Volete il salario minimo? Applicate “Prima i nostri”!

Intanto il PPDog pensa di schivare l’oliva producendosi in esercizi di politica-Xerox

 

Ma guarda un po’, dopo mesi in cui era calato il silenzio, adesso si torna a parlare di salario minimo in Ticino. Il problema però  non è solo di fissazione della cifra. Quindi la questione non viene risolta mercanteggiando sui 18.75 o sui 19.25 Fr all’ora. Come detto più volte, il difetto sta nel manico. E, chi l’avrebbe mai detto, è legato all’invasione da sud!

Se infatti ticinesi e frontalieri ricevono lo stesso salario, il differenziale tra il costo della vita al di qua ed al di là della ramina fa sì che il ticinese tiri la cinghia, mentre il frontaliere si faccia gli attributi d’oro. Quindi il salario minimo si trasforma nell’ennesimo regalo ai frontalieri (dopo l’ultima geniale pensata dei tamberla della SECO sul guadagno intermedio). Per i residenti, invece, un salario di 19 Fr all’ora è troppo misero.

Politica Xerox

Per i ticinesi, saremmo favorevoli ad un salario minimo anche più alto delle cifre in discussione. Ma la conseguenza, in regime di devastante libera circolazione delle persone, sarebbe quella di fomentare ulteriormente l’assunzione di frontalieri a basso costo. Serve quindi una compensazione: al datore di lavoro il dipendente ticinese e frontaliere deve costare uguale. Però la differenza tra il costo della vita al di qua ed al di là della ramina deve venire in qualche modo compensata. Il potere d’acquisto di frontalieri e ticinesi che guadagnano la stessa cifra deve dunque diventare analogo. Questo vuol dire, semplicemente, che una parte della paga versata al frontaliere deve venire incamerata e trattenuta in Ticino. Ora, queste cose è un po’ che le diciamo. E nei giorni scorsi, ma guarda un po’, ecco che gli uregiatti se ne escono con le loro elucubrazioni. E ripetono le stesse cose più volte apparse su queste colonne! Nuovo esempio di politica-Xerox!

Senza preferenza indigena…

Tuttavia i PPDog dimenticano la parte più importante. Il meccanismo perequativo di cui sopra, che costituirebbe la quadratura del cerchio, si schianterebbe immediatamente contro il muro dei “sa po’ mia”. Quel muro che la partitocrazia – PPD compreso! – non perde occasione per alzare, con l’obiettivo di bloccare ogni iniziativa a tutela del mercato del lavoro di questo sfigatissimo Cantone in regime di devastante libera circolazione.  Regime voluto proprio dal triciclo PLR-PPD-P$, e da tutto il resto dell’élite spalancatrice di frontiere. Quindi, a che gioco stiamo giocando?

Ripetiamo: affinché il salario minimo abbia un senso ed una sostenibilità, occorre introdurlo di pari passo con la preferenza indigena votata dal popolo ma  rottamata dalla partitocrazia.Alternative non ce ne sono. E’ quindi inutile prodursi in autoerotismi cerebrali su “compensazioni” che sono destinate non diventare mai realtà: la prima ad opporsi sarebbe proprio la partitocrazia, sciorinando la solita fregnaccia della presunta “incompatibilità con il diritto superiore”!

C’è un solo modo per dare una chance al salario minimo: resuscitare la preferenza indigena. Il triciclo ha quindi ora un’ultima opportunità per tornare sui propri passi ed applicare quel “Prima i nostri” che i ticinesi hanno votato per ben due volte. Se non lo farà, anche il salario minimo è destinato ad andare in palta. E si saprà chi sono i becchini: i soldatini della partitocrazia cameriera dell’UE. In primis proprio i $inistrati che, per il loro marketing elettorale, si riempiono la bocca con i salari minimi.

Via la libera circolazione

Se poi in un futuro (si spera) prossimo, grazie all’iniziativa popolare attualmente in fase di raccolta firme, la devastante libera circolazione delle persone verrà disdetta, si potrà tornare a parlare di salari minimi. Ma senza preferenza indigena no, visto che le perequazioni tra ticinesi e frontalieri sono destinate a rimanere nel mondo delle teorie.

Lorenzo Quadri