Posta: la bella vita dei boss

Gigante giallo allo sbando: strage di uffici postali, ma intanto i grandi “magnager”…

 

Ma guarda un po’, nuova figura marrone del Gigante Giallo (che cromaticamente fa pure “pendant”)! Dopo lo scandalo Autopostale, adesso salta fuori che i capi di Swiss Post Solutions (SPS), una filiale della Posta di cui quest’ultima detiene interamente il capitale azionario, il 21 e 22 gennaio scorso hanno organizzato un evento extralusso ad Ho Chi Minh, dove si trova la sede della divisione asiatica di SPS.

E pare che il “magna e bevi” con le relative trasferte aree – ovviamente non in economy! – sia costato la bellezza di 200mila franchetti! Apperò!

Oltretutto lo stile di direzione del boss di SPS, tale Jörg Vollmer, è proprio improntato allo spendi e spandi per i dirigenti. I quali in un’altra occasione sono stati pure intrattenuti e sollazzati con degustazioni di vini pregiati in quel di Flims, mentre ai dipendenti si fa tirare la cinghia.

“Come i gilet gialli”

Intanto che i “magnager” SPS fanno la bella vita in Asia, l’ex Gigante giallo continua a chiudere uffici postali come se piovesse (o nevicasse). Uno degli ultimi ad essere balzato per questo motivo agli onori della cronaca è quello di Besso, popoloso e centrale quartiere di Lugano. Quindi la storiella che si chiude dove non ci sarebbe la clientela è l’ennesima balla di Fra’ Luca con cui i mammasantissima della Posta cercano di giustificare scelte di smantellamento già decise a tavolino impipandosene dei numeri e delle conseguenze sul servizio pubblico.

Contro la chiusura dell’Ufficio postale di Besso, la Commissione di quartiere ha consegnato nei giorni scorsi 4738 firme al municipio di Lugano; firme raccolte non on-line, bensì in forma cartacea, tra i cittadini. I promotori hanno dichiarato di essere pronti a scendere in strada come i gilet gialli francesi, il che non sarebbe neanche una cattiva idea! Gilet gialli contro ex gigante giallo!

“Sa po’ fa nagott”

Mentre a Berna il parlamento ha detto a più riprese che bisogna cambiare le regole del gioco per impedire alla Posta di chiudere uffici postali in maniera scriteriata al fine di massimizzare gli utili, l’ex Gigante giallo va avanti “come se niente fudesse”: finché le regole applicabili sono quelle attuali, la Posta tira dritta, tranquilla come un tre lire!

Proprio a proposito della chiusura della Posta di Besso, il Consiglio federale ha risposto in dicembre ad una domanda presentata da chi scrive in Consiglio nazionale. Dichiarazione del governicchio bernese: “chiudere uffici postali rientra nella libertà imprenditoriale della Posta”.

Bravi, avanti così! E se qualcuno si aspetta che con l’arrivo alla testa del Dipartimento federale competente (il Datec) della ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga le cose miglioreranno… campa cavallo!

Chi ci guadagna?

Certo che siamo proprio messi bene. Un’azienda interamente di proprietà della Confederazione – perché nella Posta non c’è un solo franco dei privati – ne combina peggio di Bertoldo. Ed i camerieri di Bruxelles in Consiglio federale cosa fanno? Si trincerano dietro il consueto “sa po’ fa nagott”!

Del resto, gli utili pompati dalla Posta tramite politiche scriteriate giovano anche al Consiglio federale. Tutti soldi in più che vanno a finire nel calderone delle casse federali. Così la Confederella si trova con più fondi da spendere/sperperare a piacimento. Ad esempio per i migranti economici. O per i regali miliardari alla fallita UE. Capita l’antifona?

Lorenzo Quadri

La Posta: la responsabilità non se l’è assunta nessuno!

Le partenze dall’ex Gigante giallo? Obbligate. Il CdA e la Doris non si schiodano

All’ex Gigante giallo è scoppiato il finimondo a seguito dello scandalo Autopostale. La direttrice Susanne “un milione all’anno” Ruoff ha rassegnato le dimissioni già lo scorso venerdì, dichiarando di “assumersi la responsabilità”. Peccato che tale assunzione di responsabilità arrivi con svariati mesi di ritardo, e quando verosimilmente non era possibile fare altrimenti. Per la serie: me ne vado prima di venire “esonerata”; sorte che è invece toccata (e ci mancherebbe altro) ai vertici di Autopostale.

A ciò si aggiunge che la buona Susanne negli anni a capo della Posta un po’ di milioncini se li è già portati a casa. Prenderà inoltre ancora sei mesi di stipendio. Avendo 60 anni, può permettersi tranquillamente di andare in prepensionamento senza alcuna preoccupazione materiale, diversamente da tanti dipendenti della Posta. Sempre che gli “amici” non le abbiano già preparato qualche altra poltrona dorata, ipotesi che non può certo essere esclusa.

Ironia della sorte, la rovinosa caduta della Ruoff è avvenuta solo pochi giorni prima che il Consiglio nazionale accettasse con un voto di scarto le “quote rosa” nelle aziende. Nessuno “ovviamente” ha sottolineato la fine ingloriosa della prima direttrice rosa del Gigante Giallo: non sarebbe stato politikamente korretto.

Mancano risposte

La partenza di Ruoff non fornisce comunque grandi risposte. Contrariamente a quanto si tenta di far credere, alla Posta la “responsabilità” non se l’è assunta nessuno. L’assunzione di responsabilità comporta infatti una scelta

deliberata. Qui, invece, abbiamo chi ha lasciato per evitare di essere messo alla porta (Susanna) e chi è stato lasciato a casa (si tratta poi delle persone giuste?). Sicché, di partenze spontanee non se ne sono viste. Il presidente uregiatto del CdA della Posta, Urs Schwaller, rimane incollato alla cadrega. La Doris parimenti uregiatta, quella che ha sempre difeso ad oltranza sia la Susanna “un milione all’anno” (dichiarazione di metà febbraio: “piena fiducia a Susanne Ruoff”) che la politica di smantellamenti della Posta, non ha fatto alcun “mea culpa”. Anzi: prima ha dichiarato che la vicenda Autopostale mette in cattiva luce “tutto il servizio pubblico”. Ma poi, quando qualcuno, in conferenza stampa, ha osato farle notare le responsabilità del suo partito nella squallida vicenda, ha reagito stizzita.

Le voci

Nelle camere federali si vociferava che la Doris, ormai vicina alla “data di scadenza”, anche a seguito dello scandalo postale avrebbe annunciato la propria partenza dal Consiglio federale ancora nella sessione parlamentare conclusasi venerdì. Invece, una cippa! Incementata alla cadrega!

Altri trucchi?

Intanto i conti taroccati di Autopostale fanno nascere il sospetto che siano stati utilizzati dei trucchi contabili anche per giustificare la chiusura degli uffici postali. C’è chi lo sostiene apertamente.

E, più in generale, la domanda è: dopo la partenza della Ruoff, la politica di smantellamento di uffici postali (e quindi di posti di lavoro) verrà rivista? Oppure tutto andrà avanti come se “niente fudesse”? Malgrado il Parlamento si sia espresso a favore di uno stop, nulla è successo. Presa di posizione della Doris sul tema: “La Posta ha agito secondo i margini di cui dispone per legge”. Evviva!

Postfinance

Come se non bastasse, all’orizzonte si  profila anche il caso Postfinance. Pure qui si annuncia la cancellazione, nei prossimi due anni, di oltre 500 posti di lavoro. In Ticino si parla di 17 impieghi in meno nel 2019. Mentre non si sa cosa accadrà dopo. Questo malgrado Posfinance faccia utili. Naturalmente nemmeno a questo proposito la Doris ritiene di fare un cip. Va tutto bene!

E’ evidente quindi che non basta la partenza – peraltro, come si è visto, obbligata – della Susanna “un milione all’anno” dalla Posta. Occorre un cambiamento di rotta nell’ex regia federale.

Lorenzo Quadri

Posta: ci vuole una moratoria sugli smantellamenti

Se la dirigenza del Gigante giallo ne fa peggio di Bertoldo, è perché il CF dà corda

E‘ un po’ di tempo che sugli smantellamenti di uffici postali sembra calato il silenzio. Con l’eccezione di Balerna: lì il municipio che ha annunciato il ricorso al Tribunale federale contro la conferma della chiusura.

Intanto la Posta, guidata dalla direttrice generale Susanna “un milione all’anno” Ruoff, prosegue imperterrita per la propria strada, adducendo le consuete scuse farlocche.

Ricordiamo che la Posta non deve affatto tirare la cinghia per salvare la baracca, dal momento che realizza ben 800 milioni di utili all’anno.

I venti minuti

Come noto la Posta si nasconde dietro la regola dei venti minuti: quella che prescrive che un ufficio postale deve essere raggiungibile dall’utenza in venti minuti a piedi o coi mezzi pubblici. Peccato che per l’utenza anziana la camminata di 20 minuti non sia necessariamente un’opzione praticabile. E peccato pure che i mezzi pubblici devono anche esserci, e se ci sono bisogna vedere con quale cadenza transitano, e quanto tempo ci mette il cittadino a raggiungere la fermata più vicina. Perché questi venti minuti possono tranquillamente trasformarsi in ore.

La Doris approva

E’ chiaro: se l’attuale dirigenza postale si permette di smantellare un’ex regia federale, che un tempo era anche un simbolo della nazione, è perché il Consiglio federale le dà corda. La Doris uregiatta ha sempre sostenuto le scelte del fu Gigante Giallo, che si riempie la bocca con le “mutate abitudini della clientela” e con la “digitalizzazione” (che goduria pappagallare ad oltranza questo trermine così trendy) per giustificare la chiusura non di due o tre uffici postali periferici che non frequenta nessuno, ma di 600 uffici su 1300 da qui al 2020: quindi praticamente uno su due. E’ infatti noto che vengono chiusi anche uffici che sono frequentati. Ma la Posta, chissà come mai, non si sogna di fornire cifre a proposito del numero di utenti degli uffici destinati alla rottamazione.

Da notare che anche a livello di Postfinance si parla di riorganizzazioni ed esternalizzazioni. Tradotto in italiano, questo significa perdita di posti di lavoro.

Alternative?

A giustificazione degli smantellamenti la direttrice generale della Posta Susanna “un milione all’anno” Ruoff ama raccontare la fetecchiata delle “alternative”. Ovvero, non si chiudono uffici postali senza fornire delle alternative: in genere sotto forma di agenzia rifilata a qualche negozio locale. Peccato che le prestazioni svolte dalle agenzie non siano le stesse che vengono offerte in un ufficio postale e che sbrigare operazioni postali, ad esempio, al banco dei salumi, non pare propriamente il massimo della vita. Visto inoltre che vengono chiusi anche uffici frequentati, non necessariamente l’indennità pagata ai gestori delle agenzie copre il lavoro svolto.

Ma soprattutto: non si fornisce alcuna garanzia sulla durata di queste alternative. Per infinocchiare i cittadini, la Posta racconta che con le agenzie postali favorirebbe la sopravvivenza dei negozietti di paese. Il che è tutto da dimostrare: in effetti, se il negozietto chiude, salta anche l’agenzia postale ed il servizio non c’è più.

Il bello è che, non ancora contenta, la Posta si vanta pure del fatto che la consegna della corrispondenza al domicilio rimane garantita. Ah beh, ci mancherebbe anche che per ricevere le lettere il cittadino fosse costretto ad affittare, naturalmente a proprie spese, una casella postale nei centri urbani…

Servizio solo dove rende?

Il problema è da un lato imprenditoriale: la Posta dispone di una rete di prossimità sottoforma di uffici postali; un bene prezioso che, invece di capitalizzare, vuole smantellare. Dall’altro è di servizio pubblico. La Posta vorrebbe fornirlo solo dove è redditizio. Peccato che il concetto di servizio pubblico non sia esattamente questo.

Oltretutto,  nemmeno ci sono garanzie che dopo il 2020 la moria di uffici postali sarà terminata e che non comincerà una nuova fase di tagli.

Nella sessione autunnale il Consiglio degli Stati, contro il parere del Consiglio federale, ha approvato una mozione che chiede al governo di “esigere dalla Posta la presentazione di un progetto di pianificazione della rete postale. Il Consiglio federale sottoporrà al Parlamento entro un anno una proposta di revisione dei criteri che definiscono il servizio pubblico nella legislazione concernente la Posta. Tali criteri dovranno tenere conto delle particolarità regionali, delle condizioni specifiche di mobilità, nonché delle diverse categorie di utenti dei servizi postali”. La stessa mozione è stata approvata a larga maggioranza dalla Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale nella sua ultima seduta.

Serve una moratoria

Certamente è un passo avanti ma non è abbastanza. Che nel corso degli anni il mondo sia cambiato e che la Posta non può più essere uguale a trent’anni fa, è chiaro a tutti. Non è per nulla chiaro, invece, dove il fu Gigante giallo intende realmente andare a parare: con gli uffici postali, con i posti di lavoro, col servizio pubblico, con Post finance. Una moratoria, ossia uno stop, agli smantellamenti, sembra al momento la soluzione più adeguata, finché non ci sarà la necessaria trasparenza.

Lorenzo Quadri

 

Non basta chiudere uffici: la Posta aumenta le tariffe!

Dal gigante giallo un nuovo schiaffo alla popolazione. Doris, l’è tüt a posct? 

Dopo i tagli con la motosega alla rete di uffici postali malgrado gli utili da capogiro, adesso l’azienda – interamente di proprietà della Confederazione – mette le mani nelle tasche dell’utenza. Ma per la ministra delle telecomunicazioni, la Doris uregiatta, va tutto bene…

Quando si dice la presa per i fondelli: la Posta, come sappiamo, realizza utili in grande stile. Ne fa sempre di più. Basta citare dall’ultimo comunicato aziendale che bellamente recita: “nei primi tre mesi del 2017 la Posta ha realizzato un utile del gruppo pari a 267 milioni di franchi (anno precedente: 192 milioni). Il risultato d’esercizio è passato da 207 milioni di franchi a 333 milioni”.

Se la matematica non è un’opinione, 267 milioni di utili in tre mesi fanno oltre un miliardo all’anno! Quindi cifre che non sono esattamente quelle di un’azienda sull’orlo del baratro.

Eppure, come ben sappiamo, la Posta sta tagliando uffici postali alla grande: in Ticino intende chiudere circa la metà di quelli attuali, mentre a livello nazionale si parla di una riduzione di 600 entro il 2020. Poi, di tanto in tanto, pensando di prendere la gente per fessa, il Gigante giallo annuncia qualche passettino indietro. Il trucchetto è fin troppo chiaro: prima si spara altissimo ed in un secondo tempo  si pensa di fare bella figura facendo qualche concessione ai quei pezzentoni che osano protestare! Intanto, licenziamenti o no, verranno perse centinaia di posti di lavoro con salari dignitosi ed occupati prevalentemente da svizzeri.

Senza alcuna necessità aziendale visti gli utili stellari, la direttrice della Posta Susanne Ruoff (stipendio: un milione all’anno) impone dei tagli assurdi, che degradano un’azienda un tempo simbolo dell’efficienza elvetica e che danneggiano il nostro tessuto sociale. Il tutto avviene con la connivenza della ministra dei trasporti e telecomunicazioni Doris Leuthard, targata PPD, che anche davanti al parlamento federale ha sempre difeso le scelte del Gigante giallo.

Mani in tasca all’utenza

Ma visto che al peggio non c’è limite, ecco arrivare una nuova sorpresa. Il presidente del CdA della Posta, l’uregiatto Urs Schwaller, premiato con la lucrativa cadrega non certo per le doti manageriali ma perché esponente del partito giusto (quello della consigliera federale di riferimento, appunto) annuncia tranquillo come un tre lire che le tariffe della Posta aumenteranno.

Quindi: la Posta realizza 267 milioni di utili in tre mesi, però taglia con il machete gli uffici postali, cancella impieghi ed oltretutto adesso arrivano pure gli aumenti delle tariffe all’utenza! La quale dovrebbe dunque pagare di più, per prestazioni peggiori, mentre il ruolo di datore di lavoro “sociale” dell’azienda viene gettato nel water.

Ringraziamo la CEO Susanna “un milione all’anno” Ruoff e la cricca uregiatta (Doris – Schwaller) che le regge la coda.

Lorenzo Quadri

La Posta smantella e il Consiglio federale è complice

Qual è l’obiettivo dello scempio? Aumentare gli utili? Oppure la licenza bancaria?

 

Lo smantellamento della rete postale incontra nuove resistenze dalla politica. E per fortuna che le incontra. Perché, se così non fosse, ci sarebbe davvero da chiedersi cosa ci sta a fare la politica. Il termine smantellamento non è certo un’esagerazione, bensì la descrizione di quello che i grandi manager postali progettano. Come noto infatti l’ex Gigante giallo vuole tagliare entro il 2020 circa 550 dei 1400 uffici postali.

Il malcontento è generalizzato. Perché questa volta non si vanno a colpire solo le solite sfigate regioni periferiche, che tanto non contano un tubo, bensì anche quelle che periferiche non sono per nulla. Improvvisamente gli zurighesi si sono visti chiudere gli uffici postali nel centro città. E non hanno gradito affatto: chi ha osato commettere il sacrilegio? Oltretutto è difficile nascondersi dietro la tesi che gli uffici in questione avessero poca utenza.

Delirio di onnipotenza?

Tanta arroganza postale è difficile da comprendere. Sembra proprio che i manager gialli siano affetti da delirio di onnipotenza. E che non si rendano nemmeno conto che la forza della Posta sta proprio nel suo radicamento nel territorio, che loro vogliono tagliare. E soprattutto, che non si rendano conto che non stanno azzoppando un’azienda qualsiasi. No, stanno devastando una tradizione svizzera; un pezzo della nazione.

I vertici della Posta se ne sbattono delle opposizioni. Sia comuni che cantoni sono del tutto impotenti davanti agli smantellamenti. Se inizialmente i manager dell’azienda pensavano di abbindolare qualche amministrazione comunale facendo balenare i vantaggi delle agenzie postali, il giochetto è durato poco. Il ragionamento era semplice: far apparire i comuni conniventi se non addirittura complici, per poi scaricare su di loro la responsabilità delle chiusure,  mandandoli allo sbaraglio davanti ai propri cittadini. Qualcuno ingenuamente c’è cascato. Ma i comuni hanno imparato in fretta la lezione, e adesso più nessuno si fa turlupinare.

I Cantoni

Non sono messi meglio i Cantoni. A questo livello si muovono sia i parlamenti che i governi. I primi con iniziative cantonali. Ne ha fatta una anche il Ticino, ottenendo il sostegno di Ginevra e Vallese.  I secondi convocando i responsabili del gigante giallo. Accade però che, a dimostrazione della coda di paglia dei vertici postali, agli incontri con i governi cantonali non ci vanno i numeri uno o due. Vengono mandati i quadri intermedi,  che poi naturalmente si nascondono dietro le decisioni prese da altri. La macchina dello scaricabarile è attiva a pieno regime. Anche tra dirigenza e consiglio d’amministrazione della Posta, è tutto un rimpallo. Con l’intenzione di fare ai cittadini e agli esponenti politici il gioco delle tre carte.

Il vero scopo…

C’è da chiedersi quale sia l’obiettivo finale dei manager postali. Certamente massimizzare gli utili per la goduria del Consiglio federale che si trova poi delle entrate supplementari da utilizzare a piacimento. E’ infatti notizia recente che nel primo trimestre del 2017 la Posta ha realizzato un utile di 267 milioni di franchi, in aumento di 75 milioni rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Ma guadagnare sempre di più è un obiettivo fine a se stesso? C’è chi ritiene che in realtà il vero scopo della Posta sia ottenere la licenza bancaria dalla Finma, per poi poter andare a fare concorrenza alle banche cantonali disponendo della copertura della Confederazione. Questo sarebbe uno scenario totalmente negativo. I tagli dolorosi non servirebbero nemmeno per arrivare ad un risultato nell’interesse comune, ma solo per fare ulteriori danni. Le banche cantonali non hanno affatto bisogno della nuova concorrenza che la Posta mira a fare.

Conniventi o abbioccati?

A Berna qualcosa si muove, nel senso che le commissioni dei trasporti e delle telecomunicazioni di entrambe le Camere federali hanno presentato delle mozioni al governo chiedendo di rivedere i criteri che attualmente definiscono il servizio pubblico postale. Quelli in vigore, come ben si vede, permettono alla Posta di fare i propri interessi di saccoccia, impipandosene di tutto e tutti.

E qui ci si accorge che il Consiglio federale, malgrado rappresenti la proprietà della Posta, ciurla nel manico. Infatti, non ne vuole sapere di arginarla. L’intenzione del governo, e dunque in prima linea della ministra competente ossia la Doris uregiatta, è quindi quella di lasciare mano libera ai manager postali per smantellare, nell’ordine: un servizio pubblico, un datore di lavoro di primaria importanza ed un pezzo di nazione. Altre spiegazioni per la sua passività non ce ne sono. Se non quella dell’abbiocco perenne. Dunque c’è poco da stare allegri.

Lorenzo Quadri

 

 

Il Consiglio federale vuole la mucca gialla da mungere

La Posta massimizza gli utili a spese dei cittadini e delle imprese: chi ci guadagna? 

Così nelle casse bernesi entrano tante centinaia di milioni extra, da usare a piacimento per mantenere finti rifugiati con lo smartphone e per regalare miliardi all’estero

In questo sempre meno ridente Cantone, le proteste contro le chiusure di uffici postali si moltiplicano. Vedi i casi di Balerna, di Ascona, eccetera. La novità rispetto al passato è la seguente: non si chiudono più sportelli solo nelle zone discoste e con scarsa utenza, ma pure nel bel mezzo delle agglomerazioni urbane. Si eliminano anche uffici ben frequentati. Del resto non poteva essere diversamente: quando l’obiettivo dell’ex regia federale è la rottamazione di ulteriori 600 uffici entro il 2020 – dopo aver già abbondantemente “scremato” negli anni scorsi! – non si può certo immaginare che questi siano tutti situati sul cucuzzolo di una  montagna.

Servizio universale?

La Posta ha il mandato di fornire un cosiddetto servizio universale. La domanda è a sapere se tale servizio universale sarà ancora garantito in futuro visti i continui tagli. E non solo sugli sportelli. Anche i titolari di una casella postale verranno colpiti (chi non riceve almeno un tot di lettere alla settimana pagherà una “penale”) e prossimamente sarà il turno degli invii a domicilio. Il Gigante giallo ha infatti sviluppato un modello calcolatorio (uella) che gli permetterà di stabilire se effettivamente è tenuto a portare la corrispondenza fino ad una data abitazione, o se invece la può tagliare fuori. Ovviamente la Posta non si autoerotizza cerebralmente con gli algoritmi per aumentare il servizio, e quindi farsi carico di nuovi costi, ma per ridurlo, e quindi per risparmiare, massimizzando gli utili.

Le nuove abitudini

La storiella delle “abitudini cambiate dell’utenza” sta in piedi solo fino ad un certo punto. Passi il maggiore utilizzo della posta elettronica (ma comunque per spedire le lettere cartacee mica si andava all’ufficio postale, basta una bucalettere). Ma – contrariamente a quanto vorrebbero farci credere i manager gialli a partire dalla direttrice generale Susanne Ruoff – malgrado internet, l’80% dei pagamenti viene ancora effettuato agli sportelli postali.

 Autolesionismo giallo?

Inoltre: la Posta si bulla di aver sviluppato tutta una serie di servizi che vanno al di là della consegna di pacchi e lettere (probabilmente questi campi d’attività, concreti al limite del terre-à-terre, non titillano a sufficienza l’ego dei grandi manager).
Ma a tali servizi aggiuntivi non si può accedere dalle tanto magnificate agenzie postali, dove il traffico di pagamenti è pesantemente limitato e le prestazioni bancarie di Posfinance inesistenti.

E la limitazione dei traffici di pagamento non tocca solo i cittadini, ma anche le piccole e medie imprese, per le quali la prossimità con la Posta  è un elemento fondamentale. Decimando gli uffici, la Posta smantella la sua principale ricchezza, ossia la capillarità sul territorio. Quella capillarità che dovrebbe servirle a sviluppare e a portare all’utenza i nuovi servizi. Non si capisce bene che strategia ci sia dietro.

La teoria dei 20 minuti

Particolarmente balordo, poi, il criterio utilizzato dalla Posta per autocertificare il rispetto del mandato di servizio universale. Secondo i manager gialli, esso  è garantito in presenza di ufficio postale raggiungibile in 20 minuti tramite i mezzi pubblici. Questo criterio, curiosamente, va a penalizzare proprio gli uffici con più utenza, ossia quelli dei quartieri dei centri urbani. Perché nelle città ci sono più collegamenti con i mezzi pubblici. A voler applicare alla lettera tale regola (ed è chiaro che l’obiettivo è quello) a Lugano di uffici postali aperti ne rimarrebbe uno centro, uno a nord ed uno a sud. E Lugano ha la particolarità di avere una vasta estensione territoriale (la seconda città più estesa della Svizzera). A Lucerna – che per popolazione, ma non per km quadrati, è paragonabile a Lugano – si potrebbe fare addirittura un solo grande ufficio postale alla stazione FFS, essendo questa raggiungibile con un qualche mezzo pubblico in una ventina di minuti da ogni parte della città. Alla faccia della prossimità al cittadino, ma anche alle attività economiche, che dovrebbe essere la caratteristica principale della Posta (però lo è sempre meno).

Enti pubblici

Il ruolo dei Comuni e dei Cantoni nelle chiusure di uffici postali è del tutto inesistente. Nel senso che il Gigante giallo e la sciura Susanna che lo dirige con l’accetta in mano prendono atto delle opposizioni, le mettono in un cassetto e poi fanno comunque quello che vogliono.

Anche i giornali…

Visto che penalizzare i cittadini ancora non bastava, la Posta ha pensato bene di prendere di mira anche i suoi principali clienti, ossia i giornali. Mattino compreso: i lettori si saranno accorti che da quest’anno è stato (purtroppo) abolito l’abbonamento del lunedì. Come mai? La colpa è, ancora una volta, della Posta; la quale – essendo il numero di invii inferiore ad un “tot” – pretendeva che il giornale venisse avvolto nel cellophane (sic!) ciò che avrebbe fatto esplodere i costi dell’abbonamento, ed oltretutto il tempo di consegna si sarebbe prolungato di due o tre giorni. I lettori avrebbero pagato una cifra spropositata per ricevere il domenicale il mercoledì successivo, se non ancora più tardi.

Tassazione occulta

In casa della Posta, la parola d’ordine è sempre la stessa: massimizzare i profitti. Che già sono di 700 milioni di Fr all’anno. Malgrado un’ex regia federale non debba realizzare utili, bensì offrire un servizio di base alla popolazione senza andare in rosso con i conti. Inoltre, se utili ci sono, allora questi andrebbero ridistribuiti ai cittadini, magari sottoforma di riduzioni tariffarie. Invece accade contrario. L’utente paga sempre di più per un servizio peggiore, e le vagonate di milioni di guadagno finiscono nelle capienti casse della Confederella: una forma di tassazione occulta grazie alla quale a Berna si costituiscono un bel tesoretto non vincolato, che i camerieri dell’UE in Consiglio federale possono impiegare a proprio piacimento, senza chiedere niente a nessuno. Ad esempio per mantenere finti rifugiati con lo smartphone o per regalare miliardi all’estero. Ecco perché si tagliano i servizi al cittadino. Perché il Consiglio federale vuole la mucca gialla da mungere.

Lorenzo Quadri

Macelleria postale: lo smantellamento prosegue

La mannaia si abbatte anche sulle caselle, mentre il CdS si illude che sarà ascoltato

 

Il Consiglio di Stato ticinese ha di recente incontrato una delegazione della dirigenza della Posta. Tema della riunione, le nuove strategie del cosiddetto Gigante giallo, che come sappiamo intende chiudere 600 uffici postali da qui al 2020, in un’operazione che interesserà anche 1200 collaboratori. Questo malgrado la Posta realizzi 700 milioni di utili all’anno: quindi non si trova affatto nella necessità di tagliare per pareggiare i conti (e men che meno per sopravvivere).

Dal momento che la Posta in questo sempre meno ridente Cantone occupa oltre 1400 persone, è  chiaro che anche il Ticino sarà pesantemente toccato dalle iniziative dei “grandi strateghi” gialli.

Da notare, ma tu guarda i casi della vita, che se al momento dell’annuncio della riforma i manager postali “non escludevano” licenziamenti, adesso li danno per certi (tipica tattica del salame).

Ci sono le app

E’ chiaro che ad essere penalizzate dalla chiusura di uffici postali saranno in particolare le regioni periferiche. Ma per gli adrenalici manager gialli non c’è problema: tanto ci sono le app per telefonino. Come no. Peccato che, diversamente dai finti rifugiati, mica tutti gli svizzeri hanno lo smartphone ultimo modello. E mica tutti sono d’accordo di farsi monitorare in qualsiasi cosa facciano, pagamenti compresi, dal “grande fratello” della rete; ciò in barba alla famosa privacy che sta sempre più diventando un vago ricordo.

Vago ricordo

Come un vago ricordo rischia di diventare l’importante ruolo di datore di lavoro  delle ex regie federali, che sta andando allegramente a farsi benedire. Il che è particolarmente problematico in Ticino, dove anche sulla piazza finanziaria è in atto un’emorragia di impieghi. Vedi svendita del segreto bancario, vedi sfacelo della BSI e conseguenti licenziamenti (in entrambi i casi i responsabili ci sono e sono noti. Vero ex ministra del 5%? Vero Sir Alfred?).

Nuova sorpresa

Nei giorni scorsi è arrivata l’ultima sorpresa targata gigante giallo: la Posta intende penalizzare con una sanzione mensile di 20 franchi i titolari di una casella postale che non ricevono almeno tre lettere al giorno. Questa misura va a colpire chi il servizio postale a domicilio non ce l’ha – magari perché vive in una zona discosta – o chi ce l’ha ma è “poco funzionale” perché la corrispondenza viene recapitata dopo mezzogiorno. Non per tutti la casella postale è un capriccio. Ovviamente i grandi strateghi del Gigante giallo sosterranno che ci sono le email…

Lo smantellamento del servizio pubblico è in atto, ma qualcuno manca all’appello: il  Consiglio federale ed in particolare la ministra dei trasporti e delle telecomunicazioni Doris Leuthard, PPD, da cui non viene un cip. Letargo? Oppure l’è tüt a posct?

Pie illusioni

Il Consiglio di Stato ha dunque senz’altro fatto bene ad incontrare i vertici della Posta per esprimere le proprie preoccupazioni. Peccato che si tratti di parole al vento, visto che il CdS non ha voce in capitolo. Il copione è quello già visto “x volte” in occasione delle chiusure di uffici postali nei comuni. Il municipio interessato protesta, la Posta prende atto e poi chiude lo stesso perché “ne ha facoltà”. Così andrà anche con i Cantoni. Gli appelli del governo ticinese  cadranno nel vuoto. La Posta li ascolta solo pro forma, poi fa quello che vuole. Se non si muove la proprietà, ossia la Confederazione, la linea dei manager postali non cambierà di una virgola. E Berna si muoverà? C’è da dubitarne. I  partiti, almeno finora, non hanno fatto una piega davanti alla macelleria annunciata. Inoltre e soprattutto: gli utili della Posta, che sono una forma di tassazione indiretta, tornano molti comodi al Consiglio federale, il quale può poi servirsene come gli torna più comodo. Ad esempio per finanziare finti asilanti o per versare aiuti all’estero.

Lorenzo Quadri

Il machete della Posta e le creste a danno dei cittadini

Intanto la politica, anche a $inistra, lascia campo libero allo  smantellamento

 

La Posta SA, malgrado i 700 e passa milioni di franchetti di utili all’anno, ha preso in mano il machete ed ha annunciato, da qui al 2020, la chiusura di 600 uffici postali, in un’operazione che toccherà in vario modo anche 1200 collaboratori. E non si escludono (traduzione: ci saranno) licenziamenti.

I manager gialli, a cominciare dalla direttrice Susanne Ruoff, uregiatescamente parlano di “adattamento alle mutate abitudini della clientela”. Contorsionismi linguistici che servono solo a camuffare, male,  uno smantellamento in grande stile, effettuato da un’azienda di proprietà della Confederazione. Un’azienda che, oltretutto, non è affatto in difficoltà, come testimoniano gli utili stellari: quindi non taglia per sopravvivere. Se una ditta privata avesse fatto la stessa cosa, i sindacati sarebbero già in piazza con gli striscioni contro i padroni sfruttatori. Qui invece si sente solo qualche stitica frasetta di moderato dissenso. Più per marcare presenza che per altro. Sennò, citus mutus.

Riorganizzazione ragionevole?

E la politica? Idem con patate. Nei giorni scorsi è stato reso noto che la commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale, che proprio lunedì aveva in audizione la Ruoff, ha chiesto che la riorganizzazione della rete postale avvenga “in modo ragionevole”. Ci sarebbe anche mancato che chiedesse una riorganizzazione irragionevole. Questa posizione equivale a dire che, almeno per la maggioranza, “l’è tüt a post.” Non c’è stata dunque nessuna levata di scudi contro l’ecatombe annunciata. Nemmeno da $inistra.

Mucca da mungere

E il Consiglio federale, come proprietario della Posta? Anche da lì, nessuna reazione, e questo è facile da spiegare. Gli utili postali fanno comodo, molto comodo. Soprattutto adesso che la spesa per i finti rifugiati esplode, tanto per citare un esempio, Berna ha bisogno di mucche da mungere. Il Gigante giallo è una di queste.

Compiti stravolti

Infatti di per sé – e questo lo diceva e scriveva già il Nano svariati anni fa – la Posta non “deve” fare utili, ma deve assicurare il servizio pubblico nei suoi ambiti di competenza.  In altre parole: deve consegnare lettere e pacchi, permettere alla gente di fare i pagamenti e mandare in giro gli autopostali. Deve inoltre essere un datore di lavoro “socialmente responsabile” ed attento alle regioni periferiche.

Allo stato attuale, il quadro che si presenta è tuttavia “un po’” diverso. La Posta fa la banca, ha trasformato gli uffici superstiti in bazar di carabattole, e si autoerotizza cerebralmente con i servizi online, con le app su smartphone, con fantomatici “smart button”, e avanti di questo passo.  Alle accuse di snaturare i suoi compiti di servizio pubblico la dirigenza replica che “sono gli utenti a chiederlo”. Stranamente, è la stessa risposta che danno gli autori della TV spazzatura: “è il pubblico a volerla”. In entrambi i casi, si tratta di assiomi tutti da dimostrare.

Boria personale?

C’è chi, un po’ malignamente, ritiene che in queste sbandate del Gigante giallo giochi un ruolo anche la boria personale dei boss postali. Gestire lettere e pacchi non procura la stessa sublime goduria che dà il riempirsi la bocca con teorie sulle app per telefonini e sull’online, pensando di scimmiottare i manager della silicon valley.

La Confederazione intasca

Se poi la Posta, che dovrebbe svolgere servizio pubblico, fa utili, è corretto che questi utili se li intaschi la Confederella e li usi per i propri scopi, ad esempio foraggiare finti rifugiati? Questi utili non dovrebbero essere usati a vantaggio dell’utenza, ad esempio diminuendo le tariffe? Invece queste non vengono abbassate, e costituiscono così una forma di prelievo fiscale mascherato. Lo stesso discorso si può fare in relazione ai dividendi della Swisscom.

Destino segnato

Gli è che il destino del servizio pubblico postale, dei 600 uffici e di 1200 dipendenti appare segnato. Contro lo smantellamento deciso dalla Posta non ci sarà alcun altolà della politica. I Comuni che si vedranno chiudere gli uffici postali protesteranno; il Gigante giallo – in nome del tanto decantato “dialogo” – prenderà atto; e poi li chiuderà lo stesso perché “è nostra facoltà”.

A Berna si benedirà lo smantellamento del servizio pubblico e la cancellazione di centinaia e centinaia di impieghi in nome dei succulenti utili – di fatto delle “creste” – da impiegare a piacimento.

E al cittadino – specie quello in età “diversamente giovane” che non usa le app per lo smartphone – rimarrà l’amara sensazione di essere stato preso per i fondelli per l’ennesima volta.

Lorenzo Quadri