Nazismo: il silenzio ipocrita dei moralisti a senso unico

Manifesti contro la polizia affissi nella notte: i “soliti noti” tacciono omertosi

A Lugano compaiono dei volantini che paragonano la polizia cantonale ai nazisti. Ma stranamente nessuno tra quelli che starnazzavano per il caso del sergente autore di post balordi su facebook ha qualcosa da dire. Citus mutus. Chissà come mai, eh?

Ma guarda un po’. Nella notte tra venerdì e sabato in quel di Lugano sono “misteriosamente comparsi” dei manifesti con svastica in cui si accusa la polizia cantonale di essere nazista. Ne ha dato notizia ieri il portale Ticinonews (da cui proviene la foto).

Non si sa chi siano gli autori dell’ennesima genialata: Molinari? $inistrati? Si sa invece chi, di solito dedito allo starnazzamento moralista al massimo dei decibel, questa volta rimane più muto di una tomba etrusca.

Attendiamo infatti – e il Mago Otelma prevede che le attenderemo per un pezzo – le prese di posizione scandalizzate dell’inutile e manipolata Commissione federale contro il razzismo, dei moralisti a senso unico, della Federazione svizzera delle società israelite, della stampa di regime (a partire dal giornale di servizio dei radiko$ocialisti), della Pravda di Comano, e di tutti quelli che hanno montato la panna fino a trasformarla in burro (“operazione Floralp”) sul famoso (?) caso del sergente della polizia cantonale condannato per esternazioni balorde su facebook.

Ohibò, nei volantini contro la polizia cantonale i crimini del nazismo e le sue vittime vengono banalizzati in modo gravissimo. Come mai nessuno ha nulla da dire?
Ah già, ma qui non c’è la possibilità di spalare palta su qualche esponente leghista, per cui… silenzio sepolcrale! I solitamente logorroici galoppini di partito che sfruttano per obiettivi di campagna elettorale il mantra della “lotta contro il razzismo” (vedi anche il caso dei chierichetti di Chiasso) improvvisamente diventano come le tre scimmiette: non vedono, non sentono, non parlano!
Questi soggetti, peraltro, sono rimasti ipocritamente in silenzio anche davanti al caso del docente di Barbengo che ha paragonato la civica al nazismo. Da notare che costui, a quanto pare, continua a sbroccare su faccialibro facendo l’hater “eroicamente” nascosto dietro un profilo farlocco. Naturalmente il compagno direttore del DECS, sempre pronto a fare la morale via social agli odiati leghisti, al proposito non ha nulla da commentare. Chiaro: il docente è di sinistra e la sua gentil consorte si presta addirittura a fare da testimonial per il portale-foffa dei soldatini del P$ Gas (intestinale), quello specializzato in insulti gratuiti e bullismo: ragion per cui, l’è tüt a posct!
La presa per i fondelli continua!

Lorenzo Quadri

Il mondo che gira al contrario

Giura: invece di pensare al delinquente straniero, la polizia si preoccupa dei “post”

 

E’ il mondo che gira al contrario. Nei giorni scorsi alla stazione di Delémont un uomo di colore ha aggredito e picchiato, senza motivo apparente, un giovane che se ne stava tranquillo per i fatti suoi. Qualcuno ha ripreso la scena con l’immancabile smartphone (intervenire no, eh?) e il filmato è finito sui social network.

E lì, come prevedibile, ha suscitato vari commenti “sopra le righe”. Anche a sfondo razziale, viste le caratteristiche somatiche dell’aggressore. Riprovevole ma non sorprendente. Social e blog sono diventati dei veri sfogatoi, che spesso e volentieri degenerano in fogne a cielo aperto.

Tuttavia, e qui arriva il bello: la polizia cantonale giurassiana ha pubblicato sulla propria pagina di “faccialibro” (facebook) un comunicato dai toni minacciosi in cui condanna duramente… le espressioni razziste sui social!

Capita l’antifona? A preoccupare le forze dell’ordine non è che ci sia stata un’aggressione in stazione ai danni di un ragazzino che non stava facendo nulla di particolare. No! Lorsignori si preoccupano dei commenti razzisti sull’aggressore. Sono queste le priorità della polizia?

A noi, che siamo beceri populisti e xenofobi, pare proprio che le forze dell’ordine dovrebbero semmai pensare ad assicurare alla giustizia i delinquenti, invece di passare il tempo sui social a condannare i commenti ai danni, nota bene, non della vittima, bensì dell’autore straniero (finto rifugiato?) di un’aggressione!

Fulgido – ed ennesimo – esempio di morale a senso unico. Già, perché sugli insulti che i soldatini della $inistra partito dell’odio vomitano in abbondanza in rete su chi osa non pensarla come loro, nessun benpensante ha nulla da dire. Citus mutus! Va tutto bene! E di certo non si mobilita la polizia cantonale per minacciare gli isterici leoni da tastiera.

Tornando al caso di Delémont: se il Ministero pubblico giurassiano riterrà di perseguire penalmente gli autori di eventuali post razzisti, è affar suo. Ma che la polizia si preoccupi di assicurare alla giustizia i troppi delinquenti stranieri che ci siamo messi in casa con la scellerata politica delle frontiere spalancate, invece di difenderli dai post al loro indirizzo!

Del resto l’improvvida sortita su fb della polizia cantonale giurassiana, che chiaramente l’ha fatta fuori dal vaso, ha irritato vari utenti del social. “Incredibile: i nostri ragazzini vengono aggrediti da delinquenti stranieri e noi dovremmo starcene buoni come agnellini”, ha ad esempio commentato uno di loro.

Lorenzo Quadri

 

La santificazione del delinquente

I miracoli del buonismo-coglionismo ed il mondo che gira al contrario

E ti pareva! Si è concluso con una condanna per abuso di autorità e vie di fatto, con pena sospesa condizionalmente, il processo celebrato presso la Pretura penale di Bellinzona a due poliziotti della Cantonale accusati di aver malmenato nel 2015 un ladro rumeno durante una perquisizione in un garage di Camorino. L’ennesimo malvivente straniero “operativo” in Ticino era stato sorpreso in flagranza di reato, assieme ai due complici.

La vicenda è esemplare, in senso negativo, e la condanna pure. Si pretende infatti che, con delinquenti entrati nel nostro paese apposta per commettere reati, che vengono colti sul fatto e che magari sono pure pericolosi (non si può partire dal presupposto che non siano violenti) i poliziotti utilizzino i guanti. Neanche stessero trattando con dei lord inglesi incontrati per un tè al castello di Balmoral. La colpevolezza di chi delinque e viene colto sul fatto è manifesta. Il malvivente sa benissimo che, se viene scoperto nel bel mezzo dell’atto, non si può aspettare riverenze ed  inchini. Se non voleva rischiare di prendersi qualche sberla, non doveva scassinare. Stiamo parlando di delinquenti professionisti, non di verginelle! Ci piacerebbe poi sapere come sarebbe stato trattato il ladro rumeno se fosse stato beccato a rubare dalla polizia del suo paese. Altro che presunte “vie di fatto”…

Questa inversione dei ruoli decisa dal Pretore di Bellinzona con la condanna ai due poliziotti non ci sta bene proprio per niente. Il delinquente è il ladro. Non certo gli agenti che lo hanno assicurato alla giustizia con metodi forse un po’ energici. Visto che si parla solo di vie di fatto, e neppure di lesioni semplici, al momento del fermo (2015) non può certo essere successo chissà cosa. Al massimo saranno volati un paio di scappellotti. Ad uno scassinatore rumeno colto con le mani nel sacco. Mica ad un automobilista che ha lasciato scadere il posteggio…

Conseguenze perniciose

Questo garantismo ad oltranza, questo buonismo-coglionismo assolutamente malriposto, è pernicioso. Bene dunque ha fatto chi, come il granconsigliere Fabio Schnellmann, se ne è indignato pubblicamente. E’ pernicioso perché deborda nella santificazione del delinquente (il mondo che gira al contrario!) e lo è perché costituisce un pericoloso deterrente per chi – i poliziotti – ogni giorno rischia parecchio del proprio per garantire la sicurezza del paese e dei cittadini. Qualche tutore dell’ordine potrebbe anche chiedersi: “perché dovrei intervenire per fermare uno scassinatore se poi questo mi accusa di averlo malmenato e alla fine vengo condannato io? Molto meglio girarsi dall’altra parte e fingere di non aver visto nulla, per non avere guai giudiziari”. E’ infatti chiaro che per un agente una macchia sul casellario giudiziale non è cosa da poco. La sentenza contro i due poliziotti inibisce e mortifica i tutori dell’ordine, e quindi la legalità stessa, mentre ringalluzzisce i delinquenti. In particolare d’importazione. I quali hanno già imparato che in casa degli svizzerotti fessi basta strillare di essere stati malmenati dagli agenti per trasformarsi da delinquenti a vittime. Naturalmente potendo contare su difese d’ufficio coi fiocchi, pagate dal solito sfigato contribuente. Ci piacerebbe infatti sapere quanto ci è costata la difesa del ladro rumeno che sarebbe stato malmenato durante il fermo.  Ma va da sé che non lo sapremo mai.

Lorenzo Quadri

 

Dalla parte del poliziotto e del diritto a difendersi

Sangue a Brissago: come previsto, c’è chi tenta di voltare le carte in tavola

 

Appena una settimana fa a Brissago, in un edificio che alloggia asilanti, si è verificato un grave fatto di sangue. Una lite ha reso necessario l’intervento della polizia cantonale. Un agente arrivato sul posto, accompagnato da due richiedenti l’asilo, è stato aggredito da un terzo asilante, un cittadino dello Sri Lanka, armato di due (!) coltelli. Per difendere se stesso e gli altri due uomini, l’agente ha dovuto aprire il fuoco sull’aggressore, che è morto poco dopo.

Chi sfrutta l’occasione

Nei confronti del poliziotto, che di certo non si trova a vivere una situazione facile, sono giunti vari messaggi di solidarietà. Compresa quella del comandante della Cantonale Matteo Cocchi e del direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi. Per fortuna. Perché – come c’era da attendersi – qualcuno (i soliti noti) ha voluto mettere in discussione l’operato dell’agente. Sfruttando, oltretutto, il fatto che l’aggressore rimasto ucciso fosse un sedicente rifugiato (si spieghi infatti da quale guerra sarebbe in fuga un migrante dello Sri Lanka). E quindi vai con gli autoerotismi cerebrali sulla “proporzionalità dell’intervento”. Vai col “morto di polizia”, come titolava il Caffè della Peppina  a tutta prima pagina. Vai con le censure politikamente korrette  ai beceri razzisti che hanno osato esprimere solidarietà al poliziotto “senza sapere esattamente come sono andate le cose”.

Obiettivo dell’esercizio: sdoganare la teoria della polizia razzista di un Cantone razzista che apre il fuoco “in scioltezza” su un asilante, proprio perché  è un asilante.

Teorie patetiche

Queste tesi sono patetiche. Quello che si sa dei fatti di Brissago basta abbondantemente per schierarsi dalla parte del poliziotto. L’aggressore si è lanciato su di lui e sui due uomini che lo accompagnavano armato non di uno, ma di due coltelli. Cosa avrebbe dovuto fare l’agente, lasciare che lo srilankese accoltellasse tutti e tre? Magari ai soliti moralisti a senso unico andrebbe ricordato che il poliziotto ha sparato per proteggere, oltre a se stesso, altri due uomini. Pure loro, guarda caso, richiedenti l’asilo. Se l’agente non avesse reagito prontamente, è fin troppo facile prevedere cosa avrebbero strillato i multikulti: le forze dell’ordine stanno a guardare mentre due asilanti vengono accoltellati!

Obbligo di non difendersi?

Il diritto a respingere un’aggressione è un diritto naturale ed è anche garantito dalla legge (articoli 15 e 16 del Codice penale svizzero). Il buonismo-coglionismo-garantismo  imperante tenta però di imporre un obbligo morale di non difendersi. L’aggredito ha paura di farlo, perché sa bene che poi rischia di finire lui sul banco degli imputati, accusato di eccesso di legittima difesa. E sa altrettanto bene che in questo paese i criminali godono della massima tutela. A partire dagli avvocati pagati dal solito sfigato contribuente: il Cantone spende ogni anno una paccata di milioni per la difesa d’ufficio di delinquenti stranieri.

Regalo ai criminali

Poiché secondo i buonisti-coglionisti la legittima difesa non esiste dal momento che ogni forma di difesa è illegittima o comunque immorale, allora rendiamoci del tutto inermi. Facciamoci accoltellare, sparare, eccetera, senza reagire. Oltretutto, coltivando ed imponendo “de facto” questo tipo di mentalità, si fa l’ennesimo regalo ai delinquenti; come se non gliene avessimo già fatti in abbondanza. Deleghiamo in tutto e per tutto la nostra sicurezza alla polizia. Come se quest’ultima fosse onnipresente ed onnisciente. Come se ogni cittadino fosse accompagnato dalla culla alla tomba da un bodyguard. Magari qualcuno dovrebbe ricordarsi che la vittima di un’aggressione non di rado si trova da sola davanti al suo assalitore. La polizia non si materializza d’incanto al suo fianco per difenderla. Da sola deve decidere cosa fare. E deve deciderlo in un tempo infinitesimale. La polizia arriva semmai a crimine ormai commesso, per tentare di assicurare alla giustizia gli autori. Non prima.

Mettere in dubbio che un agente – o chiunque altro – sia legittimato a sparare ad un uomo che lo aggredisce armato di due coltelli significa negare il diritto a difendersi. Sfruttare il fatto che l’aggressore fosse un asilante per accusare più o meno velatamente di razzismo la polizia – e di conseguenza l’odiato leghista a capo del Dipartimento delle istituzioni – è di uno squallore che sconfina nel patetico.

Il CdS cade nel trappolone

Peccato però che lo stesso Consiglio di Stato cada poi a corpo morto nel trappolone del pensiero unico buonista-coglionista. Perché il messaggio con cui propone di respingere l’iniziativa popolare “Le vittime di aggressioni non devono pagare i costi di una legittima difesa” è un’autentica ciofeca “mainstream”. Una sfilza di banalità politikamente korrette il cui livello è  sotto il rasoterra. Ma su questo avremo modo di tornare nelle prossime settimane.

Lorenzo Quadri

Solidarietà all’agente

Asilante ucciso a Brissago

 

Nelle prime ore di sabato a Brissago è avvenuto un grave fatto di sangue. La polizia  cantonale è dovuta intervenire in un edificio che ospita migranti, dove era in corso una lite tra richiedenti l’asilo. Un asilante  38enne dello Sri Lanka (da quale guerra fuggiva?) si è scagliato sull’agente e su due richiedenti, armato di due coltelli (!), costringendo così il poliziotto ad aprire il fuoco per difendere se stesso e gli altri due uomini. L’aggressore è deceduto poco dopo a causa delle ferite riportate.

Il direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi ed il comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi hanno espresso solidarietà all’agente, spiegando che “non siamo nel Far West”: i poliziotti, oltre ad essere (evidentemente) addestrati all’uso delle armi, si devono attenere a delle precise procedure prima di premere il grilletto.

Legittima difesa

Quanto accaduto a Brissago è scioccante. Non siamo abituati a simili fatti e nemmeno vogliamo abituarci. Ma se si verificano, sappiamo chi ringraziare.  Vero signori del “devono entrare tutti”?

Il fatto di sangue dell’altra notte pone nuovamente il tema della legittima difesa. Chi viene aggredito, per evitare il peggio deve reagire rapidamente: nel giro di secondi o di frazioni di secondo. Non ha il tempo di procedere ad approfondite valutazioni della situazione. E’ insensato pretendere da chi è minacciato che rinunci a difendersi in modo efficace, mettendo così a repentaglio la propria vita o quella di altre persone, e questo per paura di eccedere nella legittima difesa e di finire di conseguenza sul banco degli imputati. Per questo motivo il promotore dell’iniziativa popolare “Le vittime di aggressioni non devono pagare i costi di una legittima difesa” Giorgio Ghiringelli ha espresso la propria solidarietà al poliziotto. Lo stesso facciamo noi.

L’iniziativa

Se valutare la pericolosità di un aggressore è difficile per un agente addestrato, figuriamoci per il comune cittadino. A maggior ragione se quest’ultimo viene aggredito nella propria abitazione. Al proposito è pendente alle Camere federali un’iniziativa parlamentare di chi scrive, che chiede che un eventuale eccesso di legittima difesa della vittima di un’aggressione in casa propria sia ritenuto scusabile “di default”, a meno che gli inquirenti dimostrino il contrario. Si tratta di un potenziamento del diritto alla legittima difesa di chi viene aggredito nella propria abitazione. Un potenziamento sempre più necessario davanti ad una criminalità, specialmente “d’importazione”, che si fa viepiù violenta e sprezzante della vita altrui.

Lorenzo Quadri