istituzioni è diretto da un odiato leghista, per cui… – sperando di raggranellare qualche consenso in vista del prossimo mese di aprile, ricordiamo:

– la granconsigliera $ocialista condannata per ripetuta incitazione all’immigrazione illegale, che rimane tranquillamente incementata alla cadrega e con la benedizione del partito;

– il municipale P$ di Massagno e dirigente cantonale del partito che insulta i morti (ed i vivi) su facebook;

– il compagno docente di scuola media, membro del consiglio di direzione del suo istituto (!), che ha paragonato il voto popolare sulla civica al nazismo (qui stranamente silenzio tombale anche dalla Federazione svizzera delle comunità israelite: come mai non sono arrivate letterine a Bertoli?)

– il compagno funzionario del DSS nato a Palermo che, sempre su facebook, continua a dispensare patenti di fascismo e razzismo a chi osa pensarla diversamente da lui;

– l’organo ufficiale “de facto” del P$, ossia il portale-foffa Gas (intestinale), diretto da un pluricondannato, che va avanti a denigrazioni, insulti e fake news contro gli odiati “nemici”, nel silenzio assordante dei rossi moralisti a senso unico. A partire dal consigliere di Stato P$: il buon Bertoli, sistematicamente slinguazzato dal citato portale-foffa, è però riuscito a scandalizzarsi per un fotomontaggio del Mattino;

– i soldatini del P$, parecchi dei quali anche con ruoli istituzionali, che continuano a vomitare bile e calunnie “social” sui “nemici” (in particolare esponenti di Lega ed Udc) mettendo a segno sempre nuovi record di abiezione (così come si addice ad un partito dell’odio quale è ormai la nostrana $inistruccia). Nel frattempo i dirigenti $ocialisti si sciacquano ipocritamente la bocca con il “rispetto” e delegano il lavoro sporco ai gregari.

– eccetera eccetera.

Ecco, quando i  kompagnuzzi  avranno sistemato le proprie magagne potranno montare in cattedra a fare la morale agli altri. Nella situazione attuale, invece, fanno solo ridere i polli.

Lorenzo Quadri

Di mercoledì in mercoledì, la melina sui ristorni continua

La partitocrazia in CdS  tira a campare per non decidere. Ma il tempo sta per scadere

Un altro mercoledì, giorno di seduta del Consiglio di Stato,  è trascorso senza che ci sia stata alcuna decisione a proposito dei ristorni dei frontalieri. In molti erano convinti che lo scorso mercoledì sarebbe stato il giorno della decisione. Invece niente. Evidentemente gli esponenti del triciclo continuano a “tirar là”. A non decidere.  In attesa non si sa bene di cosa. Ma l’ultimo termine (fine giugno) si avvicina, e bisognerà per forza venirne ad una.

 Pressioni legittime

A fine marzo, dopo l’incontro con il Consiglio di Stato, il ministro degli esteri KrankenCassis si è espresso in questi termini a proposito del blocco dei ristorni: Qualche volta le pressioni sono utili, servono a smuovere qualcosa. Queste, però, devono essere utilizzate quando ci sono governi in Italia”.Ai tempi a Roma non c’era il governo. Adesso c’è. Di conseguenza, seguendo il ragionamento del consigliere federale liblab, le pressioni sono ora legittime.

Il governo italiano c’è, ma il nuovo accordo sui ristorni dei frontalieri è morto e sepolto. Se non lo voleva l’esecutivo precedente, ancora meno lo vuole questo, in cui il ruolo della Lega (ex Lega lombarda) è determinante. Il motivo del rifiuto è ovvio: i frontalieri sono lombardi e quindi non si vuole scontentare parte del proprio elettorato.

Ci rallegriamo, ma…

Come detto, ci rallegriamo che il governo italiano, a forte componente leghista, abbia visto la luce: il che costituisce tra l’altro l’ennesimo schiaffone alla fallita UE, i cui boriosi funzionarietti hanno fatto di tutto e di più per sabotare gli odiati “populisti”. Ma nei rapporti tra Stati di amici non ce ne sono. Ognuno persegue il proprio interesse. Ed il nostro consiste nel bloccare i ristorni dei frontalieri. La proposta “minimalista” formulata da Claudio Zali, che prevede di bloccare una parte dei ristorni legandola alla realizzazione, da parte italiana, di opere di interesse comune transfrontaliero, con pagamento a  lavori ultimati, è stata formulata in questi termini affinché possa essere accettata almeno da un altro “ministro”, oltre che da Gobbi, diventando così maggioritaria. Questa proposta costituisce, appunto, il “minimo sindacale”.

La mozione PPD approvata dal Gran Consiglio, che chiede di intavolare delle trattative sull’uso dei ristorni, è stata sostenuta anche dalla Lega, perché tutto è meglio dell’improponibile pagamento incondizionato cui abbiamo assistito fino ad oggi. Ma è oggettivamente una belinata. Perché, senza blocco dei pagamenti, dal Belpaese non si otterrà mai un bel niente. Da notare che il versamento incondizionato è invece appoggiato dall’ex partitone in tandem con il P$. Sicché il PLR difende gli interessi del Ticino al pari del P$ (partito degli stranieri): ovvero, non li difende proprio. Prendere nota.

Se so paga si perde

Non c’è alcun motivo plausibile per cui la proposta minimalista di Zali sui ristorni non dovrebbe raggiungere una maggioranza. Un versamento integrale dei ristorni sarebbe, semplicemente, l’ennesima calata di braghe senza alcuna giustificazione: come detto, di nuovi accordi con l’Italia sulla fiscalità dei frontalieri non ne vedremo mai. Qualsiasi eventuale condizione accessoria aggiunta a pagamento effettuato, rientra nel campo dei blabla inutili: non porta a nulla. O si paga o non si paga. Se si paga, si ha perso; se si paga e poi, dopo aver pagato, si introducono delle condizioni accessorie, si ha perso uguale.

Chiusura dei valichi secondari

Sul fronte di competenza federale, quello della chiusura notturna dei valichi secondari, pare che da Berna si prepari l’ennesimo schiaffo al Ticino ed in particolare al Mendrisiotto. Gli uccellini cinguettano che i camerieri dell’UE in Consiglio federale intendano impiparsene della decisione parlamentare e lasciare aperti i valichi secondari 24 ore al giorno. Permettendo così ai frontalieri della rapina di razziare indisturbati il Mendrisiotto (e non solo). Novità al proposito dovrebbero arrivare a breve da Berna. C’è da sospettare che non saranno belle. E la partitocrazia vuole versare i ristorni (anche) per fare contenti i rispettivi ministri nel governicchio federale, che non vogliono gabole con l’Italia? E che poi, per tutto ringraziamento, nemmeno ripristinano la chiusura dei valichi secondari? Ma col piffero!

Lorenzo Quadri

Multikulti allo sbaraglio E da noi non è meglio…

Francia: algerina non dà la mano ai funzionari che la stavano naturalizzando

 

Evviva il multikulti (si fa per dire, ovviamente!).  E’ notizia di questi giorni che la Francia ha negato la naturalizzazione ad una donna algerina. Costei si era rifiutata di stringere la mano ai funzionari maschi che le stavano conferendo la cittadinanza. Ci sarebbe anche mancato che le cose fossero andate diversamente. La domanda da porsi è come la signora in questione, che evidentemente l’ “integrazione” nemmeno sa dove stia di casa, sia potuta arrivare ad un passo dall’ottenimento del passaporto di un paese UE. Se inoltre la donna fosse stata più furba – molti suoi correligionari lo sono – e per quell’unica occasione avesse fatto uno strappo alla regola e avesse dato la mano agli uomini, oggi l’UE si ritroverebbe con un’estremista islamica in più dotata di passaporto comunitario. Con tutte le conseguenze del caso.

Dalle nostre parti…

Inutile dire che se la vicenda si fosse verificata alle nostre latitudini, qualcuno – i soliti noti – si sarebbe immediatamente erto a difesa dell’aspirante cittadina elvetica. Perché si sa che da certe $inistre parti, ogni straniero ha diritto alla naturalizzazione, e “il solo fatto che presenti richiesta dimostra che è sufficientemente integrato”(la bestialità testé riportata non è frutto di fantasia: è stata pronunciata negli anni scorsi davanti al Gran Consiglio ticinese da un deputato P$).

Del resto, in una scuola della Svizzera interna, la direttrice gauche-caviar ha tollerato che degli alunni musulmani non dessero la mano all’insegnante, in quanto donna.

Che bella prospettiva!

I politikamente korretti e moralisti a senso unico, a suon di denigrazioni personali e di accuse di “razzismo e fascismo” a chi osa pensarla diversamente da loro, vogliono creare una società con regole differenziate. Ovvero: si fanno delle eccezioni alle nostre leggi per gli immigrati in arrivo “da altre culture”. Guai ad imporre ai migranti (spesso e volentieri migranti economici) di adeguarsi! Ognuno deve potersi fare i propri comodi in casa nostra. E arriverà il giorno in cui le regole altrui avranno il sopravvento sulle nostre.

In Belgio è stato creato il partito islamico, con il preciso obiettivo di introdurre la sharia nel paese. Anche da noi prima o poi vedranno la luce formazioni analoghe. Le quali, grazie alle naturalizzazioni facili volute dalla partitocrazia multikulti, potranno fin da subito contare su un importante zoccolo duro di elettori neo-svizzeri non integrati. L’immigrazione scriteriata e la natalità faranno il resto.

Ecco il bel futuro che ci stanno preparando i politikamente koretti. E intanto le femministe $inistrate si indignano per il divieto di burqa, e sdoganano perfino l’oppressione della donna in nome del sacro dogma del multikulti e del “devono entrare tutti”.

Lorenzo Quadri

Scuola ro$$a e referendum: sono davvero tutte frottole?

Bertoli sbrocca contro il “Mattino bugiardo”. Ma è lui che non la racconta giusta…

 

Al direttore del DECS compagno Manuele “Bisogna rifare la votazione del 9 febbraio” Bertoli, non è piaciuto l’ultimo articolo che il sottoscritto ha osato pubblicare sul Mattino a proposito della riforma “La scuola che (speriamo non) verrà”. Niente di strano, trattandosi di uno scritto contro la riforma medesima ed a sostegno del referendum. Il fatto che il Consigliere di Stato si produca in lunghi botta e risposta sulla “scuola rossa” – lo ha fatto anche con interlocutori come il Prof. Zambelloni, peraltro assai più qualificato del sottoscritto in materia di scuola e pedagogia – denota un certo nervosismo. Forse che l’asfaltatura rimediata in autunno con la votazione sull’insegnamento della civica ha insegnato che in Ticino la scuola pubblica non è appannaggio di una determinata area politica, che può fare e disfare a piacimento senza che nessuno abbia a metterci il becco?

Tutte balle di fra’ Luca?

Secondo il direttore del DECS, sono frottole che la “scuola rossa” non è sostenuta dai docenti, sono frottole che la riforma è ideologica, sono frottole che il tandem PLR-PPD si è fatto infinocchiare, sono frottole che il rapporto che verrà stilato dopo i tre anni di sperimentazione sarà “compiacente” (eufemismo). Insomma: tutte balle di fra’ Luca! La scuola rossa è una figata pazzesca e qualsiasi argomento contrario non può che essere una perfida menzogna partorita da “menti contorte”!

Vediamo di rimettere il campanile – o il minareto, per rimanere su un edificio più gradito al partito del ministro socialista – centro del villaggio.

Risulta infatti che:
– l’86% di docenti non ha risposto al sondaggio sulla “scuola rossa”, evidentemente in segno di dissenso (perché se gli insegnanti fossero stati d’accordo con la proposta del capodipartimento l’avrebbero senz’altro comunicato; e dire di no ad un sondaggio online significa farsi sgamare subito);
– l’89% di quelli che hanno risposto alle 103 domande (perché non 1030 già che c’eravamo?) hanno detto di essere contrari alla sperimentazione nella loro sede.
– Alla consultazione scritta hanno partecipato 10 sedi di scuola media su 35.
Davanti a queste cifre, è un po’ avventuroso parlare di riforma sostenuta dai docenti. Consenso, per me, è un’altra cosa. Ma probabilmente, in quanto membro del comitato referendario, ho la “mente contorta” (ringrazio il direttore del DECS per la calzante definizione).

La logica della siepe

Che la riforma-Bertoli sia improntata all’egualitarismo ideologico (stessi risultati per tutti) di sinistra, non è l’ennesima fantasia dei soliti populisti e razzisti con la mente contorta. A parte che lo hanno ribadito specialisti del calibro del già citato prof. Zambelloni intervistato dal portale Ticinolive (intervista che vale la pena leggere), l’andazzo emerge dai documenti ufficiali sulla “scuola che (speriamo non) verrà”. Lì – tra un mare di incredibili contorsionismi – si legge che la differenziazione pedagogica serve proprio a “promuovere il passaggio da una democrazia delle possibilità verso una democrazia della riuscita”. Se questo non è egualitarismo e conseguente livellamento verso il basso (la logica della siepe: per portare tutti gli arbusti alla stessa altezza, la siepe si abbassa sempre di più)…

Studi farlocchi

Quanto alle verifiche taroccate, per farsi dire quello che si vuole sentire, il CdS Bertoli ci scuserà, ma non siamo proprio nati ieri: le statistiche farlocche della SECO e dell’IRE su disoccupazione ed effetti del frontalierato in Ticino sono un esempio illuminante di come funziona il meccanismo. Basta attribuire al verificatore il mandato “giusto”, con gli indicatori “giusti”, ed il gioco è fatto. Se poi il verificatore dovesse per disgrazia anche essere legato a filo doppio con il Dipartimento…
Si ribadisce anche che i partiti cosiddetti borghesi – a cominciare dal PLR che ha retto il DECS per oltre un secolo ed ora si trova ridotto al ruolo di ancella – si sono fatti, platealmente, infinocchiare. Questo è un merito del capodipartimento. Il PLR ha proposto un modello alternativo destinato ad ingloriosa asfaltatura, ciò che non farà che rafforzare la “scuola rossa” proposta da Bertoli e dai vertici, parimenti ro$$i, del DECS.
Senza dimenticare che la “scuola che (speriamo non) verrà” costerà 35 milioni all’anno (come la riforma fisco-sociale la quale però, secondo la maggioranza del partito di Bertoli, provocherebbe apocalissi finanziarie nei conti pubblici, mentre per la scuola rossa i soldi ci sono). La sperimentazione triennale, dal canto suo, di milioni ne costerebbe 6.7.

Visto che il referendum contro la riforma-Bertoli pare essere riuscito – manca ancora la conferma ufficiale, ma il numero di firme raccolto dovrebbe mettere al riparo i promotori da sgradite sorprese – il popolo ticinese avrà la possibilità di dire la sua su un tema di grande importanza, sia politica che finanziaria.

Lorenzo Quadri

 

Si scusino i responsabili del beltrascandalo Argo1!

Altro che montare la panna sul fotomontaggio del tritacarne e pretendere scuse

 

Il consigliere di Stato PPD può anche lamentarsene; i kompagnuzzi con la morale a senso unico, invece, hanno perso l’ennesima occasione per tacere

“Ignobile vignetta”? “Violenza”? Uhhh, che pagüüüraaa! Qualcuno, in casa del PPD, ha perso il senso della realtà. Oppure, più probabilmente, si sta arrampicando sui vetri alla ricerca di diversivi per sviare l’attenzione dal beltrascandalo Argo1  in cui si trova invischiato fin sopra i capelli.
Il fotomontaggio del beltratritacarne pubblicato la scorsa domenica non è certo truculento (per volontà precisa; basta guardarlo per accorgersene). Non è neppure offensivo nei confronti di Beltraminelli: dire che “è finito nel tritacarne” è una semplice constatazione. Men che meno lo è nei confronti di familiari del Consigliere di Stato (chi li ha mai tirati in ballo?). Poi, che il diretto interessato non abbia apprezzato l’illustrazione, non sorprende. Lamentarsene è suo buon diritto. Ma tentare di montarci sopra un caso è francamente ridicolo. Anche se siamo a Carnevale.

Moralisti a senso unico

Semplicemente penose, per contro, le ipocrite dichiarazioni di beltrasolidarietà (?) di taluni kompagnuzzi: che tra l’altro sono stati i primi a chiedere che il direttore del DSS venisse dimezzato tramite amputazione della Divisione dell’azione sociale e delle famiglie (DASF) che include il settore dell’asilo. Per cui, di quale solidarietà andate blaterando?

Il calcolo che stava dietro a quella richiesta era fin troppo evidente: riportare la socialità – ed il lucrativo business dell’asilo – in mani ro$$e.

Questi kompagnuzzi con la  morale a senso unico, dunque, si scandalizzano per il beltratritacarne. Ma naturalmente non fanno un cip quando (tanto per fare un esempio) il portale Gas dei soldatini del P$, legato a doppio filo con la RSI, diffonde sistematicamente “fake news” denigratorie e addirittura si permette attacchi diffamatori sulla vita privata delle persone.  E non avevano nulla da eccepire nemmeno quando il defunto quindicinale il Diavolo, facente capo sempre agli stessi soldatini del P$, pubblicava prime pagine con Patrizia Pesenti alle prese con i sex toys, Marina Masoni con il fondoschiena denudato all’aria, i  due consiglieri di Stato leghisti seduti su una fotocopiatrice che “magicamente” trasforma l’immagine dei loro sederi in quella dei loro visi. Allora lì, i kompagnuzzi con la doppia morale… zitti come tombe! I loro galoppini si possono permettere di tutto e di più!

Chi deve scusarsi?

E’ un dato di fatto che la metafora del tritacarne viene usata da decenni in politica e nel giornalismo. Per indicare chi si trova esposto a polemiche e a critiche in arrivo da ogni parte, si dice che è “finito nel tritacarne”. E questa è, purtroppo per lui, l’attuale situazione del Consigliere di Stato PPD a seguito del rapporto Bertoli.
Al PPD va poi ricordato che il problema è il caso Argo1 e le relative responsabilità politiche. Responsabilità che stanno in casa del PPD, ed anche del PLR. Non certo il fotomontaggio del beltratritacarne!

Perfettamente in linea con il periodo carnascialesco, dunque, le richieste di scuse degli uregiatti.  Io stesso sono stato oggetto di articoli offensivi pubblicati sull’organo ufficiale del PPD “Popolo e libertà”: ma evidentemente non mi sogno di pretendere scuse, e nemmeno me le aspetto.
Per montare in cattedra a fare la predica agli altri occorre essere irreprensibili. Non è questo il caso del PPD. “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”: un principio che dovrebbe essere ben noto ai pipidini per via del “referente cristiano”. Ah già: ma nel frattempo il “referente cristiano” è stato sostituito col “referente multikulti”…

Non si intravvede quindi alcun motivo per pubbliche scuse (?) (e ancora meno per scuse della Lega, che non ha alcun ruolo nel fotomontaggio del beltratritacarne). Semmai a doversi scusare con i ticinesi è chi porta la responsabilità per il caso Argo1. A buon intenditor…

Lorenzo Quadri

 

Far entrare la Turchia nell’UE? Qualcuno sta dando i numeri!

Un motivo in più per disdire la devastante libera circolazione delle persone!

 

Proprio vero che non c’è limite al peggio: lo scorso fine settimana è giunto a Roma il presidente (?) turco Erdogan. Il quale ha avuto la bella idea di tornare a remenarla con l’adesione della Turchia all’Unione europea.

Qui qualcuno non ha capito da che parte sorge il sole.

Tanto per cominciare, si dà il caso che la Turchia sia lontana anni luce dall’UE e dall’Europa in generale! Grazie al “buon” Erdogan, infatti, il paese ha sterzato alla grande verso l’estremismo islamico. Ad inizio di quest’anno (del 2018; non del 1018…) sono pure state sdoganate le spose bambine di 9 anni.

Finanzia l’Islam radicale

Inoltre, non dimentichiamo che tra chi è indiziato (eufemismo) di finanziare moschee e centri culturali islamici che diffondono il radicalismo in Occidente – Svizzera compresa – c’è proprio il governo turco. Non a caso chi scrive ha presentato una mozione in Consiglio nazionale che chiede il divieto di finanziamenti esteri a moschee e centri culturali musulmani, oltre all’obbligo per questi istituti di fare trasparenza sui conti e, per gli imam, di predicare nella lingua locale (affinché tutti possano capire quello che dicono e affinché gli imam la imparino, la lingua del posto).

La mozione è stata approvata alla Camera del popolo a stretta maggioranza. Con la furente opposizione, ça va sans dire, della ministra del “Devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga. Chiaro: i piani antiradicalismo della Simonetta non servono ad un tubo. Si limitano a scaricare improbabili compiti sul groppone dei Comuni, naturalmente senza allocare le risorse finanziarie che servirebbero a svolgerli. Ma è chiaro: l’unico obiettivo dell’operazione è quello di lavarsi la coscienza. Di poter dire che, per combattere il dilagare dei jihadisti in Svizzera, “il Consiglio federale sta facendo”. Ed invece non sta facendo un tubo, in quanto le uniche proposte efficaci vengono respinte per partito preso, strillando al razzismo e alla discriminazione!  Intanto la Svizzera diventa il Paese del Bengodi per l’estremismo islamico, visto che abbiamo leggi a colabrado, tribunali buonisti-coglionisti, Ministri che pretendono di fare entrare tutti, ed in più  il nostro Stato sociale è scandalosamente generoso con gli immigrati non integrati; compresi i seguaci dell’Isis.

Se poi si pensa che la Ministra di Giustizia, la già citata kompagna Simonetta, è un’esponente del P$, cioè del partito che vuole rendere l’Islam religione ufficiale in Svizzera, ben si capisce che ci troviamo immersi nella palta fino al collo.

Scenari catastrofici

Del resto, che col ritornello del “razzismo e xenofobia” si ottiene ogni sorta di calata di braghe da parte degli occidentali imbesuiti dal politikamente korretto, l’ha ben capito lo stesso Erdogan (più furbo che bello). Che infatti nella sua visita a Roma l’ha immediatamente tirato in ballo…

A lasciare basiti è che da Bruxelles non sia giunto un njet perentorio all’aberrante ipotesi di adesione all’UE della Turchia, che di europeo non ha proprio niente e che anzi dell’Europa è nemico storico.

Immaginiamoci dunque, nella (per fortuna) fantascientifica ipotesi in cui la Turchia dovesse diventare Stato membro della DisUnione europea, quali sarebbero le conseguenze per gli svizzerotti: estensione della devastante libera circolazione delle persone ad Ankara! Frontiere spalancate ad un paese dove almeno il 98% della popolazione è musulmana (quanti i radicalizzati?)!

Visto che uno scenario del genere sarebbe a dir poco catastrofico, ecco un valido motivo in più per far saltare quanto prima la libera circolazione tra Svizzera e fallita UE! Sotto con le firme!

Lorenzo Quadri

La partitocrazia insiste: vuole svendere la Svizzera

Si riempie la bocca con i valori elvetici per il proprio tornaconto. Ma poi…

La casta si agita scompostamente contro la “criminale” iniziativa No Billag. Neanche da essa dipendesse l’esistenza della nazione. Ma i temi importanti sono altri. Ad esempio i rapporti con i balivi UE, argomento fondamentale per il futuro del nostro Paese. Lo scorso fine settimana il presidente nazionale uregiatto Gerhard Pfister è uscito allo scoperto. Secondo lui, la Svizzera dovrebbe adottare il diritto della fallita UE. In sostanza, il PPD ci viene a dire, come il P$, che dovremmo farci dettare le leggi (nel senso letterale del termine) da Bruxelles. Alla faccia della nostra sovranità e della nostra autonomia! E poi lo stesso PPD, naturalmente solo quando gli torna comodo, viene a raccontarci storielle sui valori svizzeri? Per fortuna!

Referendum a raffica?

Gli uregiatti, bontà loro, pensano di preservare la democrazia elvetica inserendo un’eccezione alla ripresa automatica del diritto comunitario. Vale a dire: la Svizzera adotta in linea di principio il diritto UE, a meno che i cittadini non lo rifiutino tramite un referendum. Trovata geniale, non c’è che dire. Il buon Pfister sa sicuramente che lanciare un referendum non è di sicuro una passeggiata. Per mandare in porto l’operazione ci vogliono soldi, ci vuole organizzazione, ci vuole lavoro. E chi sarebbe chiamato metterceli? Non certo la partitocrazia cameriera dell’UE, la quale mai si sognerebbe di raccogliere le firme per contrastare tramite referendum la volontà dei padroni di Bruxelles. Il compito quindi graverebbe tutto sul groppone sempre della solita area politica: quella dell’Udc-Lega, ovviamente. Che, altrettanto ovviamente,  non può certo permettersi (nessuno potrebbe) di lanciare referendum a raffica. Dovrebbe quindi concentrarsi solo su quelli più importanti, col fatale risultato di lasciar correre svariate cose. Così, pezzo dopo pezzo, il modello svizzero va a ramengo! Grazie partitocrazia! Ecco dunque chiarito, nel caso sussistessero ancora dei dubbi, da che parte sta il PPD: da quella di chi vuole svendere il nostro Pese all’UE.

Allo sbando

Il Consiglio federale dal canto suo, pare allo sbando. Al punto che, subito dopo la chiusura del Forum di Davos, il kompagno Alain Berset, presidente di turno della Confederella, ha dovuto riprendere i colleghi. Perché ognuno, sulla questione dei rapporti con la Disunione europea, faceva il proprio verso, ed i ministri si contraddicevano a vicenda. Ohibò: evidentemente qualcuno,  magari dopo aver parlato per una decina di secondi con Trump (massimo della conversazione: “Hi Donald, how are you?”) si è montato la testa e adesso s’immagina di essere importante; di poter pontificare.

Ma già la semplice circostanza che tutti si improvvisino ministri degli esteri, scavalcando senza problemi il buon KrankenCassis, dimostra che il peso specifico di quest’ultimo è ben scarso. Questo implica che non ci sarà nessun tasto reset nei rapporti con l’UE. Al massimo ci sarà il tasto “enter”: quello che serve per eseguire gli ordini in arrivo da Bruxelles

E il famoso regalo?

Da notare che da un po’ non si parla più dello scandaloso regalo di 1.3 miliardi che il Consiglio federale vorrebbe fare a Bruxelles senza uno straccio di motivo né di contropartita. Dopo l’ultimo sconcio ricatto degli eurofunzionarietti, che  – malgrado il regalo promesso – vorrebbero limitare l’equivalenza delle borse svizzere ad un anno, e questo per ottenere la sottoscrizione (appunto) dell’accordo quadro istituzionale,  da Berna era giunta una parvenza di retromarcia. Non risulta però che il tema sia stato ulteriormente affrontato. Non vorremmo quindi che l’improvviso “sussulto s’orgoglio” (chi si accontenta…) dei camerieri dell’UE fosse semplicemente stato uno specchietto per le allodole, volto ad accontentare il popolazzo. Il WEF sarebbe stato un forum interessante per chiarire alcune cosette; a partire proprio dall’annullamento dell’improponibile regalo. Ma non un cip si è udito in tal  senso. Se ne deduce che la calata di braghe continua. Per non sbagliare, dunque, tutti a firmare l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone. Avanti con lo Swissexit!

Lorenzo Quadri

 

A Berna un parlamento di maiali?

Caso “molestie”: come prendere a calci la propria (già traballante) reputazione

Il parlamento federale già non gode di grande reputazione di suo. Non è una sorpresa: la partitocrazia PLR-PPD-P$$ si è ormai specializzata nell’affossamento della volontà popolare sgradita.  Vedi la rottamazione del “maledetto voto” del 9 febbraio.

La reputazione della maggioranza parlamentare, ossia del triciclo PLR-PPD-P$$, è andata a ramengo esattamente un anno fa, con la decisione di rottamare il “maledetto voto” del 9 febbraio, sgradito ai camerieri dell’UE.

Visto che rendersi odiosi politicamente ancora non bastava, “bisognava” compiere lo stesso esercizio anche su altri livelli.

Yannick Buttet, vicepresidente del PPD nonché consigliere nazionale – uno di quelli che amano sciacquarsi la bocca con i “valori della famiglia” -, sposato con figli, si trova coinvolto in una squallida vicenda di stalking ai danni dell’ex amante (del suo stesso partito e pure lei sposata con figli). Inoltre, è accusato di molestie all’indirizzo di giornaliste e di colleghe deputate. E allora cosa succede? Succede che qualcuno coglie la palla al balzo.

Un’amministrazione federale che evidentemente non è a rischio di born out per il troppo lavoro, assieme a politicanti che godono nel gonfiare lo Stato come una rana con nuovi compiti, si inventa un’apposita “Delegazione amministrativa” (uella!). Con l’incarico di occuparsi delle molestie sessuali in parlamento. La Delegazione si mette subito al “lavoro” (si fa per dire). Prima iniziativa: distribuire a tutti i deputati un volantino in cui si spiega la differenza tra una molestia sessuale ed un flirt. Evidentemente si pensa che il livello dei deputati – che pure, se sono lì, una qualche esperienza di vita dovrebbero pur averla – sia quello di preadolescenti in tempesta ormonale e totalmente gnucchi. Senza questo indispensabile volantino, mai avrebbero capito che non si possono palpeggiare a piacimento colleghe, giornaliste, addette amministrative…

L’amministrazione si gonfia

Dai comportamenti indegni di un esponente del partito “della famiglia” si è fatto nascere un problema generalizzato. Che viene immediatamente preso a pretesto per inventarsi nuovi, grotteschi compiti statali. Così la macchina amministrativa si gonfia sempre di più. Perdinci, “bisogna agire”! Questi parlamentari sono tutti zozzoni! E le deputate, evidentemente cresciute nella bambagia, non sono in nessun caso in grado di respingere eventuali avance indesiderate senza l’intervento dello Stato-balia! Ecco la bella immagine che si dà delle Camere federali.

Figura di palta

Il parlamento, già screditatosi da solo grazie alle calate di braghe della maggioranza davanti all’UE, alla rinuncia integrale a difendere la Svizzera e le sue prerogative dall’assalto alla diligenza (non è politikamente korretto! E se poi ci accusano di “xenofobia”?), con la pantomima attorno al caso Buttet demolisce definitivamente i rimasugli di credibilità. Neanche le aule parlamentari fossero il salotto di casa Weinstein o della Villa Certosa di berlusconiana memoria. La stampa gossippara ci va a nozze. Qualche politicante in cerca di visibilità mediatica a buon mercato salta immediatamente sul carro. Ed è l’unico/a a guadagnarci. Le “istituzioni” rimediano invece l’ennesima figura di palta. Poi ci si chiede come mai la loro credibilità fa la fine del Titanic.

Lorenzo Quadri

Ristorni: ottanta milioni di prese per i fondelli!

Ma il Ticino continua imperterrito a versare: ringraziamo il triciclo PLR-PPD-P$!

 

Evviva, evviva! Queste notizie sì che sollevano il morale. Nei giorni scorsi si è tenuta a Luino l’annuale riunione bilaterale sull’imposizione fiscale dei frontalieri, per fare il punto (?) sui famosi accordi del 1974. Trattasi di riunioni assolutamente inutili. Delle vere prese per i fondelli, visto che l’atteggiamento del Belpaese è noto: incassare i ristorni che i ticinesotti fessi si ostinano a versare e  sbattersene alla grande degli impegni presi con la Confederella.  In prima linea proprio in ambito di frontalierato.

Gli esempi a questo proposito si sprecano. Vedi l’ultima visita a Lugano del ministro siculo Angelino Alfano. Il quale non ha perso l’occasione per raccontare un sacco di balle sulla “conclusione imminente” dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri. Naturalmente il Didier Burkhaltèèèr le balle in questione se le è bevute tutte, dalla prima all’ultima, per poi lanciarsi in accorati appelli all’amico Angelino. Nel giro di poche ore da Roma sono arrivate le smentite categoriche: il dossier frontalieri non è nemmeno sul tavolo del governo Gentiloni.

Ma per tornare all’inutile incontro annuale di Luino (aperitivi, “standing dinner”, degustazioni enogastronomiche), esso ci ha portato la lieta novella: i ristorni, che negli scorsi anni ammontavano a circa 60 milioni, sono lievitati ad 80.5 milioni. O gioia! O tripudio!

Fatto inspiegabile

La decisione del versamento come noto viene presa dal CdS ogni anno a fine giugno. Naturalmente gli svizzerotti corrono subito ad effettuare il pagamento. I vicini a sud intascano e ringraziano a suon di pesci siluro in faccia.

Rimane inspiegabile come si possa essere fessi al punto da perseverare nel versare i ristorni senza alcun motivo plausibile. Tanto più che la loro consistenza continua a lievitare. La cifra ci dà oltretutto una bella dimostrazione “plastica” delle proporzioni dell’invasione da sud.

Oltreconfine hanno capito

Qualche anno fa il Consiglio di Stato, prima di effettuare il versamento dei ristorni, aveva pubblicato una lunga presa di posizione in cui spiegava perché c’era tutta una sfilza di motivi per bloccare i ristorni ma ciononostante li pagava lo stesso. Dopodiché il versamento, per volontà del triciclo PLR-PPD-P$,  è sempre partito come una lettera alla posta. Figuriamoci: il citato triciclo cala le braghe perfino sul casellario giudiziale, che ha impedito a centinaia di delinquenti pericolosi di arrivare in Ticino. Credere che potrà avere gli attributi per  tornare a bloccare i ristorni è come credere a Babbo Natale. Eppure le vagonate di milioni in arrivo dal Ticino non vengono neppure impiegate dal Belpaese in modo conforme. Eppure, come ben si è visto, Roma ha fatto chiaramente capire che il famoso accordo sulla fiscalità dei frontalieri non verrà mai sottoscritto. E’ chiaro: Oltreconfine hanno ormai capito che gli svizzerotti si fanno sempre fare fessi, e se ne approfittano senza remore. D’altronde, perché dovrebbero averne, di remore? Tanto più che, dopo la calata di braghe del CdS  sul casellario giudiziale, avvenuta perché Bertoli, Beltra e Vitta hanno ubbidito agli ordini schiacciati da Berna,  i politicanti italici hanno la certezza di poter contare sull’appoggio dei camerieri dell’UE in Consiglio federale. Se il Ticino fa valere le proprie ragioni nei rapporti con lo Stivale, i sette si schierano puntualmente dalla parte dell’Italia. E non si creda che con KrankenCassis cambierà qualcosa nell’approccio bernese con i vicini a sud. La vicenda della Pro Tell, avvicinata dal neo consigliere federale italo-svizzero per opportunismo elettorale e scaricata in tempo di record alla prima critica, è un segnale chiaro.

Se i soldi non interessano…

Con 80,5 milioni di franchetti in più all’anno il Ticino un po’ di cose ne potrebbe fare. In particolare nell’ambito della promozione dell’occupazione dei residenti.

Del resto, il Belpaese non ne vuole sapere di firmare il famoso nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri, da cui guadagnerebbe centinaia di milioni all’anno (c’è chi dice 300, chi addirittura 600). Visto dunque che i milioni non interessano, la Penisola può tranquillamente fare a meno anche dei ristorni.

Lorenzo Quadri

 

 

Rottamazione del 9 febbraio: ci prendono pure per il lato B!

Anche il governo ticinese si accorge che il compromesso-ciofeca è un bidone

 

E la partitocrazia PLR-PPD-P$ vorrebbe fare lo stesso con “Prima i nostri”

Come volevasi dimostrare, il compromesso-ciofeca per non applicare il “maledetto voto” del 9 febbraio, e quindi per non applicare i contingenti e la preferenza indigena, si dimostra il bidone che è. Un articolo della Costituzione federale (il famoso 121 a) dai contenuti chiarissimi è stato trasformato, in nome dell’integralismo calabraghista nei confronti dei balivi UE, in un obbligo di annuncio agli URC dei posti di lavoro vacanti: che con quanto sta scritto a chiare lettere nella Carta fondamentale dello Stato c’entra come i cavoli a merenda.  Oltretutto l’obbligo d’annuncio è vincolato a condizioni impostate per far sì che non si realizzino. Un po’ come i requisiti fissati dal Consiglio federale per mandare l’esercito ai confini a fermare l’invasione di finti rifugiati. Da notare poi che l’obbligo di annuncio agli URC dei posti vacanti non comporta alcun ulteriore diritto per i disoccupati.

La presa per i fondelli

L’obbligo di annuncio scatta quando per un determinato settore professionale il tasso di disoccupazione supera il 5%. Questa è l’ennesima sconcia presa per i fondelli, e se ne è accorto anche il Consiglio di Stato ticinese che infatti in una recente presa di posizione rileva: “Se le diverse professioni vengono suddivise in maniera troppo dettagliata, difficilmente ci sarà un tasso (di disoccupazione, ndr) sufficientemente alto da poter introdurre il vincolo”. Beh, era proprio quello che volevano gli ideatori del compromesso-ciofeca…

Non solo: come noto i tassi di disoccupazione – che farebbero scattare l’obbligo d’annuncio – sono taroccati dai soldatini della SECO, l’organo di propaganda che ci costa 100 milioni di Fr all’anno per venirci a dire che sul mercato del lavoro ticinese in regime di devastante libera circolazione delle persone non c’è alcun problema: sono tutte balle populiste e razziste (o, per dirla con il buon Rico Maggi, sono “solo percezioni”).

Come i cavoli a merenda

Capita l’antifona? Non solo la preferenza indigena ed i contingenti all’immigrazione sono stati proditoriamente trasformati dalla partitocrazia “iscariota” PLR-PPD-P$$ in un obbligo d’annuncio che c’entra come i cavoli a merenda con quanto votato dal popolo; ma ci si  è pure impegnati per trovare dei trucchetti per  far sì che tale obbligo non scatti proprio! Chiaro che, dopo aver appreso dello scempio fatto sulla volontà popolare dai camerieri dell’UE, il presidente della Commissione europea Jean-Claude “Grappino” Juncker fosse in brodo di giuggiole.

Paghiamo pure il conto

Si ricorda inoltre che agli URC si possono iscrivere anche i frontalieri; mentre i disoccupati ticinesi di lunga durata, quelli che sono ormai finiti in assistenza, spesso non sono più iscritti. Sicché la misura decisa dalla partitocrazia triciclata (nel senso del triciclo PLR-PPD-P$$) finirà col favorire i frontalieri.

E poiché le prese per il lato B non finiscono mai, la stessa SECO ha quantificato il maggior onere degli URC per far fronte all’ipotetico obbligo d’annuncio (che con tutta probabilità non scatterà mai) in 270 posti di lavoro in più che naturalmente pagheranno i Cantoni: quindi i contribuenti cantonali, compresi i ticinesotti. Traduzione: dopo aver infinocchiato i cittadini su tutta la linea, gli presentano pure il conto. Ci manca solo di occupare i nuovi posti di lavoro agli URC con stranieri, poi il quadro è completo…

E i sindacati?

E’ assolutamente incomprensibile che i sindacati non protestino contro questa squallida farsa. Trattandosi, teoricamente, di esperti del mercato del lavoro, avrebbero dovuto essere i primi ad opporsi alla monumentale boiata scodellata dai politicanti bernesi. Invece, nisba! Ulteriore dimostrazione che a) i sindacati sono colonizzati da spalancatori di frontiere e b) che ai sindacati l’invasione da sud va benissimo, poiché anche i frontalieri si sindacalizzano e pagano le loro brave quote. E, come già noto ai tempi dell’antica Roma, “pecunia non olet”. I salari “manageriali” dei dirigenti sindacali in Audi A6 qualcuno li deve pur finanziare…

A quando un sindacato che faccia gli interessi dei lavoratori ticinesi?

Lorenzo Quadri

 

La presa per il lato B continua

Il Belpaese esige sempre di più dagli svizzerotti; ma quando si tratta di dare…

 

Ma guarda un po’! Ecco che la Guardia di Finanza italica torna all’attacco e pretende dagli svizzerotti informazioni sui titolari di 10mila conti presso il Credit Suisse,  per presunta evasione fiscale. Non ci vuole molta fantasia per immaginare che da parte elvetica “si” scatterà sull’attenti, mettendosi subito al servizio del padrone tricolore.

Eh già: i vicini a sud hanno ottenuto, senza alcuna contropartita, lo smantellamento del segreto bancario grazie all’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf. Adesso possono imperversare.

E quando è il turno degli italiani di fare la propria parte nei confronti della Svizzera? Lì la musica cambia; e in modo radicale. Gli svizzerotti vengono blanditi con salamelecchi e ringraziamenti, ma al momento in cui occorre venire al dunque e sottoscrivere degli impegni… zac! Infinocchiati! Per l’Italia, trattare con dei partner così gnucchi come i bernesi che vanno a Roma a parlare in inglese, dev’essere una vera goduria!

Non si avanza di un millimetro

I temi  sul tappeto li conosciamo. Sono sempre i soliti. E non avanzano di un millimetro: accesso al mercato italiano degli operatori finanziari svizzeri (doveroso, vista la calata di braghe sul segreto bancario), fiscalità dei frontalieri, trenini, depuratori, Alptransit, eccetera. Il bello è che, malgrado i politicanti nostrani i mezzi per richiamare all’ordine il Belpaese li avrebbero – ad esempio il blocco dei ristorni, o la disdetta unilaterale della Convenzione del 1974 sulla fiscalità dei frontalieri – non si sognano di usarli. Non sia mai! I vicini a Sud andrebbero immediatamente a frignare a Bruxelles. E solo all’idea di venire ripresi dai loro padroni UE, i nostri “governanti” vengono colti da gravissimi disordini intestinali. Non solo: in Ticino il triciclo PLR-PPD-P$ in Consiglio di Stato, invece di bloccare i ristorni, è riuscito a calare le braghe sul casellario giudiziale. Per togliere “l’ultimo ostacolo” (sic) alla firma del nuovo accordo fiscale sui frontalieri da parte dell’Italia. Una firma che, ormai l’ha capito anche il Gigi di Viganello, non arriverà mai. Ma evidentemente a qualcuno va bene così!

Regio inutile

L’andazzo di cui sopra viene confermato integralmente dall’ultimo incontro della Regio Insubrica, tenutosi venerdì. Il resoconto, così come pubblicato sui media, è a dir poco desolante. Ci si scambia informazioni, si sottolinea l’importanza dei buoni uffici, si “ricorda formalmente che”, e via cianciando. Solo aria ai denti!

Essendo manifesto che le Regioni nel Belpaese contano meno del due di picche, ed essendo altrettanto manifesto che chi invece, a Roma, ha facoltà di decidere sulle questioni italo-svizzere, ci prende per il lato B, la domanda è: per quale motivo bisognerebbe continuare a perdere tempo con la Regio Insubrica, visto che ciò non porta a nulla? La Regio è solo uno dei tanti pretesti per “condir via” gli svizzerotti. Serve a simulare una volontà di collaborazione che invece da parte italiana non esiste. Ma tanto il partner rossocrociato ci casca tutte le volte. E allora, perché cambiare una tattica che ha sempre dimostrato di funzionare?

Lorenzo Quadri

 

Nuova scandalosa marchetta della $inistra agli stranieri

Il deputato P$$ Wermuth: “albanese e serbo croato nuove lingue nazionali”. E l’arabo no?

 

Consiglio al buon Wermut: prima di inventarti nuove lingue nazionali farlocche, comincia ad imparare quelle attuali, visto che non le sai

E ti pareva! A $inistra sbroccano di nuovo. Naturalmente il mantra è sempre lo stesso: ovvero frontiere spalancate e multikulti.

A regalare l’ennesima scempiaggine, naturalmente poi ampliata dai portali online  che visto il periodo estivo e il conseguente manco di notizie non sanno più cosa inventarsi per aumentare i click (più visualizzazioni uguale miglior posizionamento sul mercato pubblicitario), è ancora una volta tale consigliere nazionale P$$ Cedric Wermuth, simpatico come un cactus nelle mutande.

Costui, ex presidente della Gioventù Socialista (GISO: è quella che organizza le marce-flop contro le guardie di confine, quindi contro dei lavoratori, ed a sostegno degli immigrati clandestini e di conseguenza dei passatori e dell’Isis) già la scorsa settimana se ne era uscito a blaterare di introduzione in Svizzera del cosiddetto “ius soli”. Traduzione: chi nasce in nel nostro paese ottiene automaticamente la cittadinanza elvetica.

L’obiettivo che i kompagnuzzi perseguono con questa proposta è evidente: naturalizzare a tutto spiano ed in massa persone non integrate, che magari odiano e disprezzano la Svizzera e gli svizzeri (ma certamente non le prestazioni sociali pagate dal contribuente; quelle, invece, “piacciono” eccome). Intento partitico: tamponare l’emorragia di elettori P$$ con neo-svizzeri non integrati, così da poter portare avanti un programma politico che è contro la Svizzera e gli Svizzeri. Perché ormai la sigla PSS questo sta a significare: Partito contro la Svizzera e contro gli Svizzeri.

Nuove lingue nazionali

L’ultima sbroccata rossa  è dunque la seguente: il citato Wermuth dichiara che bisogna rendere lingue nazionali anche l’albanese ed il serbo-croato.

E’ evidente che non si tratta solo di una opinione personale del  Cedric, che conta come il due di briscola, ma  di una posizione condivisa all’interno del partito nazionale. Il quale infatti, ma tu guarda i casi della vita, ben si guarda dal distanziarsene ufficialmente.

A parte che una simile esternazione denota una clamorosa ignoranza della storia del nostro paese – ma è notorio che i kompagni se ne fregano della Svizzera, non per nulla in Ticino sono istericamente contrari all’insegnamento della civica – i conti non tornano. Wermuth, perché solo l’albanese ed il serbo croato? E l’arabo dove lo lasci? Ed il tigrino, ovvero la lingua dei finti rifugiati eritrei che voi kompagnuzzi volete “fare entrare tutti”? Non sarà che la gauche-caviar discrimina, vero?

Oltretutto, con questa ennesima marchetta agli stranieri, non gli si rende nemmeno un gran servizio, poiché sembra che la rivendicazione delle nuove lingue nazionali venga da loro.

La linea

Le sbroccate del deputatucolo Wermuth, malgrado come detto il peso politico di costui sia paragonabile a quello della sua collega Addolorata Marra di Botrugno (Puglia), ovvero tendente a zero, ben illustrano quali siano i programmi della $inistruccia rossocrociata; quella che se ne frega degli svizzeri e si preoccupa solo degli stranieri, a cominciare dai finti rifugiati. Visto poi che Wermuth è relativamente giovane, è verosimile immaginare che l’evoluzione, o piuttosto l’involuzione, del partito andrà nella direzione da lui indicata.

In sintesi

Ecco dunque riassunti i punti salienti del programma della $inistra (anti)svizzera:

– naturalizzare tutti;
– albanese e serbo croato, e magari prossimamente anche l’arabo, come nuove lingue nazionali;

– islam religione ufficiale;

– accogliere e mantenere tutti i finti rifugiati con lo smartphone (vedi marcia-flop dello scorso sabato);

– aumentare le tasse per finanziare l’accoglienza a tutti i migranti economici, e di conseguenza l’industria sociale ro$$a che vi ruota attorno;

– adesione e sottomissione integrale all’UE (Svizzera colonia di Bruxelles);
– nessuna espulsione di criminali d’importazione: ci teniamo in casa tutti i delinquenti stranieri, jihadisti compresi;

– in nome del multikulti, introduzione in Svizzera di leggi speciali per i musulmani.

Il mistero

Il mistero è come sia possibile che qualcuno voti ancora un partito con idee del genere. Che può piacere solo ai neo-svizzeri non integrati. Ecco perché i compagni vogliono naturalizzare tutti: in caso contrario, la cabina telefonica come sala per le riunioni plenarie diventa addirittura troppo spaziosa.

Ci sono paesi in cui nascono dei partiti islamisti. Da noi non serve: c’è già il P$$.

PS: suggerimento al “buon” Wermuth: invece di inventarti nuove lingue nazionali farlocche, comincia ad imparare quelle attuali, visto che non le sai.

 

Lorenzo Quadri

Ma la $inistra pretende le naturalizzazioni di massa!

Gli esperti confermano: molti stranieri nati in Svizzera non sono affatto integrati

 

Come se l’immigrazione incontrollata ed il fallimentare multikulti non avessero già fatto abbastanza disastri, la gauche-caviar vorrebbe introdurre pure lo “ius soli”. Ma col piffero!

 

Si può vivere in Svizzera, anche da molto tempo, senza essere minimamente integrati. Gli esempi a questo proposito si sprecano. Il padre 48enne di origine turca, residente a Basilea città, condannato per aver costretto entrambe le figlie a matrimoni forzati,  abitava nel nostro Paese da trent’anni.  I due studenti che non davano la mano alla docente perché donna, erano addirittura in predicato di diventare cittadini elvetici.

Grazie al fallimentare multikulti, è senz’altro possibile per un immigrato proveniente da “altre culture” risiedere in Svizzera per anni ed anni ma continuare a vivere secondo le regole e la mentalità del suo paese d’origine. Per questi migranti che rifiutano di integrarsi, la Svizzera è solo una mucca da mungere. Nei suoi confronti non sentono alcun legame. Sono da noi solo perché gli conviene. Magari nei confronti del nostro paese e dei suoi abitanti nutrono disprezzo ed avversione.

Altro che “razzisti”!

Alla faccia delle fregnacce dei moralisti a senso unico che istericamente strillano alla Svizzera “chiusa e xenofoba” contrapponendola ai paesi scandinavi “aperti e progressisti”, solo pochi giorni fa è stata pubblicata la classifica dei migliori Stati al mondo dove immigrare. Ne emerge, ma tu guarda i casi della vita, che la Svezia è sì al primo posto, seguita dal Canada. Ma poi arrivano, in quest’ordine, Svizzera, Australia e Germania. Ennesima conferma che gli spalancatori di frontiere che cercano di ricattarci e di criminalizzarci  blaterando accuse di chiusura e xenofobia, possono venire tranquillamente mandati a Baggio a suonare l’organo.

Un paese attrattivo per gli immigrati lo è anche per quelli che non si sognano di integrarsi. E la mancata integrazione causata dal fallimentare multikulti comincia ora a presentarci il conto. In Europa i jihadisti sono spesso e volentieri giovani di cosiddetta terza generazione. Ossia, proprio quelle persone che in Svizzera da qualche tempo beneficiano della naturalizzazione quasi automatica. Per questa fantastica novità possiamo ringraziare, naturalmente, la $inistra. Ma anche i pavidi partiti del cosiddetto centro che, terrorizzati dall’etichetta di razzisti e xenofobi, si fanno ricattare dagli spalancatori di frontiere, e li seguono.

Jihadisti nati in Svizzera

Di recente Paul Roullier, esperto elvetico di terrorismo a Ginevra, ha sottolineato come in Svizzera i miliziani dell’Isis sono in buona parte  persone nate nel nostro paese o che comunque ci vivono da tanti anni. In Svizzera, ha dichiarato l’esperto, si sta creando un vivaio jihadista “endogeno”. A conferma dunque che l’essere nato qui è tutt’altro che garanzia di integrazione. Quest’ultima deve infatti essere verificata caso per caso.

E cosa fanno i kompagni spalancatori di frontiere davanti questa realtà? Semplicemente, non la considerano. Sicché, non ancora contenti del regime di immigrazione incontrollata, non ancora contenti di aver reso pressoché automatica la naturalizzazione degli stranieri di cosiddetta terza generazione, adesso vorrebbero addirittura lo “ius soli”. Ossia vorrebbero che lo straniero che nasce nel nostro Paese diventasse automaticamente svizzero. Quindi svariati seguaci dell’Isis, in conseguenza di cotanta geniale pensata, acquisirebbero il passaporto rosso. Lo stesso varrebbe, senza andare a prendere esempi così estremi, per tanti immigrati non integrati.

Ecco quindi che ancora una volta la $inistra al caviale dimostra di voler ridurre il passaporto svizzero ad un pezzo di carta privo di qualsiasi valore. Un documento da regalare a chiunque senza porre alcuna condizione.  Chi lo ottiene non se lo deve meritare. Lo riceve senza far nulla.

Stop doppi passaporti

Gli islamisti che beneficerebbero di simili “naturalizzazioni di massa” chiaramente prima o poi tenteranno – con la complicità dei multikulti – di imporre in casa nostra loro regole, riprese al Corano. Il che equivarrebbe a fare tabula rasa di secoli di battaglie per la libertà e per i diritti civili.  Quindi, “ius soli” un piffero. La verifica dell’integrazione prima della concessione del passaporto rosso deve al contrario diventare ancora più approfondita. Perché adesso, per paura delle campagne d’odio della $inistra spalancatrice di frontiere, troppo spesso si naturalizza con leggerezza; “per non avere storie”.

Proprio in ragione della presenza di numerosi stranieri non integrati le naturalizzazioni devono diventare più selettive.

Ed è anche tempo che gli aspiranti cittadini svizzeri siano chiamati a scegliere: o il passaporto rossocrociato o quello del paese d’origine. Ma tutte due – per poter estrarre il documento più conveniente a seconda della circostanza – no. Chi invece davvero non se la sente di abbandonare il passaporto originario, evidentemente non è pronto per diventare svizzero.

Lorenzo Quadri

Gli “haters” si combattono a 360 gradi, sennò è ipocrisia

Segnalazione al ministero pubblico di commenti sul decesso di una giovane eritrea

Che i “social” siano diventati degli sfogatoi dove c’è chi si lascia andare senza remore ai più bassi istinti è innegabile. Questo non vale solo per il solito facebook. Vale anche per certi blog che i portali accodano alle notizie immaginando di incrementare le visualizzazioni (più click uguale maggiore spendibilità sul mercato pubblicitario).

Di recente è partita la segnalazione al ministero pubblico, sottoscritta pare da quaranta persone, per alcuni commenti improponibili pubblicati su facebook a seguito della notizia della tragica morte di una giovane mamma eritrea “caduta” dal balcone a Bellinzona.

Intenti poco lineari

Se gli scritti hanno rilevanza penale è giusto che intervenga il ministero pubblico: è il suo lavoro.

Assai meno lineari appaiono tuttavia gli intenti dei denuncianti, così come indicati nelle loro dichiarazioni. Ed ai quali, ma guarda un po’, la R$I ha dato ampio spazio già domenica scorsa. Un’amplificazione che puzza di bruciato.

Infatti tutto ruota non già attorno agli “haters” – i quali non hanno colore politico, o meglio sono equamente distribuiti in tutte le aree politiche – bensì al solito trito ritornello “xeonfobia discriminazione razzismo”. Come dire: ogni sbroccata è lecita; noi (denuncianti e dintorni) ci indigniamo solo quando ciò è funzionale al lancio di accuse di razzismo. Ed infatti i cosiddetti antirazzisti sono poi i primi a riversare insulti ed odio su chi osa pensarla diversamente da loro a proposito di immigrazione. Ma, per qualche strano motivo, le campagne d’odio della $inistra non turbano alcun benpensante.

Si tenta l’autocensura

Inoltre e soprattutto: “Avevamo il desiderio di dare un messaggio forte non solo agli autori dei commenti, ma anche ai politici che devono abbassare i toni, altrimenti tutti si sentono legittimati a dire qualsiasi cosa”. Così argomentano gli anonimi (sic!) denuncianti. Questa motivazione fa acqua da tutte le parti. Ma ben chiarisce sia la provenienza della denuncia – ambienti spalancatori di frontiere multikulti – che  la sua finalità: criminalizzare non solo le esternazioni che costituiscono effettivamente reato, e che quindi vanno giustamente sanzionate, ma anche quelle affermazioni legittime (dei politici) che non piacciono alla gauche caviar. Il trucchetto è sempre il solito: si punta sul ricatto morale per imporre l’autocensura delle posizioni  contrarie alle frontiere spalancate e al multikulti. Perché certe cose scomode non si possono dire. Anzi, non si possono nemmeno pensare. Vige il regime del pensiero unico!

Chi dovrebbe “abbassare i toni”?

E’ infatti evidente che i politici che, secondo i promotori della segnalazione al Ministero pubblico, dovrebbero “abbassare i toni”, non sono mica quelli che strillano al “devono entrare tutti”, che insultano e denigrano chi ha posizioni diverse,  che manifestano contro le Guardie di confine. Nossignori. Del resto, contro gli “haters” di $inistra, i moralisti a senso unico di denuncie non si sognano di presentarne.

A dover abbassare i toni è sempre una parte sola. La solita. L’odiata “destra”.   

Tramite segnalazioni alla magistratura si vorrebbe indurre al silenzio chi (ad esempio) sottolinea che il tasso di delinquenza tra gli asilanti è un multiplo di quello dei residenti; chi rileva che i giovanotti con lo smartphone che premono ai nostri confini non sono affatto profughi bisognosi di protezione secondo la legge sull’asilo, bensì immigrati clandestini e magari pure aderenti all’islam radicale; chi fa notare che oltre l’80% degli asilanti ammessi in Svizzera è a carico dell’assistenza; chi osserva che essi ricevono, dallo Stato sociale elvetico, più di tanti anziani con la sola AVS . Eccetera eccetera.

Chi ha voluto e tollerato situazioni di questo tipo, perché “devono entrare tutti”, porta anche la responsabilità per le reazioni di rifiuto che esse provocano nella popolazione.

Responsabilità indivuale

Inoltre, anche se a $inistra ci sono un po’ di difficoltà nell’assimilare certi concetti, nel nostro paese esiste ancora la responsabilità individuale. Questo vuol dire che ciascuno – e non degli indefiniti “politici” – porta personalmente la responsabilità per i commenti che pubblica in rete.

La libertà d’espressione, cari signori e signore denuncianti, vale per tutte le posizioni. Non solo per le vostre o per quelle che piacciono a voi. E vale nei limiti posti dalla legge. Non in quelli che i moralisti a senso unico vorrebbero inventarsi a proprio vantaggio. Prendetene finalmente atto.

RSI fuori posto

Del tutto fuori posto, poi, l’intervista anonima del radiogiornale RSI ad una promotrice della denuncia. L’anonimato è stato  giustificato con motivi di sicurezza personale; neanche si trattasse di una pentita della ‘ndrangheta!

Qui qualcuno sta perdendo la bussola. Che la RSI si presti a  simili giochetti, il cui unico obiettivo è veicolare il messaggio, falso, che i ticinesi sarebbero non solo razzisti, ma pure pericolosi nei confronti di chi afferma di combattere il razzismo, è l’ennesima violazione del mandato di servizio pubblico ad opera dell’emittente di regime. Un motivo in più per votare l’iniziativa No Billag.

Care signore e signori denuncianti, combattere gli “haters” e le “affermazioni ignobili” è cosa buona e giusta. Ma va fatto a 360 gradi. Altrimenti è solo ipocrisia.

Lorenzo Quadri

Ministri del triciclo PLR-PPD-P$: sono allocchi o in malafede?

E’ chiaro che l’Italia non ha alcuna intenzione di ratificare l’accordo sui frontalieri

Davanti alla decisione dei Consiglieri di Stato del triciclo spalancatore di frontiere PLR-PPD-P$ – ovvero Vitta, Beltraminelli e Bertoli – di revocare, contro la volontà dei colleghi leghisti Gobbi e Zali, la richiesta del casellario giudiziale prima della concessione di un permesso B o G, ci si può solo incazzare. Delusione ed incazzatura sono  infatti i sentimenti che pervadono la grande maggioranza della popolazione ticinese. E ce n’è ben donde.

Pretesti-fregnaccia

La revoca del casellario costituisce tradimento multiplo. Tradimento dei cittadini (il casellario è stato sostenuto da una petizione con oltre 12mila firme ed era universalmente approvato), del Gran consiglio (che a sostegno della misura ha inoltrato a Berna ben due iniziative cantonali) e anche della maggioranza della Deputazione ticinese a Berna, che ha sempre difeso con convinzione il casellario, ottenendo ampi consensi.

La richiesta del casellario è una misura ovvia, efficace e ragionevole di sicurezza interna, peraltro capita ed accettata anche dai frontalieri. Gli unici a contestarla sono i politicanti italici. E non per la misura in sé. Ma perché sono in cerca di pretesti-fregnaccia per non ratificare il nuovo accordo con la Svizzera che prevede importanti aggravi fiscali per i frontalieri (ovviamente non si sa da quando).

Il Belpaese non ratificherà mai

E’ chiaro che la rinuncia al casellario non porterà assolutamente a nulla. Dalla Penisola sono arrivati segnali chiarissimi in questo senso. I vicini a sud adesso dicono che l’eliminazione del casellario “non basta” e pretendono, per l’approvazione dei nuovi accordi sui frontalieri, nuove deliranti concessioni. E’ così dimostrato che il casellario era solo una scusa. Oramai l’ha capito anche quello che mena il gesso: l’Italia non ratificherà mai i nuovi accordi sui frontalieri. Né prima delle elezioni e nemmeno dopo. Ha sempre trovato pretesti per non fare i compiti; e sempre li troverà. I nostri polli li conosciamo da un pezzo.

Il precedente

La giustificazione addotta  dal terzetto governativo per lo scellerato tradimento, ossia “rottamando il casellario porteremo a casa l’accordo sui frontalieri”, è una barzelletta. Per partorire una scusa del genere bisogna essere o gnucchi o in malafede. La stessa fregnaccia della “conclusione imminente” l’abbiamo sentita esattamente tre anni fa. Allora il tema era la rinuncia al  blocco dei ristorni. L’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf ed il suo tirapiedi De Watteville promisero che, in cambio del regolare versamento dei ristorni, entro pochi mesi la nuova tassazione dei frontalieri sarebbe diventata realtà. E avevano pure promesso misure unilaterali (sic!) contro il Belpaese in caso di inadempienza! Naturalmente non si è visto nulla…

In simili condizioni, nemmeno il Gigi di Viganello può seriamente credere che la rinuncia al casellario porterà dei risultati. Già è poco plausibile che ad una favola del genere credano gli sveltoni bernesi, quelli che vanno a Roma a trattare in inglese e vengono sistematicamente infinocchiati. Ma che a bersela siano dei ministri ticinesi, che l’Italia dovrebbero conoscerla meglio degli altri, fa sorgere interrogativi allarmanti.

I camerieri dell’UE

A volere fortemente la fine del casellario sono i camerieri bernesi dell’UE. Vari Consiglieri federali – a partire dalla ministra del “devono entrare tutti” kompagna Sommaruga – hanno tentato a più riprese di esercitare pressioni sui deputati ticinesi affinché questi ultimi ottenessero la revoca del casellario. Le pressioni non sono mai andate a buon fine. Sicché i Consiglieri federali di PLR, PPD e P$$ hanno pensato bene di far andare i telefoni, chiamando direttamente i loro soldatini nel governicchio ticinese. E i soldatini, scandalosamente, hanno marciato.

Credibilità a ramengo

A ciò si aggiunge che l’indegno voltafaccia sul casellario sputtana il Ticino sia verso nord che verso sud.

Verso sud: si conferma la tesi che basta fare la voce grossa ed i ticinesotti fessi calano le braghe. La pressione su chi si dimostra debole è destinata ad aumentare. “Chi si fa pecora, il lupo lo mangia”: lo sapevano già i nostri vecchi.

Verso nord: è evidente che, con un simile precedente, quando il Ticino avanzerà specifiche richieste a Berna, nessuno vi darà più alcun peso: tanto poi arriverà il dietrofront.

Altro che gli odiati populisti: a demolire la credibilità del nostro Cantone a livello nazionale ed internazionale è il triciclo PLR-PPD-P$ con le sue giravolte. C’è da sperare che alle prossime elezioni i cittadini di questo sempre meno ridente Cantone sapranno “premiare” a dovere chi ci svende.

L’ultima chance

Poiché le reazioni italiane alla caduta del casellario dimostrano che essa non porterà affatto alla ratifica dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri, la maggioranza del Consiglio di Stato ha un’ultima chance per rimediare all’immonda cappellata di mercoledì. La prossima seduta decida: 1) il ripristino immediato del casellario e 2) il blocco dei ristorni dei frontalieri.

Lorenzo Quadri

In Ticino nuova impennata!

Esplode ancora il numero dei frontalieri: ma come, non erano solo “percezioni”?

 

Ma come, non erano solo “percezioni”? Ed invece, ma tu guarda i casi della vita, il numero di frontalieri è di nuovo esploso in Ticino. E solo in Ticino. Le cifre parlano chiaro. E, per l’ennesima volta, asfaltano l’IRE, Rico Maggi e gli studi farlocchi realizzati da ricercatori frontalieri (che sicuramente dispongono di “profili” che da noi non si trovano, come no).

Ennesimo record

Come abbiamo letto nei giorni scorsi, è stato infranto un nuovo record negativo: l’ennesimo. A fine marzo 2017 i frontalieri attivi in questo sempre meno ridente Cantone erano 64’670: siamo quindi a quota 65mila. L’aumento è stato dello 0,5% rispetto alla fine del 2016 e addirittura del 3.6% rispetto al primo trimestre dell’anno scorso.

Su base nazionale, invece, da gennaio a marzo i frontalieri sono calati dello 0,2%. Mentre rispetto al primo trimestre del 2016 l’aumento a livello svizzero è stato “solo” del 2.8% – quindi chiaramente inferiore a quello in Ticino. Ma naturalmente a sud delle Alpi non esiste né sostituzione né dumping salariale: sono solo balle populiste e razziste.

Va da sé che i 65mila frontalieri sono solo quelli dichiarati, ufficiali. In tale cifra, per quanto enorme, non figura, ovviamente, chi lavora in nero. E non facciamo finta di credere che il problema non esista. Rendiamo “grazie” alla politica delle frontiere spalancate ed alla conseguente perdita di controllo sul territorio!

Terziario devastato

Ancora una volta, il boom di frontalieri si registra in prima linea nel settore terziario, dove si è passati dai 38’122 del primo trimestre 2016 ai 40’206 del primo trimestre 2017. 2100 in più: quindi un aumento di oltre il 5.5%. Del resto i frontalieri nel terziario sono quadruplicati con la devastante libera circolazione delle persone. Sicché l’impennata procede allegramente proprio in quelle professioni dove non c’è alcuna carenza di manodopera ticinese. Questo ha, evidentemente, delle conseguenze disastrose sul mercato del lavoro.

Ingegneri e architetti

Da notare che tra le professioni in cui il numero dei frontalieri  è maggiormente aumentato nell’ultimo anno ci sono quelle di ingegnere ed architetto. Ed è proprio in quest’ambito che ad inizio marzo si è appreso dell’ennesimo scandalo provocato dalla libera circolazione: architetti pagati 6 fr all’ora, ovvero circa 1000 Fr al mese. Chi sono i datori di lavoro che in Ticino praticano condizioni salariali del genere? Naturalmente, i soliti furbetti dell’italico quartierino che hanno trovato nel nostro Cantone “ul signur indurmentàa”. Ma tanto gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente.

Altro ramo che ha conosciuto un’impennata: informazione e comunicazione. Uella, vuoi vedere che la facoltà di scienze della comunicazione serve a formare in Ticino studenti frontalieri che poi diventeranno lavoratori frontalieri?

E poi hanno ancora il coraggio, al di là della ramina, di accusare i ticinesi di razzismo nei confronti degli italiani? Se razzismo ci fosse, i frontalieri dovrebbero semmai diminuire. Invece crescono a ritmo esponenziale. I moralisti a senso unico non hanno nulla da dire sul tema?

I sabotatori

Il colmo è che, davanti a cifre – dell’Ufficio federale di statistica, non della Lega populista e razzista! – che si fanno sempre più allucinanti, i partiti $torici hanno ancora il coraggio di sabotare “Prima i nostri”. I kompagni spalancatori di frontiere, ad esempio, proprio in occasione del primo maggio hanno di nuovo strillato il proprio scandalizzato “no” alla preferenza indigena: perché in Ticino “devono entrare tutti”. $inistruccia e grande capitale a manina nel difendere a spada tratta la devastante libera circolazione delle persone!

E lo statuto speciale?

Le statistiche sui frontalieri divulgate nei giorni scorsi provengono dall’Ufficio federale di statistica. Si tratta quindi di numeri della Confederella. Domanda da un milione: come mai l’autorità federale, davanti a cifre allarmanti pubblicate dai suoi stessi servizi, non prevede delle misure speciali per tutelare il mercato del lavoro ticinese? Ah già: i vicini a sud non sarebbero contenti, visto che il Ticino è diventato terra di conquista per tutto lo stivale (mica solo per le fasce di confine). Inoltre qualcuno potrebbe starnazzare al “proibizionismo”. E, si sa, la priorità assoluta dei sette scienziati e della diplomazia eurolecchina è “andare d’accordo”.

Lorenzo Quadri

 

Far entrare e mantenere tutti? Sommaruga: “un valore”

I giovani socialisti vogliono abbattere le frontiere e la loro Consigliera federale…

 

Ma guarda un po’: alla loro ultima assemblea annuale i fenomeni di gioventù socialista hanno dichiarato, prevedibilmente, di voler abbattere le frontiere. Perché in Svizzera “devono entrare tutti”. Poi chi paga il conto, anche finanziario, di una simile politica deleteria, non è certo un problema di gioventù socialista, i cui esponenti hanno spesso e volentieri i piedi al caldo grazie a papà.

Non ancora contenti, i kompagnuzzi vorrebbero anche stuprare il diritto d’asilo. Lo scopo del diritto d’asilo  è protezione; loro vogliono trasformarlo in un diritto all’immigrazione incontrollata. Vogliono istituzionalizzare e sdoganare la figura dei migranti economici. Non la persecuzione, non la guerra, ma la povertà deve essere criterio per richiedere (ed ottenere) l’asilo, secondo la gioventù comunista. Ma bravi, complimenti: sicché secondo costoro gli svizzerotti dovrebbero portarsi in casa e mantenere mezza Africa.

Se questi signori costituiscono il futuro del P$ (Partito degli Stranieri), la cabina telefonica come sala per le riunioni plenarie non è più nemmeno un’ipotesi, bensì una certezza. Si suggerisce di sceglierne una nei pressi di un centro d’accoglienza per finti rifugiati con lo smartphone, visto che è unicamente nell’ interesse di questi ultimi, e contro quello dei cittadini svizzeri, che “il futuro del P$” fa politica. Il fatto che si tratti di “giovani” socialisti non può bastare a giustificare ogni corbelleria.

“Discussione ricca di valori”

Ora, la posizione dei giovani socialisti, che vogliono semplicemente rottamare la Svizzera, non è neanche troppo sorprendente. A dire il vero, neppure ci interessa più di tanto. Speriamo semmai che serva ad aprire gli occhi a chi magari, per qualche strano motivo, accarezzava l’intenzione di votare P$.

A fare specie è invece che all’assemblea dei giovani $ocialisti c’era anche la Consigliera federale kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga. La quale è la responsabile per il dossier asilo. E la buona Simonetta mica ha preso le distanze dalle balordaggini dette dai giovani P$$. Anzi: secondo il suo illuminato parere, almeno così riportano le notizie d’agenzia, per la Consigliera federale “l’analisi fatta dai giovani del suo partito è una discussione ricca di valori”. Uella!

Capito il messaggio, svizzerotti chiusi e gretti? “Far entrare tutti”, per chi in Consiglio federale gestisce il dossier asilo, è “un valore”. E poi la kompagna Sommaruga, in occasione del referendum contro la nuova legge sull’asilo da lei fortemente voluta, e per la quale si sono mobilitati proprio gli spalancatori di frontiere, ha avuto il coraggio di spacciarla come una legge “restrittiva”. Ed infatti è così restrittiva che servirà alla Confederella a riempiere il Ticino (che ha la sfiga di confinare con l’Italia) di centri d’accoglienza per migranti economici, senza che nessuno possa mettersi efficacemente per traverso. Infatti  a decidere sulle opposizioni sarà  sempre il Dipartimento Sommaruga.

Mantenere invece di rimpatriare

Prendiamo quindi atto che la ministra del partito del “devono entrare tutti” vuole effettivamente “far entrare tutti”. E non solo fare entrare, ma vuole anche tenerli in Svizzera. Ha infatti dichiarato la kompagna Simonetta: “Una della priorità per l’anno in corso è quella di vigilare sull’integrazione dei profughi i quali devono trovare un lavoro, in quanto è proprio grazie al lavoro che si conferisce una stabilità, un senso all’esistenza, un’identità alla persona”.

Uella Sommaruga, ma cosa racconti? Proprio tu, fautrice della fallimentare libera circolazione delle persone che ha devastato il mercato del lavoro ticinese, di cui ti ostini oltretutto a pretendere l’applicazione pedissequa martellando il Cantone, ci vieni a dire che la priorità è creare posti di lavoro per i finti rifugiati? Ma non ci siamo proprio!

La vera priorità

Le possibilità di lavorare le devono avere i residenti. Questo significa che gli asilanti devono andare tutti in assistenza? No di certo: gli asilanti devono tornare al loro paese. Questa è la priorità in materia di asilo. Il rimpatrio. Non l’ “integrazione”. Che è solo un modo politikamente korrettissimo per sdoganare il “devono restare tutti”!

Le ammissioni provvisorie devono tornare ad essere tali. Ciò significa che i profughi, quelli che scappano effettivamente da una guerra, devono ritornare al loro paese una volta che la situazione si è pacificata. Oggi invece – come riconosceva anche il kompagno Rudolf Strahm, già presidente del P$$ – rimangono tutti in Svizzera. Naturalmente oltre l’80% di essi è in assistenza. Ma questo non vuol dire che bisogna trovargli dei posti di lavoro (che non ci sono neanche per i nostri giovani). Vuol dire che bisogna rimpatriarli.

I ticinesi contano meno dei rifugiati

I migranti economici, per contro, in Svizzera non ci devono proprio entrare, poiché sono immigrati clandestini e non rifugiati. Invece la kompagna Sommaruga vuole fare entrare e far rimanere tutti. E naturalmente si preoccupa di trovare loro un lavoro. Invece i ticinesotti possono tranquillamente continuare a venire soppiantati da frontalieri in casa propria “grazie” alla libera circolazione. E se non gli sta bene, come ebbe anche a dire il Beltradirettore del DSS, che emigrino. Perché “bisogna aprirsi”, che diamine! E perché la devastante libera circolazione delle persone è un dogma sacro che non si può assolutamente mettere in discussione.

Morale della favola: per la ministra del “devono entrare tutti”, e per il suo partito, i ticinesi contano meno dei finti rifugiati con lo smartphone. Prendere nota e ricordarsene alle prossime elezioni.

Lorenzo Quadri

Il referendum serve a legittimare il compromesso-ciofeca

9 febbraio: come volevasi dimostrare, la raccolta di firme è in realtà un bidone

 

Ma guarda un po’, prosegue il teatrino sul referendum farlocco lanciato dal kompagno Nenad Stojanovic (patrizio di Gandria) contro il compromesso-ciofeca sul 9 febbraio. Come detto più volte, visto che il compromesso-ciofeca ha effetto zero, anche il referendum che chiede di cancellarlo ha effetto zero. La sua finalità non può dunque essere quella di applicare la volontà popolare, che chiede la limitazione dell’immigrazione. Perché a questo proposito il referendum non fa avanzare di un millimetro. Le mire devono dunque essere ben diverse. Del resto il promotore della raccolta firme è uno di quelli che si dilettano a tacciare di beceri populisti e razzisti gli oppositori della libera circolazione delle persone. Non pare inoltre di ricordare di aver visto il buon Stojanovic, dopo il 9 febbraio 2014, salire sulle barricate per chiedere il rispetto della volontà popolare. Più probabile che, al pari del Consigliere di Stato del suo partito, fosse anch’egli iscritto al partito del “bisogna rifare il voto”.

Organizzazione

Oltretutto il kompagno Stojanovic, come ex gran consigliere e soprattutto come politologo, dovrebbe avere una seppur vaga idea di come funzionano i diritti popolari (anche, se come sappiamo, il P$ è ferocemente contrario all’insegnamento della civica nelle scuole, meglio insegnare la masturbazione). Dovrebbe dunque sapere che un referendum nazionale per riuscire necessita di 50mila firme da raccogliere in 100 giorni. Per portare a buon fine questa operazione, occorre una macchina organizzativa mica da ridere. Ci vogliono raccoglitori numerosi ed efficienti, presenti su tutto il territorio nazionale, e bisogna pure pagarli. Con una manciata di volontari che va in piazza nei ritagli di tempo, la débâcle è annuncia in partenza.

Il vero scopo

E’ inconcepibile che il promotore queste cose non le sapesse. Perché allora il referendum l’ha lanciato lo stesso? A fare chiarezza ci pensano le ultime dichiarazioni dello stesso Stojanovic a proposito del flop del suo referendum farlocco: “Se nemmeno un percento degli aventi diritto di voto – i 50’000 di un referendum – utilizza questa possibilità, ciò rappresenta una implicita affermazione politica”. Voilà!

Ecco dunque confermato quel che il Mattino ha scritto fin da subito a proposito del referendum: è stato lanciato non certo per rovesciare, bensì per legittimare il compromesso-ciofeca che affossa il 9 febbraio.

Il ragionamento è semplice: si lancia il referendum avendo già la certezza matematica che farà flop per poter poi dire: “ecco, populisti e razzisti, avete visto? Alla popolazione le frontiere spalancate e l’invasione da sud vanno benissimo”. L’inganno è manifesto. Dunque, fa specie che il PPD abbia abboccato all’amo. Neo-presidente in fregola di visibilità mediatica e bramoso di smarcarsi?  Del resto la nuova (?) linea del partito sembra proprio essere questa: mettersi in mostra con ogni pretesto per paura, in caso contrario, di sparire dai portali online  – e dalle schede elettorali.

Lorenzo Quadri