E’ ufficiale: sulla scuola ro$$a saranno i cittadini a decidere

Il referendum contro la riforma-Bertoli ha raccolto ben 9400 sottoscrizioni

 

Il referendum contro la “scuola rossa” è riuscito con ampio margine. Le firme valide raccolte sono oltre 9400, quando ne sarebbero bastate 7000. Il referendum è riuscito in un clima certamente non favorevole: a chi raccoglieva le firme è capitato perfino di venire insultato e minacciato dai soldatini della gauche-caviar. Perché è così che da quelle parti rispettano la democrazia ed i diritti popolari. Loro, i $inistrati, possono lanciare referendum su ogni flatulenza. Ma se sono gli odiati “nemici” a lanciarne per contestare delle proposte di $inistra…

Diritti popolari più ostici

Vale anche la pena ricordare che l’esercizio dei diritti popolari è diventato più arduo a seguito dell’introduzione del voto per corrispondenza e del conseguente crollo dell’affluenza alle urne. Non solo di questo fatto  nuovo, per quanto decisivo, non si è tenuto minimamente conto, ma c’è chi vorrebbe rendere ancora più difficile l’esercizio dei diritti popolari. Ad esempio, a livello federale, i tamberla di Avenir Suisse: un sedicente “Think Tank” (serbatoio di pensiero) vicino ai liblab. Il motivo è chiaro: il popolazzo becero, che vota sbagliato, non deve essere chiamato a decidere. Altrimenti mette i bastoni tra le ruote alla casta spalancatrice di frontiere.

Referendum obbligatorio?

Ovviamente il problema della raccolta firme non riguarda i sindacati. Che incaricano i propri dipendenti, pagati con le quote dei lavoratori. E’ quindi evidente che, per far riuscire un’iniziativa popolare, e soprattutto un referendum, ci sono solo due vie: o si è un $indakato, oppure bisogna pagare chi va a raccogliere le sottoscrizioni. L’introduzione del voto per corrispondenza ha reso le cose assai più difficili facendo crollare l’affluenza ai seggi. Per il cittadino votare per posta è certamente molto comodo. Per chi vuole esercitare i diritti popolari, invece…

Il voto per corrispondenza è dunque un motivo in più per introdurre il referendum finanziario obbligatorio oltre ad un certo tetto di spesa, che già esiste in 18 Cantoni. In questo modo i cittadini sono chiamati alle urne “in automatico”. Perché evidentemente non ci si può attendere che si trovi sempre qualcuno disposto a raccogliere le firme su tutto.

Segnale incoraggiante

Fermo restando che evidentemente a decidere sulla scuola ro$$a sarà la votazione popolare, l’abbondante numero di sottoscrizioni raccolte contro la riforma-Bertoli è incoraggiante. Il segnale è positivo: a parte che i costi della “scuola che verrà” sono stratosferici (6.7 milioni per la sperimentazione triennale e oltre 35 milioni all’anno una volta che il progetto sarà “implementato”; e questa cifra è oltretutto destinata a lievitare), è evidente che la scuola è un tema che interpella tutti. Anche chi non ha, o non ha più, figli agli studi. Perché la scuola costruisce la società di domani. Le conseguenze educative, sociali e finanziarie della scuola $ocialista, se dovesse diventare realtà, le pagheremo tutti.

E’ vero che il referendum è diretto contro il credito per la sperimentazione triennale. Ma non prendiamoci in giro: se parte la sperimentazione, parte anche la riforma. La sperimentazione è già la riforma. I partiti cosiddetti “borghesi”, PLR e PPD, si sono fatti infinocchiare. E’ evidente che il rapporto farlocco che verrà stilato dopo la sperimentazione spazzerà via il modello alternativo dell’ex partitone. Un modello che prevede di estendere i livelli ad altre materie, quando tutti dicono che i livelli non vanno bene. Del resto l’ex partitone, che per quasi un secolo ha gestito il DECS, negli ultimi vent’anni non ha proposto alcuna riforma scolastica. Adesso si riduce a correre dietro alle ciofeche ideologiche del kompagno Bertoli.

L’ira della casta

All’ufficializzazione della riuscita del referendum contro la scuola rossa, i soldatini della gauche-caviar non hanno perso occasione per blaterare che, a seguito della chiamata alle urne, a decidere su una riforma scolastica saranno “i cittadini che non capiscono niente di scuola”. Ma bravi! Allora, se tanto ci dà tanto, sulla riform(ett)a fisco-sociale, referendata da una parte dei sinistrati, avrebbero dovuto decidere solo i fiscalisti. Non è così che funziona la democrazia. Così funziona, invece, la casta.Quella che vuole esautorare i cittadini: perché sono beceri, sono ignoranti, votano di pancia, ed è uno scandalo che possano decidere del futuro del Paese. Del resto, se la $inistruccia non voleva l’insegnamento della civica a scuola, un qualche motivo c’era…

I docenti non la vogliono

A sostegno del referendum va aggiunto che  la scuola ro$$a non è appoggiata dai docenti. L’86% dei quali non ha nemmeno risposto al sondaggio online lanciato dal DECS. Questa è una chiara manifestazione di dissenso (dire no in un sondaggio online equivale a farsi beccare subito). Inoltre vari docenti hanno sostenuto, direttamente o indirettamente, la raccolta firme per il referendum. La riforma è il prodotto dei burocrati del DECS, tutti targati P$. Per fortuna, dunque, che i cittadini potranno votare. Alla faccia di chi – la solita rosseggiante area politica – considera la scuola pubblica ticinese “cosa sua”. E guai a chi osa metterci il becco.

Lorenzo Quadri

E adesso non si cerchi di prendere i cittadini per il lato B

Referendum contro il compromesso-ciofeca: il fallimento era programmato dall’inizio

Come volevasi dimostrare, il referendum lanciato dal kompagno Nenad Stojanovic contro il compromesso-ciofeca sul 9 febbraio non è riuscito, avendo raccolto solo 13mila firme invece delle 50mila necessarie. Il che non sorprende per nulla. In effetti, c’erano tutte  le premesse per un  flop. Il promotore, essendo politologo, non poteva non saperlo. Non poteva certo ignorare che per la riuscita di un referendum a livello nazionale servono 50mila sottoscrizioni e che queste non si trovano in quattro e quattr’otto basandosi sul volontariato: occorre pagare chi raccoglie le firme. Eh già, lanciare un referendum, o un’iniziativa popolare, è una cosa sempre più difficile. Su questa difficoltà la partitocrazia spalancatrice di frontiere fa ampio affidamento. Infatti, sa benissimo che gli odiati populisti non saranno mai in grado di raccogliere le firme per contrastare tutte le decisioni parlamentari del triciclo PLR-PPD-P$$ lesive della volontà dei cittadini e/o della sovranità nazionale, ma dovranno per forza concentrarsi su poche. Le altre, invece, andranno avanti indisturbate.

Neanche il Gigi di Viganello…

Tornando al referendum contro il compromesso ciofeca: questo referendum, come scritto più volte, è inutile. Infatti servirebbe a cancellare una legge di (non) applicazione che vale zero. Cancellando una legge inutile, si rimane a al punto zero. In nessun modo si limita l’immigrazione. Il referendum non porterebbe dunque alcun contributo al rispetto della volontà popolare.

Fa specie che il promotore politologo Stojanovic allo scadere del tempo per la raccolta firme se ne esca con scuse puerili del tipo: “mancavano le risorse umane e finanziarie per la riuscita del referendum” e “nessun grande partito mi ha appoggiato”. O Stojanovic, non lo sapevi fin dall’inizio che ti mancavano le risorse? Non lo sapevi fin dall’inizio che nessun grosso partito avrebbe appoggiato la tua démarche per il semplice fatto che il triciclo PLR-PPD-P$$  è artefice del compromesso-ciofeca  mentre l’UDC l’ha detto subito che un referendum non avrebbe portato a nulla? E allora, da quale grossa organizzazione ti aspettavi di venire appoggiato? Nemmeno il Gigi di Viganello dopo aver fatto il pieno di birre all’osteria sarebbe potuto incappare in un simile abbaglio. Figuriamoci allora uno che si fregia voluttuosamente del titolo di politologo; il che dovrebbe implicare che di politica ne capisce qualcosa.

Due opzioni

Ci sono quindi solo due opzioni: o il  kompagno Nenad voleva a tutti i costi “sbugiardarsi” facendosi un po’ di pubblicità negativa a livello nazionale (per la serie: bene o male, basta che si parli) oppure lo scopo della sua raccolta firme era proprio il contrario di quello dichiarato. Il referendum non serviva affatto a contrastare il compromesso ciofeca, bensì a puntellarlo. E allora tutto acquista un senso. Stojanovic è da anni uno di quelli che predicano le frontiere spalancate. E, prima della votazione parlamentare sul compromesso-ciofeca, non ha mosso un dito per convincere il proprio partito P$$ a rispettare la volontà popolare espressa il 9 febbraio 2014; è uscito dal letargo solo quando la frittata era fatta!

Il sondaggio farlocco

Invece, lanciando un referendum matematicamente votato al fallimento, si vuole far passare il messaggio seguente: in realtà ai cittadini il compromesso-ciofeca va benissimo, in caso contrario avrebbero sottoscritto a piene mani. Di conseguenza, i cittadini non vogliono limitare l’immigrazione. Ecco dunque dove voleva andare a parare lo spalancatore di frontiere Stojanovic, ed è quantomeno sospetto che proprio in contemporanea con il fallimento programmato del referendum sia arrivato l’ennesimo sondaggio farlocco effettuato da un istituto d’Oltralpe che vuole farci credere che non solo la popolazione svizzera è soddisfatta della rottamazione del 9 febbraio, ma che i ticinesi sono i più giulivi di tutti. Qui ci sono dei bambela che  pensando i prendere la gente per i fondelli.

Chi ci è cascato?

Al trucchetto di Stojanovic nessuno ha creduto con un’unica eccezione: il neo presidente del PPD Fiorenzo Dadò che si è affrettato ad accodare sé stesso ed il partito alla bislacca  iniziativa. Per rispettare la volontà popolare? Certo che no, visto che il PPD ha combattuto l’iniziativa Contro l’immigrazione di massa ed ha appoggiato il compromesso-ciofeca a Berna con la sua astensione. L’obiettivo di Dadò era semplicemente quello di smarcarsi per ottenere visibilità mediatica a buon mercato. Ma è andata buca. La fregola da riflettori spesso gioca brutti scherzi. Imparare per la prossima volta.

Lorenzo Quadri

Dall’Italia un’altra asfaltatura per la casta europeista

Il referendum del parolaio Renzi è stato sotterrato: i “populisti” vincono di nuovo

Il premier italiano non eletto Matteo Renzi è stato asfaltato dai suoi concittadini. Renzi è il parolaio che, tra l’altro, ha tentato di attribuirsi il merito della realizzazione del tunnel di base AlpTransit Gottardo; quando la vicina Penisola non fa nemmeno la sua parte nella Stabio-Arcisate (credere alle promesse di inaugurazione per la fine dell’anno prossimo è come credere a Gesù bambino, soprattutto nella situazione attuale).

Contro il premier non eletto

Il voto sul referendum italiano, come è stato detto, è stato un voto sia contro la riforma che contro il premier non eletto. Il quale pensava di servirsene, in caso di riuscita, per pompare ulteriormente il proprio ego. Ma gli è andata buca. Del resto, dopo tre anni di riforme promesse e non fatte, il venditore di aspirapolveri fiorentino non poteva mica pensare di poter andare avanti in eterno affidandosi solo alla “lapa”.

Cerchio magico?

Almeno dall’esterno, pare particolarmente incauta la scelta renziana di vincolare il proprio futuro politico ad una riforma istituzionale che un professore universitario ha definito “scritta con i piedi”.

Se la riforma fosse effettivamente “scritta con i piedi” non sappiamo dire. Di certo l’idea della “de facto” rottamazione – per usare un termine caro al premier dimissionario –  delle regioni per accentrare ancora più potere a Roma (ladrona) appare alquanto balzana. E soprattutto appare “antistorica”. A parte che talune regioni funzionano incommensurabilmente meglio del governo centrale (vabbè, non ci vuole molto), il futuro è delle autonomie regionali. E questo vale ovunque. Lo dimostrano le continue vittorie dei movimenti regionalisti. Che proprio il sedicente premier “modernista” – ma in realtà esponente della casta più ammuffita e retrograda – abbia tentato di contrastare questa evoluzione è incomprensibile. A meno che il buon Renzi vivesse attorniato da un cerchio magico che ne alimentava il delirio di onnipotenza.

Casta di nuovo asfaltata

Ma il dato più significativo (per noi) è che, ancora una volta, l’ennesima, la casta europeista è stata asfaltata – letteralmente asfaltata, visto che i No hanno vinto con ben il 70% – dai cittadini. Non a caso i funzionarietti di Bruxelles dopo il voto italiano sono andati in panico. Dopo la Brexit, dopo l’elezione di Trump, con la crescita a razzo del Front National in Francia e dell’AfD in Germania, ci sono tutti i segnali di un effetto a valanga dei “populisti”. E in questo trend le elezioni presidenziali austriache, che hanno incoronato un verde, non sono che un incidente di percorso; l’eccezione che conferma la regola. Non forniscono alla casta alcun motivo di esultanza.

Ovviamente  la stampa di regime si è affrettata a negare che abbiano vinto i “populisti”.  Certo che no, e allora chi avrebbe vinto? Il Gigi di Viganello? Nessuno però ha potuto negare che la casta europeista abbia perso. La fallita Unione europea è sempre più vicina alla catastrofe. Il dramma è che gli unici a continuare a genuflettersi davanti all’UE sono i camerieri bernesi di Bruxelles.

Vantaggi per il Ticino

La caduta del governo Renzi ha degli aspetti positivi molto concreti anche per il Ticino, e segnatamente per la nostra piazza finanziaria. L’instabilità politica della vicina Penisola ne alimenta la crisi bancaria. Questo vuol dire che ci saranno cittadini italiani che torneranno a depositare i loro soldi, dichiarati, nelle banche ticinesi. Occorre evidentemente lavorare in questo senso. Senza farsi problemi particolari nell’avvantaggiarsi delle “disgrazie” politiche del Belpaese. Perché i vicini a sud, quando si è trattato di attaccare la piazza finanziaria ticinese, non si sono  mai tirati indietro. Anzi. E questo malgrado almeno 200mila italiani della fascia di confine (frontalieri, padroncini e le loro famiglie) mangino grazie al Ticino. Senza dimenticare che l’Italia da oltre 40 anni incassa – e continui ad incassarlo tuttora! – il pizzo per accettare il segreto bancario, sottoforma di ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri. Ma, pur intascando il pizzo, ha iscritto il nostro paese su liste nere illegali.

Per la piazza finanziaria ticinese la caduta del governo del parolaio Renzi è un’occasione che va sfruttata fino in fondo.