Chiasso: il ritorno di Peppone e don Camillo

 

Intanto la politichetta e la stampa di regime si arrampicano sui vetri per imbastire polemiche su un caso che nemmeno esiste

Il PPD chiassese, in manco di ruolo e di visibilità, ha voluto montare un caso sull’articolo pubblicato la scorsa domenica sul Mattino dalla vicesindaco di Chiasso e consigliera nazionale leghista Roberta Pantani. Uno scritto critico nei confronti dell’arciprete di Chiasso, Don Feliciani: un religioso che abusa del pulpito per fare politica pro frontiere spalancate  e contro la Lega. E che  – ben lungi dall’amare tutti, come lui dichiara – ha espulso dalla sua (?) Chiesa fedeli rei di avere con sé l’odiato Mattino, oltre a manifestare pubblicamente il proprio disprezzo per leghisti e lettori dell’odiato domenicale.

Ora, se Don Feliciani vuole effettuare delle “purghe” tra i fedeli e svuotare la sua (?) Chiesa riducendo la comunità religiosa della cittadina di confine al suo “cerchio magico”, il problema è suo e semmai dei suoi superiori. Ma non si vede perché la libertà d’opinione di cui gode l’arciprete chiassese non dovrebbe valere anche per la vicesindaco (che, evidentemente, non ha alcun bisogno di avvocati d’ufficio).

La vicesindaco, nel suo tanto criticato articoletto, si è limitata semplicemente a rilevare che dei chierichetti di Don Feliciani provengono da “altre culture”, senza fornire elementi identificativi né giudizi di valore. Anzi, aggiungendo addirittura che “i bambini sono uguali in tutto il mondo”.

Apriti cielo! La semplice constatazione ha dato la stura ad un’ondata di grottesca ipocrisia politicamente corretta. Eh già, perché adesso dire che un immigrato è un immigrato sarebbe un’azione vergognosa. O la Peppa! Ohibò, spalancatori di frontiere multikulti, guardate che “immigrato” non è mica un insulto! Che il PPD chiassese, per ricordare alla comunità locale di esistere ancora, abbia voluto montare una polemica sul nulla, non sorprende; si potrebbe dire che fa parte delle “regole del gioco” (almeno, di quello di certuni). A lasciare basiti è invece come certi media, con chiaro intento politico-partitico, abbiano tentato di saltare sul carro, bramosi di creare un “caso” dove non ce n’è l’ombra, pur di attaccare l’odiato “nemico” nell’avvicinarsi delle elezioni. Compresa la TV di Stato.

Emblematico l’articolo, dai toni esagitati ma privo di contenuti, che il direttore de La Regione ha pensato bene di pubblicare in prima pagina sull’edizione di mercoledì. Seguito il giorno dopo, ma guarda un po’, da un servizio (?) nella cronaca chiassese realizzato interpellando tutti i partiti. Accipicchia!

Di “inaudito e gravissimo” – per parafrasare il titolo dell’invettiva del direttore de La Regione – c’è solo che la stampa radikalchic, appena asfaltata dalla votazione di domenica sulla scuola che (non) verrà, sia ormai ridotta a raccogliere le più inconsistenti cicche per imbastire campagne denigratorie contro i detestati avversari. E poi questi stessi personaggi con la morale a due velocità hanno ancora il coraggio di montare in cattedra a sproloquiare sulla qualità e sulla pluralità dell’informazione.

Lorenzo Quadri

 

 

Di mercoledì in mercoledì, la melina sui ristorni continua

La partitocrazia in CdS  tira a campare per non decidere. Ma il tempo sta per scadere

Un altro mercoledì, giorno di seduta del Consiglio di Stato,  è trascorso senza che ci sia stata alcuna decisione a proposito dei ristorni dei frontalieri. In molti erano convinti che lo scorso mercoledì sarebbe stato il giorno della decisione. Invece niente. Evidentemente gli esponenti del triciclo continuano a “tirar là”. A non decidere.  In attesa non si sa bene di cosa. Ma l’ultimo termine (fine giugno) si avvicina, e bisognerà per forza venirne ad una.

 Pressioni legittime

A fine marzo, dopo l’incontro con il Consiglio di Stato, il ministro degli esteri KrankenCassis si è espresso in questi termini a proposito del blocco dei ristorni: Qualche volta le pressioni sono utili, servono a smuovere qualcosa. Queste, però, devono essere utilizzate quando ci sono governi in Italia”.Ai tempi a Roma non c’era il governo. Adesso c’è. Di conseguenza, seguendo il ragionamento del consigliere federale liblab, le pressioni sono ora legittime.

Il governo italiano c’è, ma il nuovo accordo sui ristorni dei frontalieri è morto e sepolto. Se non lo voleva l’esecutivo precedente, ancora meno lo vuole questo, in cui il ruolo della Lega (ex Lega lombarda) è determinante. Il motivo del rifiuto è ovvio: i frontalieri sono lombardi e quindi non si vuole scontentare parte del proprio elettorato.

Ci rallegriamo, ma…

Come detto, ci rallegriamo che il governo italiano, a forte componente leghista, abbia visto la luce: il che costituisce tra l’altro l’ennesimo schiaffone alla fallita UE, i cui boriosi funzionarietti hanno fatto di tutto e di più per sabotare gli odiati “populisti”. Ma nei rapporti tra Stati di amici non ce ne sono. Ognuno persegue il proprio interesse. Ed il nostro consiste nel bloccare i ristorni dei frontalieri. La proposta “minimalista” formulata da Claudio Zali, che prevede di bloccare una parte dei ristorni legandola alla realizzazione, da parte italiana, di opere di interesse comune transfrontaliero, con pagamento a  lavori ultimati, è stata formulata in questi termini affinché possa essere accettata almeno da un altro “ministro”, oltre che da Gobbi, diventando così maggioritaria. Questa proposta costituisce, appunto, il “minimo sindacale”.

La mozione PPD approvata dal Gran Consiglio, che chiede di intavolare delle trattative sull’uso dei ristorni, è stata sostenuta anche dalla Lega, perché tutto è meglio dell’improponibile pagamento incondizionato cui abbiamo assistito fino ad oggi. Ma è oggettivamente una belinata. Perché, senza blocco dei pagamenti, dal Belpaese non si otterrà mai un bel niente. Da notare che il versamento incondizionato è invece appoggiato dall’ex partitone in tandem con il P$. Sicché il PLR difende gli interessi del Ticino al pari del P$ (partito degli stranieri): ovvero, non li difende proprio. Prendere nota.

Se so paga si perde

Non c’è alcun motivo plausibile per cui la proposta minimalista di Zali sui ristorni non dovrebbe raggiungere una maggioranza. Un versamento integrale dei ristorni sarebbe, semplicemente, l’ennesima calata di braghe senza alcuna giustificazione: come detto, di nuovi accordi con l’Italia sulla fiscalità dei frontalieri non ne vedremo mai. Qualsiasi eventuale condizione accessoria aggiunta a pagamento effettuato, rientra nel campo dei blabla inutili: non porta a nulla. O si paga o non si paga. Se si paga, si ha perso; se si paga e poi, dopo aver pagato, si introducono delle condizioni accessorie, si ha perso uguale.

Chiusura dei valichi secondari

Sul fronte di competenza federale, quello della chiusura notturna dei valichi secondari, pare che da Berna si prepari l’ennesimo schiaffo al Ticino ed in particolare al Mendrisiotto. Gli uccellini cinguettano che i camerieri dell’UE in Consiglio federale intendano impiparsene della decisione parlamentare e lasciare aperti i valichi secondari 24 ore al giorno. Permettendo così ai frontalieri della rapina di razziare indisturbati il Mendrisiotto (e non solo). Novità al proposito dovrebbero arrivare a breve da Berna. C’è da sospettare che non saranno belle. E la partitocrazia vuole versare i ristorni (anche) per fare contenti i rispettivi ministri nel governicchio federale, che non vogliono gabole con l’Italia? E che poi, per tutto ringraziamento, nemmeno ripristinano la chiusura dei valichi secondari? Ma col piffero!

Lorenzo Quadri

Si scusino i responsabili del beltrascandalo Argo1!

Altro che montare la panna sul fotomontaggio del tritacarne e pretendere scuse

 

Il consigliere di Stato PPD può anche lamentarsene; i kompagnuzzi con la morale a senso unico, invece, hanno perso l’ennesima occasione per tacere

“Ignobile vignetta”? “Violenza”? Uhhh, che pagüüüraaa! Qualcuno, in casa del PPD, ha perso il senso della realtà. Oppure, più probabilmente, si sta arrampicando sui vetri alla ricerca di diversivi per sviare l’attenzione dal beltrascandalo Argo1  in cui si trova invischiato fin sopra i capelli.
Il fotomontaggio del beltratritacarne pubblicato la scorsa domenica non è certo truculento (per volontà precisa; basta guardarlo per accorgersene). Non è neppure offensivo nei confronti di Beltraminelli: dire che “è finito nel tritacarne” è una semplice constatazione. Men che meno lo è nei confronti di familiari del Consigliere di Stato (chi li ha mai tirati in ballo?). Poi, che il diretto interessato non abbia apprezzato l’illustrazione, non sorprende. Lamentarsene è suo buon diritto. Ma tentare di montarci sopra un caso è francamente ridicolo. Anche se siamo a Carnevale.

Moralisti a senso unico

Semplicemente penose, per contro, le ipocrite dichiarazioni di beltrasolidarietà (?) di taluni kompagnuzzi: che tra l’altro sono stati i primi a chiedere che il direttore del DSS venisse dimezzato tramite amputazione della Divisione dell’azione sociale e delle famiglie (DASF) che include il settore dell’asilo. Per cui, di quale solidarietà andate blaterando?

Il calcolo che stava dietro a quella richiesta era fin troppo evidente: riportare la socialità – ed il lucrativo business dell’asilo – in mani ro$$e.

Questi kompagnuzzi con la  morale a senso unico, dunque, si scandalizzano per il beltratritacarne. Ma naturalmente non fanno un cip quando (tanto per fare un esempio) il portale Gas dei soldatini del P$, legato a doppio filo con la RSI, diffonde sistematicamente “fake news” denigratorie e addirittura si permette attacchi diffamatori sulla vita privata delle persone.  E non avevano nulla da eccepire nemmeno quando il defunto quindicinale il Diavolo, facente capo sempre agli stessi soldatini del P$, pubblicava prime pagine con Patrizia Pesenti alle prese con i sex toys, Marina Masoni con il fondoschiena denudato all’aria, i  due consiglieri di Stato leghisti seduti su una fotocopiatrice che “magicamente” trasforma l’immagine dei loro sederi in quella dei loro visi. Allora lì, i kompagnuzzi con la doppia morale… zitti come tombe! I loro galoppini si possono permettere di tutto e di più!

Chi deve scusarsi?

E’ un dato di fatto che la metafora del tritacarne viene usata da decenni in politica e nel giornalismo. Per indicare chi si trova esposto a polemiche e a critiche in arrivo da ogni parte, si dice che è “finito nel tritacarne”. E questa è, purtroppo per lui, l’attuale situazione del Consigliere di Stato PPD a seguito del rapporto Bertoli.
Al PPD va poi ricordato che il problema è il caso Argo1 e le relative responsabilità politiche. Responsabilità che stanno in casa del PPD, ed anche del PLR. Non certo il fotomontaggio del beltratritacarne!

Perfettamente in linea con il periodo carnascialesco, dunque, le richieste di scuse degli uregiatti.  Io stesso sono stato oggetto di articoli offensivi pubblicati sull’organo ufficiale del PPD “Popolo e libertà”: ma evidentemente non mi sogno di pretendere scuse, e nemmeno me le aspetto.
Per montare in cattedra a fare la predica agli altri occorre essere irreprensibili. Non è questo il caso del PPD. “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”: un principio che dovrebbe essere ben noto ai pipidini per via del “referente cristiano”. Ah già: ma nel frattempo il “referente cristiano” è stato sostituito col “referente multikulti”…

Non si intravvede quindi alcun motivo per pubbliche scuse (?) (e ancora meno per scuse della Lega, che non ha alcun ruolo nel fotomontaggio del beltratritacarne). Semmai a doversi scusare con i ticinesi è chi porta la responsabilità per il caso Argo1. A buon intenditor…

Lorenzo Quadri

 

Mentre la Doris pontifica, le scoppia la bomba in casa

Certo che se tutte le aziende controllate dalla Confederella funzionano come AutoPostale…

 

Ma guarda un po’, ecco serviti i talebani dello statalismo ad oltranza, quelli che vorrebbero statalizzare tutto perché così sì che le cose funzionano bene!

La Posta, al 100% di proprietà della Confederella e controllata interamente dal Consiglio federale, e meglio dal Dipartimento della Doris uregiatta, ne combina peggio di Bertoldo. Gli smantellamenti di uffici postali sono noti. Migliaia di posti di lavoro saltano, e non di certo per necessità economica. Infatti, l’ex Gigante giallo realizza 800 milioni di utili all’anno. Però sugli smantellamenti postali la partitocrazia è connivente. In primis proprio la ministra delle telecomunicazioni, ovvero la Doris. Della Posta si dice che “deve adeguarsi” alla digitalizzazione ed ai tempi che cambiano. Diametralmente opposta, ma guarda un po’, la posizione sulla SSR.

Chiaro: la TV di Stato, come centro di propaganda e di potere dell’establishment, non deve affatto adeguarsi; non sia mai! Il “dinosauro” SSR – gonfiato come una rana, costosissimo ed anacronistico –  viene mantenuto in vita artificialmente nell’interesse della casta. Non certo in quello dei cittadini che lo finanziano. Dicasi servizio pubblico al contrario.

Due pesi e due misure

Gli smantellamenti postali, e rispettiva perdita di impieghi, sono appoggiati in pieno dalla Doris uregiatta, che invece cala in Ticino, all’assemblea dei galoppini della CORSI, e lì, per contrastare la “criminale” iniziativa No Billag, blatera di servizio pubblico e di posti di lavoro da difendere. Due pesi e due misure, anche per quel che riguarda gli impieghi nelle aziende statali.

Il tutto, evidentemente, è finalizzato agli interessi dell’establishment. Se la Posta, per volere dei suoi capi, viene “messa a dieta”, non ci va di mezzo il potere, perché il compito della Posta non è quello di fare propaganda di regime. Se invece a dover dimagrire è la SSR, ecco che la musica cambia.

Fatto è che la Ministra delle telecomunicazioni ha sempre magnificato l’operato dell’ex Gigante giallo (controllato dal suo Dipartimento) e della sua direttrice, la manager da un milione all’anno Susanne Ruoff. Smantellamenti compresi.

Cadreghe traballanti

Ebbene, intanto che la ministra dei trasporti e delle telecomunicazioni, per reggere la coda ai grandi manager della SSR, ricatta i cittadini e minaccia in particolare le minoranze linguistiche con scenari apocalittici inventati di sana pianta nel caso di accettazione del No Billag, ecco che le scoppia la bomba in casa. Salta infatti fuori che, tramite trucchetti contabili, AutoPostale si è ciucciata abusivamente almeno 80 milioni (mica noccioline! 80 milioni!) di sussidi federali. Che adesso dovrà restituire. Lo scandalo avviene, come detto, in un’impresa pubblica, al 100% di proprietà della Confederazione! Ed infatti lo stesso direttore dell’Ufficio federale dei trasporti Peter Füglistaler non le manda a dire: “Da un’impresa statale francamente non me lo sarei mai aspettato, sono profondamente deluso (…) lo schema era elaborato ed è stato realizzato ad arte, ed è certamente illecito”. Ecco i bei risultati dello statalismo selvaggio, ed ecco anche le belle performance degli amici della Doris!

E’ infatti evidente che adesso la cadrega, imbottita oltre ogni decenza, della direttrice generale della Posta, ossia la sopracitata Susanna “un milione all’anno” Ruoff, traballa. L’allarme sui conti manipolati di AutoPostale era stato lanciato dal Canton Giura diversi anni fa, e la Susanna – denuncia il sindacato autonomo dei postini – “ha beneficiato di gratifiche in relazione agli utili falsati di AutoPostale”. Pertanto, prosegue il sindacato, Ruoff deve dimettersi. Una tesi che sta guadagnando consensi anche a livello politico. E non solo a $inistra.

Minata la credibilità della Doris

Visto che l’allarme sui conti taroccati di AutoPostale è partito già da anni, ma il bubbone scoppia solo adesso dopo 80 milioni di sussidi incassati abusivamente, se ne deduce che la Doris ed il suo Dipartimento non hanno brillato per solerzia.  Certo che se le aziende controllate dal Dipartimento Doris funzionano tutte come AutoPostale, siamo  messi bene!

Magari la Consigliera federale PPDog, invece di ricattare i votanti sul No Billag per difendere i suoi protetti ai vertici della SSR, farebbe bene a controllare quel che succede in casa sua. Adesso la buona Leuthard, pappagallando il suo “subito sotto” Füglistaler, si dichiara “delusa da AutoPostale”. Ma finora ha sempre retto la coda a tutte le iniziative del Gigante Giallo,  e quello che diceva la Susanna “un milione all’anno” Ruoff era per lei il Vangelo.

Inutile far finta di niente: lo scandalo in AutoPostale mina anche la credibilità della Leuthard. Cara Doris, meno ricatti ai cittadini e meno cecità nell’assecondare i supermanager amici tuoi (ma pagati da noi)!

Lorenzo Quadri

La partitocrazia insiste: vuole svendere la Svizzera

Si riempie la bocca con i valori elvetici per il proprio tornaconto. Ma poi…

La casta si agita scompostamente contro la “criminale” iniziativa No Billag. Neanche da essa dipendesse l’esistenza della nazione. Ma i temi importanti sono altri. Ad esempio i rapporti con i balivi UE, argomento fondamentale per il futuro del nostro Paese. Lo scorso fine settimana il presidente nazionale uregiatto Gerhard Pfister è uscito allo scoperto. Secondo lui, la Svizzera dovrebbe adottare il diritto della fallita UE. In sostanza, il PPD ci viene a dire, come il P$, che dovremmo farci dettare le leggi (nel senso letterale del termine) da Bruxelles. Alla faccia della nostra sovranità e della nostra autonomia! E poi lo stesso PPD, naturalmente solo quando gli torna comodo, viene a raccontarci storielle sui valori svizzeri? Per fortuna!

Referendum a raffica?

Gli uregiatti, bontà loro, pensano di preservare la democrazia elvetica inserendo un’eccezione alla ripresa automatica del diritto comunitario. Vale a dire: la Svizzera adotta in linea di principio il diritto UE, a meno che i cittadini non lo rifiutino tramite un referendum. Trovata geniale, non c’è che dire. Il buon Pfister sa sicuramente che lanciare un referendum non è di sicuro una passeggiata. Per mandare in porto l’operazione ci vogliono soldi, ci vuole organizzazione, ci vuole lavoro. E chi sarebbe chiamato metterceli? Non certo la partitocrazia cameriera dell’UE, la quale mai si sognerebbe di raccogliere le firme per contrastare tramite referendum la volontà dei padroni di Bruxelles. Il compito quindi graverebbe tutto sul groppone sempre della solita area politica: quella dell’Udc-Lega, ovviamente. Che, altrettanto ovviamente,  non può certo permettersi (nessuno potrebbe) di lanciare referendum a raffica. Dovrebbe quindi concentrarsi solo su quelli più importanti, col fatale risultato di lasciar correre svariate cose. Così, pezzo dopo pezzo, il modello svizzero va a ramengo! Grazie partitocrazia! Ecco dunque chiarito, nel caso sussistessero ancora dei dubbi, da che parte sta il PPD: da quella di chi vuole svendere il nostro Pese all’UE.

Allo sbando

Il Consiglio federale dal canto suo, pare allo sbando. Al punto che, subito dopo la chiusura del Forum di Davos, il kompagno Alain Berset, presidente di turno della Confederella, ha dovuto riprendere i colleghi. Perché ognuno, sulla questione dei rapporti con la Disunione europea, faceva il proprio verso, ed i ministri si contraddicevano a vicenda. Ohibò: evidentemente qualcuno,  magari dopo aver parlato per una decina di secondi con Trump (massimo della conversazione: “Hi Donald, how are you?”) si è montato la testa e adesso s’immagina di essere importante; di poter pontificare.

Ma già la semplice circostanza che tutti si improvvisino ministri degli esteri, scavalcando senza problemi il buon KrankenCassis, dimostra che il peso specifico di quest’ultimo è ben scarso. Questo implica che non ci sarà nessun tasto reset nei rapporti con l’UE. Al massimo ci sarà il tasto “enter”: quello che serve per eseguire gli ordini in arrivo da Bruxelles

E il famoso regalo?

Da notare che da un po’ non si parla più dello scandaloso regalo di 1.3 miliardi che il Consiglio federale vorrebbe fare a Bruxelles senza uno straccio di motivo né di contropartita. Dopo l’ultimo sconcio ricatto degli eurofunzionarietti, che  – malgrado il regalo promesso – vorrebbero limitare l’equivalenza delle borse svizzere ad un anno, e questo per ottenere la sottoscrizione (appunto) dell’accordo quadro istituzionale,  da Berna era giunta una parvenza di retromarcia. Non risulta però che il tema sia stato ulteriormente affrontato. Non vorremmo quindi che l’improvviso “sussulto s’orgoglio” (chi si accontenta…) dei camerieri dell’UE fosse semplicemente stato uno specchietto per le allodole, volto ad accontentare il popolazzo. Il WEF sarebbe stato un forum interessante per chiarire alcune cosette; a partire proprio dall’annullamento dell’improponibile regalo. Ma non un cip si è udito in tal  senso. Se ne deduce che la calata di braghe continua. Per non sbagliare, dunque, tutti a firmare l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone. Avanti con lo Swissexit!

Lorenzo Quadri

 

Il PPD vuole svendere la Svizzera

Il partito sale armi e bagagli sul carro dello sconcio accordo quadro istituzionale

Ma guarda un po’, questa è proprio bella. Il presidente nazionale del PPD Gerhard Pfister se ne è uscito a dichiarare che la Svizzera “dovrebbe adottare in linea di principio il diritto dell’UE, a meno che i cittadini elvetici non lo rifiutino tramite un referendum”. Traduzione: per impedire agli eurobalivi di venire a dettare legge in casa nostra, nel senso letterale del termine, qualcuno dovrebbe ogni volta lanciare il referendum facendosi carico degli enormi oneri finanziari ed amministrativi che ciò comporta. E in questo modo, secondo il buon Pfister, si preserverebbe la democrazia diretta? Questa è una presa per i fondelli bella e buona.  Tanto più che anche il Gigi di Viganello è ormai perfettamente in chiaro sul fatto che solo i grandi partiti nazionali ed i sindacati sono in grado di far riuscire dei referendum a livello federale. E ovviamente non possono lanciarne su qualsiasi cosa.

Va bene che Carnevale si avvicina, ma qui ci sono solo due possibilità: o il buon Pfister ha esagerato con le libagioni, oppure il PPD vuole svendere la Svizzera all’UE. Proprio come il P$, i “Leider” Ammann ed i Burkhaltèèèr. Per tanto così, chiudiamo direttamente consiglio federale e parlamento e a governare la Confederazione ci mettiamo un gerente nominato da Bruxelles.

E questo sarebbe un partito “di centro”? Schierato armi e bagagli assieme ai kompagni a sostegno dello sconcio accordo quadro istituzionale?

Il bello è che poi gli uregiatti sono i primi a riempiersi la bocca con la difesa del “modello svizzero”; ma naturalmente solo quando fa comodo a loro. Questi signori invocano la “patria in pericolo” per combattere la “criminale” iniziativa No Billag con l’obiettivo di difendere le proprie cadreghe nella SSR e nella CORSI. E poi, questi sedicenti paladini della Svizzera, alla prova dei fatti vogliono svenderla ai balivi di Bruxelles tramite accordo quadro istituzionale! Ricordarsene alle prossime elezioni.

Lorenzo Quadri

A Berna un parlamento di maiali?

Caso “molestie”: come prendere a calci la propria (già traballante) reputazione

Il parlamento federale già non gode di grande reputazione di suo. Non è una sorpresa: la partitocrazia PLR-PPD-P$$ si è ormai specializzata nell’affossamento della volontà popolare sgradita.  Vedi la rottamazione del “maledetto voto” del 9 febbraio.

La reputazione della maggioranza parlamentare, ossia del triciclo PLR-PPD-P$$, è andata a ramengo esattamente un anno fa, con la decisione di rottamare il “maledetto voto” del 9 febbraio, sgradito ai camerieri dell’UE.

Visto che rendersi odiosi politicamente ancora non bastava, “bisognava” compiere lo stesso esercizio anche su altri livelli.

Yannick Buttet, vicepresidente del PPD nonché consigliere nazionale – uno di quelli che amano sciacquarsi la bocca con i “valori della famiglia” -, sposato con figli, si trova coinvolto in una squallida vicenda di stalking ai danni dell’ex amante (del suo stesso partito e pure lei sposata con figli). Inoltre, è accusato di molestie all’indirizzo di giornaliste e di colleghe deputate. E allora cosa succede? Succede che qualcuno coglie la palla al balzo.

Un’amministrazione federale che evidentemente non è a rischio di born out per il troppo lavoro, assieme a politicanti che godono nel gonfiare lo Stato come una rana con nuovi compiti, si inventa un’apposita “Delegazione amministrativa” (uella!). Con l’incarico di occuparsi delle molestie sessuali in parlamento. La Delegazione si mette subito al “lavoro” (si fa per dire). Prima iniziativa: distribuire a tutti i deputati un volantino in cui si spiega la differenza tra una molestia sessuale ed un flirt. Evidentemente si pensa che il livello dei deputati – che pure, se sono lì, una qualche esperienza di vita dovrebbero pur averla – sia quello di preadolescenti in tempesta ormonale e totalmente gnucchi. Senza questo indispensabile volantino, mai avrebbero capito che non si possono palpeggiare a piacimento colleghe, giornaliste, addette amministrative…

L’amministrazione si gonfia

Dai comportamenti indegni di un esponente del partito “della famiglia” si è fatto nascere un problema generalizzato. Che viene immediatamente preso a pretesto per inventarsi nuovi, grotteschi compiti statali. Così la macchina amministrativa si gonfia sempre di più. Perdinci, “bisogna agire”! Questi parlamentari sono tutti zozzoni! E le deputate, evidentemente cresciute nella bambagia, non sono in nessun caso in grado di respingere eventuali avance indesiderate senza l’intervento dello Stato-balia! Ecco la bella immagine che si dà delle Camere federali.

Figura di palta

Il parlamento, già screditatosi da solo grazie alle calate di braghe della maggioranza davanti all’UE, alla rinuncia integrale a difendere la Svizzera e le sue prerogative dall’assalto alla diligenza (non è politikamente korretto! E se poi ci accusano di “xenofobia”?), con la pantomima attorno al caso Buttet demolisce definitivamente i rimasugli di credibilità. Neanche le aule parlamentari fossero il salotto di casa Weinstein o della Villa Certosa di berlusconiana memoria. La stampa gossippara ci va a nozze. Qualche politicante in cerca di visibilità mediatica a buon mercato salta immediatamente sul carro. Ed è l’unico/a a guadagnarci. Le “istituzioni” rimediano invece l’ennesima figura di palta. Poi ci si chiede come mai la loro credibilità fa la fine del Titanic.

Lorenzo Quadri

Ristorni: ottanta milioni di prese per i fondelli!

Ma il Ticino continua imperterrito a versare: ringraziamo il triciclo PLR-PPD-P$!

 

Evviva, evviva! Queste notizie sì che sollevano il morale. Nei giorni scorsi si è tenuta a Luino l’annuale riunione bilaterale sull’imposizione fiscale dei frontalieri, per fare il punto (?) sui famosi accordi del 1974. Trattasi di riunioni assolutamente inutili. Delle vere prese per i fondelli, visto che l’atteggiamento del Belpaese è noto: incassare i ristorni che i ticinesotti fessi si ostinano a versare e  sbattersene alla grande degli impegni presi con la Confederella.  In prima linea proprio in ambito di frontalierato.

Gli esempi a questo proposito si sprecano. Vedi l’ultima visita a Lugano del ministro siculo Angelino Alfano. Il quale non ha perso l’occasione per raccontare un sacco di balle sulla “conclusione imminente” dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri. Naturalmente il Didier Burkhaltèèèr le balle in questione se le è bevute tutte, dalla prima all’ultima, per poi lanciarsi in accorati appelli all’amico Angelino. Nel giro di poche ore da Roma sono arrivate le smentite categoriche: il dossier frontalieri non è nemmeno sul tavolo del governo Gentiloni.

Ma per tornare all’inutile incontro annuale di Luino (aperitivi, “standing dinner”, degustazioni enogastronomiche), esso ci ha portato la lieta novella: i ristorni, che negli scorsi anni ammontavano a circa 60 milioni, sono lievitati ad 80.5 milioni. O gioia! O tripudio!

Fatto inspiegabile

La decisione del versamento come noto viene presa dal CdS ogni anno a fine giugno. Naturalmente gli svizzerotti corrono subito ad effettuare il pagamento. I vicini a sud intascano e ringraziano a suon di pesci siluro in faccia.

Rimane inspiegabile come si possa essere fessi al punto da perseverare nel versare i ristorni senza alcun motivo plausibile. Tanto più che la loro consistenza continua a lievitare. La cifra ci dà oltretutto una bella dimostrazione “plastica” delle proporzioni dell’invasione da sud.

Oltreconfine hanno capito

Qualche anno fa il Consiglio di Stato, prima di effettuare il versamento dei ristorni, aveva pubblicato una lunga presa di posizione in cui spiegava perché c’era tutta una sfilza di motivi per bloccare i ristorni ma ciononostante li pagava lo stesso. Dopodiché il versamento, per volontà del triciclo PLR-PPD-P$,  è sempre partito come una lettera alla posta. Figuriamoci: il citato triciclo cala le braghe perfino sul casellario giudiziale, che ha impedito a centinaia di delinquenti pericolosi di arrivare in Ticino. Credere che potrà avere gli attributi per  tornare a bloccare i ristorni è come credere a Babbo Natale. Eppure le vagonate di milioni in arrivo dal Ticino non vengono neppure impiegate dal Belpaese in modo conforme. Eppure, come ben si è visto, Roma ha fatto chiaramente capire che il famoso accordo sulla fiscalità dei frontalieri non verrà mai sottoscritto. E’ chiaro: Oltreconfine hanno ormai capito che gli svizzerotti si fanno sempre fare fessi, e se ne approfittano senza remore. D’altronde, perché dovrebbero averne, di remore? Tanto più che, dopo la calata di braghe del CdS  sul casellario giudiziale, avvenuta perché Bertoli, Beltra e Vitta hanno ubbidito agli ordini schiacciati da Berna,  i politicanti italici hanno la certezza di poter contare sull’appoggio dei camerieri dell’UE in Consiglio federale. Se il Ticino fa valere le proprie ragioni nei rapporti con lo Stivale, i sette si schierano puntualmente dalla parte dell’Italia. E non si creda che con KrankenCassis cambierà qualcosa nell’approccio bernese con i vicini a sud. La vicenda della Pro Tell, avvicinata dal neo consigliere federale italo-svizzero per opportunismo elettorale e scaricata in tempo di record alla prima critica, è un segnale chiaro.

Se i soldi non interessano…

Con 80,5 milioni di franchetti in più all’anno il Ticino un po’ di cose ne potrebbe fare. In particolare nell’ambito della promozione dell’occupazione dei residenti.

Del resto, il Belpaese non ne vuole sapere di firmare il famoso nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri, da cui guadagnerebbe centinaia di milioni all’anno (c’è chi dice 300, chi addirittura 600). Visto dunque che i milioni non interessano, la Penisola può tranquillamente fare a meno anche dei ristorni.

Lorenzo Quadri

 

 

Rottamazione del 9 febbraio: ci prendono pure per il lato B!

Anche il governo ticinese si accorge che il compromesso-ciofeca è un bidone

 

E la partitocrazia PLR-PPD-P$ vorrebbe fare lo stesso con “Prima i nostri”

Come volevasi dimostrare, il compromesso-ciofeca per non applicare il “maledetto voto” del 9 febbraio, e quindi per non applicare i contingenti e la preferenza indigena, si dimostra il bidone che è. Un articolo della Costituzione federale (il famoso 121 a) dai contenuti chiarissimi è stato trasformato, in nome dell’integralismo calabraghista nei confronti dei balivi UE, in un obbligo di annuncio agli URC dei posti di lavoro vacanti: che con quanto sta scritto a chiare lettere nella Carta fondamentale dello Stato c’entra come i cavoli a merenda.  Oltretutto l’obbligo d’annuncio è vincolato a condizioni impostate per far sì che non si realizzino. Un po’ come i requisiti fissati dal Consiglio federale per mandare l’esercito ai confini a fermare l’invasione di finti rifugiati. Da notare poi che l’obbligo di annuncio agli URC dei posti vacanti non comporta alcun ulteriore diritto per i disoccupati.

La presa per i fondelli

L’obbligo di annuncio scatta quando per un determinato settore professionale il tasso di disoccupazione supera il 5%. Questa è l’ennesima sconcia presa per i fondelli, e se ne è accorto anche il Consiglio di Stato ticinese che infatti in una recente presa di posizione rileva: “Se le diverse professioni vengono suddivise in maniera troppo dettagliata, difficilmente ci sarà un tasso (di disoccupazione, ndr) sufficientemente alto da poter introdurre il vincolo”. Beh, era proprio quello che volevano gli ideatori del compromesso-ciofeca…

Non solo: come noto i tassi di disoccupazione – che farebbero scattare l’obbligo d’annuncio – sono taroccati dai soldatini della SECO, l’organo di propaganda che ci costa 100 milioni di Fr all’anno per venirci a dire che sul mercato del lavoro ticinese in regime di devastante libera circolazione delle persone non c’è alcun problema: sono tutte balle populiste e razziste (o, per dirla con il buon Rico Maggi, sono “solo percezioni”).

Come i cavoli a merenda

Capita l’antifona? Non solo la preferenza indigena ed i contingenti all’immigrazione sono stati proditoriamente trasformati dalla partitocrazia “iscariota” PLR-PPD-P$$ in un obbligo d’annuncio che c’entra come i cavoli a merenda con quanto votato dal popolo; ma ci si  è pure impegnati per trovare dei trucchetti per  far sì che tale obbligo non scatti proprio! Chiaro che, dopo aver appreso dello scempio fatto sulla volontà popolare dai camerieri dell’UE, il presidente della Commissione europea Jean-Claude “Grappino” Juncker fosse in brodo di giuggiole.

Paghiamo pure il conto

Si ricorda inoltre che agli URC si possono iscrivere anche i frontalieri; mentre i disoccupati ticinesi di lunga durata, quelli che sono ormai finiti in assistenza, spesso non sono più iscritti. Sicché la misura decisa dalla partitocrazia triciclata (nel senso del triciclo PLR-PPD-P$$) finirà col favorire i frontalieri.

E poiché le prese per il lato B non finiscono mai, la stessa SECO ha quantificato il maggior onere degli URC per far fronte all’ipotetico obbligo d’annuncio (che con tutta probabilità non scatterà mai) in 270 posti di lavoro in più che naturalmente pagheranno i Cantoni: quindi i contribuenti cantonali, compresi i ticinesotti. Traduzione: dopo aver infinocchiato i cittadini su tutta la linea, gli presentano pure il conto. Ci manca solo di occupare i nuovi posti di lavoro agli URC con stranieri, poi il quadro è completo…

E i sindacati?

E’ assolutamente incomprensibile che i sindacati non protestino contro questa squallida farsa. Trattandosi, teoricamente, di esperti del mercato del lavoro, avrebbero dovuto essere i primi ad opporsi alla monumentale boiata scodellata dai politicanti bernesi. Invece, nisba! Ulteriore dimostrazione che a) i sindacati sono colonizzati da spalancatori di frontiere e b) che ai sindacati l’invasione da sud va benissimo, poiché anche i frontalieri si sindacalizzano e pagano le loro brave quote. E, come già noto ai tempi dell’antica Roma, “pecunia non olet”. I salari “manageriali” dei dirigenti sindacali in Audi A6 qualcuno li deve pur finanziare…

A quando un sindacato che faccia gli interessi dei lavoratori ticinesi?

Lorenzo Quadri

 

“Preferenza indigena light”: dopo la decima fetta…

Ecco la conferma: il triciclo PLR-PPD-P$ ha tirato al Ticino un gigantesco bidone

 

Ma guarda un po’: la cosiddetta “preferenza indigena light”, ovvero la boiata con cui la maggioranza delle Camere federali ha rottamato il “maledetto voto” del 9 febbraio ottenendo il plauso degli eurobalivi, comincia a generare dei dubbi. Di recente, il GdP ha dedicato un servizio al tema.

Quando si dice: dopo averne mangiate dieci fette, si accorsero che era polenta. Si scopre così che la citata “preferenza indigena light”, che con la preferenza indigena non ha nulla a che vedere, otterrà lo spettacolare risultato di avvantaggiare i frontalieri iscritti agli URC (Uffici regionali di collocamento) a scapito dei ticinesi in assistenza, i quali non sono più iscritti. Altro che promuovere l’occupazione dei residenti!

Frena Ugo!

Naturalmente qualcuno non poteva farsi  scappare l’occasione (?) per tentare di girare le carte in tavola. Ovvero, per tentare di attribuire la colpa dell’ennesimo sconcio a chi ha promosso l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”. Sono quindi state sputate sentenze del tipo: “quando la politica parla senza cognizione di causa, le presunte soluzioni sono peggiori del problema che si vuole risolvere”.  Frena Ugo! La responsabilità del bidone tirato ai ticinesi in assistenza è unicamente dei Giuda della volontà popolare che hanno affossato il 9 febbraio con una soluzione farlocca.

E’ quindi il caso di rimettere la chiesa al centro del villaggio. Affinché qualcuno non pensi di poter impunemente prendere la gente per il lato B.

Cinque punti

1) Che il compromesso-ciofeca per NON applicare il 9 febbraio voluto dal triciclo PLR-PPD-PSS avrebbe favorito i frontalieri iscritti agli URC a scapito dei residenti finiti in assistenza e che non sono più iscritti, lo avevamo detto e scritto su queste colonne subito dopo l’approvazione a Berna del compromesso-ciofeca. Quindi non si faccia finta di cadere dal pero adesso.
2) Ma soprattutto: a favorire i frontalieri a scapito dei residenti non è affatto il 9 febbraio, e men che meno i suoi promotori, come qualcuno sembra voler tentare di far credere. A favorire i frontalieri a scapito dei residenti è il compromesso-ciofeca CONTRO il 9 febbraio e quanti lo hanno voluto: ossia la partitocrazia “triciclata” (nel senso del triciclo) PLR-PPD-PS (e partitini di contorno) alle Camere federali. Compresi gli esponenti ticinesi, dato che non uno si è distanziato dalla linea dei rispettivi partiti nazionali.

3) La politica “che parla senza cognizione di causa”, che porta “presunte soluzioni peggiori del problema” non è quella dei promotori nel 9 febbraio; non è quella di Lega e UDC che vogliono limitare la libera circolazione delle persone. E’ quella della partitocrazia PLR-PPD-PS che, pur di rottamare un voto popolare sgradito alle élite spalancatrici di frontiere, un voto che ha stabilito il contingentamento e la preferenza indigena sul mercato del lavoro, si è inventata il bidone della “preferenza indigena light”. Che con la preferenza indigena votata dal 70% dei ticinesi non ha nulla a che vedere.
4) Quindi, per il favoreggiamento dei frontalieri bisogna ringraziare il triciclo PLR-PPD-PSS che ha tradito la volontà dei cittadini. Perché, secondo il citato triciclo, si devono poter assumere frontalieri senza alcun limite, a scapito dei ticinesi; la sacra (?) libera circolazione non si tocca, altrimenti i padroni di Bruxelles si inalberano (uhhhh, che pagüüüraaa!). Ricordarsene alle prossime elezioni.
5) Quanto sopra dimostra, per l’ennesima volta, la necessità e l’urgenza dell’iniziativa popolare per finalmente cancellare la devastante libera circolazione delle persone. Iniziativa che l’Udc nazionale ha promesso di lanciare nei prossimi mesi. Prepararsi a firmare in massa.

Lorenzo Quadri

La presa per il lato B continua

Il Belpaese esige sempre di più dagli svizzerotti; ma quando si tratta di dare…

 

Ma guarda un po’! Ecco che la Guardia di Finanza italica torna all’attacco e pretende dagli svizzerotti informazioni sui titolari di 10mila conti presso il Credit Suisse,  per presunta evasione fiscale. Non ci vuole molta fantasia per immaginare che da parte elvetica “si” scatterà sull’attenti, mettendosi subito al servizio del padrone tricolore.

Eh già: i vicini a sud hanno ottenuto, senza alcuna contropartita, lo smantellamento del segreto bancario grazie all’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf. Adesso possono imperversare.

E quando è il turno degli italiani di fare la propria parte nei confronti della Svizzera? Lì la musica cambia; e in modo radicale. Gli svizzerotti vengono blanditi con salamelecchi e ringraziamenti, ma al momento in cui occorre venire al dunque e sottoscrivere degli impegni… zac! Infinocchiati! Per l’Italia, trattare con dei partner così gnucchi come i bernesi che vanno a Roma a parlare in inglese, dev’essere una vera goduria!

Non si avanza di un millimetro

I temi  sul tappeto li conosciamo. Sono sempre i soliti. E non avanzano di un millimetro: accesso al mercato italiano degli operatori finanziari svizzeri (doveroso, vista la calata di braghe sul segreto bancario), fiscalità dei frontalieri, trenini, depuratori, Alptransit, eccetera. Il bello è che, malgrado i politicanti nostrani i mezzi per richiamare all’ordine il Belpaese li avrebbero – ad esempio il blocco dei ristorni, o la disdetta unilaterale della Convenzione del 1974 sulla fiscalità dei frontalieri – non si sognano di usarli. Non sia mai! I vicini a Sud andrebbero immediatamente a frignare a Bruxelles. E solo all’idea di venire ripresi dai loro padroni UE, i nostri “governanti” vengono colti da gravissimi disordini intestinali. Non solo: in Ticino il triciclo PLR-PPD-P$ in Consiglio di Stato, invece di bloccare i ristorni, è riuscito a calare le braghe sul casellario giudiziale. Per togliere “l’ultimo ostacolo” (sic) alla firma del nuovo accordo fiscale sui frontalieri da parte dell’Italia. Una firma che, ormai l’ha capito anche il Gigi di Viganello, non arriverà mai. Ma evidentemente a qualcuno va bene così!

Regio inutile

L’andazzo di cui sopra viene confermato integralmente dall’ultimo incontro della Regio Insubrica, tenutosi venerdì. Il resoconto, così come pubblicato sui media, è a dir poco desolante. Ci si scambia informazioni, si sottolinea l’importanza dei buoni uffici, si “ricorda formalmente che”, e via cianciando. Solo aria ai denti!

Essendo manifesto che le Regioni nel Belpaese contano meno del due di picche, ed essendo altrettanto manifesto che chi invece, a Roma, ha facoltà di decidere sulle questioni italo-svizzere, ci prende per il lato B, la domanda è: per quale motivo bisognerebbe continuare a perdere tempo con la Regio Insubrica, visto che ciò non porta a nulla? La Regio è solo uno dei tanti pretesti per “condir via” gli svizzerotti. Serve a simulare una volontà di collaborazione che invece da parte italiana non esiste. Ma tanto il partner rossocrociato ci casca tutte le volte. E allora, perché cambiare una tattica che ha sempre dimostrato di funzionare?

Lorenzo Quadri

 

Accordi (?) con il Belpaese: svizzerotti ancora FREGATI

E intanto, grazie al triciclo PLR-PPD-P$, i ristorni sono stati regolarmente versati 

Il Mago Otelma aveva visto giusto, e non ci voleva molto: siamo stati infinocchiati sia sulla fiscalità dei frontalieri che sul trenino Stabio-Arcisate. Ma forse chi da anni si fa turlupinare senza mai reagire non merita altro

Questa volta il Mago Otelma ha avuto decisamente vita facile. La sua previsione si è avverata nel modo più completo che si potesse immaginare.

Il 26 ed il 27 giugno, data della visita a Roma (vacanze romane…) del quasi ex ministro degli esteri Didier “dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèr (PLR) sono trascorsi. Ma della firma italica sul “maledetto” accordo sulla nuova fiscalità dei frontalieri, nemmeno l’ombra. Il Belpaese, infatti, non ne vuol sapere. E lo dice senza farsi problemi. Ecco a cosa servono le calate di braghe – o, per non urtare la sensibilità del presidente del CdS Manuele Bertoli: i “passi indietro” – sul casellario giudiziale: assolutamente a niente. E assolutamente a niente serve calare le braghe su qualsiasi altro tema di scontro con la vicina Penisola.

Cose che gridano vendetta

Lo abbiamo scritto un’infinità di volte: l’Italia NON VUOLE il nuovo accordo sui frontalieri. E le cose che non vuole fare, il Belpaese semplicemente non le fa. Impipandosene di accordi internazioni, impegni presi, promesse fatte, buona fede. “Tagliàn: se i ta frega mia incöö, i ta frega dumàn” (lo ha postato il consigliere nazionale PPD Marco Romano sulla sua pagina facebook, per cui non è razzismo e si può scrivere).

Che gli impediti negoziatori bernesi, quelli che vanno a Roma a parlare in inglese, quelli che pensano che trattare con la Germania e con l’Italia sia la stessa cosa, non abbiano ancora capito l’antifona, è già sufficientemente scandaloso e getta una luce allarmante su quello che vale la diplomazia svizzera. Ma che non l’abbiano capita gli esponenti del triciclo PLR-PPD-P$ in Consiglio di Stato, grida semplicemente vendetta al cielo.

Del resto se, dopo averne mangiate cinquanta fette, gli svizzerotti non si sono ancora accorti che era polenta, vuol dire che meritano di restare fregati tutte le volte. Quello che i ticinesi non meritano, invece, è di essere così mal rappresentati.

Ci danno pure dei bugiardi

Non solo – come era scontato – non è stato fatto alcun passo avanti sulla fiscalità dei frontalieri (anzi), ma da Oltreramina è arrivata anche la fregatura sul trenino Stabio-Arcisate, finanziato a peso d’oro dallo sfigato contribuente rossocrociato. Il collegamento con la Malpensa non si farà da Lugano ma da Como. Così ha deciso la Regione Lombardia. Ennesima sfacciata violazione degli accordi con la Svizzera, con la controparte che ha ancora la faccia di tolla di darci dei bugiardi; perché, a suo dire, il Ticino sarebbe stato informato del voltafaccia.

Sempre meglio! Adesso, oltre che ad essere razzisti, saremmo pure bugiardi. Questo ci vengono a dire i vicini a sud. Intanto però continuiamo ad essere il più importante datore di lavoro della Lombardia, a scapito dei ticinesi. Quando si tratta di sfruttare senza remore il nostro Cantone, oltreconfine non perdono un’occasione. Quando si tratta di rispettare i patti, invece… Ma visto che gli svizzerotti fessi, grazie al triciclo PLR-PPD-P$, tollerano tutto senza reagire (se non calando le braghe ancora più in basso) sarebbe da scemi non approfittarsene, no?

E noi versiamo i ristorni

Ricapitolando: gli amici a sud hanno FREGATO gli svizzerotti sulla fiscalità dei frontalieri e li hanno pure FREGATI sul trenino Stabio-Arcisate

E poi i politicanti d’Oltreramina si mettono a starnazzare come germani reali contro tre valichi secondari chiusi di notte e contro il casellario giudiziale farneticando di violazione di accordi internazionali?

Se i camerieri bernesi dell’UE avessero un minimo di rispetto per il paese che amministrano (usare il verbo “governare” in relazione a certi soggetti è fuori posto) sarebbero già partite unilateralmente sanzioni nei confronti del Belpaese. Ma da un bel pezzo. Ricordiamo che l’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf ed il suo tirapiedi De Watteville queste misure le avevano promesse tre anni fa (naturalmente non se ne è mai fatto nulla).
Ma il massimo dello scandalo è che, davanti a questa plateale doppia fregatura, in Consiglio di Stato non si trovi – per colpa del triciclo PLR-PPD-P$ – una maggioranza per bloccare i ristorni. Che infatti, anche questa volta, sono regolarmente partiti.

A proposito: per la chiusura notturna di tre valichi secondari, la Farnesina (ministero degli Esteri italiani) ha convocato d’urgenza (uhhh, che pagüüüraaa!) l’ambasciatore svizzero. I camerieri bernesi dell’UE hanno convocato l’ambasciatore d’Italia per il clamoroso voltafaccia sulla ferrovia Lugano-Malpensa? Ah già, ma gli svizzerotti queste cose non le fanno. Non è politikamente korretto.

Sei cose

Comunque, visto che dall’Italia non siamo in grado di ottenere nulla, ci sono sei cose da fare:

  • avanti con la raccolta firme per la disdetta della libera circolazione delle persone;
  • avanti con Prima i nostri;
  • moratoria sul rilascio dei permessi G;
  • reintroduzione dei controlli sistematici sul confine;
  • non mandare più oltreconfine nemmeno un centesimo;
  • non mandare al Belpaese nemmeno un’informazione bancaria.

Lorenzo Quadri

PLR-PPD-P$: schiaffo fiscale a 200mila persone sole

Il triciclo del “tassa e spendi” ha affossato l’iniziativa Canonica pendente dal 2001

Si spera che gli interessati se ne ricorderanno in occasione delle prossime elezioni cantonali – il njet parlamentare rende evidente che di riforme fiscali in Ticino non se ne faranno mai

L’iniziativa parlamentare generica per una tassazione più equa delle persone singole, presentata nel lontano 2001 dall’allora deputata Iris Canonica e poi ripresa da vari altri parlamentari nel susseguirsi delle legislature, ultimo in ordine di tempo il leghista Michele Guerra, è stata respinta lunedì in Gran Consiglio.

Non è certo una sorpresa, perché il triciclo PLR-PPD-P$ è ormai ridotto ad un partito unico dello “spendi e tassa”. Negli ultimi anni se ne sono avute numerose dimostrazioni. A partire dall’introduzione del moltiplicatore cantonale con freno all’indebitamento, ossia il giocattolo legislativo per aumentare le imposte, concepito dalla $inistra ed introdotto dall’ex ministra PLR Laura Sadis (che adesso qualcuno indica come papabile candidata al Consiglio federale assieme al lobbysta delle casse malati Ignazio Cassis: allegria!).

I “liberali” esistono ancora?

Il njet all’iniziativa è arrivato per 45 voti contrari, 25 favorevoli e un astenuto. A votare a favore, solo la Lega, la Destra e due deputati del PLR. Fa poi specie notare che anche parlamentari rappresentanti delle associazioni economiche, che quindi dovrebbero avere a cuore le riforme fiscali, hanno votato contro l’iniziativa. Ma evidentemente l’ordine di marcia del partito per i soldatini viene prima di ogni altra considerazione.

Davanti ai risultati di certe votazioni parlamentari, una domanda nasce spontanea: ma in questo Cantone i “liberali” esistono ancora?

196’500 persone

Il njet del Gran Consiglio non è dunque una sorpresa. Ma è comunque deludente. Perché se in Gran Consiglio non si trova una maggioranza per correggere quella che è una stortura evidente, annosa e riconosciuta,  che colpisce ben 196’500 contribuenti quindi non due gatti, vuol dire che di riforme della fiscalità in Ticino non se ne faranno mai. Indicativi in questo senso anche i vacui argomenti con cui è stato giustificato il “njet”: “il problema esiste ma non è il momento giusto”, “ci vuole una riforma che interessi tutti” e via cianciando.

Non è mai il momento

Insomma, il ritornello del tandem PLR-PPD (non citiamo ovviamente i $ocialisti secondo i quali le tasse si possono solo aumentare) è sempre lo stesso: non è mai il momento (in 16 anni non si è trovato il momento) per alleggerimenti fiscali alle persone sole; e comunque “bisogna fare altro” (ovviamente senza mai fare alcuna proposta concreta di “altro”). Sono gli argomenti “standard” che la politichetta adduce quando vuole bloccare qualcosa. Intanto si prende nota che le quasi 200mila persone sole che vivono in Ticino lunedì sono state prese a pesci in faccia dalla maggioranza PLR-PPD-P$.

Perché il momento per lasciare qualche soldo in tasca in più ai contribuenti non arriva mai, è presto detto. Perché la spesa cantonale galoppa: dai 2.7 miliardi nel 2006 ai quasi 3.3 di 10 anni dopo. Il problema delle finanze cantonali non è dunque la mancanza di entrate, bensì le uscite. Che però la politica sembra incapace di correggere.

La causa delle distorsioni

Il rapporto di minoranza di Pamini ben evidenzia cosa provoca le distorsioni che possono penalizzare (a seconda del reddito) sia le persone singole che i coniugi: l’estrema progressione delle aliquote fiscali ticinesi. A titolo di esempio viene citato il Canton Uri, dove tale progressione non è data ed il problema delle distorsioni non si pone.

La progressione fiscale ticinese, si legge nel rapporto, “è vecchia di 40 anni e deriva da un periodo con un approccio ben diverso alla fiscalità rispetto a quello odierno”. Anche la società degli anni Settanta era assai diversa da quella di oggi: “paradossalmente, la progressiva emancipazione femminile e l’entrata massiccia delle donne nel mondo del lavoro si sta sempre più scontrando contro un duro muro fiscale”.

Il tempo non risolve

Ci sono problemi che tendono a risolversi da soli con il tempo. Quello sollevato dall’iniziativa Canonica non è tra questi. Infatti il numero di persone sole (single propriamente detti, ma anche divorziati/e, vedovi/e senza, o senza più, figli a carico) aumenta di continuo per i cambiamenti sociali e la frammentazione delle famiglie che ormai tutti conosciamo.

In Ticino i single sono già quasi 200mila: c’è da sperare che, alle prossime elezioni cantonali, questi quasi 200mila si ricordino dello schiaffone ricevuto in una calda serata di giugno dal triciclo PLR-PPD-P$.

Quanto alla promessa di riforma fiscale per tutti, che pure si è sentita durante il dibattito parlamentare: è evidente che si tratta di uno specchietto per le allodole. Quante volte abbiamo sentito ripetere la storiella del “sì ma non così” per contrastare le varie iniziative popolari fiscali proposte dalla Lega? Ed intanto di sgravi fiscali non ne sono stati fatti del tutto!

Lorenzo Quadri

 

Ministri del triciclo PLR-PPD-P$: sono allocchi o in malafede?

E’ chiaro che l’Italia non ha alcuna intenzione di ratificare l’accordo sui frontalieri

Davanti alla decisione dei Consiglieri di Stato del triciclo spalancatore di frontiere PLR-PPD-P$ – ovvero Vitta, Beltraminelli e Bertoli – di revocare, contro la volontà dei colleghi leghisti Gobbi e Zali, la richiesta del casellario giudiziale prima della concessione di un permesso B o G, ci si può solo incazzare. Delusione ed incazzatura sono  infatti i sentimenti che pervadono la grande maggioranza della popolazione ticinese. E ce n’è ben donde.

Pretesti-fregnaccia

La revoca del casellario costituisce tradimento multiplo. Tradimento dei cittadini (il casellario è stato sostenuto da una petizione con oltre 12mila firme ed era universalmente approvato), del Gran consiglio (che a sostegno della misura ha inoltrato a Berna ben due iniziative cantonali) e anche della maggioranza della Deputazione ticinese a Berna, che ha sempre difeso con convinzione il casellario, ottenendo ampi consensi.

La richiesta del casellario è una misura ovvia, efficace e ragionevole di sicurezza interna, peraltro capita ed accettata anche dai frontalieri. Gli unici a contestarla sono i politicanti italici. E non per la misura in sé. Ma perché sono in cerca di pretesti-fregnaccia per non ratificare il nuovo accordo con la Svizzera che prevede importanti aggravi fiscali per i frontalieri (ovviamente non si sa da quando).

Il Belpaese non ratificherà mai

E’ chiaro che la rinuncia al casellario non porterà assolutamente a nulla. Dalla Penisola sono arrivati segnali chiarissimi in questo senso. I vicini a sud adesso dicono che l’eliminazione del casellario “non basta” e pretendono, per l’approvazione dei nuovi accordi sui frontalieri, nuove deliranti concessioni. E’ così dimostrato che il casellario era solo una scusa. Oramai l’ha capito anche quello che mena il gesso: l’Italia non ratificherà mai i nuovi accordi sui frontalieri. Né prima delle elezioni e nemmeno dopo. Ha sempre trovato pretesti per non fare i compiti; e sempre li troverà. I nostri polli li conosciamo da un pezzo.

Il precedente

La giustificazione addotta  dal terzetto governativo per lo scellerato tradimento, ossia “rottamando il casellario porteremo a casa l’accordo sui frontalieri”, è una barzelletta. Per partorire una scusa del genere bisogna essere o gnucchi o in malafede. La stessa fregnaccia della “conclusione imminente” l’abbiamo sentita esattamente tre anni fa. Allora il tema era la rinuncia al  blocco dei ristorni. L’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf ed il suo tirapiedi De Watteville promisero che, in cambio del regolare versamento dei ristorni, entro pochi mesi la nuova tassazione dei frontalieri sarebbe diventata realtà. E avevano pure promesso misure unilaterali (sic!) contro il Belpaese in caso di inadempienza! Naturalmente non si è visto nulla…

In simili condizioni, nemmeno il Gigi di Viganello può seriamente credere che la rinuncia al casellario porterà dei risultati. Già è poco plausibile che ad una favola del genere credano gli sveltoni bernesi, quelli che vanno a Roma a trattare in inglese e vengono sistematicamente infinocchiati. Ma che a bersela siano dei ministri ticinesi, che l’Italia dovrebbero conoscerla meglio degli altri, fa sorgere interrogativi allarmanti.

I camerieri dell’UE

A volere fortemente la fine del casellario sono i camerieri bernesi dell’UE. Vari Consiglieri federali – a partire dalla ministra del “devono entrare tutti” kompagna Sommaruga – hanno tentato a più riprese di esercitare pressioni sui deputati ticinesi affinché questi ultimi ottenessero la revoca del casellario. Le pressioni non sono mai andate a buon fine. Sicché i Consiglieri federali di PLR, PPD e P$$ hanno pensato bene di far andare i telefoni, chiamando direttamente i loro soldatini nel governicchio ticinese. E i soldatini, scandalosamente, hanno marciato.

Credibilità a ramengo

A ciò si aggiunge che l’indegno voltafaccia sul casellario sputtana il Ticino sia verso nord che verso sud.

Verso sud: si conferma la tesi che basta fare la voce grossa ed i ticinesotti fessi calano le braghe. La pressione su chi si dimostra debole è destinata ad aumentare. “Chi si fa pecora, il lupo lo mangia”: lo sapevano già i nostri vecchi.

Verso nord: è evidente che, con un simile precedente, quando il Ticino avanzerà specifiche richieste a Berna, nessuno vi darà più alcun peso: tanto poi arriverà il dietrofront.

Altro che gli odiati populisti: a demolire la credibilità del nostro Cantone a livello nazionale ed internazionale è il triciclo PLR-PPD-P$ con le sue giravolte. C’è da sperare che alle prossime elezioni i cittadini di questo sempre meno ridente Cantone sapranno “premiare” a dovere chi ci svende.

L’ultima chance

Poiché le reazioni italiane alla caduta del casellario dimostrano che essa non porterà affatto alla ratifica dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri, la maggioranza del Consiglio di Stato ha un’ultima chance per rimediare all’immonda cappellata di mercoledì. La prossima seduta decida: 1) il ripristino immediato del casellario e 2) il blocco dei ristorni dei frontalieri.

Lorenzo Quadri

Quell’appuntamento con la storia vergognosamente cancellato

9 febbraio 2017: invece di suonare a festa, le campane suonano a morto

Nei giorni scorsi avremmo dovuto festeggiare. Ma il giorno predestinato, invece che gioioso, è stato mesto. Frustrazione e rabbia hanno preso il posto di ottimismo e fiducia per il futuro. Perché? Perché il 9 febbraio ricorreva il terzo compleanno del “maledetto voto”, ossia del nuovo articolo costituzionale 121a.

Tre anni era il termine massimo entro il quale le misure votate dal popolo sarebbero dovute entrare in vigore, così come previsto dal testo dell’iniziativa.  Il 9 febbraio 2017 avrebbe quindi dovuto segnare l’inizio di una nuova era: quella del superamento della becera politica della libera circolazione delle persone senza limiti che provoca solo danni.

Sempre più poveri

Le conseguenze dell’attuale sciagurato stato di cose si fanno sentire in tutti gli ambiti della realtà. Non solo mercato del lavoro e sicurezza. Ma anche viabilità, costi dell’alloggio, inquinamento. I kompagni ro$$overdi, che contro le polveri fini invocano la chiusura delle scuole, le targhe alterne e tra un po’ magari anche la confisca di tutte le automobili non elettriche, si guardano bene dal far notare che, se non avessimo 62’500 frontalieri e decine di migliaia di padroncini che entrano in Ticino tutti i giorni uno per macchina, la qualità dell’aria del Sottoceneri sarebbe senza dubbio messa un po’ meglio.

C’è poi tutto il capitolo della spesa sociale. Infatti solo il 47% degli immigrati UE, quindi meno della metà del totale, arriva in Svizzera per lavorare. Altro che “immigrazione uguale ricchezza”, altro che la bufala delle “esigenze dell’economia”.

Poiché l’attuale immigrazione senza alcun limite ha arricchito pochi svizzeri ed impoverito tutti gli altri, se siamo ancora in una democrazia il sistema, così come è adesso, non può continuare. Serve un stop. Quello stop sarebbe dovuto scattare al più tardi il 9 febbraio 2017. Ed invece…

Nel water

Invece niente di tutto quello che doveva succedere accadrà. Il voto di tre anni fa ha scritto una pagina di storia. Lo scorso dicembre a Berna la pagina in questione è stata semplicemente strappata dal libro e gettata nel gabinetto dal triciclo PLR-P$$-PPD.

L’appuntamento con la storia è stato cancellato. Come se tre anni fa non fosse successo proprio nulla. E a questo proposito giova tenere ben a mente le  dichiarazioni dell’ex presidente PLR Fulvio Pelli:  “grazie alla libera circolazione delle persone i nostri giovani potranno andare a lavorare a Milano”. Abbiamo visto come.

La vera essenza

A Berna,  nello squallido teatrino che ha preceduto la cancellazione del “maledetto voto,” un kompagno verde – uno di quelli che promuovono le petizioni per far entrare in Svizzera  ancora più finti rifugiati con lo smartphone – ha parlato senza peli sulla lingua. Ha detto l’ecologista: “noi difendiamo la libera circolazione delle persone perché è l’unico gesto di apertura (“dovete aprirvi, bifolchi!”) compiuto dalla Svizzera verso gli stranieri negli ultimi anni”.

Ecco spiegata al volgo la libera circolazione. Altro che “scelta nell’interesse della popolazione elvetica”. Si tratta di un puro e semplice regalo agli stranieri. Il cui prezzo, però, lo pagano gli svizzerotti. E, se ad ammetterlo sono perfino quelli che venderebbero la nonna piuttosto che mettere in discussione le frontiere spalancate…

Frontalieri avvantaggiati

La legge di (non) applicazione del 9 febbraio, ossia il compromesso-ciofeca, non serve assolutamente ad un tubo. Non farà diminuire i flussi migratori (e nemmeno i frontalieri) di una persona. Anzi, arriva addirittura al punto di avvantaggiare i frontalieri iscritti all’URC rispetto ai ticinesi in assistenza che non vi sono più iscritti. Non a caso  il compromesso-ciofeca è stato immediatamente lodato dagli eurofunzionaretti. I quali, secondo alcuni, l’avrebbero addirittura pilotato. Il livello di zerbinismo bernese nei confronti di Bruxelles ha raggiunto vette inaudite. E c’è da temere in un ulteriore peggioramento.

La fiducia che non c’è più

Invece di suonare a festa, il 9 febbraio 2017 le campane hanno suonato (virtualmente) a morto. L’unica via di uscita è ora l’iniziativa contro la libera circolazione.

Certo: invece di chiedere di solo limitare la libera circolazione delle persone, si sarebbe potuto chiedere subito di disdirla. Ma, al  momento del lancio dell’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”, si poteva ancora nutrire un minimo di fiducia nella buona fede della cosiddetta classe politica (?) svizzera davanti ad un voto popolare inequivocabile. Dallo scorso dicembre – quando il 9 febbraio è stato rottamato – questo non è più possibile.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Il complotto delle élite contro il “popolo becero”

Un’inchiesta svela l’accordo segreto (?) tra PLR e P$$ per azzerare il 9 febbraio

 

Ohibò, ma allora anche la SSR ogni tanto fa servizio pubblico! Fuor di battuta, accade che un’inchiesta realizzata dalla romanda RTS abbia svelato l’accordo di corridoio tra il PLR ed il P$$. Quell’inciucio che ha portato all’affossamento a Berna del “maledetto voto” del 9 febbraio tramite il compromesso-ciofeca.

L’emittente svela dunque che una delegazione composta da pesi massimi dei due partiti si sarebbe incontrata in segreto per concordare le modalità con cui il voto popolare sgradito sarebbe stato “termovalorizzato”. Si tratta quindi di un complotto in piena regola delle élite spalancatrici di frontiere contro i cittadini svizzeri. Cioè contro coloro che dovrebbero rappresentare. Contro coloro dai quali sono pagati.

P$$ e PLR non ne hanno mai voluto sapere di rispettare le regole della democrazia. Altro che fare la faccia contrita e frignare all’iniziativa popolare inapplicabile durante i dibattimenti parlamentari sul 9 febbraio. L’articolo costituzionale 121 a è applicabile. Ma la partitocrazia non l’ha mai voluto applicare. Fin da subito PLR e P$$ hanno deciso che i diritti popolari sarebbero stati gettati nel water.

I congiurati

I Giuda sarebbero, secondo la RTS, per i kompagni il presidente $ocialista Christian Levrat ed il boss dell’Unione sindacale svizzera Paul Rechsteiner (un cadregaro ro$$o che, dopo essere rimasto inchiavardato allo strapuntino del Consiglio nazionale per un quarto di secolo, ha pensato bene di traslocare agli Stati, magari con l’intenzione di trascorrervi i prossimi 25 anni).  Per i liblab c’erano invece l’ex presidente Philipp Müller e Karin Keller-Sutter, consigliera agli Stati sangallese. L’allegra combriccola avrebbe deciso di non applicare né tetti massimi né contingenti né preferenza indigena, ma di limitarsi ad un aiutino farlocco ai disoccupati iscritti all’URC. Che è poi l’essenza del compromesso-ciofeca. Peccato che agli uffici regionali di collocamento si possano iscrivere anche i frontalieri e perfino gli stranieri UE che possono restare in Svizzera come cercatori d’impiego per tre mesi, prolungabili a 6. Mentre i disoccupati elvetici di lunga durata, che sono finiti in assistenza, non risultano più iscritti agli Uffici di collocamento.

Ecco dunque spiegata la “preferenza indigena” secondo la partitocrazia: frontalieri e residenti all’estero iscritti agli URC hanno la preferenza sugli svizzeri in assistenza. Altro che “Prima i nostri”: “Prima gli altri”!

Non ci voleva il Mago Otelma…

Per tornare all’inciucio scoperto dalla RTS. Non ci voleva il mago Otelma per scoprire che il vergognoso complotto delle élite spalancatrici di frontiere contro il popolo svizzero era stato concordato in anticipo dietro le quinte. Mica era stato improvvisato in dicembre alle Camere federali.

Gli interessi dei liblab e dei kompagni coincidono: gli uni vogliono essere totalmente liberi di assumere stranieri a basso costo lasciando a casa gli svizzeri per ingrassare il proprio borsello; gli altri vogliono che “entrino tutti”. Inoltre il P$$ è ostaggio dei sindacati, i quali non hanno alcun interesse a difendere i lavoratori svizzeri, perché anche i concorrenti frontalieri e dimoranti si sindacalizzano e pagano le loro brave quote, che permettono ai dirigenti sindacali di girare in Mercedes ed in Audi A6.
La domanda è: come fanno gli elettori di sinistra a dare ancora fiducia ad un P$ che va a manina con gli odiati “padroni”? Non sentono puzza di bruciato da qualche parte?

Il ruolo uregiatto

Naturalmente non va dimenticato, e nemmeno sminuito, il turpe ruolo del PPD, che ha fatto il palo mentre a Berna la Costituzione veniva stuprata. Ed adesso la sezione ticinese uregiatta crede di prendere per i fondelli i cittadini traditi, anche dai popolaridemocratici, sostenendo il referendum farlocco contro il compromesso ciofeca. Un referendum lanciato da un kompagno “non patrizio”, per cui le frontiere spalancate sono sempre state un dogma intoccabile.

E qualcuno si aspetta che i ticinesi si bevano la storiella che un referendum del genere serva a far rispettare la volontà popolare, ossia a limitare l’immigrazione? Come recita il noto slogan: “non siamo mica scemi”!

Lorenzo Quadri

 

9 febbraio: cari uregiatti, “accà nisciuno è fesso”!

Sordido tentativo del PPD di rifarsi una verginità agli occhi dell’elettorato ticinese

Nuova “geniale” pensata degli uregiatti. I quali disperatamente tentano di rifarsi una verginità dopo aver rottamato il “maledetto voto” del 9 febbraio, assieme al tandem PLR-P$$. Tradendo, in questo modo, il 70% dei ticinesi.

La scorsa settimana, il gruppo parlamentare popolardemocratico alle camere federali ha annunciato in pompa magna di aver depositato una mozione “che incarica il Consiglio federale di avviare un monitoraggio sulle ripercussioni della legge di applicazione del 9 febbraio sull’immigrazione. Se il monitoraggio dovesse mostrare che le misure adottate hanno un impatto debole o addirittura nullo, il Consiglio federale dovrà sottoporre al Parlamento nuove misure” e blablabla.

Nei giorni scorsi ecco la seconda, surreale puntata: il neo presidente nonché capogruppo PPD in Gran Consiglio Fiorenzo Dadò strombazza che il suo partito appoggia il referendum lanciato dal kompagno Nenad Stojanovic  (patrizio di Gandria) contro il compromesso-ciofeca che rottama il 9 febbraio. Poi corregge il tiro (chi è il geniale suggeritore?): non lo appoggia più, ma intende scopiazzarlo (avanti con la Xerox!) nella forma del referendum cantonale (uella), che proporrà al Gran Consiglio. Ohibò, le prese per i fondelli si moltiplicano. Vabbè che carnevale si avvicina…

Non siamo mica scemi

Forse ai signori uregiatti bisognerebbe ricordare che i ticinesi “non sono mica scemi”.

Chiariamo alcune cosette.

  • Il PPD ha sempre combattuto l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” (ed anche “prima i nostri”). E adesso tenta di spacciarsi per suo paladino? Ma va là…
  • Il PPD a Berna prima ha affossato, a manina con il PLR ed il P$$, le proposte di emendamenti che avrebbero reso il compromesso-ciofeca un po’ meno ciofeca: ovvero tutti quegli emendamenti che contenevano la parola “residente”. Questo nel nome del “Sa po’ mia! Bisogna calare le braghe davanti agli eurofunzionarietti”! In un secondo tempo, quando si è trattato di votare sulla lozza anticostituzionale alla quale hanno dato il proprio fattivo contributo, ecco gli azzurri alle prese con la prima piroetta. Però, invece di ammettere che il cosiddetto compromesso prende a schiaffi la volontà popolare e quindi di respingerlo, cosa ti vanno a combinare? In Consiglio nazionale si astengono! PLR e P$$ stuprano la Costituzione e gli uregiatti, invece di intervenire, guardano dall’altra parte. Per la serie: io non c’ero, e se c’ero dormivo!
  • Poiché l’andamento delle votazioni a Berna – soprattutto sui temi più sensibili – è facilmente prevedibile anche senza bisogno del mago Otelma, il PPD sapeva benissimo, perché bastava prendere in mano il pallottoliere, che se invece di astenersi avesse votato contro, il compromesso-ciofeca sarebbe stato bocciato in Consiglio nazionale. E proprio per questo ha scelto l’astensione. Con perfetta cognizione di causa.
  • Come già detto, un referendum contro il compromesso-ciofeca non serve a niente. Cancellare una legge che non ha alcun effetto per sostituirla con il nulla, equivale a lasciare le cose esattamente come stanno ora. L’intero esercizio è un semplice fumogeno. La sostituzione di uno zero con un altro zero.
  • Il PPD appoggia e scopiazza lo spalancatore di frontiere Stojanovic. Ma davvero qualcuno crede che il citato kompagno miri ad ottenere il rispetto della volontà del popolo becero, che chiede di contingentare l’immigrazione e di introdurre la preferenza indigena? Come diceva Totò: “Accà nisciuno è fesso”. O forse qualche PPD lo è?
  • Il referendum cantonale che il PPD vorrebbe lanciare (?) è solo una grossolana operazione di marketing elettorale. Un sordido tentativo di rifarsi una verginità di fronte agli elettori ticinesi, dopo averli traditi senza remore. E come tale va smascherato. E poi gli spregevoli populisti sarebbero gli altri?
  • Visto che l’unico modo per ottenere il rispetto della volontà dei cittadini che chiedono di controllare l’immigrazione è l’iniziativa per disdire la libera circolazione delle persone, ci aspettiamo il fattivo sostegno del PPD nella raccolta firme per tale iniziativa. Vero presidente Dadò?

 

Lorenzo Quadri

ACSI: l’etichetta non corrisponde al contenuto

Cittadino-consumatore turlupinato: “compra” un’associazione consumerista e, quando apre l’imballaggio, trova una succursale del P$. Ma non è proprio contro questo genere di furbate che l’ACSI dovrebbe battersi?

L’ACSI, associazione consumatrici della Svizzera italiana, è finita nell’occhio del ciclone. Ad aprire le danze è stato il deputato PLR Fabio Käppeli che, assieme a cofirmatari di vari partiti (Lega compresa) ha presentato un’interrogazione al  Consiglio di Stato. Nell’atto parlamentare si legge: “Nell’ultimo decennio l’ACSI si è viepiù trasformata da associazione a sostegno dei consumatori ad organizzazione politica di propaganda per il Partito socialista. La vediamo attiva ad ogni votazione popolare e praticamente sempre a sostegno delle tesi della sinistra”. 

Nel mentre che avveniva questa evoluzione (involuzione) il finanziamento pubblico all’ACSI, si legge sempre nell’atto parlamentare, “aumentava di continuo. Il contribuente cantonale e quello federale (e fino a poco tempo fa pure quello della città di Lugano) è infatti costretto a pagare l’esistenza di quest’associazione, che non brilla di certo per l’equilibrio delle proprie posizioni, convinta com’è che la sinistra – la cui forza elettorale è ben nota – abbia il monopolio degli interessi dei consumatori”.

 Critica giustificata

La critica ci sta tutta. Era ora che venisse tirata fuori. Infatti in parecchi l’hanno condivisa: ad esempio il consigliere nazionale PPD Fabio Regazzi e il portale Ticinolive, oltre a chi scrive.

Già che ci siamo rilanciamo e diciamo che non solo l’ACSI fa propaganda di votazione, ma fa pure campagna elettorale a sostegno di candidati (ma guarda un po’) del P$. Che una filiale di detto partito sia alimentata con soldi pubblici è manifestamente un problema. Strano che la $inistra, quella che invoca ad ogni piè sospinto la trasparenza dei finanziamenti pubblici (ma sono di quelli degli altri) non abbia nulla da dire al proposito.

Maldestra difesa d’ufficio

E, tanto per peggiorare ulteriormente la posizione dell’ACSI, a chi viene la brillante idea di ergersi a suo avvocato d’ufficio? Ma al presidente del P$ Igor Righini. Così, nel caso qualcuno avesse ancora avuto dei dubbi sulla reale natura dell’associazione (costola del partito $ocialista), dopo un simile interevento di dubbi non ne possono proprio più sussistere.

Interessante notare come il kompagno Igor tenti di vendere lucciole per lanterne, alla faccia dei cittadini consumatori.  Se l’ACSI fa propaganda per il P$ ed i suoi candidati, questo non vuole affatto dire che il partito $ocialista abbia il monopolio della tutela dei consumatori. Vuol solo dire che il programma dell’ACSI è diventato uguale a quello del P$, e quindi che l’Associazione ha un problemino: non è più rappresentativa dei consumatori, ma strumentalizza questa etichetta per diventare un organo di partito travestito. E così infatti si comporta. Insomma, l’etichetta del prodotto non corrisponde al contenuto!  “Compri” un’associazione consumerista e quando apri l’imballaggio ti trovi uno spin off dei socialisti. Non è proprio uno di quei raggiri ai danni del consumatore contro cui l’ACSI dovrebbe battersi?
Tanto per fare un esempio banale ma eloquente: se l’ACSI fosse rappresentativa dei consumatori e non un organo del P$, non si rifiuterebbe di rispondere alle domande del Mattino.

Lorenzo Quadri

Pretendono ancora di comandare in casa nostra!

I trombati dell’UE sbroccano: “sull’immigrazione in Svizzera decidiamo noi!” 

Il Beltra e Vitta, audizionati a Berna nell’ambito dell’applicazione del 9 febbraio, avranno difeso la posizione del 70% dei ticinesi, oppure…?

Qui siamo proprio a livelli da barzelletta! In Consiglio nazionale il triciclo PLR-PPDog-P$$ (con partitini di contorno) ha sabotato alla grande il maledetto voto del 9 febbraio partorendo – grazie (?) all’ “architetto” Kurt Fluri, PLR – un compromesso-ciofeca anticostituzionale.

Il compromesso-ciofeca non ha nulla a che vedere con l’articolo 121 a della Costituzione. Non ci sono né contingenti, né tetti massimi e nemmeno la preferenza indigena, ma solo alcune misuricchie di diritto interno. Trattasi infatti della solita calata di braghe dei camerieri dell’UE.

I “trombati”

Eppure, e qui sta la barzelletta (che a dire il vero non fa neanche tanto ridere): malgrado la maggioranza del Consiglio nazionale sul “maledetto voto” abbia abbassato i calzoni a livello caviglia, anzi a livello talloni, i funzionarietti di Bruxelles non sono ancora contenti! Pretendono ancora di più!

Costoro – in una recente serata a Lugano l’industriale radikal-chic Carlo De Benedetti, esponente dei “poteri forti”, li ha definiti “dei trombati” – pretendono di decidere  loro come la Svizzera applicherà il 9 febbraio.

Discriminare i non residenti

Qui qualcuno non ha capito da che parte sorge il sole. Questi trombati (De Benedetti dixit) pensano di poter stravolgere le decisioni democratiche di uno Stato sovrano che non è membro dell’UE.

Come no: i cittadini elvetici votano per tornare a decidere autonomamente sull’immigrazione, ma a Bruxelles insistono per dettare le regole in casa nostra! Hanno pure il coraggio di venire a dire che “la forza lavoro in Svizzera non deve essere discriminata a seconda della nazionalità o della residenza”. Uhhhh, che pagüüüraaa! E invece è proprio quello che succederà! Se la forza lavoro in Svizzera sarà discriminata a secondo della nazionalità o della residenza, lo decide la Svizzera. Comunque la risposta è sì: ci sarà la preferenza indigena, quindi i non residenti saranno discriminati. I “trombati” (De Benedetti dixit) se ne faranno una ragione. Perché se questi signori non hanno capito che, per dare all’UE una chance di sopravvivenza, occorre assumere posizioni più elastiche in materia di libera circolazione delle persone, nel senso di accettare delle limitazioni, è meglio che cambino mestiere. A meno che la loro aspirazione sia proprio quella di fare i becchini della DisUnione europea.  Specialmente dopo la Brexit, che ha smentito in modo clamoroso i catastrofismi degli spalancatori di frontiere. Ha infatti dimostrato che si può voltare le spalle all’UE e nessuna delle previsioni isterico-apocalittiche dei camerieri di Bruxelles si realizza. Perché sono fregnacce. La libera circolazione delle persone è foffa ideologica internazionalista, ma non è affatto necessaria all’economia: lo ha detto anche l’ex vicepresidente della BNS Jean Claude Danthine.

Accordi-quadro?

Ciliegina sulla torta: i funzionarietti di Bruxelles vengono ancora a remenarla con il demenziale accordo quadro con l’UE. Quello che ci imporrebbe – a noi, che non siamo un paese membro! – di riprendere le leggi comunitarie e di sottostare, in casa nostra, alla giurisdizione di giudici UE. La domanda nasce spontanea: ma costoro ci sono o ci fanno? Davanti a votazioni popolari come il 9 febbraio e Prima i nostri, credono ancora che siamo disposti a farci ridurre a colonia della fallita UE? Naturalmente l’aspetto più squallido di tutta la vicenda è che  il ministro degli Esteri PLR Didier Burkhaltèèèèr è pronto ad accodarsi, e a propinarci la scellerata “ripresa automatica” del diritto UE. Lui la chiama “ripresa dinamica”, ma è esattamente la stessa cosa. Il fatto che il Consigliere federale PLR abbia nominato a Segretaria di Stato,  dopo la partenza dell’Yves “Immigrazione uguale ricchezza” Rossier, un’esponente del P$$, ossia del partito che vuole le frontiere spalancate e l’adesione della Svizzera all’UE, ha un chiaro significato.

Cosa avranno detto?

Intanto il Consiglio degli Stati ha annunciato che interverrà sul compromesso-ciofeca sul 9 febbraio approvato dalla maggioranza del Nazionale rendendolo “più incisivo”. Poiché è un po’ che abbiamo smesso di credere a Gesù Bambino, siamo facili profeti nel prevedere che, al massimo, si andrà a parare sui soliti cerotti sulla gamba di legno.

In quest’ottica, nei giorni scorsi il presidente del Consiglio di Stato Paolo Beltraminelli ed il direttore del DFE Christian Vitta sono stati audizionati a Berna dalla Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati. Cosa avranno detto? Avranno difeso la volontà del 70% di ticinesi che hanno plebiscitato l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”, o avranno invece sostenuto tesi annacquate – come quelle contenute nel controprogetto-sciacquetta contro “Prima i nostri”, asfaltato in votazione popolare il 25 settembre –  tradendo la volontà dei cittadini?

Comunque, la conclusione è sempre la stessa: o la libera circolazione viene limitata così come deciso dal popolo, oppure ci sarà un’iniziativa popolare per cancellarla una volta per tutte.

Lorenzo Quadri

Legge sui lavoratori distaccati: un piccolo passo avanti

Ma il vero problema è la libera circolazione, voluta dai partiti storici

 

Dopo tanti patemi d’animo, anche il Consiglio nazionale ha approvato, con 110 favorevoli, 86 contrari e 2 astenuti, la legge sul lavoro distaccato. Si tratta di quella legge, fortemente voluta dal Ticino, e per cui la Deputazione ticinese a Berna si è battuta, che permette la proroga agevolata dei contratti normali di lavoro, e prevede pure un inasprimento delle sanzioni in caso di violazione.

Contraria la maggioranza del gruppo Udc (ovviamente non gli esponenti ticinesi, che hanno votato Sì) e PLR. L’opposizione del gruppo Udc ha una sua semplice spiegazione. La teoria è questa: visto che il problema è la libera circolazione incontrollata, bisogna intervenire lì. Il resto sono cerotti sulla gamba di legno.

Non  facciamoci illusioni

E’ vero che il problema è la libera circolazione senza limiti. Quindi, è inutile che i kompagni spalancatori di frontiere, il PPD  e parte del PLR, da un lato sabotino il “maledetto voto” del 9 febbraio con compromessi-ciofeca anticostituzionali, e poi tentino di rifarsi una verginità approvando misuricchie accompagnatorie! Lo stesso discorso, è evidente, vale a livello cantonale.  Infatti i becchini del 9 febbraio sono gli stessi che volevano affossare l’iniziativa “Prima i nostri” tramite un controprogetto all’aria fritta. Questi signori dei partiti storici non vogliono limitare la libera circolazione delle persone, e quindi gli sta bene l’invasione di frontalieri e padroncini.  Di conseguenza, tentano di sviare l’attenzione, montando la panna sulla nuova legge sul lavoro distaccato. Che è, intendiamoci, una cosa positiva. Ma si tratta solo di un passettino avanti. La Lega l’ha sostenuta, con convinzione, ma cosciente della reale portata, che è limitata. Ogni piccolo miglioramento è importante ed è meglio che niente. Ma non illudiamoci che la nuova legge cambierà la faccia del Cantone.

Applicare i voti popolari

Oltretutto è “lievemente bizzarro” che partiti come il P$$ ed il PPD adesso si gargarizzino con la nuova legge sui distaccati e quindi con le misure accompagnatorie. Però nel compromesso-ciofeca sul 9 febbraio mica si sono sognati di potenziarle.

E’ il colmo: il triciclo ex partitone – PPDog – P$ nella sua lozza anticostituzionale ha inserito, pensando di poter prendere la gente per i fondelli, solo misuricchie di diritto interno, che non necessitavano affatto di un voto popolare. E non ha neppure potenziato le misure accompagnatorie.

Dunque: è giusto essere soddisfatti per l’entrata in vigore della legge sui lavoratori distaccati. Ma nessuno sogni di usarla come pretesto per pulirsi la coscienza. Il vero lavoro è ancora tutto da fare: leggi attuazione (vera) del 9 febbraio e di Prima i nostri.

Lorenzo Quadri