Socialità: “prima i nostri!”

AVS in rosso di 2.2 miliardi: ma come, gli stranieri non dovevano pagarci le pensioni?

Sarà sicuramente un caso che, con l’avvicinarsi della votazione sulla riforma “fiscale e sociale” della Confederella (riforma fiscale e finanziamento dell’AVS, RFFA) si moltiplicano gli allarmismi sullo stato di salute finanziaria del Primo pilastro. Nei giorni scorsi abbiamo infatti appreso che l’AVS ha chiuso l’anno di disgrazia 2018 con un “rosso” di 2.2 miliardi.

La legge federale su cui voteremo il 19 maggio va approvata, pur senza particolari salti di gioia; poiché l’alternativa è quella di ritrovarsi poi con l’età AVS aumentata a 67 anni, con la scusa dell’ “emergenza”.

Sul deficit 2018 del Primo pilastro, come detto di 2.2 miliardi, un paio di considerazioni “nascono spontanee” anche al Gigi di Viganello.

  • Il “buco” effettivo è di un miliardo; il peggioramento ulteriore di 1.2 miliardi è dovuto al rendimento negativo degli investimenti del fondo di compensazione. Quindi la maggior parte del passivo è dovuto ad operazioni finanziarie. Che i mercati non rendano più un tubo è cosa nota. Ma visto che stiamo parlando di 1.2 miliardi di perdita e non di noccioline, ci pare opportuno che i motivi di questo risultato vengano indagati.
  • Intanto che l’AVS – la “madre” di tutte le assicurazioni sociali svizzere – si trova con un buco da 2.2 miliardi di Fr nel 2018, il triciclo PLR-PPD-P$$ decide di regalare 1,3 miliardi di Fr alla fallita UE, e questo “per oliare”. Trattasi dunque di una marchetta, come hanno spiegato l’eurosenatore PPD Pippo Lombardi ed il presidente del PLR ticinese Bixio Caprara (e allora c’è da chiedersi che interessi difendano questi signori ed i loro partiti; quelli dei cittadini svizzeri no di certo). Effetto della “lubrificazione” (con i nostri soldi): praticamente all’indomani della decisione del triciclo a favore del regalo miliardario, Bruxelles è partita nuovamente all’attacco delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone. Ed i ricatti all’indirizzo degli svizzerotti proseguono senza pudore. Domandina facile-facile: ma questi 1,3 miliardi, non sarebbe stato meglio versarli nelle casse dell’AVS?
  • Visto che tra asilo ed aiuti allo sviluppo si spendono più o meno 5 miliardi all’anno, è evidente che tale cifra va almeno dimezzata, a vantaggio del Primo pilastro. Tanto più che l’attuale politica di aiuto allo sviluppo è fallimentare. Decenni di contributi, vagonate di miliardi, ed i paesi beneficiari rimangono sempre fermi al palo. Come mai i $inistrati, a parole grandi sostenitori dell’AVS, non approvano il travaso di fondi dai regali all’estero alle necessità dei cittadini svizzeri? Risposta: perché il P$, come ben suggerisce la sigla, è il Partito degli Stranieri.
  • Per anni la casta spalancatrice di frontiere ha fatto il lavaggio del cervello al popolazzo: “immigrazione uguale ricchezza!”; “gli immigrati pagheranno le pensioni agli svizzeri!” e avanti con le fregnacce. E’ sempre più palese che si trattava, per l’ennesima volta, di balle di fra’ Luca degli immigrazionisti. Anche i migranti invecchiano. E non pagano neppure le loro, di pensioni. Perché la metà degli immigrati non arriva in Svizzera per lavorare. E magari anche perché gli anni contributivi sono ridotti. Morale della favola: l’immigrazione continua ad aumentare senza alcun controllo (solo a seguito dell’immigrazione, la popolazione elvetica è aumentata di 1.75 milioni dal 1990 al 2017). Perché così vuole la fallita UE; ed il triciclo cala le braghe ad altezza caviglia. Risultato: siamo qui in troppi. Ciononostante, le casse dell’AVS sono messe sempre peggio.
  • E’ ora di finalmente piantarla di sperperare soldi pubblici per mantenere migranti economici, finti rifugiati con lo smartphone, e compagnia cantante e per fare regali all’estero privi di effetto. Impieghiamo i soldi del contribuente a vantaggio dei cittadini elvetici. “Prima i nostri” anche nella socialità.

Lorenzo Quadri

Il triciclo ha colpito ancora

Preferenza indigena: rottamazione completa della volontà popolare

Nessuna agevolazione alle aziende “virtuose” che assumono ticinesi

La partitocrazia del triciclo non ne vuole proprio sapere della preferenza indigena. In nessuna forma. Ed infatti in settimana in Gran Consiglio è riuscita a bocciare anche l’ultima delle iniziative parlamentari generiche presentate dalla sottocommissione parlamentare che avrebbe dovuto concretizzare “Prima i nostri”. Ossia gli sgravi alle società neocostituite che assumono almeno l’80% di residenti in Svizzera e dove almeno l’80% dei dipendenti percepisce un salario mensile di più di 4000 Fr per 13 mensilità.

Il ritornello è sempre lo stesso: “sa po’ mia!”.

Aziende virtuose

Quindi: dare la precedenza alle assunzioni di ticinesi in Ticino “sa po’ mia”, premiare le aziende virtuose che assumono ticinesi “sa po’ mia”! Ma è mai possibile, e soprattutto è credibile, che solo noi svizzerotti fessi non siamo mai in grado di difenderci dall’invasione da sud? Come mai altri – a partire proprio dal Belpaese! – il loro mercato del lavoro lo difendono eccome?

E’ chiaro che il problema non è che non si può. E’ che non si vuole. La storiella del “margine di manovra nullo” la sentiamo da anni. Ha stufato. Non se la beve più neanche il Gigi di Viganello. Semplicemente, la partitocrazia vuole le aperture scriteriate e se ne frega delle conseguenze deleterie che portano con sé. La partitocrazia si rifiuta di attuare la preferenza indigena perché agli odiati “populisti” non bisogna mai dare ragione!

La fetecchiata del “diritto superiore” viene usata come un corpo contundente per bastonare il popolazzo che vota sbagliato e sconfessa la casta spalancatrice di frontiere. E si tratta proprio di  fetecchiata, perché non c’è in Svizzera diritto superiore alla Costituzione federale. E questa la preferenza indigena la prevede eccome (“maledetto voto” del 9 febbraio).

 Costituzione nel water

La Costituzione contiene la preferenza indigena? Per la casta non è un problema. Getta nel water la Costituzione e blatera, tramite i suoi soldatini acculati al Tribunale federale, che gli accordi internazionali avrebbero la precedenza. Ovvio, quindi, che rifiuti istericamente l’ “iniziativa per l’autodeterminazione” (le prime avvisaglie di questa isteria si sono viste nei giorni scorsi con l’inizio del dibattito in Consiglio nazionale), ovvero l’iniziativa detta “contro i giudici stranieri” che vuole sancire il ritorno della priorità della nostra Costituzione sul diritto internazionale. Questa priorità era un fatto acquisito fino a pochi anni fa. Poi qualche leguleio del Tribunale federale, chissà come mai, ha deciso di cambiare la prassi.

Cosa deve ancora succedere?

La domanda a questo punto è una sola. Cosa deve ancora succedere, quanti njet e quanti sa po’ mia, quanti pesci in faccia bisogna ancora incassare prima che ci si renda conto che la libera circolazione è incompatibile con il futuro di questo paese? A proposito: firmate l’iniziativa contro la libera circolazione! Gli uccellini cinguettano che la raccolta di firme sta andando bene…

Il colmo è che la partitocrazia continua a prendere a pesci in faccia i cittadini e poi piagnucola perché la politica “perde di credibilità”. Chissà come mai, eh?

Lorenzo Quadri

Volete il salario minimo? Applicate “Prima i nostri”!

Intanto il PPDog pensa di schivare l’oliva producendosi in esercizi di politica-Xerox

 

Ma guarda un po’, dopo mesi in cui era calato il silenzio, adesso si torna a parlare di salario minimo in Ticino. Il problema però  non è solo di fissazione della cifra. Quindi la questione non viene risolta mercanteggiando sui 18.75 o sui 19.25 Fr all’ora. Come detto più volte, il difetto sta nel manico. E, chi l’avrebbe mai detto, è legato all’invasione da sud!

Se infatti ticinesi e frontalieri ricevono lo stesso salario, il differenziale tra il costo della vita al di qua ed al di là della ramina fa sì che il ticinese tiri la cinghia, mentre il frontaliere si faccia gli attributi d’oro. Quindi il salario minimo si trasforma nell’ennesimo regalo ai frontalieri (dopo l’ultima geniale pensata dei tamberla della SECO sul guadagno intermedio). Per i residenti, invece, un salario di 19 Fr all’ora è troppo misero.

Politica Xerox

Per i ticinesi, saremmo favorevoli ad un salario minimo anche più alto delle cifre in discussione. Ma la conseguenza, in regime di devastante libera circolazione delle persone, sarebbe quella di fomentare ulteriormente l’assunzione di frontalieri a basso costo. Serve quindi una compensazione: al datore di lavoro il dipendente ticinese e frontaliere deve costare uguale. Però la differenza tra il costo della vita al di qua ed al di là della ramina deve venire in qualche modo compensata. Il potere d’acquisto di frontalieri e ticinesi che guadagnano la stessa cifra deve dunque diventare analogo. Questo vuol dire, semplicemente, che una parte della paga versata al frontaliere deve venire incamerata e trattenuta in Ticino. Ora, queste cose è un po’ che le diciamo. E nei giorni scorsi, ma guarda un po’, ecco che gli uregiatti se ne escono con le loro elucubrazioni. E ripetono le stesse cose più volte apparse su queste colonne! Nuovo esempio di politica-Xerox!

Senza preferenza indigena…

Tuttavia i PPDog dimenticano la parte più importante. Il meccanismo perequativo di cui sopra, che costituirebbe la quadratura del cerchio, si schianterebbe immediatamente contro il muro dei “sa po’ mia”. Quel muro che la partitocrazia – PPD compreso! – non perde occasione per alzare, con l’obiettivo di bloccare ogni iniziativa a tutela del mercato del lavoro di questo sfigatissimo Cantone in regime di devastante libera circolazione.  Regime voluto proprio dal triciclo PLR-PPD-P$, e da tutto il resto dell’élite spalancatrice di frontiere. Quindi, a che gioco stiamo giocando?

Ripetiamo: affinché il salario minimo abbia un senso ed una sostenibilità, occorre introdurlo di pari passo con la preferenza indigena votata dal popolo ma  rottamata dalla partitocrazia.Alternative non ce ne sono. E’ quindi inutile prodursi in autoerotismi cerebrali su “compensazioni” che sono destinate non diventare mai realtà: la prima ad opporsi sarebbe proprio la partitocrazia, sciorinando la solita fregnaccia della presunta “incompatibilità con il diritto superiore”!

C’è un solo modo per dare una chance al salario minimo: resuscitare la preferenza indigena. Il triciclo ha quindi ora un’ultima opportunità per tornare sui propri passi ed applicare quel “Prima i nostri” che i ticinesi hanno votato per ben due volte. Se non lo farà, anche il salario minimo è destinato ad andare in palta. E si saprà chi sono i becchini: i soldatini della partitocrazia cameriera dell’UE. In primis proprio i $inistrati che, per il loro marketing elettorale, si riempiono la bocca con i salari minimi.

Via la libera circolazione

Se poi in un futuro (si spera) prossimo, grazie all’iniziativa popolare attualmente in fase di raccolta firme, la devastante libera circolazione delle persone verrà disdetta, si potrà tornare a parlare di salari minimi. Ma senza preferenza indigena no, visto che le perequazioni tra ticinesi e frontalieri sono destinate a rimanere nel mondo delle teorie.

Lorenzo Quadri

Difendere la democrazia dai camerieri di Bruxelles

Iniziativa contro i giudici stranieri: ci facciamo bagnare il naso anche dalla Germania

 

I camerieri bernesi dell’UE bramano di concludere entro fine anno (!) lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’Unione europea. Il che significa: leggi e giudici di Bruxelles che comandano in casa nostra.

Sul fronte opposto a simili scellerati progetti c’è però l’iniziativa per l’autodeterminazione, detta anche “iniziativa contro i giudici stranieri”. Cosa prevede questa iniziativa? Sostanzialmente tre cose:

  1. sancisce il primato del diritto costituzionale svizzero rispetto al diritto internazionale (regola del primato);
  2. stabilisce che le autorità incaricate dell’applicazione del diritto non applichino più i trattati internazionali che sono contrari alla Costituzione o lo sono diventati;
  3. impone di adeguare alla Costituzione i trattati internazionali che la contraddicono; qualora ciò non fosse possibile, questi accordi vanno denunciati.

Quello che valeva in passato…

La priorità del diritto costituzionale svizzero su accordi internazionali del piffero (“Prima le nostre leggi”) era un dato di fatto scontato fino a qualche anno fa. Giustamente. Anche perché questi accordi internazionali sono, spesso e volentieri (per non dire praticamente sempre) il risultato delle calate di braghe dei camerieri bernesi dell’UE. Non dimentichiamoci che la diplomazia svizzera – quella che tratta “al fronte” con i balivi di Bruxelles – è infarcita di kompagni eurolecchini. E il neo ministro degli esteri italo-svizzero Ignazio KrankenCassis ha nominato l’ennesimo euroturbo, Roberto Balzaretti, quale responsabile delle negoziazioni con l’UE (altro che “tasto reset”).

La chiesa al centro del villaggio

Come detto, in passato il rapporto tra diritto costituzionale elvetico e diritto straniero era chiaro. Ma poi qualche giudice politicizzato che utilizza il proprio margine di manovra per fare politica pro-sottomissione all’UE, ha pensato bene di decidere il contrario. Ossia di mettere fuori gioco (rottamare) la volontà popolare sgradita per inchinarsi ai diktat internazionali dell’establishment. E’ quindi necessario ed urgente rimettere la chiesa al centro del villaggio. Di conseguenza, è anche ora di piantarla di dipingere i legulei dei tribunali come eroi senza macchia che devono essere protetti dalle ingerenze della politica cattiva. Perché è una presa per i fondelli. I giudici sono nominati dai politicanti in base alla tessera del partito ed in base alle convinzioni politiche. Questo vale in particolare per i giudici del Tribunale federale. La partitocrazia spalancatrice di frontiere elegge i giudici con il mandato di sentenziare come vorrebbe lei: cioè facendo valere le posizioni dell’establishment e affossando le decisioni “sbagliate” del popolazzo becero. Altro che difendere i giudici dalla politica. Bisogna invece difendere la democrazia dai giudici politicizzati al servizio della casta a cui devono la cadrega (ed eterna gratitudine).

Lezioni tedesche

Nel settembre del 2015 il Tribunale costituzionale tedesco ha stabilito, senza tante balle, che il diritto costituzionale nazionale prevale sugli accordi internazionali. Certo che noi svizzerotti siamo proprio immersi nella palta: abbiamo un sistema di diritti popolari che tutti ci invidiano, ma poi arrivano i legulei di turno a sabotarlo su indicazione della casta. Al punto che siamo ridotti  a prendere lezioni di difesa della democrazia dalla Germania; ovvero da un paese UE. E’ evidente che non possiamo permettere un simile scempio.

La casta contro i diritti popolari

L’establishment da tempo starnazza contro l’iniziativa per l’autodeterminazione. Chiaro: l’élite non vuole i diritti popolari. E’ da parecchio tempo infatti che i suoi soldatini, pensiamo ad esempio ai tamberla di AvenirSuisse, tentano di sabotarli, predicando l’aumento del numero di firme necessario alla riuscita di iniziative popolari e referendum. Altrimenti il popolazzo becero (quello che “vota sbagliato”) assume troppo potere. Con il consueto (e ormai stantìo) armamentario di ricatti e minacce, la casta è dunque partita all’assalto dell’iniziativa “contro i giudici stranieri”. I suoi galoppini al Consiglio degli Stati l’hanno già asfaltata raccontando fregnacce a go-go. Che pena: questi politicanti sono stati eletti dal popolo, ma poi gli votano sistematicamente contro. Ricordarsene alle prossime elezioni.

Due fregnacce

Fregnaccia numero uno: l’iniziativa contro i giudici stranieri metterebbe in pericolo l’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (CEDU) in Svizzera, e quindi il rispetto dei diritti umani nella Confederella non sarebbe più assicurato. Balle di fra’ Luca! In Svizzera i diritti umani sono già incorporati nella Costituzione. Non ci serve nessuna CEDU. La quale semmai inserisce di straforo tra i diritti umani cose che con essi non c’entrano una mazza. Ad esempio il presunto diritto di migranti economici di farsi mantenere dagli svizzerotti fessi.

Fregnaccia numero due: se si applicasse la Costituzione (articolo 121 a, ovvero 9 febbraio) invece del diritto internazionale (ovvero invece della devastante libera circolazione senza limiti) sarebbero a rischio i bilaterali.

L’UE non ci fa regali

Uhhh, che pagüüüraaa! E’ ora di piantarla di raccontarci la solita, decotta balla che senza i Bilaterali la Svizzera farebbe la fine del Titanic. La Fallunione europea, e ne abbiamo avuto innumerevoli dimostrazioni (vedi gli svergognati ricatti sull’equivalenza delle borse) non è mica un ente benefico a sostegno della Svizzera. L’UE non ha firmato i bilaterali per farci un favore (?). Li ha firmati perché ci guadagna. Quindi, non c’è scritto da nessuna parte che  li getterà a mare perché la libera circolazione ciurla nel manico. E se anche lo facesse, chi ci perderebbe? La bilancia commerciale tra Svizzera ed Unione europea è ampiamente favorevole a quest’ultima. L’accordo sul transito terrestre è una ciofeca che ha trasformato la Svizzera in corridoio a basso costo per TIR europei in transito: ringraziamo il kompagno Moritz “Implenia” Leuenberger! Quanto agli accordi sulla ricerca: le eccellenze universitarie si trovano al di fuori dell’UE. In particolare con la Brexit. Solo per citare tre esempi.

“Prima i nostri”

Non c’è alcun motivo per cui l’iniziativa “per l’autodeterminazione”, che sancisce la priorità della Costituzione – ed in particolare della volontà popolare – su accordi internazionali del piffero dovrebbe venire respinta.

Per votarla, invece, di motivi ce ne sono a bizzeffe. Citiamone solo uno: con l’iniziativa “contro i giudici stranieri” in vigore il “maledetto voto” del 9 febbraio, e quindi anche Prima i nostri, oggi sarebbe realtà.

Lorenzo Quadri

 

Assieme a Prima i nostri è defunto anche il salario minimo

Introdurlo senza la preferenza indigena sarebbe solo un regalo ai frontalieri

Il triciclo PLR-PPD-P$ la scorsa settimana ha rottamato  “Prima i nostri” in Gran Consiglio, prendendo a pesci in faccia la democrazia. L’esito delle votazioni popolari sgradite alla casta cameriera dell’UE può dunque essere impunemente cancellato. L’élite spalancatrice di frontiere, invece di difendere gli interessi dei ticinesi, difende a) quelli dei frontalieri e b) quelli dei datori di lavoro disonesti che approfittano della disponibilità, oltreconfine, di un bacino praticamente sterminato di manodopera a basso costo e senza sbocchi professionali in casa propria (la situazione occupazionale nel Belpaese è allo sfascio e non ci sono prospettive di miglioramento).

De profundis

I kompagnuzzi, notoriamente, difendono per motivi ideologici la devastante libera circolazione delle persone, la quale ha generato la guerra tra poveri in atto da anni. Una guerra da cui i ticinesi – vergognosamente traditi dai loro stessi politicanti – non possono che uscire perdenti.

Ma i ro$$i spalancatori di frontiere, nella loro foga internazionalista, si sono dimenticati di una cosetta. Cancellando la preferenza indigena voluta dal “popolazzo becero che vota sbagliato”, hanno suonato il De Profundis anche per il salario minimo, con cui amano sciacquarsi la bocca.

Di introdurre il salario minimo senza la preferenza indigena, infatti, non se ne parla nemmeno. Con la preferenza indigena, o meglio ancora senza la devastante libera circolazione delle persone, certo che si potrebbe parlare di salari minimi, ma solo per residenti. E anche più alti di quelli proposti: perché con 3200 Fr al mese in Ticino (se si è da soli a lavorare con una famiglia a carico) notoriamente non si campa.

Chiaro: anche nell’attuale regime di devastante libera circolazione senza alcun limite voluto dalla partitocrazia, $inistruccia multikulti in prima linea, si potrebbe proporre un salario minimo solo per i residenti. Il risultato sarebbe però, ma guarda un po’, quello di fomentare la sostituzione di lavoratori ticinesi con frontalieri pagati la metà o meno (altro che venirci a propinare la fregnaccia che i residenti in Italia hanno i “profili” migliori!). Un salario minimo uguale per tutti sarebbe per contro un regalo ai frontalieri e un danno ai ticinesi: gli stipendi dei ticinesi subirebbero infatti una pressione al ribasso, appiattendosi verso il minimo. Per la serie: o accetti il salario minimo, o assumo un frontaliere per quella paga lì. Senza contare le innumerevoli possibilità di aggiramento (ad esempio: frontaliere assunto e pagato ufficialmente al 50%, ma che però lavora al 100%).

Niente regali ai frontalieri

In più, il regalo ai frontalieri tramite salario minimo non farà che aumentare l’attrattività del Ticino aggravando l’invasione da sud, che ha da tempo raggiunto livelli insostenibili. Infatti, solo due giorni dopo la rottamazione di “Prima i nostri” ad opera del triciclo PLR-PPD-P$, si è appreso che il numero dei frontalieri in Ticino ha infranto l’ennesimo record. E che i frontalieri sono esplosi in particolare nel settore Terziario, dove non colmano alcuna lacuna ma semplicemente soppiantano i residenti, come ormai ha capito anche “quello che mena il gesso”.

Il problema è il clamoroso differenziale tra il costo della vita al di qua e al di là della ramina. Per questo, intervenire sul salario è sbagliato di principio. A fare stato devono essere altri due elementi: il potere d’acquisto del lavoratore ed il costo del personale per il datore di lavoro.

La soluzione sarebbe…

Assumere un frontaliere o un ticinese deve costare uguale alla ditta; e il residente ed il frontaliere, a casa loro, devono avere lo stesso potere d’acquisto. Se il salario dei ticinesi è uguale a quello dei frontalieri, il potere d’acquisto è diversissimo; dunque si fa un regalo ai frontalieri. Se il potere d’acquisto è invece uguale, vuol dire che il salario è differente, e allora si fomentano dumping e sostituzione. La via d’uscita sarebbe: il ticinese ed il frontaliere vengono pagati uguali (quindi costano uguali al datore di lavoro) però una parte del salario del frontaliere viene trattenuto e va ad alimentare (ad esempio) un fondo per la promozione dell’impiego, o per le infrastrutture, o per altri scopi di pubblica utilità. Ma poiché non ci vuole il mago Otelma per prevedere che la partitocrazia strillerebbe scandalizzata che una simile costruzione giuridica (uella) non è fattibile (“sa po’ mia!”), a mente di chi scrive ci sono solo due possibilità. O il triciclo fa retromarcia e resuscita la preferenza indigena, e allora si può entrare nel merito di un salario minimo. Oppure il salario minimo è morto assieme a Prima i nostri; affossato da quella stessa $inistra che se ne riempie bocca ad oltranza. Questo almeno per i prossimi anni. Se un domani, come possiamo solo augurarci, salterà la libera circolazione delle persone, allora si potrà tornare a parlare di salario minimo (per i residenti). Fino ad allora il capitolo è chiuso. E questo grazie (anche) ai promotori del salario minimo.

Lorenzo Quadri

 

“Prima i nostri”: l’ora della verità

Il Gran Consiglio deciderà nei prossimi giorni sulla preferenza indigena  

La partitocrazia, vogliosa di ripetere lo sconcio perpetrato alle Camere federali con il “maledetto voto” del 9 febbraio, dovrà mettere fuori la faccia

Nella seduta che inizierà domani, il Gran Consiglio dovrà decidere sull’iniziativa “Prima i nostri”, quella che prevede l’introduzione della preferenza indigena. In linea di massima, gli schieramenti sono già noti: a sostegno dell’iniziativa, Lega, Udc, ed i Verdi ala “ex Savoia”. Contro, la partitocrazia compatta! Con in testa l’ex partitone, il quale non ha mancato di fare cagnara – anche tramite i propri soldatini piazzati nelle associazioni economiche – perfino contro il modesto provvedimento dei controlli antidumping prima del rilascio di nuovi permessi.  Ricordiamo le sbroccate liblab contro la maggioranza parlamentare rea di aver votato tale misura, certo giusta ma di piccolo cabotaggio: “vergogna! Norma illegale! Il parlamento non è serio!”. Questi gli alti lai che si levavano dal campo dell’ex partitone, che evidentemente non vuole porre alcun freno all’invasione da sud, ed al conseguente soppiantamento dei ticinesi con frontalieri e dumping salariale. E nemmeno si sogna, l’ex partitone, di arginare l’arrivo selvaggio di ditte-foffa dalla vicina Penisola, che semplicemente approfittano del nostro territorio,  assumono solo frontalieri e ne combinano peggio di Bertoldo.

L’assistenza cresce ancora

Nei prossimi giorni il Gran Consiglio voterà dunque su “Prima i nostri” e sulla preferenza indigena. Temi molto più importanti dei controlli antidumping. Proprio di recente è stato reso noto l’ennesimo aumento dei casi d’assistenza in Ticino, ormai vicini agli 8200, con una crescita su base annua del 2.5%. Ironia della sorte, lo stesso giorno la SECO ha divulgato l’ennesima statistica farlocca sulla disoccupazione, la quale ci viene spacciata per stabile; per cui “l’è tüt a posct”!

Peccato che i dati dell’assistenza raccontino invece una storia diversa. Ovvero, raccontano che la libera circolazione delle persone è un disastro. Che essa porta alla sostituzione dei ticinesi con frontalieri. E si abbia almeno la decenza di non venirci più a raccontare la penosa balla dei “lavori che i ticinesi non vogliono più fare”. I frontalieri sono quadruplicati nel settore Terziario – dove non c’è alcun bisogno di importare manodopera dall’estero – passando da 10mila a 40mila!

Inoltre tutte le analisi rilevano che i nuovi frontalieri hanno profili “simili” ai ticinesi. Quindi non li integrano sul mercato del lavoro, semplicemente li soppiantano. Non è certo un caso se in Ticino ci sono ormai più lavoratori stranieri che svizzeri. E poi l’élite spalancatrice di frontiere ci viene a raccontare che non c’è alcuna invasione, che sono tutte balle della Lega populista e razzista?

Ci piacerebbe poi sapere in quale altro paese si trovano cifre e percentuali del genere. O, girando la domanda: in quale altro paese i governanti avrebbero permesso che si giungesse a situazioni così paradossali? E in quale altro paese i politicanti responsabili di un simile sfacelo, che per di più  rifiutano stizziti di rimediare al disastro arrivando al punto di rottamare perfino la volontà popolare, non sarebbero già stati cacciati a calci là dove non batte il sole?

Chi sono i barlafüs?

La Costituzione federale, e questo dal lontano 9 febbraio 2014, prevede la preferenza indigena ed i contingenti. Qualsiasi modifica di legge in questo senso è dunque coperta dalla Costituzione federale. Del resto, “Prima i nostri” ha ricevuto la garanzia federale. Che poi il triciclo PLR-PPD-P$ a Berna, che evidentemente prende ordini dai balivi UE e non dai cittadini svizzeri (sicché, alle prossime elezioni, che lor$ignori i voti li vadano a chiedere a Bruxelles), partorisca una legge d’applicazione scandalosa, ossia il famoso compromesso-ciofeca, che di fatto azzera la volontà popolare, nulla cambia ai contenuti della Costituzione. Dimostra invece che la partitocrazia a Berna vota leggi anticostituzionali. Ecco chi sono i parlamentari-barlafüs, cari soldatini dell’ex partitone! I vostri rappresentanti a Berna! Non certo chi vuole applicare la volontà dei cittadini!

Sfracelli a cascata

Sugli effetti disastrosi della libera circolazione delle persone sul mercato del lavoro ticinese, con sfracelli a cascata anche in altri ambiti come sicurezza, viabilità ed inquinamento, non serve dilungarsi più di tanto. Sono sotto gli occhi di tutti. (Intanto però i Verdi ticinesi difendono la libera circolazione delle persone e dunque l’arrivo quotidiano in Ticino di 65mila frontalieri uno per macchina. Quando si è come le angurie, verdi fuori ma ro$$i dentro, è fatale prodursi in simili boiate).

E’ quindi evidente che la libera circolazione delle persone deve saltare. Ed infatti la Lega sta raccogliendo le firme per l’iniziativa contro la libera circolazione.  Nell’attesa che il popolo possa determinarsi su questa iniziativa – e ci vorranno anni –  ancora più evidente è la necessità di applicare quanto deciso dal 60% dei ticinesi che hanno votato Sì a Prima i nostri.

Presto gli affossatori della volontà popolare dovranno mettere fuori la faccia in Gran Consiglio. Ed è evidente che il Mattino pubblicherà nome e cognome dei deputati che avranno votato contro la preferenza indigena. Così, quando questi signori tra un annetto saranno in giro ad elemosinare voti per confermare la bramata cadrega, i cittadini “stalkerati” da richieste di sostegno sapranno cosa rispondere.

Lorenzo Quadri

 

Prima i nostri anche nella ro$$a ed internazionalissima Ginevra

Mentre in Ticino il triciclo PLR-PPD-P$ brama di affossare la preferenza indigena

 

Ma guarda un po’: anche Ginevra vuole la preferenza indigena. Ed infatti il Muovement citoyens genevois (MCG), Movimento che dichiaratamente si ispira alla Lega, ha lanciato un’iniziativa legislativa cantonale intitolata “Frontalieri: stop!”.

L’iniziativa ricalca in sostanza quanto contenuto in “Prima i nostri” (sulla cui applicazione, come noto, il Gran Consiglio dovrà decidere nei prossimi giorni: noi attendiamo al varco i traditori della volontà popolare).

L’iniziativa ginevrina prescrive infatti che i datori di lavoro possano ottenere il rilascio di un permesso G solo se hanno dimostrato di non aver trovato un candidato svizzero, o residente in Svizzera, con le competenze richieste.

L’MCG argomenta che i frontalieri a Ginevra sono ormai 100mila, un numero eccessivo che preclude ai residenti l’accesso al mercato del lavoro.

Messi peggio

Ohibò. Cos’è che vengono regolarmente a raccontarci i camerieri dell’UE in Consiglio federale, i loro galoppini della SECO (quelli che taroccano le statistiche sull’occupazione per farci credere che la devastante libera circolazione sia una figata pazzesca), gli spalancatori di frontiere dell’IRE e, “last but not least” (uella) i tamberla PLR di Avenir Suisse? Che l’invasione di frontalieri non provoca né soppiantamento né dumping salariale, che questi fenomeni sono solo delle “percezioni”, che sono tutte balle della Lega populista e razzista?

Tu quoque…

E invece, ma guarda un po’, perfino nella rossissima ed internazionalissima Ginevra, patria del multikulti per eccellenza, si accorgono che la libera circolazione delle persone – che, peraltro, la maggioranza dei ginevrini ha sempre voluto – è uno scempio. Da notare che, quanto ad invasione di frontalieri, il Ticino è messo ben peggio di Ginevra. Sia perché in proporzione al numero degli abitanti di frontalieri ne abbiamo di più (ormai nel nostro Cantone la maggioranza dei lavoratori non ha il passaporto rosso) ma anche perché la tipologia di frontalieri presente sul territorio è diversa. La Francia non è l’Italia ed inoltre una fetta dei frontalieri ginevrini sono in realtà svizzeri trasferitisi nei territori francesi di confine.

Solo disastri

Se dunque perfino in un Cantone come Ginevra, che certamente non può essere accusato di “chiusura e xenofobia”, vengono lanciate le iniziative per reintrodurre la preferenza indigena, vuol dire che la libera circolazione delle persone ha fatto davvero solo disastri. Per cui che l’élite spalancatrice di frontiere la pianti con gli isterismi e se ne faccia una ragione: bisogna ripristinare il controllo sull’immigrazione!

Intanto il triciclo…

E intanto che a Ginevra viene lanciata l’iniziativa gemella di “Prima i nostri”, nel parlamento ticinese il triciclo PLR-PPD-P$ brama di affossare la preferenza indigena, prendendo a pesci in faccia il 60% dei cittadini che l’ha votata. Chiaro:  secondo il triciclo, l’invasione deve continuare indisturbata. Braghe calate con l’UE e con i vicini a sud. I quali usano il Ticino come “valvola di sfogo” per la loro disastrata situazione occupazionale, incassano i lauti ristorni dei frontalieri, ci prendono per i fondelli sugli accordi fiscali, strillano al “razzismo” ogni tre per due e – va da sé – se la ridono a bocca larga degli svizzerotti fessi.

Lorenzo Quadri

Il salario minimo non può esistere senza Prima i nostri

Paghe dignitose per i ticinesi SI’, regali ai frontalieri NO: da qui non si scappa

Nel filone del dibattito su soppiantamento dei lavoratori ticinesi ad opera di frontalieri e dumping (per il Gran Consiglio: dömping) salariale (quei fenomeni che, secondo gli studi farlocchi dell’IRE, sarebbero “solo percezioni”) si inserisce anche la molto discussa questione dei salari minimi, in applicazione a quanto votato dal popolo approvando l’iniziativa “Salviamo il lavoro in Ticino”. Che però prevedeva salari minimi differenziati per settori e mansioni. L’iniziativa è stata appoggiata anche dalla Lega.

Il Consiglio di Stato, come sappiamo, nelle scorse settimane ha deciso di proporre un salario minimo che si aggira attorno ai 3300- 3400 Fr al mese.

I problemi non mancano, perché:

  • Per i ticinesi 3300 Fr al mese sono pochi e di certo una famiglia non ci vive, a meno di avere due redditi. In effetti la maggioranza di chi ha salari inferiori a queste cifre è composta da frontalieri.
  • Per i frontalieri, il salario minimo costituisce un regalo ingiustificato. Che ci rende sempre più attrattivi per l’assalto alla diligenza da oltreconfine. Quando invece l’obiettivo (perseguito anche dal famoso nuovo accordo fiscale, che però l’Italia mai sottoscriverà) è quello opposto. Ovvero renderci meno attrattivi per il frontalierato.
  • Oltretutto la norma è facilmente aggirabile. O qualcuno immagina che l’ “imprenditore” d’Oltreramina arrivato in Ticino per sfruttare il territorio, e che assume solo frontalieri, si farà problemi a far figurare ufficialmente assunzione e salario al 50%, quando il carico lavorativo reale è del 100%? Ci siamo forse dimenticati che nel Belpaese il lavoro nero è istituzionalizzato? Dixit Berlusconi quando era premier (sic!): “sotto il 20% non è lavoro nero”.
  • Vivendo in Svizzera, con tutte le spese del caso (a partire dai premi di cassa malati; e se ci sono dei sussidi, ricordarsi che è il contribuente a pagarli) il potere d’acquisto di un salario di 3300 Fr è abissalmente diverso che vivendo in Italia.
  • Anche il Gigi di Viganello si rende conto che fissare un salario minimo significa dare una potente spinta all’appiattimento dei salari superiori verso la cifra minima.

Preferenza indigena

E’ un dato di fatto che qualsiasi discorso su salari minimi non può prescindere dalla preferenza indigena. Di salario minimo senza preferenza indigena non se ne parla. L’obiettivo del salario minimo deve essere quello di garantire agli stipendiati ticinesi di vivere dignitosamente in Ticino. Non di permettere ai frontalieri di fare la bella vita Oltreconfine.

Ci vuole una compensazione

Se si vuole, con finalità antidumping, che il salario minimo sia uguale per tutti (discutibile, perché là dove c’è un salario usuale superiore il frontaliere potrà comunque proporsi al salario minimo, sicché il dumping rimane) allora bisogna elaborare anche un sistema di compensazione tra il potere d’acquisto dei ticinesi e quello dei frontalieri. Se si vuole che ticinesi e frontalieri vengano pagati uguali, il fatto che il costo della vita in Italia è nettamente inferiore a quello ticinese deve essere tenuto in debito conto.  In caso contrario si creano privilegi a vantaggio dei frontalieri. E non se ne parla nemmeno. Non ci sta bene trattare in modo uguale ciò che uguale non è. Ticinesi e frontalieri non sono uguali.  Sì ai salari dignitosi per i ticinesi, e ci mancherebbe, ma no ai regali ai frontalieri.

Ottenere questa quadratura del cerchio non è semplice. Una cosa è certa: senza preferenza indigena, il salario minimo sarà un autogoal. Quello di 3300 Fr proposto dal CdS costituisce solo la parte “regalo ai frontalieri”, che invece bisogna evitare. Mentre non risponde all’aspettativa dei ticinesi di un salario dignitoso, ossia che permetta di vivere qui senza bisogno di aiuti assistenziali.

Una sola via d’uscita

Morale: che nessuno si sogni di introdurre il salario minimo ma di trombare la preferenza indigena perché “bisogna aprirsi”, perché “i padroni di Bruxelles  (quelli ai quali regaliamo 1.3 MILIARDI di Fr senza alcuna contropartita ) non gradirebbero”. Chi vuole il salario minimo ma combatte, in genere con toni isterici, la preferenza indigena è semplicemente uno spalancatore/trice di frontiere che vuole avvantaggiare i frontalieri.

La conclusione è comunque sempre la stessa. Queste difficoltà nel trovare delle misure che tutelino in modo efficace (e non autolesionista) il mercato del lavoro ticinese devastato dalla libera circolazione voluta dalla partitocrazia, dimostrano che abbiamo una sola via d’uscita: ABOLIRE la libera circolazione!

Lorenzo Quadri

Stranieri assunti al posto dei lavoratori svizzeri

Lo conferma anche l’Ufficio federale di statistica: avanti con “Prima i nostri”!

 

Altro che “immigrazione uguale ricchezza”! Ed in più ci toccherà andare in pensione sempre più tardi…

Gli ultimi rilevamenti dell’Ufficio federale di statistica (UST) sull’occupazione in Svizzera contengono alcune informazioncelle interessanti.  Naturalmente imboscate tra la valanga di numeri, di percentuali, e di blabla fumogeni.

Da notare – è risaputo, ma “repetita iuvant” – che l’Ufficio federale di statistica ha il mandato di puntellare la libera circolazione delle persone. Di certo non quello di metterla in cattiva luce. Non siamo ancora al livello degli studi farlocchi della SECO e dell’IRE, ma nemmeno troppo lontani.

Ebbene, che ci dice l’UST di interessante a proposito della situazione attuale sul mercato del lavoro elvetico? Sostanzialmente due cose.

Primo

Che nel periodo esaminato, ossia il terzo trimestre del 2017, il numero dei lavoratori stranieri è progredito del 3% rispetto allo stesso periodo del 2016. Quello dei lavoratori svizzeri, invece,  ha stagnato. I permessi B sono aumentati del 3.9%, i frontalieri del 3.1% (su scala nazionale).

Ah ecco! Questo cosa vuol dire? Vuol dire che gli svizzeri restano disoccupati mentre frontalieri e dimoranti, ovvero gli ultimi arrivati, vengono assunti al loro posto! Ad occupare i nuovi impieghi creati in Svizzera, dunque, non sono gli svizzeri; sono gli stranieri.

Questa, signori cari, si chiama sostituzione, o anche soppiantamento. Proprio quel fenomeno, ma tu guarda i casi della vita, che secondo gli studi taroccati dell’IRE sul frontalierato, svolti da frontalieri (!), non dovrebbe esistere! Ed invece a spiattellarcelo sotto il naso arriva l’Ufficio federale di statistica. Mica il Mattino populista e razzista.

Secondo

Nel periodo esaminato è cresciuta anche la sottoccupazione. Sottoccupate sono quelle persone che lavorano a tempo parziale non per libera scelta, ma perché non hanno trovato altro. Un fenomeno di cui si parla assai poco. Eppure esiste eccome. Ed infatti sempre l’UST ci informa che in Svizzera i sottoccupati nel terzo trimestre dell’anno corrente erano ben 355mila (più degli abitanti del Canton Ticino). Il tasso di sottoccupazione era del 7.3% contro il 7% dello stesso periodo del 2016. Quindi anche su questo fronte la situazione continua a peggiorare! Ma naturalmente la libera circolazione delle persone non c’entra nulla, nevvero?

Casalinghe/i per forza

Se poco si parla dei tempi parziali obbligati, ancora meno si parla delle casalinghe – o dei casalinghi – per forza. Ossia di coloro che perdono l’impiego, non ne trovano un altro, esauriscono il termine quadro della disoccupazione ma poi non vanno in assistenza. Non ci vanno perché il marito o la moglie o il partner o quel che è guadagna a sufficienza per mantenere entrambi. Il nucleo familiare dunque non diventa dipendente dallo stato sociale. Però perde potere d’acquisto, capacità contributiva, eccetera: con tutti i danni che ne derivano per l’economia e l’erario. Questi senza lavoro spariscono dalle statistiche: non figurano più in quelle della disoccupazione e nemmeno compaiono su quelle dell’assistenza. Eppure esistono. E sono numerosi.

Urge preferenza indigena

Morale della favola. Ad ogni rilevamento ufficiale – ed i rilevamenti ufficiali sono pilotati pro-libera circolazione –  emerge con sempre maggiore insistenza la necessità di reintrodurre la preferenza indigena, che peraltro era in vigore in Svizzera fino a quindici anni fa. Non si tratta quindi di inventarsi l’acqua calda!

Dopo la Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale, la scorsa settimana anche quella degli Stati ha dato il via libera alla concessione della garanzia federale all’iniziativa “Prima i nostri” (che contiene appunto la preferenza indigena). E’ quindi evidente che tale iniziativa deve essere applicata. E che deve esserlo fino in fondo e senza tante storie! Altro che inventarsi fregnacce sulla presunta incompatibilità con il diritto superiore, quando “Prima i nostri” è perfettamente compatibile con la Costituzione federale e meglio con il famoso articolo 121 a!  E di diritto superiore alla Costituzione federale non ce n’è: gli accordi internazionali ciofeca, come quelli sulla libera circolazione delle persone, non lo sono.

Un problema per tutti

Del resto, la libera circolazione non soltanto è un problema in Svizzera, e ben lo evidenzia il crollo nel giro di un anno del consenso popolare dei bilaterali, approvati ormai solo dal 60% degli svizzeri, mentre nel 2016 la percentuale era dell’81%. E’ un problema per tutti gli Stati membri dell’UE. E pertanto evidente che, o la si mette da parte, o l’Unione europea va a ramengo!

Sicché, vogliamo proprio vedere con quale tolla la partitocrazia PLR-PPD-P$ tenterà di affossare “Prima i nostri” in Gran Consiglio per mantenere in vigore l’attuale regime di devastante libera circolazione delle persone senza limiti!

E le pensioni…

Sempre la scorsa settimana è stata sbugiardata anche l’ultima fregnaccia degli spalancatori di frontiere. Ha detto infatti  il CEO di UBS Sergio Ermotti: “in futuro bisognerà lavorare fino a 72 anni”.

Ma come: mica ci avevano raccontato che gli immigrati ci avrebbero pagato le pensioni? Ed invece ci siamo fatti invadere, eppure dobbiamo lavorare sempre più a lungo (senza peraltro nemmeno poterlo fare, visto che chi perde il lavoro a 50 anni non ha speranza di trovarne un altro)!

Un motivo in più per non avere remore nel rottamare la libera circolazione.

Lorenzo Quadri

“Prima i nostri”: da Berna giunge un altro Sì

Intanto in Ticino frontalierato ed assistenza continuano ad esplodere 

Adesso vogliamo vedere gli esponenti del triciclo PLR-PPD-P$ arrampicarsi sui vetri di Palazzo delle Orsoline per ottenere l’affossamento parlamentare della volontà dei ticinesi

Bene, bene. La Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale propone di accordare la garanzia della Confederazione all’iniziativa “Prima i nostri” plebiscitata dai ticinesi il 26 settembre del 2016 contro la volontà della partitocrazia.

A decidere sul tema dovrà essere il plenum parlamentare. Ma è evidente che la garanzia federale va concessa. Per il semplice fatto che la norma ticinese coincide con l’articolo 121 a della Costituzione federale.

Al massimo nel dibattito plenario si assisterà alla solita squallida sceneggiata degli spalancatori di frontiere multikulti con i piedi al caldo che starnazzano contro i ticinesi “chiusi e gretti”. Va da sé che attendiamo di ascoltare gli interventi, ma soprattutto di vedere i voti, dei deputati ticinesi a Berna esponenti del triciclo PLR-PPD-P$. Per verificare se si comporteranno da rappresentanti della maggioranza dei ticinesi o da soldatini dei rispettivi partiti.

Le mani in avanti

Nell’annunciare la concessione (ovviamente controvoglia ed obbligata) della garanzia federale a “Prima i nostri”, partitocrazia e stampa di regime sono subito corse a relativizzare:  il margine di manovra è assai limitato, il Sì federale è condizionato (?) e blablabla. Balle di fra’ Luca! L’ “establishment” sta semplicemente mettendo le mani in avanti: il triciclo PLR-PPD-P$ punta infatti all’affossamento di “Prima i nostri” nel parlamento cantonale.

Tanto per cominciare, il Sì condizionato non esiste. O è Sì, o è No. E in questo caso, con grande scorno dei camerieri dell’UE, è Sì. La storiella del margine d’applicazione molto limitato (?) è  poi tutta da dimostrare: la preferenza indigena è contenuta nella Costituzione federale, la quale prevale su accordi internazionali del piffero. Quanto alla legge federale di (non) applicazione del “maledetto voto” del 9 febbraio: è una legge anticostituzionale, e quindi non può essere invocata come argomento contro “Prima i nostri”. E’ il compromesso-ciofeca partorito dai camerieri bernesi dell’UE ad essere incompatibile con il diritto superiore; non certo “Prima i nostri”!

Partitocrazia: attendiamo al varco

Adesso che l’iniziativa per  la reintroduzione della preferenza indigena sul mercato del lavoro di questo sempre meno ridente Cantone ha incassato un altro Sì da Berna, vogliamo vederli gli esponenti della partitocrazia stracciarsi le vesti a Palazzo delle Orsoline affinché quanto deciso dalla maggioranza del popolo ticinese non venga applicato e l’invasione da sud continui indisturbata!

Tanto più che la scorsa settimana abbiamo appreso che il numero dei frontalieri in Ticino continua ad esplodere soprattutto nel terziario (dove soppiantano i ticinesi). E abbiamo è pure “scoperto” che in questo sempre meno ridente Cantone ci sono ormai più lavoratori stranieri che svizzeri. Dunque siamo già in minoranza in casa nostra e, se non ci diamo una svegliata, finiremo davvero nelle riserve come gli indiani d’America! Il vecchio manifesto della Lega era purtroppo assai lungimirante.

Ieri abbiamo invece avuto il piacere (si fa per dire) di leggere che nel mese di agosto 2017 il numero delle persone in assistenza in Ticino è aumentato del 4.5% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Ma naturalmente la libera circolazione non c’entra nulla, nevvero? “Sono solo percezioni”!

Iniziativa popolare

Avanti quindi con la preferenza indigena, che va intesa come una tappa intermedia. Nel senso che l’obiettivo finale è l’abolizione della libera circolazione delle persone.  Attendiamo con ansia di firmare l’iniziativa popolare promessa dall’Udc nazionale per disdire questo deleterio accordo bilaterale! La Lega ha già annunciato che raccoglierà le firme in Ticino.

Lorenzo Quadri

 

 

Ma il triciclo PLR-PPD-P$ vuole affossare “Prima i nostri”!

Prosegue l’esplosione del frontalierato: nel terzo trimestre, +5% rispetto al 2016

E avanti con le agevolazioni fiscali alle aziende “virtuose” che assumono ticinesi

Ma come, non erano tutte balle della Lega populista e razzista? Invasione da sud, soppiantamento di ticinesi con frontalieri, dumping salariale e tutte le altre distorsioni del mercato del lavoro che la partitocrazia spalancatrice ci ha regalato: non erano solo “percezioni”? Parola di IRE e di ricercatore frontaliere che fa le indagini sui frontalieri…

Nuovi “rumors”

Ed intanto, ma per ora siamo solo a livello di “rumors”,  arriva una nuova new entry, ossia la storia di responsabili del personale che assumerebbero frontalieri facendosi anche pagare un pizzo di un paio di mensilità in cambio del contratto di lavoro. Si tratterebbe, se confermato, di caporalato della peggiore specie. E, chissà perché, c’è come il sospetto che a praticarlo non siano dei patrizi di Corticiasca.

Come la cassa malati

Tornando a bomba: nei giorni scorsi è arrivata la solita notizia, ormai diventata non notizia, dei frontalieri  che sono ancora aumentati. Nello specifico, nel terzo trimestre del 2017 la crescita è stata del 4,9% rispetto allo stesso periodo del 2016. Ohibò, come i premi di cassa malati: avanti a colpi di aumenti del 5% all’anno, e si finisce nella palta profonda. E questo vale sia per il mercato del lavoro che per l’assicurazione malattia. Tanto più che le statistiche federali non sono certo fatte per ingigantire il fenomeno del frontalierato; semmai per minimizzarlo pro-sacoccia bilaterali. Essendo infatti ormai certo il lancio dell’iniziativa contro la scellerata libera circolazione, è chiaro che l’establishment spalancatore di frontiere si trova nella necessità di puntellarla con rinnovata energia. Ed infatti l’UST parla di 65’200 frontalieri in Ticino quando già nell’estate altre statistiche riportavano la cifra di 65’500.  Si potrebbe dire che sono dettagli, ma comunque…

Adesso vogliamo sentirli, i soldatini della libera circolazione  che vengono a raccontarci che i frontalieri “sono indispensabili all’economia ticinese”.  Uella signori, guardate che in Ticino ci sono in totale più lavoratori stranieri che svizzeri! Per colpa vostra!

Quadruplicati nel terziario

Se di per sé l’aumento dei frontalieri è diventato, purtroppo, una non notizia (e per questo sappiamo chi ringraziare), decisamente più significativa l’indicazione a proposito dei settori professionali in cui il numero dei frontalieri è cresciuto. Infatti, l’aumento maggiore si registra nel terziario, ovvero negli uffici, dove la crescita è stata del 7.1% rispetto al terzo trimestre dell’anno scorso: i frontalieri hanno raggiunto quota 41’200.

Ebbene, si dà il caso che nel 2000 i frontalieri nel terziario fossero 10mila, quindi il loro numero è più che quadruplicato! Sicché, altro che necessità dell’economia: il numero dei frontalieri è esploso proprio in quegli ambiti professionali dove non c’è affatto bisogno di attingere a manodopera estera per rispondere alle richieste dell’economia ticinese. La conseguenza è che questi “nuovi frontalieri” hanno preso il posto dei lavoratori residenti, ovvero li hanno soppiantati. Però il buon Rico Maggi e compagnia cantante ci propinano gli studi farlocchi secondo i quali il soppiantamento “è solo una percezione”!

Per contro, nel settore secondario i frontalieri sono aumentati “solo” dell’1,4% a circa 23’500 addetti, mentre nel primario sono calati del 3.3% a 509.

Frontalierato nocivo

Quindi, nei settori dove i frontalieri erano presenti anche prima della devastante libera circolazione perché effettivamente la  loro presenza colmava una lacuna, c’è una crescita moderata (quando non una diminuzione). La libera circolazione, e le cifre lo dimostrano, ha invece spalancato le porte al frontalierato nocivo: quello che non colma nessun ammanco ma, semplicemente, porta via il lavoro ai ticinesi.

Per questo ribadiamo che 30-35mila frontalieri – ossia quelli presenti quando la preferenza indigena era in vigore –  sono un quantitativo di frontalieri sostenibile per il Ticino. I 65’500 attuali, invece, non lo sono assolutamente!

Li aspettiamo al varco

Eppure, davanti a simili elementari evidenze, il triciclo PLR-PPD-P$, dopo aver rottamato a Berna il “maledetto voto” del 9 febbraio, si appresta a fare lo stesso in Ticino con la preferenza indigena prevista da “Prima i nostri”!

E’ chiaro che lorsignori li aspettiamo al varco.  Vogliamo vederli mettere fuori la faccia davanti alla popolazione per spiegare che, malgrado la situazione di emergenza sia di un’evidenza solare (65’500 frontalieri, e il numero continua a crescere) bisogna andare avanti senza fare nulla, accampando scuse miserevoli come la fandonia della presunta illegalità dell’applicazione di “Prima i nostri”! Ma quale illegalità, quando la preferenza indigena è contemplata sia nella Costituzione federale che in quella cantonale?

Qui ci sono migliaia e migliaia di posti di lavoro che spettavano a residenti e che invece sono andati a persone in arrivo da oltreconfine, le quali tra l’altro in Ticino non lasciano nemmeno un franco. Per fare, in nome delle sciagurate aperture, da valvola di sfogo  per lo sfacelo occupazionale della vicina Penisola, ci siamo messi nella palta noi. E dovremmo andare avanti a tollerarlo all’infinito?

Aziende virtuose

E’ poi evidente che l’esplosione del frontalierato pone con urgenza il tema della promozione dell’assunzione di residenti anche tramite le agevolazioni fiscali alle imprese virtuose: ossia quelle che assumono ticinesi (vedi l’ intervista a pag 15).

Lorenzo Quadri

 

Rottamazione del 9 febbraio: ci prendono pure per il lato B!

Anche il governo ticinese si accorge che il compromesso-ciofeca è un bidone

 

E la partitocrazia PLR-PPD-P$ vorrebbe fare lo stesso con “Prima i nostri”

Come volevasi dimostrare, il compromesso-ciofeca per non applicare il “maledetto voto” del 9 febbraio, e quindi per non applicare i contingenti e la preferenza indigena, si dimostra il bidone che è. Un articolo della Costituzione federale (il famoso 121 a) dai contenuti chiarissimi è stato trasformato, in nome dell’integralismo calabraghista nei confronti dei balivi UE, in un obbligo di annuncio agli URC dei posti di lavoro vacanti: che con quanto sta scritto a chiare lettere nella Carta fondamentale dello Stato c’entra come i cavoli a merenda.  Oltretutto l’obbligo d’annuncio è vincolato a condizioni impostate per far sì che non si realizzino. Un po’ come i requisiti fissati dal Consiglio federale per mandare l’esercito ai confini a fermare l’invasione di finti rifugiati. Da notare poi che l’obbligo di annuncio agli URC dei posti vacanti non comporta alcun ulteriore diritto per i disoccupati.

La presa per i fondelli

L’obbligo di annuncio scatta quando per un determinato settore professionale il tasso di disoccupazione supera il 5%. Questa è l’ennesima sconcia presa per i fondelli, e se ne è accorto anche il Consiglio di Stato ticinese che infatti in una recente presa di posizione rileva: “Se le diverse professioni vengono suddivise in maniera troppo dettagliata, difficilmente ci sarà un tasso (di disoccupazione, ndr) sufficientemente alto da poter introdurre il vincolo”. Beh, era proprio quello che volevano gli ideatori del compromesso-ciofeca…

Non solo: come noto i tassi di disoccupazione – che farebbero scattare l’obbligo d’annuncio – sono taroccati dai soldatini della SECO, l’organo di propaganda che ci costa 100 milioni di Fr all’anno per venirci a dire che sul mercato del lavoro ticinese in regime di devastante libera circolazione delle persone non c’è alcun problema: sono tutte balle populiste e razziste (o, per dirla con il buon Rico Maggi, sono “solo percezioni”).

Come i cavoli a merenda

Capita l’antifona? Non solo la preferenza indigena ed i contingenti all’immigrazione sono stati proditoriamente trasformati dalla partitocrazia “iscariota” PLR-PPD-P$$ in un obbligo d’annuncio che c’entra come i cavoli a merenda con quanto votato dal popolo; ma ci si  è pure impegnati per trovare dei trucchetti per  far sì che tale obbligo non scatti proprio! Chiaro che, dopo aver appreso dello scempio fatto sulla volontà popolare dai camerieri dell’UE, il presidente della Commissione europea Jean-Claude “Grappino” Juncker fosse in brodo di giuggiole.

Paghiamo pure il conto

Si ricorda inoltre che agli URC si possono iscrivere anche i frontalieri; mentre i disoccupati ticinesi di lunga durata, quelli che sono ormai finiti in assistenza, spesso non sono più iscritti. Sicché la misura decisa dalla partitocrazia triciclata (nel senso del triciclo PLR-PPD-P$$) finirà col favorire i frontalieri.

E poiché le prese per il lato B non finiscono mai, la stessa SECO ha quantificato il maggior onere degli URC per far fronte all’ipotetico obbligo d’annuncio (che con tutta probabilità non scatterà mai) in 270 posti di lavoro in più che naturalmente pagheranno i Cantoni: quindi i contribuenti cantonali, compresi i ticinesotti. Traduzione: dopo aver infinocchiato i cittadini su tutta la linea, gli presentano pure il conto. Ci manca solo di occupare i nuovi posti di lavoro agli URC con stranieri, poi il quadro è completo…

E i sindacati?

E’ assolutamente incomprensibile che i sindacati non protestino contro questa squallida farsa. Trattandosi, teoricamente, di esperti del mercato del lavoro, avrebbero dovuto essere i primi ad opporsi alla monumentale boiata scodellata dai politicanti bernesi. Invece, nisba! Ulteriore dimostrazione che a) i sindacati sono colonizzati da spalancatori di frontiere e b) che ai sindacati l’invasione da sud va benissimo, poiché anche i frontalieri si sindacalizzano e pagano le loro brave quote. E, come già noto ai tempi dell’antica Roma, “pecunia non olet”. I salari “manageriali” dei dirigenti sindacali in Audi A6 qualcuno li deve pur finanziare…

A quando un sindacato che faccia gli interessi dei lavoratori ticinesi?

Lorenzo Quadri

 

Nuovo record di frontalieri e pure di casi d’assistenza

Ma come:  il soppiantamento non era una balla della Lega populista e razzista? 

Ma per il ministro liblab dell’economia, Johann “Leider” Ammann, “Guglielmo Tell sarebbe soddisfatto di come vanno le cose oggi in Svizzera” 

Il mese di agosto, sul fronte del mercato del lavoro di questo sfigatissimo Cantone, ci ha portato le solite notizie. Nuovo aumento dei casi d’assistenza in Ticino (6% su base annua, a fine maggio erano 8255) e – ma tu guarda i casi della vita – contemporanea, massiccia crescita dei frontalieri. I quali hanno raggiunto quota 65’500, ciò che costituisce l’ennesimo record. Inutile dire che il nostro è stato il Cantone più toccato dall’impennata dei frontalieri. Ma come: solo qualche giorno prima, in occasione della festa nazionale, il ministro PLR dell’economia Johann “Leider” Ammann non aveva declamato che Guglielmo Tell sarebbe soddisfatto della situazione attuale della Svizzera perché la disoccupazione sarebbe ai minimi storici (!) e perché avremmo degli accordi vantaggiosi (!) con l’UE? Sì certo: vantaggiosi solo per l’UE…

Esigenze dell’economia?

Grazie alla devastante libera circolazione delle persone, voluta ed imposta dal triciclo PLR-PPD-P$, dai suoi soldatini nelle associazioni padronali e sindacali, dalla stampa di regime, dall’élite spalancatrice di frontiere, dagli intellettualini da tre e una cicca e compagnia cantante, oggi in Ticino ci troviamo dunque con 65’500 frontalieri di cui 40mila negli uffici. Ma per gli scienziati della SECO e dell’IRE (quanti frontalieri lavorano per l’IRE?), come pure per gli altri spalancatori di frontiere pro sacoccia, il soppiantamento non esiste, e nemmeno il dumping salariale. Sono solo “percezioni”! Sono solo balle della Lega populista e razzista!
Adesso vedremo con che coraggio i camerieri dell’UE (con i piedi al caldo) verranno ancora a raccontarci la storiella dell’impennata di frontalieri che “risponde alle esigenze dell’economia”. Vedremo con che “lamiera” lorsignori, dall’alto della loro sconfinata scienza, spiegheranno a noi bifolchi che i nuovi frontalieri sono “profili altamente qualificati che in Ticino non si trovano” (infatti i ticinesi sono notoriamente tutti analfabeti). Oppure che i permessi G “svolgono i lavori che i ticinesi non vogliono più fare” (ed infatti non si trovano ticinesi interessati a lavorare nel terziario). O magari ci verranno a dire che si assumono frontalieri perché i ticinesi sono tutti lazzaroni e non hanno voglia di lavorare?
Fino a quando i soldatini delle frontiere spalancate e della devastante libera circolazione delle persone intendono prendere la gente per i fondelli? Fino a quando pensano di andare avanti con il lavaggio del cervello per puntellare quei fallimentari accordi bilaterali che hanno arricchito pochi ed impoverito tutti gli altri, oltre ad aver fatto esplodere la criminalità d’importazione e l’immigrazione nello Stato sociale?
Vogliono affossare “Prima i nostri”

Ed intanto il triciclo PLR-PPD-PS, dopo aver affossato la preferenza indigena a livello federale, brama di fare la stessa cosa a livello cantonale, e cerca pretesti per non applicare quanto votato dal popolo con “Prima i nostri”. Perché, secondo la partitocrazia, l’invasione da sud deve continuare senza alcun limite.
Ma questi signori del triciclo PLR-PPD-PS pensano che ad averne piene le scuffie della devastante libera circolazione delle persone, la quale – a differenza di quel che blatera qualche burocrate federale con il posto di lavoro ben pagato e garantito a vita – non porta “ricchezza” bensì povertà, delinquenza ed invasione, siano solo i beceri leghisti populisti e razzisti? il 70% dei ticinesi è composto da leghisti populisti e razzisti? Oppure sono i partiti cosiddetti “storici”, ed i loro rappresentanti nella politica, nell’economia e nei media, ad avere perso completamente il rapporto con la realtà?

Lorenzo Quadri

 

La maggioranza del CdS contro la preferenza indigena

Prima i nostri: il governo trama per un’applicazione farlocca. Un altro tradimento?

 

Il Consiglio di Stato in settimana ha preso posizione  su 10 iniziative parlamentari e 4 mozioni  partorite dalla Commissione speciale per l’applicazione dell’iniziativa popolare “Prima i nostri”. L’iniziativa venne approvata dai ticinesi il 25 settembre del 2016 con quasi il 60% dei consensi.

Gli atti parlamentari servono a tradurre in misure legislative i principi contenuti nella modifica costituzionale votata dai cittadini. O almeno: dovrebbero servire.

Il governo nella sua presa di posizione si esprime  “a favore di tutte le proposte che, al momento dell’assunzione del personale, mirano a prescrivere alle aziende pubbliche e parapubbliche, e agli enti privati legati allo Stato da contratti di prestazione, di dare la precedenza a persone residenti, a parità di qualifiche”. E prosegue precisando che “l’inserimento nella legislazione cantonale di queste norme – che formalizzano una prassi già da tempo adottata dal Cantone – consentirà di sfruttare nel modo più ampio possibile il margine di manovra a disposizione dei Cantoni per adottare norme sulla preferenza dei lavoratori svizzeri o residenti in Svizzera”. «Tale margine – sottolinea il Consiglio di Stato – risulta molto limitato, in base alle regole oggi in vigore».

Il CdS respinge invece la legge d’applicazione della preferenza indigena, quella che contiene una serie di condizioni per il rilascio ed il rinnovo di premessi per stranieri, in quanto sarebbe “in contrasto con il diritto superiore”.

Manca il nucleo

Tüt a posct? Per nulla, perché in realtà manca la parte più succulenta. La chiave sta proprio nell’ affermazione sopra citata: le nuove norme che il CdS è d’accordo di inserire nella legislazione cantonale “formalizzano una prassi già da tempo adottata dal Cantone”.  Questo cosa vuol dire? Vuol dire che di fatto il Consiglio di Stato – o la maggioranza di esso – vuole applicare l’iniziativa “Prima i nostri” nel senso di una codificazione di quello che già si fa.  Quindi all’atto pratico la maggioranza del CdS non vuole cambiare nulla! Siamo, di nuovo, alla NON applicazione della volontà popolare! Come insegna già Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo: “cambiare tutto perché non cambi niente”.

Quello che c’è già?

E’ chiaro che i promotori di Prima i Nostri non hanno lanciato un’iniziativa popolare (con tutti gli sforzi che ciò comporta), ed i cittadini ticinesi non l’hanno votata, semplicemente per  codificare quello che già si fa. Chi ha lanciato, firmato e votato “Prima i nostri” evidentemente vuole che rispetto ad oggi si faccia assai di più per promuovere l’assunzione di ticinesi.  Del resto la situazione del mercato del lavoro di questo sempre meno ridente Cantone impone di fare di più. E non stiamo qui a snocciolare per l’ennesima volta le allarmanti cifre dell’invasione da sud.

No alle prese in giro

L’applicazione corretta e non farlocca di Prima i nostri è tanto più necessaria in considerazione del fatto che il triciclo PLR-PPD-P$ alle Camere federali ha sconciamente rottamato il 9 febbraio.  Quindi il nuovo articolo 121a della Costituzione federale, così come (non) applicato da Berna, non limiterà in alcun modo l’immigrazione e non creerà alcuna preferenza indigena. Il fatto che i balivi di Bruxelles, a partire dal presidente della Commissione UE  “Grappino” Juncker,  abbiano subito applaudito a tale risultato  vale più di mille parole. Prima i nostri è dunque l’ultima àncora di salvezza  per il Ticino (prima dell’iniziativa per disdire la libera circolazione delle persone, s’intende).

Anche il mantra della “non compatibilità con il diritto superiore” della proposta di legge d’applicazione della preferenza indigena puzza di fregnaccia. La preferenza indigena è perfettamente compatibile con l’articolo 121 a della Costituzione. Quindi  la compatibilità con il diritto superiore è senz’altro data. E’ la legge federale ad essere anticostituzionale. Ma la Costituzione prevale sulla legge.

Nuovo tradimento?

E’ evidente che quel 60% di ticinesi che ha votato Prima i nostri si aspetta ben altro che l’iscrizione in qualche cavillo di legge dell’insufficiente prassi attuale. Perché gli effetti concreti di un’operazione del genere, all’insegna dei pantaloni abbassati davanti all’UE ed ai suoi camerieri bernesi, sarebbero pari a  zero. I cittadini si aspettano invece dei cambiamenti tangibili. Per questo hanno votato il 9 febbraio. Per questo hanno votato prima i nostri. Applicare la preferenza indigena come proposto dalla maggioranza del Consiglio di Stato sarebbe dunque la seconda presa per i fondelli dei votanti, dopo la rottamazione bernese del “maledetto voto”.

E’ chiaro che per proporre una vera preferenza indigena ci vuole coraggio. Altrettanto chiaro è che, da una maggioranza governativa che cala le braghe sul casellario giudiziale e che non blocca i ristorni dei frontalieri malgrado i vicini a sud continuino a fregarci davanti e di dietro, non ci si possono attendere grandi guizzi eroici. Avanti, continuate a votare per i partiti cosiddetti storici…

Lorenzo Quadri

Mentre i soldatini ci svendono, l’Italia applica Prima i nostri

Ma se noi li imitiamo, oltreconfine starnazzano senza ritegno al Ticino razzista

In Ticino la partitocrazia PLR-PPD-P$ si sta arrampicando sui vetri per poter rottamare “Prima i nostri”. Si vede che aver rottamato la richiesta sistematica del casellario giudiziale  prima del rilascio di un permesso B o G, e questo contro la volontà popolare e parlamentare, ancora non bastava.

Intanto in altri Cantoni si riprende la proposta ticinese sulla preferenza indigena, mentre a livello nazionale partirà prossimamente un’iniziativa popolare sul tema.

E’ il colmo: chi non ha “Prima i nostri” cerca di introdurlo. Mentre dove il principio è stato votato dal popolo, la partitocrazia fa di tutto per affossarlo. Perché non dobbiamo sognarci, nemmeno lontanamente, di essere ancora padroni in casa nostra. Con i fallimentari accordi bilaterali, gli ordini ce li schiacciano gli eurofunzionarietti non eletti da nessuno.

I disastri del triciclo

Il “maledetto voto” del 9 febbraio dà fastidio ai padroni di Bruxelles ed in particolare al Belpaese? Il triciclo PLR-PPD-P$ a Berna lo azzera. Il casellario giudiziale indispettisce i vicini a sud ? Arrivano i Consiglieri di Stato del triciclo a cancellarne la richiesta. Così ogni sorta di pregiudicati, delinquenti e naturalmente jihadisti, sarà ancora più facilitata nel trasferirsi nel nostro sempre meno ridente cantone. E intanto che noi affossiamo votazioni popolari, preferenza indigena e sicurezza interna per genufletterci al Belpaese (dove se la ridono a bocca larga degli svizzerotti fessi, e a questo punto a buon diritto) nella Penisola la preferenza indigena la applicano alla grande.

C’è tribunale e tribunale…

Solo qualche settimana fa, il TAR (tribunale amministrativo) del Lazio ha annullato l’assunzione  di 5 direttori stranieri alla testa di altrettanti “supermusei”. Motivo? Il Ministero della kultura non aveva facoltà di aprire il concorso a stranieri; ivi compresi i cittadini UE. Li avessimo noi dei tribunali che prendono decisioni del genere. Invece, troppo spesso ci troviamo con legulei che sfruttano tutto il loro margine di manovra per emettere sentenze contro gli interessi del mercato del lavoro locale e a vantaggio di frontalieri, padroncini e ditte estere: “bisogna aprirsi”!

E queste cose non le dice solo la Lega populista e razzista; le dicono anche alcune associazioni professionali.

 “Prima i nostri” a Castellanza

Passa poco tempo dalla decisione sui direttori di musei, e arriva la seconda puntata. “Teatro dell’azione” questa volta è Castellanza, Comune in provincia di Varese (quindi geograficamente assai vicino a noi) dove la sindaca ha autorizzato un grande magazzino ad insediarsi, a patto però che assumesse il 60% di personale tra i residenti del Comune. Sicché loro, gli italici, “possono”. Del resto, anche altrove nella vicina Repubblica è stata adottata la soluzione citata per promuovere l’occupazione locale. Lo stesso principio lo aveva infatti già applicato il Comune veneto di Godega di Sant’Urbano. Ma anche a Vernier (GE) ad uno stabilimento IKEA erano state poste analoghe condizioni.

 I soldatini marciano

Sicché l’ipocrisia raggiunge livelli massimi: da un lato l’Italia non si fa problemi nell’applicare il primanostrismo, essendo un paese protezionista. Però urla allo scandalo ed al razzismo se noi facciamo lo stesso. Il dramma è che i camerieri bernesi dell’UE non hanno ancora capito il giochetto – o meglio, la presa per i fondelli – e ci cascano tutte le volte. Invece di sostenere il Ticino nei suoi tentativi di legittima difesa dall’invasione da sud, si schierano immediatamente dalla parte del Belpaese. Ci mandano pure i balivi della ComCo per accusarci di “protezionismo”. Si fa notare che i primi a dare l’esempio di protezionismo sono proprio i vicini  a sud? La geniale risposta confederata è del seguente tenore: noi non dobbiamo guardare cosa fanno gli altri; noi dobbiamo dare l’esempio nel rispetto degli accordi internazionali! Il dramma, l’abbiamo purtroppo visto col casellario giudiziale, è che la maggioranza PLR-PPD-P$ in consiglio di Stato è fatta da soldatini che marciano secondo gli ordini dei Consiglieri federali dei partiti di riferimento. Hanno calato le braghe su un tema profondamente sentito nel Paese come il casellario: poco ma sicuro che lo faranno ancora.

Lorenzo Quadri

Non sarà mica colpa delle frontiere spalancate, vero?

Statistica sulla povertà, Ticino – ma guarda un po’ –  “maglia nera” della Svizzera

 

Nelle ultime settimane sono state pubblicate varie statistiche sulla povertà in Svizzera ed in Ticino. Secondo l’Ufficio federale di statistica, a livello nazionale nel 2015 il 7% della popolazione (570mila persone) viveva in situazione di povertà reddituale. In Ticino, ma tu guarda i casi della  vita, questa percentuale sale di ben 10 punti, al 17%! Sicché l’Ufficio federale di statistica certifica che il nostro è il Cantone più povero della Svizzera! Non che ci volessero grandi studi scientifici per accorgersene. Basta guardare i dati dell’assistenza, della sottoccupazione e della disoccupazione.

Magari oltre a constatare i danni, ci si potrebbe anche chiedere il perché il tasso di povertà in Ticino è così clamorosamente superiore a quello medio nazionale. Dove sta la differenza tra il Ticino ed il resto della Svizzera? Sta forse nel fatto che è incuneato nel Belpaese in regime di devastante libera circolazione delle persone? E che questa situazione ha conseguenze occupazionali drammatiche (non stiamo a snocciolare per l’ennesima volta le cifre dell’invasione da sud)?

Visto che tale è la realtà, si abbia almeno la decenza di piantarla di negare l’evidenza. Oppure di ammettere che sì, le cose stanno così, ma la partitocrazia ha scientemente deciso che la libera circolazione delle persone vale più del benessere dei Ticinesi e quindi il Ticino va sacrificato sull’altare dei bilaterali. Sarebbe almeno più onesto di continuare a prenderci per i fondelli.

Presi per il lato B

Presa per i fondelli che invece continua. Infatti, ironia della sorte, pochi giorni prima della divulgazione della citata statistica le banche cantonali romande se ne sono uscite con uno studio, evidentemente farlocco, secondo cui il Ticino, dove sempre più gente ha le pezze alle culottes grazie alla deleteria politica delle frontiere spalancate, sarebbe la quarta regione più dinamica d’Europa, dopo Londra, Lussemburgo e Zurigo.

Uno studio che sicuramente NON è piaciuto all’IRE del buon Rico “E’ solo una percezione” Maggi, visto che potrebbe rubare alle sue indagini sui frontalieri, svolte da frontalieri, il premio annuale per la peggior ciofeca. E questa non è “una percezione”.

C’è chi glissa

Da notare che lo studio dell’Ufficio federale di statistica indica tra l’altro che le persone di più di 65 anni presentavano un tasso di povertà praticamente doppio rispetto alla media (quasi il 14%). Però la partitocrazia – a partire proprio dai kompagnuzzi che si sciacquano la bocca con “i ceti più sfavoriti” – ha affossato la tredicesima AVS per non darla vinta all’odiata Lega.  Su questo aspetto, chissà come mai, i commentatori di regime preferiscono glissare. Altre “scarligate” si segnalano sul fatto  il tasso di povertà tra gli stranieri è nettamente superiore alla media (del resto sono sovrarappresentati anche nelle cifre dell’assistenza).

Prima i nostri

Dunque: Altro che “immigrazione uguale ricchezza”. Immigrazione uguale più gente che dipende dall’ente pubblico e a questo fenomeno bisogna mettere un freno. Perché il “prima i nostri” deve valere anche per l’accesso alle prestazioni sociali. A questo proposito il malcontento tra la popolazione monta. Sicché, sarà bene trovare delle vie per “scremare” gli stranieri a carico del contribuente invece di continuare a nascondersi dietro il trittico “libera circolazione – divieto di discriminazione – sa pò fa nagott”. Non ci sta bene che, dopo aver allargato i cordoni della borsa dello stato sociale a vantaggio di chiunque voglia arrivare in Ticino a mungere (“dobbiamo aprirci!”)  adesso si dica che non ci sono più soldi e quindi bisogna risparmiare su tutti. Prima si blocca l’immigrazione nello Stato sociale e si disdice la libera circolazione. Poi se ne riparla.

Lorenzo Quadri

 

Perché l’IRE non studia la tassa per i frontalieri?

Altro che indagini farlocche per puntellare la fallimentare libera circolazione!

 

Sono solo “percezioni”! Ormai, pur di fare propaganda di regime pro-libera circolazione, i camerieri dell’UE non arretrano nemmeno davanti alle più acrobatiche arrampicate sugli specchi. L’Istituto ricerche economiche (IRE) è riuscito ad auto-commissionarsi (con i soldi del solito sfigato contribuente) un nuovo studio per dimostrare che in Ticino la fallimentare libera circolazione delle persone è una figata pazzesca. Solo che i ticinesotti, essendo beceri, la “percepiscono” in modo sbagliato. I problemi sul mercato del lavoro? L’invasione di frontalieri e padroncini? Tutte balle della Lega populista e razzista!

Sicché l’istituto diretto dal buon Rico Maggi, invece di volteggiare tra le vette dell’eccellenza scientifica, s’impegola nel tentativo di dimostrare ciofeche del seguente tenore (tratta pari-pari dalle conclusioni dello studio): “coloro che leggono il Mattino, 20Minuti o seguono Ticinonline e Ticinonews (quindi testate, a parte ovviamente la prima, che certamente NON sono di orientamento leghista, ndr), hanno una maggiore probabilità di condividere affermazioni negative (sulla presenza dei frontalieri). Lo stesso vale per coloro che consultano un numero maggiore di media. Al contrario, coloro che leggono il Caffè hanno una minor probabilità di condividere affermazioni negative”.

Dove sia andato l’IRE a trovare degli interlocutori che leggono solo il Caffè è un mistero: si tratterà di frontalieri? Comunque tale risultato serve semmai a confermare che il Caffè è un settimanale contro il Ticino.

“Percezioni”

Non stiamo qui a ripetere di nuovo le cifre, nude e crude e soprattutto ufficiali, dell’invasione da sud in Ticino. Cifre che non sono “percezioni”. Cifre che descrivono un mercato del lavoro allo sfascio e  un’immigrazione andata interamente fuori controllo. Parlare, a tal proposito, di “percezioni” significa essere davvero all’ultima spiaggia. L’ultima spiaggia della propaganda di regime che è ormai giunta a negare l’evidenza.

Chiudere baracca

Fa “piacere” vedere l’IRE, ovvero un istituto universitario riccamente foraggiato con i soldi del contribuente, che invece di ricercare delle soluzioni per migliorare il mercato del lavoro ticinese sfasciato dalla libera circolazione, utilizza le proprie risorse  – ed i nostri franchetti – per fare propaganda POLITICA a sostegno della medesima.

Ma un centro di competenze (uella) quale l’IRE, è stato voluto per dare un contributo alla soluzione dei problemi di questo sempre meno ridente Cantone o per negarli, oltretutto utilizzando la solita trita fregnaccia della balla populista e razzista?

Come abbiamo già avuto modo di dire: se l’IRE, come del resto la SECO, serve a fare propaganda di regime a sostegno della libera circolazione delle persone, chiudiamo baracca che così si risparmia!

Qualcosa di concreto

Invece di arrampicarsi sui vetri per reggere la coda alla libera circolazione, l’IRE si potrebbe dedicare ad attività ben più costruttive. Ad esempio: il prof Reiner Eichenberger dell’Università di Friburgo ha pubblicamente dichiarato che introdurre una tassa d’entrata per frontalieri “sa pò”. Eichenberger, come docente universitario, ha una reputazione accademica da difendere e quindi, se dice che una tassa per frontalieri è fattibile, ci sono buoni motivi per ritenere che sia proprio così.

Ebbene, l’IRE potrebbe impegnarsi in uno studio che formuli delle proposte concrete  per realizzare la tassa per frontalieri ipotizzata dall’economista friburghese. Perché il Consiglio di Stato non gli dà questo mandato, così magari  Rico Maggi & Co produrranno finalmente qualcosa di utile? Oppure all’IRE farebbero obiezione di coscienza davanti ad una richiesta del genere, poiché ben riforniti di collaboratori con domicilio nel Belpaese?

Aggravante

Il problema degli studi farlocchi di Maggi & Co a sostegno delle frontiere spalancate non è solo l’utilizzo improprio di fondi pubblici per trattare i ticinesi (per lo meno quel 70% che ha plebiscitato il 9 febbraio) da psicolabili con percezioni alterate. Un problema ulteriore e anche più grave è il danno che arrecano al Cantone. Perché serve a tanto che i rappresentanti del Ticino a Berna (almeno alcuni) si sforzino di sensibilizzare la capitale federale sui disastri fatti in Ticino dalla libera circolazione delle persone e sulla necessità di porvi rimedio prima che salti per aria tutto, se poi arriva non già la solita SECO al soldo del ministro  PLR “Leider” Ammann – quello che, assieme al suo collega di partito e di governo Burkhaltèèèèr vorrebbe pagare senza un cip un ulteriore miliardo di coesione agli eurofalliti – ma l’IRE, con il crisma di istituto universitario ticinese a sostenere che sono tutte balle populiste e razziste e che in realtà l “l’è tüt a posct”. Ovvio che, ai camerieri bernesi di Bruxelles  alla ricerca spasmodica di pretesti per sbattersene dei problemi del Ticino, gli studi-fetecchia dell’IRE servonno un assist che vale oro. E il contribuente ticinese dovrebbe continuare a pagare per questo genere di prestazioni?

Lorenzo Quadri

Amministrazione federale: njet alla preferenza indigena!

La partitocrazia spalancatrice di frontiere non perde occasione per svendere il paese

Eccole qua, le performance della partitocrazia spalancatrice di frontiere. Quella che ha gettato nel gabinetto il 9 febbraio e la volontà popolare. Il triciclo PLR-P$$-PPD non vuole attribuire nemmeno la più piccola priorità agli svizzeri sul mercato del lavoro nazionale. Ma non sia mai! “Bisogna aprirsi”! E in Consiglio nazionale nei giorni scorsi l’ha nuovamente dimostrato. Infatti il triciclo è riuscito a bocciare (per 103 voti ad 83 con 5 astenuti) una mozione che chiedeva l’introduzione della preferenza indigena. Ma attenzione, non la chiedeva in generale – malgrado proprio questo sia stato deciso dal popolo ma rottamato dai camerieri dell’UE. La chiedeva nell’amministrazione federale. Un settore in cui la preferenza indigena dovrebbe essere un’ovvietà, ed anzi il passaporto rosso dovrebbe semplicemente essere presupposto per l’assunzione. Ma gli spalancatori di frontiere sono riusciti a dire njet. Secondo la partitocrazia, per gli impieghi della Confederella bisogna assumere stranieri a gogo. Altro che “Prima i nostri”: Prima gli altri!

Avanti così, svendiamoci agli eurofalliti! Mercato del lavoro svizzero terra di conquista, compresi i posti di lavoro nella pubblica amministrazione!

La beffa

Al danno si aggiunge, come di consueto, la beffa: per giustificare l’ennesimo tradimento della volontà popolare, i camerieri dell’UE del Consiglio federale e della partitocrazia argomentano che “la preferenza indigena non serve”. Nemmeno nei posti federali e malgrado il popolo l’abbia votata. E perché?  Perché – questa la bestialità sentita in aula – con il compromesso-ciofeca che affossa il 9 febbraio il governo ha già preso misure per sostenere i disoccupati residenti.

Ah ecco. Tutti, compresi i Giuda rottamatori del 9 febbraio, hanno ammesso che la preferenza indigena non è rispettata dal compromesso-ciofeca. Ed infatti le misure votate in dicembre dalla maggioranza delle Camere federali non sostengono i disoccupati “residenti”. La partitocrazia ha trombato tutte le proposte che prevedevano di introdurre nella legge l’aborrito aggettivo: residente. Le misure in questione si limitano a creare dei diritti a dei colloqui di lavoro – e non certo di assunzione – per gli iscritti agli Uffici regionali di collocamento.

Ma agli URC si possono iscrivere anche i frontalieri, e perfino i cittadini UE che possono arrivare in Svizzera per tre mesi, aumentabili a sei, alla ricerca di un impiego. Per contro, gli svizzeri in assistenza spesso non sono  più iscritti agli URC. Altro che “sostegno ai residenti”!

Prima i nostri!

Visto l’andazzo, diventa sempre più urgente concretizzare in Ticino l’iniziativa “Prima i nostri”, dato che a Berna non perdono occasione per sabotare ogni minimo accenno di preferenza indigena, per strisciare davanti ai padroni dell’UE. E lo dichiarano anche, senza vergogna: “la preferenza indigena nell’amministrazione federale creerebbe problemi con l’UE, che non la vuole”. Pure questo si è sentito dire in parlamento. E’ il colmo: i camerieri strisciano e se ne vantano pure!

L’esempio inglese…

Intanto in Gran Bretagna la volontà popolare viene rispettata (anche quando si tratta di una votazione consultiva). Non come in Svizzera, dove i partiti $torici gettano la sovranità nazionale nella latrina. Sicché la Brexit si fa “hard”. Le frontiere del Regno Unito potrebbero chiudersi addirittura nel corso del corrente mese. Già tra qualche settimana potrebbero arrivare i contingenti ai permessi di lavoro per i cittadini UE ed i tagli all’accesso alle prestazioni sociali. (La Germania queste prestazioni le ha già tagliate. Per contro gli svizzerotti fessi…).

Invece da noi si calano le braghe ad oltranza. Al punto di chiudere le porte alla preferenza indigena perfino nell’amministrazione federale.

Il paragone tra governanti britannici con gli attributi e sguatteri  bernesi dell’UE si fa sempre più umiliante. Sotto le cupole federali qualcuno dovrebbe sprofondare non uno, bensì  svariati metri sotto terra. Ma si vede che la capacità di vergognarsi sta diventando merce sempre più rara.

Lorenzo Quadri

 

Partitocrazia: chi sta facendo melina su “Prima i nostri”?

Il popolo ticinese non tollererà sconci teatrini come quelli bernesi sul 9 febbraio

 

Qual è il principale problema di questo sempre meno ridente Cantone? Risposta: la libera circolazione delle persone ed i suoi effetti nefasti. Sia dal profilo occupazionale che per quel che riguarda l’immigrazione nello Stato sociale (con conseguente esplosione della spesa a carico del contribuente per mantenere gli “ultimi arrivati” che mai hanno partecipato al finanziamento del pubblico erario, dal quale però attingono a piene mani). E anche, ovviamente, per la questione della sicurezza.

Per l’introduzione della fallimentare libera circolazione delle persone senza limiti ci sono, è arcinoto, dei precisi responsabili politici: leggi la partitocrazia. Ma i Ticinesi, è bene ricordarlo, hanno sempre votato No a tutto ciò che emanasse putrido fetore di UE.

Statistiche farlocche

Per anni si è tentato di farci credere, a suon di statistiche  taroccate sull’occupazione, che la libera circolazione delle persone è una figata pazzesca. Che anche in Ticino va tutto a meraviglia. Che la sostituzione sul mercato del lavoro di ticinesi con residenti non esiste, e nemmeno il dumping salariale: sono tutte  balle della Lega populista e razzista. Le statistiche taroccate servono, evidentemente, a prendere per i fondelli la gente. A convincerla a proseguire sulla strada che ci sta portando nel baratro.

Peccato che la tattica del “negare sempre, negare comunque, negare ad oltranza”, accompagnata al disprezzo dei cittadini (beceri e xenofobi), dei loro problemi e delle loro richieste, non porti lontano. Ed infatti anche l’ex ministra degli esteri Micheline Calmy Rey, P$$, assai poco sospetta di simpatie leghiste, ha detto che non si può continuare a chiudere gli occhi davanti all’evidenza. Ed ha aggiunto che, se c’è sempre più insofferenza nei confronti dei frontalieri, un motivo c’è.

E le conseguenze?

E’ chiaro: si sono volute spalancare le frontiere – “bisogna aprirsi!” – senza minimamente pensare alle conseguenze deleterie che ciò avrebbe comportato per i cittadini, ed in particolare per quelli delle zone di confine. I campanelli d’allarme sono stati snobbati e liquidati con spocchia come dimostrazioni di razzismo e xenofobia. E adesso l’élite spalancatrice di frontiere ne paga le conseguenze ad ogni votazione. E, soprattutto, ad ogni elezione.

Sono passati due mesi…

Da quasi due mesi la partitocrazia ticinese si trova confrontata con l’iniziativa “Prima i nostri” (preferenza indigena); un’iniziativa che ha tentato di affossare in ogni modo. Venendo, come da copione, clamorosamente bastonata dalle urne.

Eppure, invece di dimostrare di aver imparato la lezione, e quindi di prendere in mano con urgenza la concretizzazione di “Prima i nostri”, la partitocrazia gioca a scaricabarile tra governo e parlamento. L’obiettivo è fin troppo chiaro: inventarsi scuse per dire che applicare la volontà popolare “sa po’ mia”. Quando la realtà è ben diversa, ossia che non si vuole. Perché i voti popolari sgraditi vanno sabotati. Lo sconcio teatrino bernese contro il 9 febbraio messo in scena dal triciclo PLR-PPD-P$$ ha aperto gli occhi a tutti.

Lavarsi la coscienza?

La stessa maggioranza PLR-PPD-P$ del governo ticinese, quindi, non può pensare di sbolognare l’applicazione di “Prima i nostri” ad una commissione parlamentare ed illudersi di aver in questo modo fatto i compiti. Scaricare un tema fondamentale per il Ticino sul groppone di un gruppetto di parlamentari di milizia pretendendo che se la sfanghino loro è una presa per i fondelli di quel 60% di ticinesi che ha plebiscitato “Prima i nostri”. Serve ben altro, e servono anche altri interlocutori, non solo un pugno di deputati.

Chi fa melina?

Il ministro leghista Norman Gobbi ha giustamente dichiarato che  l’applicazione di “Prima i nostri” nel settore pubblico e parapubblico è di competenza governativa. Cosa è stato fatto al proposito? Nella maggioranza PLR-PPD-P$ c’è forse qualcuno che sta facendo melina? E dove sono gli interventi a Berna per promuovere la decisione del popolo ticinese (ben diversa dalla volontà della partitocrazia)?

Attenzione, perché far passare (intenzionalmente o per negligenza) tutti i treni e poi uscirsene con il bollito mantra del “sa po’ fa nagott” non inganna più nessuno. A maggior ragione nel contesto attuale dove i politicanti del “sa po’ fa nagott” per frenare l’immigrazione fuori controllo ed i suoi nefasti effetti, vengono spazzati via. E questo a livello internazionale. Trump e Brexit insegnano.

Lorenzo Quadri

 

“Prima i nostri” sul lavoro e anche nella socialità!

Sempre più casi d’assistenza in Ticino per colpa della libera circolazione

 

Ma nooo! Ma chi l’avrebbe mai detto! Nel mese di luglio del 2016 il numero di casi d’assistenza in questo sempre meno ridente Cantone è aumentato di ben il 12,6% rispetto al luglio del 2015. Si contano infatti 880 casi in più. Ma come: con la libera circolazione delle persone non andava tutto a meraviglia? Ma come: i problemi occupazionali in Ticino non erano tutta una balla della Lega populista e razzista? Ma come: il gettito fiscale complessivo (mica il procapite…) non era aumentato, per cui l’ è tüt a posct? Ma come: non c’erano le statistiche farlocche della SECO e dell’IRE a raccontarci che…

Adesso aspettiamo di sapere come intendono spiegare l’ennesima impennata dei casi d’assistenza in Ticino quelli che hanno spalancato le frontiere all’invasione da sud e poi hanno ancora la faccia di lamiera di negare che, in questo modo, hanno generato sul mercato del lavoro ticinese fenomeni deleteri quali il soppiantamento ed il dumping. E ci hanno pure messo in casa l’imprenditoria-ciarpame “made in Italy” che con i dipendenti ne fa da vendere e da spendere. Vedi  il caso della Consonni Contract SA, quello dell’Adria costruzioni…

Le politiche di $inistra

Ancora una volta, davanti all’ennesimo aumento dei casi d’assistenza, i kompagni spalancatori di frontiere non sono riusciti a cogliere l’occasione d’oro per passare all’acqua bassa. Ed infatti, hanno pensato bene di diramare un fumoso comunicato in cui si punta il dito contro la presunta politica di destra (?) che sarebbe responsabile dell’attuale situazione.

E’ ovvio che quegli imprenditori che assumono frontalieri e lasciano a casa i ticinesi hanno delle pesanti responsabilità: ma chi, o meglio che cosa, permette a questi “padroni” di praticare il soppiantamento? Risposta: la libera circolazione delle persone. Che i kompagni non solo hanno assolutamente voluto, ma che tuttora difendono con ideologico isterismo. Infatti a $inistra non solo vogliono cancellare il “maledetto voto” del 9 febbraio – il consigliere di Stato Manuele Bertoli lo ha di nuovo ribadito – ma rifiutano categoricamente la preferenza indigena sul mercato del lavoro: non sia mai! In Svizzera “devono entrare tutti”!

Per cui, cari kompagni internazionalisti, come la mettiamo con le responsabilità della $inistra nell’esplosione dei casi d’assistenza?

La spesa sociale esplode

Non è tutto: il P$ prende spunto dall’aumento massiccio dei casi d’assistenza per promuovere i suoi referendum contro i tagli alla socialità. Naturalmente si dimentica di un piccolo particolare.

La spesa sociale ticinese è andata fuori controllo, col risultato che si taglia linearmente, perché qualcuno (in particolare a sinistra) non ne vuol sapere di chiudere i rubinetti all’immigrazione nello stato sociale. Sempre perché “devono entrare tutti”. E dire che all’interno della stessa UE si va in ben altra direzione: vedi le recenti decisioni dei governi di Germania e Gran Bretagna.

Risultato: spesso e volentieri gli ultimi arrivati attingono a piene mani dalle casse del nostro stato sociale e poi la maggioranza corre ai ripari risparmiando su tutti, compresi i ticinesi in difficoltà (che magari hanno pagato decenni di tasse, mentre le “new entry” non hanno versato un centesimo all’erario). Da notare che, per una strana dimenticanza, negli ultimi dati statistici ci si guarda bene dal dire  di quanto è aumentato il numero degli stranieri in assistenza.
Altro che inveire contro le presunte “politiche di destra”, cari compagni: e dove la mettiamo la responsabilità delle politiche di sinistra nell’esplosione dei casi d’assistenza e nei tagli alla socialità?

Cominciamo ad applicare “Prima i nostri”: sia sul mercato del lavoro che sull’accesso allo Stato sociale. Poi ne riparliamo.

Lorenzo Quadri