Razzismo: lo scontato njet del Consiglio federale

Ma è evidente che la vicenda non si chiude qui: si attende il voto parlamentare

 

Come ampiamente previsto, il Consiglio federale dice njet alla mozione di chi scrive che chiede di abolire la Commissione federale contro il razzismo. Ovvio: la Commissione in questione è stata creata appositamente per montare la panna ad oltranza sul presunto problema del razzismo. E questo a fini politici: la denigrazione, delegittimazione ed addirittura criminalizzazione come “razzista” di osa opporsi al pensiero unico multikulti e spalancatore di frontiere.

Peccato che il razzismo sia un reato penale ben definito. Per sussistere deve adempiere a precisi requisiti. Non può essere stiracchiato secondo i desideri della casta. Eppure accade proprio questo. L’accusa di razzismo viene ormai utilizzata per denigrare e stigmatizzare posizioni politiche (ad esempio sulla migrazione) che non hanno nulla a che vedere con la discriminazione razziale. Praticamente chiunque non sia allineato al pensiero unico viene additato come “razzista”.

Lavaggio del cervello

Inoltre, poiché non si creano – o non si dovrebbero creare – commissioni federali per ogni quisquilia, è evidente che la sola esistenza di una commissione contro il razzismo serve a far credere (lavaggio del cervello) che in Svizzera esista un problema diffuso di razzismo. Ciò non può essere, per una semplice questione numerica: un paese con il 25% di popolazione straniera, e dove (almeno) la metà degli abitanti ha “passato migratorio” non può essere razzista. Un paese razzista non è preso d’assalto da migranti: si assisterebbe semmai al fenomeno inverso. Il numero assolutamente irrisorio di condanne per discriminazione razziale (articolo 261 bis del codice penale) dimostra che esistono certo dei casi isolati di razzismo; ma in nessun modo un problema diffuso.

E questi stessi numeri confermano che la Commissione federale contro il razzismo non ha alcuna giustificazione reale, ma solo politico-partitica.

Le mezze ammissioni

Vista la sua finalità politico-partitica è ovvio che i camerieri dell’UE in Consiglio federale, fautori dell’immigrazione scriteriata, non si sognano nemmeno lontanamente di smantellare la Commissione contro il razzismo. Trattandosi di uno strumento partitico contro i “sovranisti” e i “populisti”, la casta ne ha bisogno come del pane. Specialmente oggi.

Tuttavia nel suo parere sulla  mozione per l’abolizione della commissione antirazzismo il Consiglio federale si trova costretto ad ammettere che, dato il numero di stranieri presenti in Svizzera, la politica d’integrazione elvetica è “fondamentalmente riuscita”. Ovvero, non c’è un problema di razzismo. Per poi dichiarare goffamente che la Commissione contro il razzismo “agisce in modo proattivo”: cioè esiste a titolo “preventivo”; in altre parole si occupa di un problema che non c’è!

Non un cip arriva dall’esecutivo a proposito del razzismo d’importazione. Ossia quello generato dalle frontiere spalancate, grazie alle quali arrivano in Svizzera migranti che sono razzisti, xenofobi, sessisti, eccetera. E che importano in casa nostra i loro conflitti etnici. Ma questo tema è chiaramente tabù. Parlarne equivarrebbe a portare acqua al mulino degli odiati “populisti” per cui… citus mutus!

Intanto in Giappone gli stranieri sono il 2% della popolazione; e non certo perché – come accade invece da noi – si taroccano le percentuali tramite naturalizzazioni facili di persone non integrate. In Giappone esiste una Commissione contro il razzismo? C’è da dubitarne!

Lorenzo Quadri

 

 

 

Insperato regalo ai moralisti a senso unico ed alla RSI

Grazie alla zotica uscita di Tuto Rossi, si monta la panna a go-go sul “razzismo”

La recente sortita dell’avvocato Tuto Rossi sui centri asilanti in Valle di Blenio può essere definita solo come la corrazzata Potëmkin nel celebre film di Fantozzi: “una cagata pazzesca”. Decisamente oltraggiosa (alla faccia della “satira”) nei confronti degli abitanti della Valle di Blenio. Può anche darsi che qualcuno di loro l’abbia presa sul ridere. A quanto ci consta, però, la maggioranza non si è divertita.

Come era scontato,  la deplorevole e deprimente uscita ha provocato la massima goduria ai moralisti a senso unico ed ai $inistrati di ogni ordine e grado. A costoro, smaniosi di montare la panna sul presunto “razzismo”, non deve essere sembrato vero di ricevere un simile regalo. Un’occasione d’oro, anzi di platino tempestata di diamanti, per rispolverare il vecchio disco, così da proseguire con il lavaggio del cervello: il Ticino è un paese razzista (balle di fra’ Luca: un paese con un terzo di popolazione straniera non può evidentemente essere razzista), e la colpa è degli odiati “populisti” e “sovranisti”: spregevoli individui fonte di tutti i mali che devono sparire dalla faccia della terra, lasciando così campo libero all’establishment spalancatore di frontiere, multikulti e becchino dei diritti popolari.

Frase razzista o becera?

Il colmo è che la frase di Rossi è razzista semmai nei confronti degli abitanti della Valle di Blenio (che però non sono una “razza”). L’uso del termine “negri” all’indirizzo dei finti rifugiati, preso nel contesto, più che razzista risulta semplicemente zotico; come tutto il resto dell’esternazione dell’avvocato.

In altre parole: i moralisti a senso unico sono corsi a strillare al “razzismo” inventandosi un caso su un’esternazione che non è neppure razzista, ma “solo” grezza e volgare. Un’esternazione che ha ben poco a che vedere con la discriminazione razziale e molto con qualche birretta di troppo.

A Comano…

Inutile dire che in prima fila a montare la panna, con il frullino azionato alla massima potenza, assieme ai kompagnuzzi del P$ (che dei lavoratori ticinesi si sono ormai completamente dimenticati: si preoccupano solo dei migranti economici) c’era la loro emittente di servizio:  la solita Pravda di Comano. Che, con la puntata di Modem (Rete 1 RSI) mandata in onda mercoledì mattina, è riuscita ad imbastire l’ennesima trasmissione di propaganda politica contro Lega ed Udc. Il ritornello suonato è sempre lo stesso: il Ticino è razzista e la colpa è degli odiati “sovranisti e populisti”. Ad una decina di giorni dalla votazione sull’iniziativa “per l’autodeterminazione”, ecco un’occasione d’oro per denigrarne i promotori.  Altro che “servizio pubblico”: questi sono i consueti servizietti alla casta. Ci sarebbe di che presentare un altro reclamo all’ombudsman.

E i fascistelli rossi?

Del resto, chissà perché, i moralisti a senso unico e la Pravda di Comano non fanno mai un cip sulle schifezze pubblicate da un certo portale al servizio del P$, del suo consigliere di Stato, e della RSI stessa. Pattume non migliore delle alzate d’ingegno dell’avvocato Rossi. Ah già: ma questi sono soldatini di $inistra; hanno versato ettolitri di liquame sull’iniziativa No Billag e sui suoi promotori; vari  giornalai di Comano sono assidui ed attivi frequentatori del portale in questione. Sicché,  questi squallidi fascistelli ro$$i  “possono” vomitare odio, insulti e calunnie a piacimento, meglio ancora se sulla sfera privata delle persone.  Senza che nessun moralista a senso unico, e men che meno l’emittente di regime, abbia da eccepire alcunché. Insultare e calunniare gli spregevoli “populisti” è cosa buona e giusta!

Lorenzo Quadri

 

I post razzisti su facebook ed i moralisti a senso unico

I benpensanti gauche-caviar vogliono la tolleranza zero solo quando torna comodo a loro

Ohibò, i soldatini della morale a senso unico hanno trovato il nuovo tormentone estivo su cui montare ettolitri di panna. E montarla ad oltranza, fino a trasformarla in metricubi di burro Floralp.

Il tormentone in questione è la vicenda del poliziotto della Polcantonale di recente promosso al grado di sergente malgrado un paio di anni fa avesse pubblicato dei post razzisti su faccialibro (facebook) che inneggiavano al nazifascismo come risposta all’assalto dei finti rifugiati.

I post sono improponibili. Niente giustifica la riesumazione di dittatori che hanno insanguinato il XX secolo. Neanche sottoforma di “boutade”.  Ed infatti l’agente in questione si è beccato, a giusto titolo, le sanzioni penali ed amministrative del caso. Adesso le ha scontate. Ha sbagliato ed ha pagato. Deve essere ulteriormente condannato alla morte professionale, come pretendono a $inistra? Ed in particolare, colmo dei colmi, come pretendono i comunisti, quelli che si rifanno ad un’ideologia che ha provocato milioni di morti?

Si dà il caso che il Cantone, e meglio il DSS (nell’era Pesenti) abbia assunto una funzionaria che quando lavorava in banca rubava i soldi ai clienti. L’ha assunta in piena conoscenza dei suoi precedenti: lo ha dichiarato rispondendo ad un atto parlamentare. E’ più grave essere ladri o è più grave postare idiozie su facebook?

Gli insulti continuano

Non solo: nella sovradimensionata amministrazione cantonale, abbondano i funzionari gauche-caviar che continuano a pubblicare sui “social” insulti nei confronti dei leghisti con paragoni al nazifascismo.Però non succede assolutamente nulla. Al massimo i colpevoli ricevono una letterina con scritto: “birichino, non farlo più! Firmato: governicchio”. Il docente (italiano) di scuola media che ha paragonato il voto ticinese sulla civica al nazismo, si è preso una multarella (più o meno elevata di quella che viene appioppata a chi lascia scadere un parcheggio?)  e un ammonimento farlocco nello stile indicato  sopra. Continua tranquillamente ad insegnare. E allora perché il poliziotto dei post razzisti, una volta scontate le sanzioni, non dovrebbe venire valutato (nel caso concreto: valutato positivamente) in base alle sue prestazioni professionali, e dovrebbe invece essere confrontato in eterno con le sbroccate “social” risalenti a due anni prima?

Ah già: ma secondo i moralisti a senso unico, il diritto a voltare pagina ce l’ha solo chi è di $inistra. Come al solito: agli “amichetti” si applica un metro di giudizio, ai nemici se ne applica un altro, e totalmente diverso. I post idioti di destra sono infinitamente più gravi di quelli di $inistra.

Se poi a starnazzare contro la promozione del poliziotto dei post razzisti è il P$ che mantiene in Gran Consiglio, difendendola ad oltranza, la deputata-passatrice, ben si capisce che qui siamo a livelli da commedia dei pupi siciliana (tra l’altro: proprio in questi giorni in Francia una passatrice italiana è stata condannata a sei mesi di prigione; da noi invece…).

Non è così che funziona, cari benpensanti da kebabberia. La tolleranza zero o la si applica a tutti, o non la si applica a nessuno. A geometria variabile non esiste proprio.

Lorenzo Quadri

 

Foraggiamo le ONG per diffondere l’antisemitismo! Grazie Didier!

E poi a Berna i politikamente korretti si riempiono la bocca con il “razzismo”

La barcata di soldi pubblici, di proprietà del contribuente, che – invece di venire utilizzata a vantaggio dei cittadini elvetici – parte per l’estero senza alcun beneficio per noi, è giustamente oggetto di discussione. A maggior ragione se si pensa che i camerieri dell’UE in Consiglio federale sarebbero addirittura pronti a regalare 1.3 miliardi di Fr agli eurofalliti senza alcuna contropartita. E costoro, per tutto ringraziamento, ci ricattano sullo sconcio Accordo quadro istituzionale. A  Berna, è ovvio,  nessuno ha gli attributi per prendere delle contromisure. Al massimo si dichiara sommessamente il proprio malcontento. Naturalmente solo per rabbonire il popolazzo elvetico. Perché, quando si tratta di interloquire con i padroni di Bruxelles, le braghe tornano ad abbassarsi ad altezza caviglia. Istantaneamente.

Di tutti i colori

Tra la barcata di soldi di pubblici inviati all’estero senza alcun motivo plausibile, figurano quelli regalati alla cosiddette Organizzazioni non governative (ONG). Su queste ONG se ne sentono di tutti i colori. Una di loro, ad esempio, si è guadagnata nei mesi scorsi gli “onori” della cronaca perché, finanziata anche con i nostri soldi, trasportava allegramente i finti rifugiati dalle coste africane a quelle sicule.

Adesso  “salta fuori” (si fa per dire, perché la questione non è nuova) la vicenda di un’altra ONG cui la Basler Zeitung ha di recente dedicato un interessante approfondimento.

La ONG in questione si chiama “Human Rights and International Law Secretariat” (segretariato per i diritti umani ed il diritto internazionale). Nientemeno. Ebbene tale organizzazione, attiva nei territori dell’autorità palestinese, incassa milioni dalla Confederella, e poi li gira altre ONG. Tra queste ce ne sono alcune che sono particolarmente attive. Ma non nell’aiuto sul territorio, bensì nel sostenere il terrorismo islamico, nell’incitare alla violenza contro lo Stato di Israele (che, secondo costoro, non avrebbe alcun diritto ad esistere) e nel diffondere odio ed antisemitismo.

Queste ONG, oltretutto, mettono sotto pressione i leader palestinesi affinché non si siedano al tavolo delle trattative con Israele e pubblicano cartine in cui lo Stato ebraico non figura (tanto per chiarire da che parte stanno). I loro militanti fanno propaganda antisemita tra la popolazione. Queste ONG non hanno oltretutto alcun interesse a promuovere la pace. Ci fosse la pace, non ci sarebbe più bisogno di loro.

Da un lato si strilla; dall’altro…

E’ assolutamente inaudito che il Consiglio federale da un lato strilli contro il “razzismo” per delegittimare chi si oppone alla scellerata politica delle frontiere spalancate, e dall’altro foraggi con soldi pubblici organizzazioni  che predicano l’antisemitismo. Per questa situazione ringraziamo in coro a cappella l’ex ministro degli esteri PLR Didier Burhkaltèèèr.

Per non parlare – ma qui ci vorrebbe un capitolo a parte – del razzismo d’importazione: quello arrivato in Svizzera con l’invasione di migranti economici. Molti dei quali sono, appunto, razzisti, sessisti e antisemiti. Ma costoro “devono entrare e devono restare tutti”. L’immigrato, per i politikamente korretti, va santificato. Nel senso letterale del termine. Vedi gli scriteriati paragoni natalizi di papa Bergoglio tra la Sacra Famiglia ed i finti rifugiati. Sicché gli si perdona questo ed altro.

Le mele marce

Non è un mistero che nel cesto delle ONG le mele marce abbondino. Non sta né in cielo né in terra che queste mele marce vengano finanziate con i nostri soldi. Svariate organizzazioni sono strutturate a scatola cinese. Quelle che  beneficiano di contributi federali li dirottano su altre ONG i cui obiettivi sono, oltretutto, inconciliabili con la politica estera svizzera. Nel frattempo – tanto per non farsi mancare nulla – remunerano a peso d’oro i propri dirigenti. E’ evidente che il Consiglio federale deve fare urgentemente repulisti in questo ginepraio. Ne va dei nostri soldi. E ne va della credibilità della Svizzera. Altri paesi lo stanno facendo (o l’hanno già fatto). Danimarca e Norvegia, ad esempio, hanno tagliato i fondi alla citata ONG “Human Rights and International Law Secretariat”. E lo hanno fatto proprio per i motivi indicati sopra. Gli svizzerotti invece continuano a pagare. Perché? Visto che, malgrado le promesse fatte, il neo-ministro degli Esteri Ignazio KrankenCassis non schiaccerà alcun tasto “reset” sulla politica europea, si spera che lo farà almeno sui finanziamenti a certe organizzazioni del piffero.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con la scusa del “razzismo”, la censura di regime dilaga

La dittatura del pensiero unico multikulti vuole ridurre al silenzio gli oppositori 

Redazione pubblica un video che mostra cinque africani che aggrediscono un ragazzo svizzero in stazione: la “solerte” magistratura multikulti minaccia sanzioni penali

Nuovo preoccupante episodio di censura di regime. E nuova conferma che l’articolo del codice penale sul razzismo (261 bis) va abrogato. Questa norma è stata voluta dalle élite spalancatrici di frontiere con il preciso obiettivo di criminalizzare le posizioni contrarie alla politica dell’immigrazione scriteriata e del fallimentare multikulti. Così si crea, appunto, la censura di regime. E soprattutto, si impone l’autocensura. Quest’ultima finisce poi per colpire anche posizioni che sono assai lontane dal ledere l’articolo 261 bis: ma per “non avere storie”, perché “non si sa mai”, meglio girare bene al largo. E quindi rinunciare a formulare qualsiasi opinione che potrebbe sembrare vagamente “a rischio”.

Il nuovo passo

Questi meccanismi sono ben noti. I fautori dell’immigrazione scriteriata ci marciano alla grande. Spesso e volentieri con l’aiuto del loro braccio armato: magistrati che evidentemente non hanno  molto lavoro da svolgere (alla faccia della panzana del “sovraccarico”); o che non hanno un gran senso delle priorità (e allora non sono al loro posto).

Ma adesso si compie il passo successivo. La censura non colpisce solo le opinioni, le idee. Colpisce anche i fatti. Con lo squallido pretesto della violazione della norma antirazzismo, la dittatura multikulti vuole impedire addirittura che eventi scomodi – scomodi per i fautori del “devono entrare tutti”, ovviamente, perché li mettono davanti ai disastri generati dalle loro politiche – vengano resi noti.

Ne sa qualcosa la pubblicazione Schweizerzeit.

Il filmato “proibito”

La  Schweizerzeit è un modesto periodico con sede nel Canton Berna, che si definisce “Rivista borghese-conservatrice per l’indipendenza, il federalismo e la libertà”. L’editore è l’ex consigliere nazionale Udc Ulrich Schlüer.

Cosa ha fatto la Schweizerzeit per finire nel mirino della giustizia? La sua colpa è di aver diffuso, in collaborazione con l’associazione “Sicurezza per tutti”, un video girato alla stazione ferroviaria di Délémont. Nel filmato si vedono cinque africani che aggrediscono e picchiano un adolescente svizzero. Pubblicato su facebook, in poco tempo il video viene visionato da 250mila persone. Conseguenza: il Ministero pubblico contatta la Schweizerzeit, comunicando che rischia  l’apertura di una procedura penale per violazione della norma antirazzismo. Questo perché, nella didascalia che accompagna il video del pestaggio, gli aggressori vengono indicati come “africani”. Mentre invece si sarebbe al massimo potuto scrivere “cinque aggressori africani”. Dove sta la differenza? Riferirsi in modo vago ad “africani” sarebbe una generalizzazione razzista che colpisce tutte le persone provenienti dal continente nero.

Il fatto che la giustizia inquirente elvetica abbia il buon tempo per arrovellarsi in simili improponibili pippe mentali dimostra che c’è un esubero di magistrati. E quindi interessanti possibilità di risparmio.

Precedenti

Non è nemmeno il primo caso di questo tipo. Di recente due dirigenti dell’Udc nazionale sono stati condannati dal Tribunale federale per discriminazione razziale. La causa: un manifesto del partito a sostegno dell’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”, riferito all’ennesimo  grave episodio di criminalità d’importazione: due kosovari hanno accoltellato due svizzeri per futili motivi. Nel manifesto incriminato, la vicenda veniva brevemente riportata ed intitolata “Kosovari accoltellano svizzeri”. E proprio questo titolo sarebbe, secondo i legulei del TF, di rilevanza penale!

Minacce e ricatti

Per tornare al caso della Schweizerzeit: dopo aver ricevuto l’avvertimento del Ministero pubblico, la redazione provvede a cambiare la didascalia del video da “africani” a “a cinque africani”. Tüt a posct? Niente affatto, perché poi arriva il secondo ammonimento: chi ha pubblicato il filmato potrebbe venire reso responsabile per i commenti “sopra le righe” scritti da terzi  (!) sui social a proposito del video. E poco dopo giunge l’avviso numero tre: chi contribuisce a diffondere lo “scandaloso” filmato – che riprende semplicemente un fatto realmente accaduto! – può essere anch’egli sanzionato come corresponsabile.

L’obiettivo di una simile sceneggiata intimidatoria è chiaro: impedire che fatti imbarazzanti per gli spalancatori di frontiere multikulti vengano resi di pubblico dominio. Obiettivo che nel caso concreto viene raggiunto con la fattiva collaborazione di Facebook. Il social media ha infatti provveduto a rimuovere il filmato, argomentando che si trattava di una “rappresentazione di violenza”. Eh già: la violenza di delinquenti stranieri non deve essere mostrata. Quando si dice la censura di regime.

Censura di regime

Ecco dunque la lampante dimostrazione che l’articolo 261 bis del codice penale va sabrogato. Partendo dal politikamente korrettissimo divieto di discriminare, esso dilaga. Diventa così un vero e proprio strumento di censura al servizio delle élite internazionaliste e fautrici del multikulti. E il loro braccio armato, ovvero la magistratura lottizzata dalla partitocrazia PLR-PPD-P$,  lo utilizza senza ritegno. La criminalità straniera deve venire nascosta e taciuta: “bisogna essere aperti e multikulti!”; “devono entrare tutti”! Chi osa evidenziare e rendere pubbliche le deleterie conseguenze di simili politiche, chi osa contraddire il pensiero unico internazionalista, non solo va denigrato e delegittimato come spregevole razzista; va costretto proprio al silenzio, sotto minaccia di condanne penali.

Ecco i risultati della dittatura degli spalancatori di frontiere. Che poi hanno ancora la faccia di tolla di sciacquarsi la bocca con la libertà d’informazione… certo, ma solo per chi fa l’ “informazione” che vogliono loro! Per gli altri, invece, bavaglio e ricatti.

Lorenzo Quadri

L’81% dei cittadini vuole vietare le organizzazioni islamiste

Altro che balle populiste e razziste! Un sondaggio del SonntagsBlick conferma

 

Ma come, non erano tutte balle della Lega populista e razzista? Ed invece da un sondaggio pubblicato domenica dal SonntagsBlick (di proprietà del gruppo Ringier, europeista e spalancatore di frontiere) emerge un risultato degno di nota: in Svizzera il 40% della popolazione si sente minacciata dall’Islam. Più precisamente: per il 40% dei 1003 partecipanti al sondaggio, la presenza in Svizzera di 400mila musulmani va considerata una minaccia. Nel 2004 era stata posta la stessa domanda, e la percentuale era del 16%. Nel frattempo, come tutti sappiamo, è cambiato il mondo ed i terroristi islamici insanguinano l’Europa con i loro attentati. Ma i politicanti buonisti-coglionisti, nei loro ipocriti tweet di condoglianze, parlano solo di “terrorismo”: senza nemmeno avere il coraggio di dire che si tratta di terrorismo islamico.

400mila persone sono più degli abitanti del Canton Ticino, quindi non sorprendiamoci se in un futuro nemmeno tanto lontano i musulmani pretenderanno di avere un Consigliere federale…

Altre cifre

L’esito del sondaggio del SonntagsBlick non è  una sorpresa: Ma vedere una cifra nero su bianco fa comunque un certo effetto. Altre cifre pubblicate sempre sullo stesso domenicale sono anche più interessanti. Ad esempio: l’81% degli intervistati ritiene che le autorità siano troppo “molli” – ovvero: che siano buoniste-coglioniste! – nei confronti degli imam che predicano l’odio contro l’occidente. La stessa percentuale vorrebbe proibire il salafismo (corrente radicale dell’Islam) in Svizzera. Al proposito si ricorderà che il Guastafeste Giorgio Ghiringhelli lo scorso mese di marzo aveva lanciato una petizione per proibire in Svizzera i movimenti islamisti. La petizione può essere sottoscritta online al seguente indirizzo:

https://www.change.org/p/proibire-i-movimenti-islamisti-in-svizzera

Ebbene, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, la stampa di regime ha censurato la petizione: in Ticino il suo lancio è stato segnalato nel modo più stringato possibile. Nel resto della Svizzera ben 13 testate hanno addirittura rifiutato di pubblicare dei piccoli annunci a pagamento che invitavano a firmare la petizione. Non sia mai che si rischi di dare ragione ai beceri populisti, razzisti ed islamofobi!

Intanto il sondaggio pubblicato domenica dimostra, ancora una volta, che il pensiero unico della partitocrazia spalancatrice di frontiere, della stampa  di regime e degli intellettualini rossi da tre e una cicca, è del tutto scollato dal paese.

Consiglio federale agli antipodi

L’81% dei cittadini vuole vietare il salafismo mentre il Consiglio federale come al solito è agli antipodi della volontà popolare: di recente se ne è uscito a dire che nemmeno si può proibire a gruppi estremisti la distribuzione del Corano a scopo di radicalizzazione. E per carità di patria non ritorniamo sulle sentenze buoniste-coglioniste che ci obbligano a tenerci in casa i jhadisti e magari addirittura a mantenerli con i soldi del nostro Stato sociale. Vedi il famoso imam di Nidau che predicava l’odio contro i “nemici di Allah” sontuosamente mantenuto dalla pubblica assistenza alla quale, nel corso degli anni, ha stuccato qualcosa come 600mila franchetti. E poi vengono a dirci che non ci sono i soldi per i nostri anziani.

Proibire i finanziamenti

E non è finita, perché sempre dal sondaggio del SonntagsBlick emerge che il 60% degli svizzeri è contrario a riconoscere l’islam come religione ufficiale (ci mancherebbe altro!) ed il 61% è favorevole al divieto di finanziamenti esteri per le moschee ed i centri culturali islamici. Questo perché tali finanziamenti provengono da regimi islamici che vogliono diffondere il radicalismo in casa nostra tramite imam da loro stipendiati.

Ma guarda un po’! Si dà il caso che chi scrive nell’aprile dello scorso anno avesse presentato una mozione al Consiglio federale in cui si chiedeva per l’appunto di proibire i finanziamenti esteri alle moschee, di imporre la trasparenza sulla provenienza delle risorse finanziarie delle organizzazioni islamiche nonché l’uso della lingua locale nelle prediche. Regole che  già esistono in altri paesi. Naturalmente la risposta dei camerieri dell’UE  è stata il solito scandalizzato “sa po’ mia! Non c’è la base legale!”. Se non c’è la base legale, cari signori, la si crea, visto che siete lì per quello. Ma evidentemente la base legale mancante è un pretesto. E il consiglio nazionale, da parte sua, ha respinto la mozione con uno scarto di appena un paio di voti.

Tornare alla carica

E’ palese che occorre tornare alla carica. Sia con il divieto di finanziamenti esteri alle moschee, sia con l’obbligo di tenere le prediche nella lingua d’origine, sia con il divieto dei movimenti salafiti. Non passa settimana senza che si scopra che in una qualche moschea elvetica si radicalizza e si predica l’odio. E se pensiamo di combattere l’estremismo islamico con il buonismo-coglionismo, con i “sa po’ fa nagott” e blaterando di “basi legali mancanti”, poveri noi e povera Svizzera.

Il razzismo a senso unico

USA, crimine d’odio razziale verso i bianchi: ma la stampa di regime insabbia

 

A Fresno in California lo scorso 18 aprile tale Kori Ali Mihammad, 39 anni, ha aperto il fuoco sulla folla, nei pressi di una chiesa cattolica, uccidendo tre persone. Malgrado prima dell’eccidio il killer abbia urlato “Allah Akbar”, gli inquirenti ritengono che non si tratti di terrorismo islamico, bensì di un crimine d’odio verso i bianchi (tutte le vittime erano bianche).

Ed infatti il modo in cui i media – a partire dalla nostra emittente di presunto servizio pubblico – hanno trattato la notizia è da manuale. “Per fortuna non si è trattato di un atto di terrorismo islamico, ma solo (!) di un crimine d’odio razziale verso i bianchi”. Questo il senso ed il tenore. Come se uccidere dei bianchi per odio razziale fosse una sciocchezzuola. Un irrilevante incidente di percorso.

A parti invertite…

Ma stiamo dando i numeri? Se le parti fossero state invertite, ossia se a Fresno fosse  stato un bianco ad aprire il fuoco sulla folla per odio razziale uccidendo tre neri, le reazioni sarebbero state assai diverse. Negli USA sarebbero andate in scena marce e manifestazioni di protesta organizzate dai moralisti a senso unico. Ovviamente condite con slogan contro lo spregevole populista Donald Trump, accusato di portare la responsabilità morale per le morti. Scontata la partecipazione di qualche carampana del cosiddetto star system. Come quella che, in nome della dignità della donna, prometteva sesso orale a chi avrebbe votato Hillary (tra l’altro, non ha neppure mantenuto la parola).

Dalle nostre parti

Anche alle nostre latitudini, non si sarebbe persa la ghiotta occasione per montare la panna. In prima fila ci sarebbe stata proprio la RSI. La quale non avrebbe di certo tenuto il basso profilo adottato per il pluriomicida nero di Fresno. Al contrario: si sarebbe lanciata con la massima goduria in una serie di approfondimenti e dibattiti sul razzismo, ovviamente – si fa “servizio pubblico” in Ticino, che diamine! – rapportati alla nostra realtà. Con l’evidente intento politico-partitico di dimostrare la solita tesi precostituita: ossia che in questo Cantone esiste un problema di razzismo. E i responsabili, va da sé, sono gli odiati leghisti. Qualche intellettualino con la morale a doppia velocità avrebbe magari rilanciato con contributi sui quotidiani e forse con qualche raccolta di firme (tanto per non farsi mancare nulla).

Visto che però a Fresno è stato un nero a freddare tre bianchi per odio razziale e non il contrario, ecco che la stampa di regime passa all’acqua bassa. Tace. Minimizza. Imbosca. “Per fortuna” non era terrorismo. Ecco tutto quello che riesce a dire.

Razzismo a senso unico

Per l’elite spalancatrice di frontiere, per la stampa di regime, per gli intellettualini rossi, il razzismo, proprio come la morale, deve necessariamente essere a senso unico. Può andare solo in una direzione: bianchi che discriminano neri; svizzeri che discriminano stranieri. Il contrario non è ammissibile. Nemmeno va considerato.

Il razzismo, secondo costoro, ha ragione di essere solo se può servire a colpire la solita parte politica. Se invece va nel senso esattamente opposto, parte l’insabbiamento.

Avete mai sentito uno dei tanti spalancantori di frontiere multikulti denunciare il razzismo degli stranieri nei confronti degli svizzeri? O il razzismo tra comunità straniere? Mai! Il razzismo serve solo come spauracchio per criminalizzare e ricattare moralmente chi si oppone alla sciagurata politica dell’immigrazione incontrollata.

Sempre più spesso i cittadini ticinesi vengono discriminati da annunci di lavoro esplicitamente rivolti a frontalieri. Dove sono gli avvocati che lanciano le raccolte di firme (?) per una denuncia?

Lorenzo Quadri

E dàgli con la fregnaccia della “Svizzera razzista”!

La spennacchiata manifestazione di un collettivo ha “animato” ieri il centro di Berna

 

Quale evento ha animato l’uggioso pomeriggio bernese di ieri, sabato quattro febbraio? Ma una bella manifestazione contro il razzismo (?). Bella si fa per dire, dal momento che si è trattato piuttosto di un gruppetto di qualche centinaio di persone, quindi non propriamente folle oceaniche. Naturalmente la copertura mediatica da parte dei portali di regime è stata ampiamente sovradimensionata. Vedremo i giornali odierni. Ma d’altra parte non solo le pagine cartacee, ma anche quelle web, con qualcosa bisogna pur riempirle. E se c’è l’occasione di montare la panna sull’inconsistente problema del razzismo in Svizzera, con l’intento di indottrinare e colpevolizzare il popolo  becero che vota sbagliato… tanto di guadagnato!

Tutti dentro

Gli organizzatori del  non propriamente epocale evento bernese erano, ça va sans dire, dei $inistrorsi del “devono entrare (e rimanere) tutti”. Non è una battuta. Il collettivo organizzatore si chiama proprio così: “Bleiberecht für Alle”, diritto di restare per tutti. Naturalmente di restare a carico del contribuente, mica degli organizzatori. Che le tasse forse nemmeno le pagano. Magari perché loro stessi sono a carico.

Fanfaronate

Ma ad urtare sono le fantasiose tesi che il collettivo tenta goffamente di sdoganare, con la fattiva collaborazione dei media di regime. “In Svizzera c’è un problema di razzismo – fanfaronano i manifestanti in un comunicato – la discriminazione e la stigmatizzazione degli stranieri (?) sono profondamente ancorate (uella) nella società elvetica”.

Uhhh, che pagüüüüraaa! Ma come ci sentiamo in colpa! Tutti ad auto fustigarsi in pubblica piazza, meglio se a 10 gradi sotto zero!

Paese razzista?

Ma gli spalancatori di frontiere non sono ancora stufi raccontare sempre le stesse fregnacce ideologiche smentite dalle cifre?

Già perché, secondo costoro, un paese come la Svizzera, che ha il 25% di stranieri (in Ticino siamo addirittura al 30%, a Lugano al 37%) sarebbe un paese razzista. Un paese come la Svizzera, dove ogni anno vengono naturalizzate 40mila persone (quanti i non integrati?) ovvero in proporzione il quadruplo che in Germania, sarebbe un paese razzista. Un paese che spende miliardi del contribuente per l’asilo ed altri miliardi in aiuti all’estero, sarebbe un paese razzista. Un paese che nel 2016 ha fatto entrare 40mila migranti economici – quando in Spagna ne sono arrivati poco più di 15 mila! – sarebbe un paese razzista. Un paese che tiene le frontiere spalancate mentre perfino all’interno dell’UE sospendono l’applicazione dei disastrosi accordi di Schengen, è un paese razzista. Un paese dove un rifugiato riceve dallo Stato più soldi di un anziano con la sola AVS, sarebbe un paese razzista. Un paese dove ci sono famiglie di asilanti che costano all’ente pubblico 60mila Fr al mese, sarebbe un paese razzista. Un paese che si rifiuta di espellere perfino i terroristi islamici se questi si troverebbero in pericolo ritornando nella loro nazione d’origine, sarebbe un paese razzista. Dobbiamo continuare?

Bravi kompagni del collettivo “devono rimanere tutti”. Avete fatto il vostro verso contro gli svizzerotti chiusi e xenofobi, che magari mantengono pure qualcuno di voi. Adesso potete tornare soddisfatti al centro sociale a fumarvi quel che più vi aggrada.

Lorenzo Quadri

 

 

 

C’è razzismo in Svizzera? Sì, quello degli immigrati

Facendo entrare tutti, i moralisti a senso unico importano razzisti e antisemiti

 

Alle Camere federali qualcuno, forse non avendo di meglio da fare, si sta inventando i gruppi parlamentari contro il razzismo. Milioni di migranti economici con lo smartphone (tutti giovani uomini) sono in marcia dall’Africa verso l’Occidente, dove non hanno alcuna possibilità di integrarsi. Però i politikamente korretti si preoccupano del “razzismo” degli Svizzeri. Non dell’immigrazione incontrollata e delle sue deleterie conseguenze.

Il bello è che la Svizzera è  il paese dove ci sono più stranieri in assoluto. Il tasso attuale è di circa il 25%; cifre simili non si ritrovano da nessun’altra parte. E questo malgrado si tenti di continuo di abbassarle artificialmente tramite le naturalizzazioni facili.

Naturalmente nella Svizzera “chiusa e xenofoba”, dove secondo alcuni sarebbe necessario inventarsi anche i gruppi parlamentari contro il razzismo, il tasso di popolazione straniera continua ad aumentare: il saldo migratorio è di 80mila persone all’anno provenienti dalla sola Unione europea, a cui vanno aggiunti gli arrivi extra UE – nonché i migranti economici.

Il codice penale

Montando la panna sul fenomeno del presunto razzismo si vuole, è ovvio, ricattare moralmente gli svizzerotti, affinché facciano entrare tutti: solo così potranno essere a posto con la coscienza; solo così potranno evitare di farsi infamare dai moralisti a senso unico e dalle élite spalancatrici di frontiere. Utilizzando il medesimo ricatto morale si è inserito un apposito articolo “contro la discriminazione razziale” nel codice penale: il famoso 261 bis. L’articolo serve, ovviamente, per mettere a tacere posizioni non allineate al buonismo multikulti. Anche se, nella realtà giuridica, il campo d’applicazione della norma penale è circoscritto,  essa viene continuamente agitata a mo’ di spauracchio. La sua sola esistenza si trasforma in un formidabile bavaglio. Sicché, per non rischiare denuncie, la stragrande maggioranza sceglie la via dell’autocensura.

Il razzismo d’importazione

Ma i moralisti a senso unico che hanno creato a tavolino, per i propri scopi (frontiere spalancate) un problema di razzismo in Svizzera – come detto la nazione con più stranieri – e che su questo leitmotiv continuano a montare la panna, non hanno calcolato, non si sa se per dabbenaggine o di proposito, l’altra faccia della medaglia: ossia il razzismo d’importazione. Al proposito, ciò che sta accadendo in Germania è esemplare. La Weltwoche ha di recente pubblicato un interessante articolo sul tema del professor Bassam Tibi, studioso di origine siriana, che per lungo tempo ha insegnato Rapporti internazionali alla Georg-August-Unversität di Göttingen.

Il caso della Germania

Il deleterio appello ad accogliere tutti dell’Anghela Merkel è tra le cause principali del caos asilo che non solo sta provocando sfracelli nell’Europa occidentale, ma sta anche spingendo milioni di migranti economici a rischiare la vita in viaggi verso eldoradi inesistenti.

Questo atteggiamento di scriteriata apertura, secondo molti, nasce dal senso di colpa tedesco per le atrocità commesse dal regime nazista; in particolare lo sterminio degli ebrei. Con l’accoglienza indiscriminata di finti rifugiati si pensa di poter in qualche modo compensare i crimini del passato. Si aspira a dimostrare – a se stessi e agli altri – che quell’innominabile passato non può ritornare. Invece succede proprio l’esatto contrario perché, come osserva il professor Tibi, in Germania sono arrivate e ancora arriveranno centinaia di migliaia di migranti che sono a maggioranza antisemiti.

Da un’inchiesta giornalistica condotta nel 2015, scrive l’accademico sulla Weltwoche, è emerso che il 50% dei siriani intervistati a Berlino ha dichiarato la propria simpatia per Hitler. Naturalmente i politikamente korretti hanno tentato di imboscare l’imbarazzante risultato.

E noi?

La Germania vorrebbe liberarsi del proprio fardello morale, e invece importa antisemitismo. E cosa fa per combattere l’antisemitismo importato? Nulla. Perché l’antisemitismo è per definizione tedesco.

In Svizzera succede la stessa cosa. Si monta la panna sul presunto razzismo dei cittadini svizzeri per costringerli a far entrare tutti. Così arrivano nel nostro paese migliaia di persone a cui il razzismo e l’odio verso gli ebrei sono stati inculcati nell’ambiente di provenienza fin dall’infanzia. Sicché,  paradossalmente ma nemmeno poi tanto, la Svizzera non diventa razzista chiudendo le frontiere: lo diventa spalancandole, perché il razzismo lo importa.

Lorenzo Quadri