La politica d’asilo che svuota le casse pubbliche

E una bella fetta dei costi finisce sul groppone di Cantoni e Comuni 

Intanto la mozione Bignasca chiede al Consiglio di Stato di plafonare la spesa per gli asilanti a quanto rimborsato dalla Confederazione o da enti terzi

Migranti economici: il bel regalo al Ticino della kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga, ministra del partito del “devono entrare tutti”, è ormai tristemente noto da qualche settimana. Trattasi del maxicentro asilanti sul Pian Faloppia, che dovrebbe aprire i battenti nel 2020 ed ospitare 350 posti. Ossia 200 posti in più – oltre al doppio! – della struttura attualmente operativa a Chiasso, dove resterà un’ “antenna” (?).  A ciò si aggiunge l’incognita del nuovo centro che il Belpaese prevede di realizzare a Cavallasca, a poche centinaia di metri dalla frontiera verde nonché dal valico incustodito di Pedrinate.

Altrettanto nebuloso rimane il futuro dell’ex caserma di Losone che attualmente ospita migranti economici. Secondo la legge, tale utilizzo è possibile solo per al massimo tre anni. Vedremo se il termine verrà effettivamente rispettato o se il Dipartimento Sommaruga si inventerà qualche sotterfugio per aggirarlo (magari la mancanza di una destinazione alternativa precisa per la struttura). Perché anche il Gigi di Viganello ha capito che l’obiettivo della politica d’asilo federale, spacciata per “restrittiva”, è in realtà quello di aumentare a dismisura la capacità di accoglienza di finti rifugiati in Svizzera. Va da sé che non si creano nuovi centri per migranti economici per poi lasciarli vuoti. I posti creati verranno prontamente, e stabilmente, occupati.

A vantaggio dei finti rifugiati

Questa politica dell’accoglienza va a beneficio principalmente dei finti rifugiati con lo smartphone. Essa mette in pericolo la sicurezza del paese. Non solo dal profilo dell’ordine pubblico (entrano miliziani dell’Isis) ma anche da quello sociale, poiché ci portiamo in casa decine di migliaia di giovani musulmani che non saranno mai integrati. Non a caso i  paesi dell’Europa dell’est, dove ci sono governanti con gli attributi e non calabraghe compulsivi, hanno detto chiaramente che:

  1. a) non aderiscono ai piani di ridistribuzione di migranti stabiliti dall’UE (la Svizzera invece,”grazie” a Sommaruga, aderisce a titolo volontario, senza avere l’obbligo, ma nemmeno la base legale per farlo) e
  2. b) non vogliono la creazione di forti comunità islamiche sul loro territorio.

Altro che Riforma III

La politica svizzera dell’accoglienza svuota le casse pubbliche. Altro che la Riforma III delle imprese. Il settore dell’asilo costa alla Confederazione 2.5 miliardi all’anno.  Ma a questo si aggiungono le spese a carico dei Cantoni. E specialmente a carico del nostro. Il quale è particolarmente esposto: infatti il 70% dei clandestini arriva in Svizzera passando dal Ticino. E cosa fa la ministra del “devono entrare tutti”? Forse che si attiva per limitare queste entrate clandestine? Ma manco per idea: lei riempie il Cantone di centri asilanti, così da poter accogliere sempre più!  E la presenza di questi centri comporta dei costi che non sono coperti dalla Confederazione. Il tema è stato giustamente sollevato da una mozione di Boris Bignasca e cofirmatari presentata nei giorni scorsi, in cui si formula al Consiglio di Stato una richiesta assai semplice:  “Sull’esempio anche di altri cantoni svizzeri – si legge nell’atto parlamentare – chiediamo che le spese alla voce “Asilanti, ammissione provvisoria e NEM” vengano plafonate . Il Cantone non può spendere per questa voce più di quanto viene rimborsato dalla Confederazione e da terzi”.

Sul fatto che a tal proposito il lavoro da fare sia molto, non sussistono grandi dubbi.

Costi dei rimpatri

E a ciò si aggiungono tutti gli “effetti collaterali” legati al massiccio afflusso di clandestini sul nostro territorio. Ad esempio: il forfait riconosciuto da Berna ai Cantoni per i minorenni non accompagnati è la metà del costo reale, che è superiore ai 3000 Fr mensili. Chi paga la differenza? Il solito sfigato contribuente ticinese.

I costi per i rimpatri vengono scaricati sul groppone dei Cantoni che li effettuano. Visto che il 70% dei clandestini entra in Svizzera dal Ticino (grazie kompagna Sommaruga!) è evidente che il nostro Cantone affronta, di conseguenza, costi nettamente maggiori rispetto agli altri. Senza alcuna compensazione. E nümm a pagum!

Spese per l’ordine pubblico

Allargando poi un po’ l’orizzonte. Centro asilanti è sinonimo di: problemi di ordine pubblico, risse, molestie (all’interno e all’esterno delle strutture), furti nei negozi dei dintorni, reati di varia gravità. Esempio recente: nei giorni scorsi nel centro di Seuzach (ZH) un 22enne somalo è stato accoltellato da un connazionale 21enne e rischia la vita. Uella kompagna Simonetta, è questa la gente che dovremmo mantenere con i nostri soldi? Aspiranti assassini?

La presenza di centri asilanti sul nostro territorio dunque comporta: interventi di polizia, interventi dell’ambulanza, spese mediche, carcerazioni, eccetera. Queste spese non le paga la Confederazione, bensì il contribuente ticinese. Ed è evidente che più asilanti uguale più risse, più reati, più interventi di polizia ed ambulanza – e quindi sempre più spese a carico del contribuente rossoblù! E poi si taglia nel sociale per far quadrare i conti? Queste cose però i kompagni spalancatori di frontiere non le dicono mai; chissà perché?

Assistenza

E allargando ancora un po’ di più l’orizzonte in senso temporale: i migranti che ottengono di rimanere in Svizzera come rifugiati (e poi magari però tornano nel paese d’origine in vacanza “perché lì è più bello”,  vedi gli eritrei) finiscono quasi tutti in assistenza. La percentuale è superiore all’80%. E le spese dell’assistenza non le paga Berna. Se le spartiscono i cantoni ed i comuni.

Come molti problemi anche il caos asilo, da cui il Ticino è indubbiamente colpito – l’anno scorso solo nel nostro Cantone si sono contate oltre 34mila entrate clandestine, quando in Spagna (!) sono state meno di 15mila – non può che essere affrontato alla radice. Ossia impedendo ai finti rifugiati di entrare in Svizzera. Ma bisogna volerlo. E la kompagna Sommaruga e accoliti non lo vogliono.

Lorenzo Quadri

Riforma III delle imprese: Bruxelles starnazza contro il NO

Adesso aspettiamo che la $inistra difenda il voto popolare dai suoi amichetti UE 

Gli eurobalivi si aspettano che, senza il “pacchetto” bocciato a livello nazionale (ma non in Ticino) la scorsa domenica, la Svizzera non abbandonerà i regimi fiscali privilegiati. Ed infatti è proprio così che dovremmo fare!

La $inistra europeista, invocando lo spettro delle “casse vuote”, è riuscita ad ottenere la trombatura della Riforma fiscale III delle imprese a livello nazionale. Non però in Ticino.

Peccato che a svuotare le casse pubbliche in Svizzera non siano mai stati gli sgravi fiscali. Basta guardare l’evoluzione del gettito per accorgersene.

A svuotare le casse sono invece:

  • L’immigrazione incontrollata nello Stato sociale e la spesa sociale generata da stranieri. Per citare solo due dati. Nel 2016 meno della metà degli immigrati dai paesi UE è arrivata in Svizzera per lavorare. E nel giro di 8 anni, dal 2006 al 2014, il numero di eritrei in assistenza presenti in Svizzera è aumentato del 2272%.
  • L’invasione di finti rifugiati: l’anno scorso in Ticino ci sono state 34mila entrate clandestine, il 70% del totale nazionale. In Spagna (!) nello stesso periodo sono entrati “solo” 15mila clandestini. Si prevede che nel 2017 per i migranti economici il contribuente elvetico (“razzista e xenofobo”) spenderà la spropositata somma di 2.5 miliardi. La riforma III delle imprese sarebbe invece costata 1,1 miliardi all’anno, versati dalla Confederazione ai Cantoni.
  • Le paccate di miliardi inviati all’estero senza che ciò abbia alcuna influenza positiva sul caos asilo.

A svuotare le casse dello Stato non sono dunque gli sgravi fiscali; sono invece le deleterie politiche di $inistra all’insegna  del “devono entrare tutti”. 

$inistra colta di sorpresa

Fatto sta che a livello nazionale la Riforma III è stata respinta. E adesso succede quello che mai la $inistruccia eurolecchina si sarebbe aspettata: i funzionarietti di Bruxelles starnazzano! E, per l’ennesima volta, si permettono di minacciare e di ricattare la Svizzera, e di mettere il becco nella nostra sovranità nazionale.

Al di là dell’esito della votazione popolare sulla Riforma III (noi speravamo in un risultato diverso), agli eurobalivi bisogna dire, semplicemente, di farsi gli affari propri. Questi figuri sono ormai completamente allo sbando. La Brexit è solo l’inizio della fine. Sicché  lor$ignori fanno la voce grossa solo con gli svizzerotti, sapendo che sono ormai rimasti gli unici a calare le braghe?

Cosa state aspettando?

Ovviamente adesso vogliamo sentire la $inistruccia eurosguattera che, dopo aver combattuto la Riforma III, difende il voto popolare dall’ennesimo becero tentativo di interferenza esterna e manda gli eurofunzionarietti “affandidietro”. Allora, kompagnuzzi? Cosa state aspettando a difendere il voto che avete fortissimamente voluto dagli attacchi dai vostri amichetti di Bruxelles? Avanti. Siamo in attesa!

I motivi dell’agitazione

Ma perché a Bruxelles starnazzano? La ministra del 5% Widmer Schlumpf, quella che ha svenduto il segreto bancario senza contropartita provocando alla Svizzera la perdita di migliaia e migliaia di posti di lavoro, ha calato  le braghe anche sui regimi fiscali privilegiati, introdotti dai Cantoni, oggi giudicati non più “eurocompatibili” (echissenefrega, ndr). Per questo è arrivata la Riforma III: per compensare, con strumenti sui cui a Bruxelles non avrebbero avuto nulla da ridire (poiché esistono anche nell’UE) gli abolendi privilegi fiscali e conservare la competitività della piazza economica svizzera per le aziende. Questo dopo che la Consigliera federale non eletta si è impegnata a smantellarla; tradendo, ancora una volta, l’interesse nazionale.

La Riforma III è stata trombata. Però l’impegno a rottamare i regimi privilegiati rimane: grazie ministra del 5%! E allora perché a Bruxelles si agitano? Perché legano le due cose. Che però – di fatto – legate non sono. Gli eurofunzionarietti immaginano che, senza Riforma III, la Svizzera non abolirà i regimi fiscali contestati. Logica deduzione. Chiunque farebbe così.

Il “geniale” piano dei kompagni

Ma la $inistruccia, che ha trombato la Riforma III, non vuole affatto mantenere lo statu quo. Vuole conformarsi comunque ai Diktat dei suoi padroni di Bruxelles abolendo i regimi fiscali privilegiati: da anni i kompagnuzzi starnazzano con i consueti accenti uterini su questo tema.  Fine dei regimi fiscali privilegiati ma senza alcuna contropartita per mantenere sul territorio le aziende che attualmente ne beneficiano e gli impieghi che esse garantiscono: e nel solo Ticino si parla di 3000 posti di lavoro.

Ecco il “geniale” piano dei kompagni. Una posizione così masochista che nemmeno a Bruxelles la reputano possibile.  Malgrado l’autolesionismo degli svizzerotti lo conoscano molto bene.

Ci teniamo i “privilegi”

Domenica scorsa i votanti erano chiamati ad esprimersi solo sulla Riforma III. Non sull’abolizione dei regimi privilegiati, che è stata promessa all’UE dalla catastrofica ex ministra del 5%. Al proposito dei regimi “non eurocompatibili (?)”, il popolo svizzero non ha deciso proprio  nulla. E allora accogliamo volentieri il suggerimento (indiretto) giunto da Bruxelles. Ovvero: ci teniamo i regimi privilegiati. Gli eurobalivi e le loro liste nere, grigie, antracite, zebrate e a pois, li mandiamo semplicemente “a Baggio a suonare l’organo”. Piantiamola una buona volta di farci dettare legge da un’UE al capolinea, che a livello mondiale non conta più un tubo (specie con la nuova presidenza USA)!

Ma naturalmente sappiamo che le cose andranno in modo diverso…

Lorenzo Quadri

Riforma fiscale III: il No è molto più costoso del Sì

Per il Ticino ci sono in ballo 3000 posti di lavoro e 165 milioni di gettito

In caso di approvazione il Ticino otterrebbe 50 milioni in più di perequazione finanziaria

Sulla Riforma fiscale III per le imprese (Riforma III) gli animi si stanno scaldando. I kompagni  citano cifre di fantasia ed accusano la Riforma III di “svuotare le casse dello Stato” rendendo così  necessari dei tagli – che “naturalmente”, secondo loro, avverranno nel sociale. Ritornello scontato e solito populismo di $inistra. Ma è facile ribattere. A svuotare le casse dello Stato non sarà di certo (se approvata) la Riforma III. A svuotare le casse pubbliche sono i costi dell’asilo, andati completamente fuori controllo. E sono i costi dell’immigrazione nello Stato sociale (traduzione: stranieri che arrivano in Svizzera paese del Bengodi per farsi mantenere). Tutte conseguenze della politica delle frontiere spalancate e del “devono entrare tutti”. Una politica promossa proprio dalla $inistra a suon di ricatti morali e di sistematiche denigrazioni dei contrari. Questo tanto per chiarire chi svuota le casse pubbliche.

Conseguenza del calabraghismo

Inoltre, a rendere necessaria la Riforma III, è la politica della calata di braghe nei confronti di organismi internazionali. Una politica alla quale il Consiglio federale più debole ed inconsistente della storia ci ha da anni abituato.

In nome del servilismo compulsivo, i nostri camerieri dell’UE sono corsi ad adeguarsi alle nuove regole internazionali (?) che vietano i regimi fiscali speciali. Ma proprio la $inistra spalancatrice di frontiere ha sempre voluto che noi si facesse gli zerbini di Bruxelles e compagnia brutta. I kompagnuzzi hanno sempre strillato contro i regimi fiscali speciali non eurocompatibili. Il Consiglio federale ha fatto proprio quello che volevano  P$ e soci, impegnandosi ad abolirli. La Riforma fiscale III è la diretta conseguenza di questa calata di braghe. Se non ci fosse stata la genuflessione, non ci sarebbe stata nemmeno la Riforma III. Per cui, a $inistra di cosa si lamentano?

1.1 miliardi ai Cantoni

La Riforma III persegue un obiettivo molto semplice: evitare che le aziende che non potranno più beneficiare dei regimi fiscali speciali lascino la Svizzera, portandosi dietro armi e bagagli, ovvero gettito fiscale e posti di lavoro. Non stiamo parlando di noccioline. Per quel che riguarda il Ticino, infatti, le società toccate sono 1355, che generano un gettito complessivo di ca 180 milioni di Fr e che garantiscono circa 3000 posti di lavoro. Esse generano il 7,7% del Pil Cantonale. Questi 180 milioni di Fr e questi 3000 posti di lavoro ce li potremo scordare se non offriremo delle alternative ai regimi fiscali speciali quando questi verranno cancellati. Si tratta dunque di trovare delle misure compensatorie, che interesseranno tutte le aziende (questo perché appunto non ci potranno più essere statuti speciali) con lo scopo di scongiurare l’emigrazione di massa di imprese e posti di lavoro.

Con questo obiettivo la  Confederazione tramite la Riforma fiscale III mette a disposizione dei Cantoni degli strumenti – questi ultimi potranno decidere se e come applicarli – accompagnati da un finanziamento di 1,1 miliardi di Fr all’anno. Si tratta, come già scritto su queste colonne, di un paracadute. Infatti, oggetto della votazione del 12 febbraio non è la fine degli statuti fiscali speciali: questa è cosa già decisa. Oggetto della votazione sono le misure accompagnatorie che la Confederazione ha varato per parare il colpo. Si tratta dunque di decidere se vogliamo o no il paracadute.

I kompagni non hanno il piano B

Ma obiettivo della Riforma III non è solo quello di evitare la partenza delle imprese presenti sul territorio, ma anche di attirarne di nuove. Si tratta in particolare di renderci interessanti per le famose attività ad alto valore aggiunto, specie nell’ambito della ricerca e dello sviluppo. Ovvero, proprio per quelle attività con cui tutti si riempiono la bocca perché fa molto chic: però poi alla prova dei fatti c’è chi rema contro per motivi ideologici (gli esponenti del partito delle tasse solo a sentir parlare di alleggerimenti fiscali diventano cianotici).

Eh già: i kompagni (vedi presa di posizione del direttore del DECS Manuele “bisogna rifare il voto del 9 febbraio” Bertoli) dicono che è giusto che cadano i regimi fiscali speciali, che ci vogliono delle misure accompagnatorie per mantenere i posti di lavoro; ma non quelle proposte dalla Riforma III. Certo che bisogna attirare le imprese ad alto valore aggiunto, dice ancora la $inistra, ma con incentivi di altro tipo. Questo, cari kompagni, è il solito festival del benaltrismo. Non va bene niente, bisogna sempre fare “ben altro”! Ma cosa in concreto? Boh! Gli oppositori della Riforma III non lo sanno. Perché non hanno alcun piano B. E poi a $inistra hanno ancora la “lamiera” di proporsi come unica forza politica credibile? Ma va là…

Non ci sono molti dubbi

La realtà è semplice. Certo che nel breve termine con la Riforma III delle imprese ci sarà un calo del gettito fiscale, che si spera poi di recuperare attirando nuove società: vorrà dire che, per farvi fronte, si taglierà sui finti rifugiati, sugli stranieri in assistenza e sugli aiuti all’estero. Ma senza Riforma III non solo ci sarà un calo del gettito assai più importante, ma pure un’emorragia di posti di lavoro. Dire Sì alla Riforma III ha un costo; dire No ha un costo molto più alto. Non paiono dunque sussistere molti dubbi su quale delle due opzioni sia la meno peggio.

Vantaggi perequativi

Se approvata, la Riforma III comporterebbe un altro effetto positivo interessante: al nostro Cantone spetterebbero 50 milioni  di franchetti in più di perequazione. Non perché il Ticino ne verrebbe impoverito, ma perché i calcoli sulla forza finanziaria diventerebbero più aderenti alla realtà.

Il Ticino ha sempre contestato l’inconsistenza della presunta “ricchezza” che ci penalizza in ambito di contributi perequativi. Il nostro Cantone si trova sempre a cavallo tra i cantoni paganti e quelli riceventi: a seconda dell’anno riceve qualcosina, ma a volte deve addirittura pagare. Il Canton Berna, invece, si cucca più di un miliardo di contributi perequativi. La Riforma III fornisce anche l’occasione di riportare un po’ di realismo in questi contorti calcoli. Ma, se viene trombata, una correzione a nostro vantaggio dei bislacchi meccanismi della perequazione federale ce la leviamo dalla testa per un bel pezzo. Vogliamo gettare a mare questa occasione?

Lorenzo Quadri

Non c’è limite alla tolla!

Riforma III delle imprese: Widmer Schlumpf fa galoppinaggio per i kompagni

 

La discesa in campo dell’ex ministra del 5% contro la Riforma III, è l’ulteriore conferma che il 12 febbraio bisogna votare Sì

L’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf  è uscita dal silenzio  in cui sarebbe dovuta restare e si è messa ad impallinare la Riforma fiscale III delle imprese, da lei stessa concepita (la memoria comincia a fare cilecca?).

L’iniziativa dell’ex Consigliera federale non eletta viola la regola scritta secondo cui gli ex ministri non dovrebbero più mettere il naso in quelli che sono ormai diventati gli affari dei loro successori. A lasciare di stucco, però,  non è tanto che l’ex ministra del 5% parli. E’ che abbia ancora il coraggio di metter fuori la faccia a pontificare dopo tutti i disastri che ha combinato. Disastri che hanno colpito in prima linea il Ticino. Vedi l’azzoppamento della piazza finanziaria con la calata di braghe senza contropartita sul segreto bancario. Ma vedi anche l’immane boiata, priva di qualsiasi logica, di concedere ai frontalieri le stesse deduzioni fiscali dei residenti: di fatto un regalo fiscale ai frontalieri. I quali dovrebbero invece pagare più tasse; non certo di meno. Il prezzo del regalo fiscale, quando sarà operativo, lo pagherà in prima linea proprio il Ticino. Il nostro Cantone, grazie all’ex ministra del 5%, si troverà con meno entrate e, oltretutto, nella necessità di assumere nuovi tassatori per calcolare le deduzioni dei frontalieri! Senza contare che sempre la pregiata Signora non eletta, assieme al suo tirapiedi De Watteville, voleva svendere gli interessi del Ticino al Belpaese nella diatriba sugli accordi fiscali dei frontalieri.

E ancora, Widmer Schlumpf, all’indomani del “maledetto voto” del 9 febbraio, starnazzava alla votazione da rifare, assieme al kompagno presidente del P$ Christian Levrat e compagnia brutta.

E come la mettiamo con il subdolo tentativo della grigionese di cancellare il segreto bancario anche per gli svizzeri?

Cameriera dell’UE

Quanto alla Riforma III della fiscalità delle imprese, che avrà un costo (ma respingerla costerebbe molto di più):  se la Svizzera si ritrova nella condizione di doverla fare, onde evitare l’emorragia di gettito fiscale e di posti di lavoro – solo in Ticino gli impieghi a rischio sono 3000 – la colpa è sempre dell’ex ministra del 5% che, da brava cameriera di Bruxelles, è subito corsa a sottoscrivere accordi capestro per conformare il nostro Paese alle nuove regole internazionali. Vedremo in quanti faranno altrettanto. E adesso Madame ha ancora il coraggio di montare in cattedra contro la Riforma III, con  l’intento manifesto di sabotare il suo successore, l’odiato Udc Ueli Maurer?

Al soldo del P$$

Inutile dire che per l’ennesima volta la rancorosa prepensionata d’oro si schiera dalla parte della $inistra, confermando che per otto anni è stata in governo a fare la terza Consigliera federale del P$$.

Si sperava che, visti i suoi precedenti, l’ex ministra del 5%, una volta lasciata la carica  – quando ormai i danni erano fatti – avrebbe almeno avuto la decenza di farsi dimenticare. Invece no. Proprio vero che non c’è mai limite al peggio.

Lorenzo Quadri

Riforma III: un Sì per i nostri posti di lavoro

Il Consiglio federale ha di nuovo calato le braghe, e adesso bisogna limitare i danni

Votare Sì ha un costo; votare No ha un costo molto più elevato. In Ticino ci sono 3000 impieghi a rischio!

Sulla Riforma III della fiscalità delle imprese (Riforma III) a $inistra si sta montando la panna ad oltranza. Chiaro: nel partito delle tasse, solo a sentir parlare di alleggerimenti fiscali, parte l’embolo.

La campagna contro la Riforma III è un’operazione di marketing politico del P$, fatta con cifre farlocche. Ma a $inistra non hanno alcuna proposta alternativa. Dicono Njet pensando che sia pagante elettoralmente. E oltretutto hanno ancora la lamiera di tirare in ballo il ceto medio: proprio loro, che il ceto medio l’hanno sempre flagellato con nuove tasse e balzelli, per creare una burocrazia sempre più costosa ed invasiva e per mantenere tutti gli immigrati nello stato sociale ed i finti rifugiati con lo smartphone (quelli che “devono entrare tutti”).

Conseguenza della politica di $inistra

La Riforma fiscale III non è piovuta dal cielo: è arrivata perché il Consiglio federale, come suo solito, si è affrettato a calare le braghe, neanche le avesse piene di formiche rosse, davanti alle nuove regole internazionali che non permettono i regimi fiscali speciali per le società attualmente in vigore in Svizzera. Diversamente detto, la Riforma III è arrivata perché il Consiglio federale ha fatto esattamente ciò che la $inistra ha sempre voluto: genuflessione ad ogni e qualsiasi diktat in arrivo dall’estero. Bisogna aprirsi! Bisogna rottamare le specificità elvetiche! Bisogna diventare uguali agli stati eurofalliti! E adesso che ai cittadini viene presentato il conto di questa politica di $inistra, ecco che i kompagni si mettono a starnazzare? Troppo comodo. E anche molto ipocrita.

Ticino: a rischio 3000 impieghi

Se il Consiglio federale non avesse calato le braghe per l’ennesima volta, non ci sarebbe stato bisogno di nessuna Riforma III. Ma visto che le ha calate, occorre limitare i danni e fare di necessità virtù. La Riforma III è proprio questo: un intervento di riduzione del danno. O, come già scritto su queste colonne, un paracadute.

Qual è il danno da ridurre? Presto detto. In Ticino le società che attualmente beneficiano degli “abolendi” regimi fiscali speciali sono 1355. Esse garantiscono:

  • un gettito fiscale di circa 180 milioni di Fr;
  • il 7,7% del PIL
  • 3000 posti di lavoro.

Se la Riforma III delle imprese verrà respinta, la conseguenza sarà la caduta dei regimi fiscali speciali senza alcuna misura di compensazione. Le aziende che di questi regimi beneficiano, in genere molto mobili, faranno in fretta a partire per altri lidi. Ciò significa che i 180 milioni di gettito ed i 3000 posti di lavoro sono fortemente a rischio.

Ma la Riforma III mira anche a rendere il Ticino più attrattivo per quegli insediamenti ad alto valore aggiunto, specie nella ricerca e nello sviluppo, che tutti dicono di volere ($inistra in primis) perché fa tanto radikalchic. Quando però si tratta di passare al dunque, la storia cambia…

Il No costa assai più del Sì

Nessuno lo nega. Almeno sul breve termine, la Riforma III avrà un costo in termini di minori entrate nelle casse pubbliche. Tuttavia su tempi più lunghi permetterà di preservare l’attrattività fiscale della piazza economica svizzera. E quindi i posti di lavoro nel nostro Paese. Ed il lavoro è la prima priorità.

Se votare sì alla Riforma III avrà un costo, Votare No avrà un costo molto più alto. Non solo sul breve termine. Anche e soprattutto sul medio e sul lungo. E i kompagni che la avversano con toni apocalittici non hanno alcuna proposta alternativa.

Scegliamo dunque il “meno peggio” e votiamo Sì il prossimo 12 febbraio.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

Riforma III per le imprese: salto con o senza paracadute?

Ma il P$$ non ci sta: e se poi mancassero i soldi per mantenere i finti rifugiati?

 

Il prossimo 12 febbraio i cittadini svizzeri dovranno esprimersi sulla cosiddetta “riforma fiscale III per le imprese”. Questo a seguito del referendum lanciato dalla sinistra contro il pacchetto varato dalle camere federali.

A tale riforma – e quindi alla votazione di febbraio – si arriva a seguito dell’ennesima capitolazione della Svizzera davanti ad imposizioni internazionali. E’ evidente che da simili genuflessioni, ormai assurte ad automatismo (siamo al livello dei cani di Pavlov), non viene nulla di buono.  Ma i cittadini elvetici non saranno chiamati ad esprimersi sulla nuova miserevole rinuncia della Svizzera alla propria sovranità nazionale  (non sia mai: queste operazioni si fanno, per definizione, senza consultare il popolo il quale, essendo becero, voterebbe sbagliato). I votanti si potranno esprimere solo sulle “misure accompagnatorie” decise dalla Confederazione per parare il colpo.

Chi corre ad adeguarsi?

In altre parole: in qualsiasi modo voteranno i cittadini il 12 febbraio, i regimi fiscali speciali non più in linea con i nuovi standard internazionali (?) in materia di tassazione delle aziende verranno a cadere. (Al proposito si potrebbe aprire una lunga parentesi su chi, emulo di Leopold von Sacher – Masoch,  corre ad adeguarsi in preda alla consueta sindrome da primo della classe e chi, invece, farà tutt’altro: la triste storia dello smantellamento del segreto bancario senza contropartite né reciprocità insegna). La domanda è quindi se si vuole o no il paracadute federale, onde evitare di schiantarsi malamente al suolo. La risposta non può che essere sì.

1.1 miliardi all’anno ai Cantoni

La posta in gioco è alta. Oggi a beneficiare degli “abolendi” regimi fiscali sono infatti circa 24mila imprese a livello nazionale, mentre per il Ticino si parla di 1355 società a statuto speciale. Si tratta di aziende molto mobili, che quindi potrebbero facilmente levare le tende. Ciò metterebbe a rischio un gettito di 165 milioni circa per il nostro Cantone (5 miliardi per tutta la Svizzera) e tanti posti di lavoro.

Per compensare l’abbandono degli statuti speciali con altre misure accettate e praticate a livello internazionale per rendersi fiscalmente attrattivi, la Confederazione mette a disposizione dei Cantoni un pacchetto di strumenti – ogni Cantone deciderà autonomamente se e come vorrà utilizzarli – accompagnato da una dotazione finanziaria di 1,1 miliardi di Fr all’anno. Non si tratta però di un “regalo”, dal momento che la Confederazione ha un’evidente interesse nell’ evitare che le aziende a statuto speciale che hanno sede nei vari Cantoni sloggino trasferendosi all’estero.

Crolli di gettito?

La sinistra si oppone alla riforma III strillando ai “regali alle aziende” e al conseguente calo di gettito. Ma è vero proprio il contrario. Il crollo di entrate ci sarebbe, per l’erario, se i regimi speciali cantonali venissero a cadere senza alcuna contromisura per evitare l’ “emigrazione di massa” di imprese, posti di lavoro e gettito: ovvero, nel caso in cui il referendum della sinistra venisse approvato. Se la riforma  III  viene affossata dalle urne, i Cantoni dovranno adattare comunque il proprio sistema fiscale, ma senza il programma di sostegno della Confederazione.

Per i finti rifugiati, invece…

C’è da chiedersi come mai la sinistra – che si è sempre voluttuosamente riempita la bocca con gli “standard internazionali” (ah, come suona chic e progressista quell’aggettivo, “internazionale”!) – adesso che questi arrivano abbia ancora da protestare:  perché, a suo dire, si spenderebbe troppo nel tentativo di mantenere aziende e posti di lavoro in Svizzera (e magari di farne arrivare di nuovi).  Da notare che i compagni non hanno alcuna proposta alternativa. Ritengono tuttavia che 1.1 miliardi ai Cantoni siano troppi. A loro parere, non si dovrebbero spendere più di 500 milioni. Strano però: quando si tratta di mantenere gettito e posti di lavoro, a sinistra protestano che la spesa è esagerata. Invece, sui costi miliardari e interamente fuori controllo generati dai finti rifugiati con lo smartphone, non si è mai sentito un compagno lamentarsi, né denunciare lo svuotamento delle casse pubbliche. O forse si teme che investire per mantenere il benessere nel nostro paese possa togliere risorse per i migranti economici, che “devono entrare tutti”?

La logica del “meno peggio”

Come detto all’inizio, la riforma III per le imprese è il frutto dell’ennesima capitolazione internazionale della Svizzera. Di conseguenza, non può certo suscitare grandi entusiasmi. E’ il paracadute con cui si cerca di attenuare le conseguenze, altrimenti tragiche, della nuova dimostrazione di “fermezza nel cedimento”. Detto in due parole, si tratta di decidere se buttarsi con il paracadute, o senza. La riforma III va quindi approvata nella logica del “meno peggio”. Che è poi quella cui da tempo ci ha abituati la politica federale: la quale, ahinoi, non pare proprio in grado di produzioni più entusiasmanti.

Lorenzo Quadri