Propaganda immigrazionista a scuola: il DECS fa autogol

Caso “Stranieri importanti per il Ticino”: il Dipartimento risponde piccato, ma…

 

Come c’era da attendersi, sul caso della verifica di geografia presso la scuola media di Tesserete il ro$$o DECS giustifica la politica immigrazionista in aula. Anche se a parole sostiene il contrario.

Il “casus belli”. In una prova di geografia è stata posta la domanda seguente: “Abbiamo visto in classe che gli stranieri sono importanti per la popolazione del Canton Ticino. Perché?”.

Al quesito un’allieva aveva risposto lapidaria: “preferisco non rispondere a questa domanda, saranno importanti per vari motivi. Ma io resto dell’idea che non lo sono”.

L’interrogazione

La vicenda, riportata dal Mattino della domenica, aveva suscitato ampie polemiche. E lo crediamo bene. Il granconsigliere leghista Massimiliano Robbiani ha interpellato al proposito il governicchio, chiedendo spiegazioni al DECS. Nei giorni scorsi è arrivata la risposta all’interrogazione. Un’arrampicata sui vetri che avrebbe lo scopo di smentire l’indottrinamento in classe. Invece ottiene semmai il risultato contrario.

L’arrampicata in 10 punti

  • Il CdS risponde piccato che le domande sulla vicenda di Tesserete non dovevano essere rivolte “al DECS” ma a tutto il governo. Ossignùr. E chi pensate abbia redatto la risposta: i funzionari del DECS? Quelli del Dipartimento del Territorio? Il Gigi di Viganello?
  • La “paternità DECS” è manifesta anche dal tono della risposta. Spocchioso, saccente e anche vagamente offensivo nei confronti del deputato interrogante. Il tutto condito con l’invito a rispettare le opinioni altrui. Da che pulpito! Tipico di quell’area politica ro$$a che rispetta le opinioni altrui solo se uguali alle proprie.
  • I toni ampollosi servono a nascondere i contenuti scarsini. Si fosse trattato di una verifica, il DECS sarebbe stato bocciato. Si legge infatti nella risposta: “Utilizzando i dati prodotti e pubblicati dall’Ufficio di statistica (Ustat), il docente ha tematizzato con gli allievi il concetto di invecchiamento della popolazione e la presenza di stranieri in Ticino”.Per poi citare dati statistici più volte riportati anche su queste colonne: quasi un terzo della popolazione residente in Ticino non è svizzera, la metà dei lavoratori sono stranieri quando la media nazionale si attesta a 3 su 10, eccetera. “Alla luce di queste cifre– conclude il DECS – è francamente difficile non definire come “importante” la presenza di stranieri in Ticino”.
  • Ma chi credono di turlupinare questi signori del Dipartimento? La domanda posta non era: “perché in Ticino c’è un numero importante di stranieri?” . Era “perché gli stranieri sono importanti per la popolazione ticinese?”. Il significato è ben diverso. Lo capisce chiunque. E nel secondo caso “importante” non ha di certo la valenza quantitativa (numerica) che il DECS tenta di dargli a posteriori. Ha invece un significato qualitativo. Il senso è: “Perché gli stranieri sono indispensabili per il Ticino? Perché senza stranieri il Ticino crolla?”.La domanda può essere letta solo in questo modo.
  • Se in una verifica si chiede “abbiamo visto in classe che gli stranieri sono importanti per la popolazione del Canton Ticino”, vuol dire che in classe si è insegnato non che gli stranieri in Ticino sono tanti, ma che sono necessari, per cui: dentro tutti!
  • La risposta stessa del DECS contiene un’altra conferma del fatto che siamo davanti ad un caso di propaganda immigrazionista a scuola. Si dice infatti che “il docente ha tematizzato con gli allievi il concetto di invecchiamento della popolazione e la presenza di stranieri in Ticino”.Quindi le due cose sono messe in relazione. Il messaggio è chiaro: gli stranieri sono “importanti” perché la popolazione invecchia. Quindi – classico assioma immigrazionista – “servono più stranieri”. Questa è propaganda di regime. Anche in Giappone la popolazione invecchia, eppure gli stranieri sono meno del 2%. E nessuno si sogna di cambiare politiche né di andare a raccontare che “devono far entrare tutti” perché la popolazione invecchia. L’invecchiamento della popolazione, dunque, è solo un pretesto. E pure abusato.
  • Ulteriore conferma viene dalla risposta dell’allieva. Se a scuola fosse stato spiegato, come tenta di far credere il DECS, che gli stranieri sono “numerosi”, e non che “per il bene del Ticino è necessario che entrino tutti”, perché mai l’alunna avrebbe dovuto rispondere che secondo lei “non sono importanti”? E’ credibile che la ragazzina intendesse negare che gli stranieri in Ticino sono numerosi? Ma va là!
  • E’ grottesco che il DECS voglia camuffare discorsi tendenziosi venendo a raccontare che “importante” sarebbe sinonimo di “numeroso”. Questo sarebbe forse un esempio di quel “pensiero critico”, dei quell’”onestà intellettuale”, di quell’”argomentazione approfondita” con cui il Dipartimento si sciacqua altezzosamente la bocca nella risposta all’interrogazione Robbiani?
  • Chissà se prima della verifica si è parlato anche della percentuale di detenuti stranieri nelle carceri svizzere (vicina all’80%), della percentuale di stranieri tra gli autori di reati violenti (un multiplo di quella degli svizzeri), della percentuale di stranieri a carico dell’assistenza, eccetera? Oppure sono state citate solo le cifre funzionali alla propaganda immigrazionista?
  • L’episodio si è verificato nella scuola media di Tesserete che era una delle sedi disposte a sperimentare la “scuola rossa”, poi asfaltata in votazione popolare. Se è vero che a pensar male si commette peccato ma ci si azzecca quasi sempre…

Lorenzo Quadri

Catastrofismo climatico: basta con le “gretinate”!

Il populismo rossoverde imperversa, e si sa chi saranno i primi ad andarci di mezzo

Il populismo climatico, lo abbiamo ben visto, va per la maggiore. Le manifestazioni “a tema” anche. Specie quando hanno il gradito effetto collaterale di permettere di bigiare la scuola. Del resto la 16enne svedese Greta Thunberg, icona del momento (?), è semplicemente una ragazzina che bigia le lezioni per andare in giro per il mondo (chi paga?) a raccontare cose su cui non ha alcuna preparazione: non è mica una scienziata. Dietro di lei, a sfruttarla strumentalizzandone anche la malattia, una potente macchina propagandistica e finanziaria. E gli interessi che questa potente macchina serve, stiamone pur certi, non sono quelli dell’aria pulita.  Se questi sono gli esempi che si vogliono dare ai giovani…

Da notare poi che, da quando è iniziata la protesta sul presunto surriscaldamento, fa un freddo cane.

Politica a scuola

E di certo nella scuola ticinese c’è chi simili esempi li dà eccome. Lo scorso marzo è circolata una lettera sottoscritta da 40 docenti dei licei  di Mendrisio, di Lugano 1 e di Bellinzona in cui, con toni esaltati, i firmatari esortavano i colleghi a non ostacolare la partecipazione allo “sciopero studentesco mondiale per il clima”.

Un esempio davvero clamoroso di politica a scuola. Ma a tal proposito naturalmente il DECS targato P$ non ha avuto nulla da dire. Chiaro: si tratta di politica del partito “giusto”. Si fosse trattato di uno sciopero contro l’asservimento della Svizzera all’UE (tanto per fare un esempio), vogliamo proprio vedere se un appello ad agevolare la partecipazione degli allievi, ad opera di un nutrito gruppo di insegnanti, non avrebbe suscitato pesanti reazioni; dal Dipartimento in primis, ma anche dai moralisti a senso unico che sono soliti infesciare le pagine di “spazio aperto” dei giornali.

Certo che, se il tema dell’ambiente nelle scuole si pensa di affrontarlo con simile isterismo ideologico, butta proprio male!

Le emergenze in Ticino

Adesso c’è chi pretenderebbe che il Ticino dichiarasse l’emergenza climatica. Quale beneficio potrebbe portare a livello globale – perché il clima è evidentemente un fenomeno globale – una simile pensata, non è dato di sapere.

Chi sono primi bersagli del populismo climatico, invece, l’ha capito anche il Gigi di Viganello. E quindi diciamolo forte e chiaro: “basta con le gretinate”!

E’ evidente che di vessare ancora di più gli automobilisti o i proprietari di una casetta con riscaldamento a nafta tramite ulteriori tasse, balzelli e divieti non se ne parla nemmeno. Tanto più che ci becchiamo comunque tutto l’inquinamento in arrivo dalla Lombardia.
In Ticino c’è semmai un’emergenza occupazionale, provocata dalla devastante libera circolazione delle persone voluta anche dai compagni rossoverdi. Da questa emergenza, ecco che i citati compagni, che ne sono corresponsabili, cercano di distogliere l’attenzione tramite il populismo climatico a buon mercato. 
E mentre distolgono l’attenzione dalla vera emergenza, la gauche-caviar climaticamente corrette la peggiora ancora di più. I sinistrati vogliono infatti lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE, che porterà all’abolizione delle misure accompagnatorie ed all’applicazione in Svizzera della direttiva europea sulla cittadinanza. E ci obbligherà pure a pagare la disoccupazione ai frontalieri. Una vera catastrofe per il mercato del lavoro ticinese. Peggio di così…
Due piccioni con una fava

Comunque, prendere due piccioni con una fava è possibile. Basta far saltare la libera circolazione e chiudere le frontiere. In questo modo si migliorerebbe sia la situazione occupazionale che quella ambientale.Perché i manifestanti climaticamente korretti non avanzano anche questa richiesta?

Lorenzo Quadri

Scuola ro$$a: il governicchio metta il DECS sotto tutela

Visto che il kompagno Bertoli dichiara che intende aggirare la volontà popolare…

 

Il direttore del DECS kompagno Manuele “La scuola che NON verrà Bertoli” lo ha detto o lasciato intendere, in modo più o meno esplicito, in varie occasioni. La prima volta nel pomeriggio di quella stessa domenica 23 settembre in cui il popolo ticinese ha saggiamente asfaltato la scuola ro$$a.

Cosa ha detto il kompagno direttore del DECS? Che lui della volontà popolare se impipa.

Il popolazzo becero (quello “che vota sbagliato”) ha detto no alla scuola che verrà? Lui intende introdurla lo stesso con la tattica del salame (una fetta alla volta). Questo è il rispetto della $inistra per i diritti popolari. Tale atteggiamento è peraltro apparso in tutta evidenza nell’isterica “shitstorm” (=tempesta di cacca) scatenata dalla gauche-caviar contro l’iniziativa “per l’autodeterminazione”, essenziale per  preservare i diritti popolari. Ma su questo abbiamo già avuto più volte modo di scrivere.

Intenzioni sempre più esplicite

Sulla scuola che NON verrà, la volontà di aggirare il voto popolare sgradito si è fatta vieppiù esplicita.  Un paio di settimane fa si è raggiunto il clou. Prima nella commissione scolastica del Gran Consiglio, poi in un’intervista al portale Ticinonews, il direttore del DECS ha dichiarato in sostanza che “la scuola che verrà, verrà comunque”.

E dopo simili exploit, e per giunta recidive (ricordiamo la “famosa” dichiarazione, sempre di Bertoli, secondo la quale si sarebbe dovuto “rifare il voto del 9 febbraio”) i kompagni del PS hanno ancora il coraggio di mettere fuori la faccia per chiedere i voti per le elezioni cantonali? I diritti popolari vanno bene solo quando si tratta di ottenere cadreghe, dopodiché “passata la festa, gabbato lo santo”?

Anche senza i crediti…

Chiaramente, dopo l’asfaltatura popolare della scuola ro$$a, il DECS non ha a disposizione i crediti necessari per la sperimentazione. Tuttavia ciò non impedisce al capodipartimento ed ai suoi burocrati (tutti targati P$) di far rientrare comunque, come detto con la tattica del salame (una fetta alla volta) le modifiche respinte in votazione popolare. Basta che non chieda crediti supplementari o che compensi i maggiori costi all’interno del budget del Dipartimento. E corre voce – specialmente negli ambienti scolastici – che proprio questo stia accadendo. I primi campanelli d’allarme li abbiamo suonati qualche tempo fa da queste colonne segnalando l’assunzione, in una scuola, di misteriose figure previste dalla riforma rossa.

Risulta inoltre che gruppi di lavoro e di progetto azionati per la Scuola che verrà siano ancora operativi malgrado il  njet popolare.

L’atto parlamentare

Sul tema è stata di recente presentata un’ interrogazione al CdS da parte di Sergio Morisoli (che è stato in prima linea nella campagna contro la Scuola che verrà attirandosi gli insulti e di  travasi di bile dei soldatini del P$) e cofirmatari.

Nell’atto parlamentare si evidenziano aspetti inquietanti. A partire dal fatto che il direttore del DECS si è rifiutato ad inizio ottobre di ricevere una piccola delegazione del comitato referendario contro la scuola rossa sostenendo che “siccome il comitato è stato costituito esclusivamente in funzione della votazione, non è più possibile considerarlo come interlocutore”.Apperò. Il comitato referendario non è più un interlocutore dopo la votazione, ma invece chi lavorava sulla scuola ro$$a può continuare a farlo malgrado l’esito della votazione popolare? Quando si dice: “due pesi e due misure”…

Il nocciolo

Pure allarmante la seguente domanda contenuta nell’interrogazione citata. E si tratta di domanda retorica. Gli interroganti sanno già la risposta. Che, nel concreto, è Sì. “Corrisponde al vero che docenti, assistenti ed altre persone continuano ad essere pagati e/o sgravati dal monte ore per continuare a lavorare sulla Scuola che verrà respinta dal popolo? Corrisponde al vero che le varie strutture di progetto, di ricerca, eccetera sono tuttora attive e continuano secondo i piani che precedevano la bocciatura della SCV”?

Il nocciolo della questione è racchiuso qui.

CdS sveglia!

E’ chiara una cosa. La volontà popolare deve essere rispettata. Il governicchio deve vigilare affinché il DECS non attui comunque i propri  piani tramite sotterfugi ed in spregio di quanto deciso dalle urne.

Detto in altre parole: il kompagno Bertoli ha esplicitato che non intende rispettare l’esito della votazione sulla scuola rossa. Di conseguenza, i colleghi di esecutivo lo devono mettere sotto tutela (politica).

Lorenzo Quadri

Velo islamico a scuola: avanti così e diventerà obbligatorio

Come da copione, i legulei del TF s’inchinano a 90 gradi davanti all’avanzata islamista

 

E ti pareva se non arrivava la nuova alzata d’ingegno dei legulei del Tribunale federale (TF), i quali di recente hanno dichiarato irricevibile un’iniziativa popolare dell’UDC vodese – malgrado questa fosse riuscita nel marzo del 2016 – che mirava a proibire il velo islamico nelle scuole.

Secondo gli azzeccagarbugli del TF, tale divieto non sarebbe attuabile (“sa po’ mia!”) in quanto violerebbe la libertà religiosa delle studentesse. Oppure la libertà di genitori (magari padri) radicalizzati di costringere le figlie a girare con il velo? Comunque, coerenza vuole che, in base alla sentenza del TF in campo di copricapi,  anche i pastafariani dovranno in futuro avere diritto,  secondo il loro credo, di andare a scuola con uno scolapasta in testa (non è uno scherzo).

Inutile dire che nei paesi musulmani, quelli che manovrano il comitato dei diritti umani nell’UNO e distribuiscono generosamente accuse di islamofobia a destra e a manca (gli occidentalotti fessi ci cascano sempre), nessuno scolaro si può permettere di presentarsi in aula addobbato di crocifissi e rosari.

Ennesima calata di braghe

La sentenza dei legulei del TF è l’ennesima calata di braghe davanti all’islamizzazione della Svizzera. Che la partitocrazia si rifiuta di contrastare, sciacquandosi la bocca con la “non discriminazione”. Complimenti, avanti così! Aspettiamo qualche decennio, ne basteranno un paio, e, a colpi di inettitudine politica, immigrazione scriteriata e fallimentare multikulti, il velo islamico nelle scuole diventerà obbligatorio. E per questa enorme “conquista kulturale” (?) potremo ringraziare la partitocrazia politikamente korretta ed i suoi galoppini nel Tribunale federale. Questi signori con i piedi al caldo ed il posto garantito a vita non hanno capito che l’islam non è “solo” religione. E’ anche e soprattutto politica. Politica di conquista. Quindi, quando gli islamisti avranno i numeri per farlo, imporranno le loro regole. In casa nostra. E allora, tanti saluti alla libertà religiosa – la nostra – ed alla democrazia.

Naturalmente la casta spalancatrice di frontiere non ci arriva. Il suo unico obiettivo è quello di mantenere le CADREGHE. Il POTERE. Per farlo, deve denigrare e delegittimare gli odiati populisti e razzisti. E quindi piegarsi a 90 gradi  all’invasione islamista.

Limitare “sa po’”

Sta di fatto che la libertà di religione, come tutte le libertà costituzionali, può essere limitata. A condizione che esista una base legale, un interesse pubblico e che la limitazione sia proporzionata.

La base legale la si crea votando la legge contro il velo a scuola.  Che ci sia un interesse pubblico ad opporsi all’avanzata islamista è evidente: l’interesse pubblico è quello di salvare secoli di conquiste democratiche; libertà religiosa inclusa. E il divieto di portare il velo a scuola non può essere considerato una limitazione particolarmente pesante (mica si pretendono conversioni e abiure).

Morale: con la scusa politikamente korrettissima di tutelare la libertà religiosa dei migranti economici, il Tribunale federale impedisce ai cittadini svizzeri di votare; oltre a mettere in pericolo la nostra libertà religiosa e la nostra democrazia.

Tutti delinquenti?

Altrove le cose vanno diversamente. Il governo austriaco lo scorso  aprile ha annunciato di voler proibire i veli nelle aule scolastiche. Questo proprio per evitare discriminazioni, ghettizzazioni ed autoghettizzazioni tra le alunne.  A Vienna, secondo i legulei del TF, sarebbero tutti delinquenti? E perfino la Corte di giustizia europea (!), non proprio un covo di beceri leghisti populisti e razzisti, ha stabilito che le aziende hanno il diritto di proibire il velo sul luogo di lavoro. E la scuola è il luogo di lavoro degli studenti. Sicché…

Vogliono l’islam religione ufficiale

Del resto il confronto con la vicina Austria (Stato membro UE, non dittatura nazifascista) costituisce una continua umiliazione per il Consiglio federale. Perché Vienna è attiva nel combattere l’Islam politico. Berna invece non fa un tubo. I camerieri di Bruxelles in Consiglio federale si riempiono la bocca con l’inutile piano federale contro la radicalizzazione. Peccato si tratti di una farsa concepita da burocrati rossi e pro-Islam.  Non contenti, i camerieri dell’UE strillano il proprio No al divieto di finanziamenti esteri alle moschee. Lasciano addirittura intendere, i tapini, che il loro sogno proibito sarebbe il riconoscimento dell’Islam quale religione ufficiale in Svizzera. E poi cosa ancora?

Intanto gli estremisti islamici, sempre più numerosi nel nostro Paese – e sempre più spesso titolari di passaporto rosso grazie alle naturalizzazioni facili e di massa  – se la ridono a bocca larga degli svizzerotti fessi. La Confederella è terra di conquista: ci fanno fare tutti i nostri comodi; se del caso ci mantengono pure! Andiamoci tutti! Cosa aspettiamo?

Intanto in Ticino…

Come se non bastasse,  in Ticino un gruppuscolo radikalchic coi fastidi grassi, tra cui figurano anche due ex consiglieri di Stato PLR(Marty e Gendotti) ed un pregiudicato, ha da poco lanciato l’iniziativa popolare “Ticino laico” (?). Obiettivo: cancellare la religione cristiana dalla Costituzione cantonale. Perché sono questi i nostri problemi, nevvero? Il cristianesimo! Che livello, e che lungimiranza. E lor$ignori erano Consiglieri di Stato PLR? Poi ci chiediamo come mai questo sfigatissimo Cantone si trova immerso nella palta.

Lorenzo Quadri

La casta inciuciata vuole demolire la scuola ticinese

Ormai solo i cittadini possono sventare la scuola ro$$a votando NO il 23 settembre

 

Manca ormai solo una settimana alla votazione sulla Scuola (rossa) che (speriamo non) verrà. La riforma avrà certo implicazioni pesanti sulla scuola ticinese. Ma ne avrà anche su tutta la società. Perché il tentativo di indottrinamento delle nuove generazioni nel segno dell’egualitarismo ro$$o è evidente.

 Ci vanno di mezzo tutti

Tutta la società sarà inoltre toccata, pesantemente, nel portafoglio. I costi della riforma – che qualcuno ha definito “un gigantesco piano occupazionale” – sono stratosferici. 7 milioni per la sperimentazione triennale e almeno 35 milioni all’announa volta che la riforma sarà a regime. Questi soldi li pagheranno tutti i contribuenti ticinesi. Ed è aberrante che il kompagno Bertoli tenti di far discendere la bontà della riforma dal fatto che costa una paccata di soldi. Come dire: basta che lo Stato spenda (“spendi e tassa”) a garantire che lo faccia bene! Col fischio: qui si brucerebbero milioni a vagonate per sfasciare la scuola ticinese. Per trasformarla da istituzione preposta alla trasmissione del sapere in servizio sociale. Come se gli allievi ticinesi fossero tutti dei casi sociali.

 La bufala della sperimentazione

E non facciamoci prendere per i fondelli dalla fanfaluca della “sperimentazione”: approvare la sperimentazione significa approvare la riforma. O qualcuno si immagina davvero che, dopo tre anni di test su cavie umane, i ro$$i capoccioni del DECS, a cominciare dal compagno Capodipartimento, presenteranno al popolazzo un rapporto in cui si riconosce che, ooops, la sperimentazione è stata un flop, che la riforma è una ciofeca, e che quindi “l’è tutto da rifare”? E agli allievi usati come cavie ed alle loro famiglie cosa si dirà? “E’ andata così, sa po’ fa nagott”? Ma quando mai! Anche il Gigi di Viganello ha capito, e fin dall’inizio, che la sperimentazione è farlocca.Del resto, nemmeno si sa quale sarà l’istituto esterno incaricato di svolgerla.

Una scuola non svizzera

La Scuola che verrà vuole sostituire, e questo figura nero su bianco, la parità di partenza, le pari opportunità di tutti gli allievi, con la parità di arrivo. Questo  significa, è chiaro, livellamento verso il basso. A farne le spese sarà la qualità della formazione dei giovani ticinesi. I quali usciranno dalla scuola d’obbligo impreparati; sia al mondo del lavoro che agli studi superiori. Studi superiori a cui tutti, anche i meno adatti, si sentiranno indirizzati (“spinta dirompente alla licealizzazione”).

Questo livellamento verso il basso, questa “ca_ata pazzesca” (cit. Fantozzi) della “democrazia della riuscita” (da quando in qua Madre Natura distribuisce “democraticamente” le capacità intellettuali?)  non esiste da nessun’altra parte della Svizzera. La scuola che verrà è infatti una riforma non Svizzera.E’ stata scopiazzata (carta canta!) dal fallimentare modello della $inistra francese anni Ottanta, che in patria ha fatto solo disastri.

Scuola che verrà = più frontalieri

Non dimentichiamocene: “grazie” alla devastante libera circolazione delle persone voluta dal triciclo PLR-PPD-P$, lo stesso che appoggia la Scuola che (non) verrà, sempre più giovani ticinesi dovranno emigrare in Svizzera interna per avere un futuro.  E si troveranno confrontati con coetanei che hanno avuto una formazione assai diversa. Perché nel sistema scolastico d’Oltregottardo, altro che “tutti uguali”, altro che “democrazia della riuscita”!

Non solo: guardate che al di là della ramina la formazione non è mica da terzo mondo. Vogliamo che i giovani ticinesi siano meno preparati di quelli che aspirano a fare i frontalieri? Così i datori di lavoro con pochi scrupoli avranno, e servita su un piatto d’argento (addirittura approvata dal popolo!),  la scusa bell’e pronta per assumere solo permessi G? E’ forse questa l’arrière-pensée nascosta dietro il silenzio assordante e compiacente di talune associazioni economiche? Da anni esse si lamentano che la formazione scolastica in questo sfigatissimo Cantone sarebbe insufficiente; adesso accettano una riforma che la farà precipitare: si converrà che l’atteggiamento è molto sospetto.

 Fermiamo gli inciuciati

Il sostegno di PLR e PPD alla scuola ro$$a, accordato malgrado inizialmente la posizione dei due partiti $torici fosse ben diversa – e non ci si venga a raccontare la storiella che nel frattempo il progetto sarebbe cambiato, perché i cambiamenti sono cosmetici e non certo sostanziali – è purtroppo l’ennesimo deleterio inciucio del triciclo PLR-PPD-P$$.  Un inciucio che va contro gli interessi dei Ticinesi. Contro il futuro dei nostri giovani. E contro le tasche dei contribuenti.

La casta inciuciata, lo abbiamo visto,  è mobilitata in stile “crociata contro il No Billag” a sostegno della scuola rossa. Le truppe cammellate imperversano. Da settimane infesciano le pagine di quotidiani e portali con opinioni “di servizio” (magari preconfezionate da qualche galoppino dipartimentale pagato con i soldi del contribuente). Solo i cittadini possono ora salvare la scuola pubblica ticinese votando un bel NO il prossimo 23 settembre!

Lorenzo Quadri

“Scuola rossa”: a rischio il futuro dei giovani ticinesi

C’è ancora una settimana di tempo per dire NO ad una scuola costosissima e non svizzera

L’appuntamento con le urne si avvicina. Il nervosismo dei promotori della scuola ro$$a – chi l’ha ideata e chi, fattosi infinocchiare, è saltato sul carro – ha superato da tempo il livello di guardia. Basti pensare che il bollettino liblab Opinione liberale (più redattori che lettori) ha sbroccato perché, sull’ultima edizione, il Mattino ha osato far notare al PPD (sic!) che il sostegno uregiatto alla scuola ro$$a è autolesionista.

Tandem P$-COR$I

Ma l’establishment dell’ex partitone nella Scuola che (non) verrà deve esserci invischiato fin sopra ai capelli.  Al punto che perfino l’ex direttore del DECS Gabriele Gendotti – uno dei promotori dell’iniziativa “Ticino laico” che vuole cancellare il cristianesimo dalla nostra Costituzione per meglio spianare la strada agli islamisti, che non aspettano altro – si fa intervistare sul Corriere del Ticino  a sostegno della scuola rossa. Evidentemente gli esponenti della casta si reggono la coda a vicenda. E qui vediamo di nuovo all’opera il tandem P$ – Pravda di Comano. Il Gigio Pedrazzini, presidente dell’inutile COR$I, si è già affrettato a dare la propria benedizione alla scuola ro$$a. Chiaro: ai tempi del No Billag, il P$ ed i suoi soldatini hanno attivato la macchina del fango contro i promotori della “criminale” iniziativa, a suon di insulti, denigrazioni ed attacchi personali. Adesso la COR$I si sdebita. E il buon Gendotti, ma guarda un po’, ne è vicepresidente.

I casi della vita

Certo che fa specie che un ex direttore PLR del DECS, che di riforme in 10 anni non ne ha fatta mezza, vada  ad appoggiare la riforma  del suo successore, grondante ideologia rossa. Una riforma che già di per sé costituisce una sconfessione dell’operato governativo di Gendotti in quanto predecessore di Bertoli. Una riforma che di “liberale” non ha proprio nulla. Tant’è che l’ex partitone, come sappiamo, era inizialmente contrario. Poi i suoi rappresentanti parlamentari si sono fatti infinocchiare e ne è seguito un imbarazzante “contrordine compagni”. Confidiamo che la base del partito, ancora una volta, si mostrerà più avveduta dei vertici e li sconfessi nelle urne.

Ma come…

Ma tu guarda questi liblab: si fanno portar via il DECS dal P$ e poi si prestano ancora a galoppinare la scuola $ocialista che è la negazione dei valori liberali: infatti mira a fare strame del principio (liberale) delle pari opportunità di tutti gli alunni per sostituirlo con l’illusione ro$$a della “parità di arrivo”. Logica conseguenza: livellamento verso il basso delle competenze scolastiche dei giovani ticinesi. Ma come: non era proprio il PLR a sciacquarsi la bocca con la storiella delle “eccellenze”? Ed invece…

Autolesionisti

Evidentemente nessuno può impedire a PLR e PPD di farsi male da soli, visto che ci tengono tanto. Il problema però è che, con il loro appoggio alla Scuola che (speriamo non) verrà, rischiano di far male, e tanto, alla scuola ticinese per i prossimi quarant’anni. Non solo agli allievi-cavie umane su cui la riforma verrà sperimentata al prezzo di 7 milioni, ma a generazioni di ragazzi ticinesi: il loro futuro sarà pesantemente ipotecato. E questo in un Cantone con un mercato del lavoro dove competizione e sostituzione con frontalieri la fanno sempre più da padrone. Ciò accade, ma guarda un po’, grazie alla libera circolazione voluta dal triciclo PLR-PPD-P$,  che ora vorrebbe creare in Ticino una scuola non svizzera e livellata verso il basso. Peggio di così.

Giornali di servizio

Anche la stampa di regime evidentemente è schierata con la casta e la partitocrazia. Venerdì il Corriere del Ticino ha pubblicato l’ennesima verbosa opinione di Bertoli (o dei suoi galoppini dipartimentali e poi firmata da lui) a sostegno della Scuola che (non) verrà. Quante ne avrà pubblicate nelle ultime settimane? Una decina? Tra cui anche repliche, dupliche e tripliche.
Pubblicazioni seriali di questo tipo – siamo a livello di stalking ai lettori  – il CdT non le concede a nessun altro. Men che meno al fronte avverso alla scuola rossa. Ai cui esponenti dopo uno, al massimo due contributi viene intimato lo stop. Ma si vede che il Corriere del Ticino è diventato il bollettino propagandistico del direttore del DECS. Per un quotidiano che si dichiara “indipendente” non è un motivo di vanto.

Sempre venerdì, sul foglio radiko$ocialista LaRegione, il direttore si arrampica sui vetri nel tentativo di sdoganare la tesi che la Lega sarebbe contraria alla scuola ro$$a solo per fare uno sgambetto elettorale a Bertoli. Ossignùr. La realtà è molto meno contorta: i leghisti sono contrari alla Scuola che verrà perché è una costosissima ciofeca (almeno 35 milioni all’anno).

Lorenzo Quadri

 

“Scuola che verrà”: Bertoli sbugiardato dall’interpellanza

Nel Cantone degli inciuci, la casta si mobilita a sostegno della scuola rossa 

Il capo del DECS ha sempre negato di essersi ispirato a fallimentari modelli della $inistra francese. Ma il confronto dice altro. E spunta anche una misteriosa trasferta canadese…

La casta si sta mobilitando in grande stile a sostegno della scuola rossa in votazione il prossimo 23 settembre. Da settimane in vari istituti scolastici cantonticinesi imperversano circolari e bollettini di vario genere, con cui le truppe cammellate del capodipartimento, compagno Manuele Bertoli, mettono sotto pressione i docenti  “renitenti”. E dalle colonne del Corriere del Ticino di venerdì il Gigio Pedrazzini, presidente dell’inutile CORSI, regge la coda alla scuola socialista. Chiaro: i $inistrati hanno combattuto a suon di insulti, bufale, attacchi personali, denigrazioni e campagne d’odio la “criminale” iniziativa No Billag; adesso il presidente della CORSI si sdebita, puntellando il consigliere di Stato del P$. Che  nella votazione sulla scuola rossa si gioca il futuro politico. Così, dopo docenti e genitori, sotto pressione finiscono anche i dipendenti della RSI. Dimostrazione lampante di come gli inciuci della casta siano il pane quotidiano in questo sfigatissimo Cantone.

Nuova bordata

Intanto una nuova bordata alla scuola socialista è arrivata nei giorni scorsi dall’interpellanza presentata da Paolo Pamini (LaDestra) e sottoscritta da vari deputati leghisti. L’atto parlamentare sbugiarda il direttore del DECS. Bertoli ha sempre negato ad oltranza che la sua riforma fosse “ispirata” a fallimentari modelli scolastici concepiti dal governo socialista francese (Jospin) negli anni Ottanta. Il 5 settembre il deputato PLR Andrea Giudici – unico granconsigliere PLR ad aver votato contro la Scuola che verrà (SCV) disattendendo all’ordine di scuderia del partito – ha invece pubblicato su LaRegione un interessante articolo, da cui emergono le “spiccate analogie” (quasi a livello di copia-incolla) tra la riforma francese di trent’anni fa e la Scuola che verrà. Nell’atto parlamentare di Pamini si ipotizza che si tratti di plagio; e naturalmente il kompagno capodipartimento ha immediatamente replicato (ormai sembra faccia solo quello) con bile e stizza,  parlando di “tristi denigrazioni”. Il tentativo di girare la frittata è manifesto. Il problema non è sapere se tecnicamente, nell’allestimento della riforma scolastica del P$,  sia stato commesso un plagio oppure no. Il problema è che il DECS, per la SCV, ha scopiazzato elementi fondanti dal fallimentare modello della gauche-caviar francese. E questo malgrado il capodipartimento abbia negato ad oltranza di averlo fatto. Poi però secondo il compagno Consigliere di Stato quelli che diffondono bufale e fake news sarebbero i contrari alla “scuola rossa”?

Trasferta canadese?

Ma l’interpellanza Pamini e cofirmatari porta alla luce anche un altro gustoso episodio. Sembra infatti che il Dipartimento abbia mandato degli specialisti in Canada per studiare il modello scolastico locale, simile a quello francese. Naturalmente si è trattato di passeggiata scolastica finanziata dal contribuente. Pare però che, dal momento che l’esito degli approfondimenti non avrebbe  fornito il responso (favorevole) voluto, ma piuttosto il contrario, il rapporto sia stato imboscato. Ed infatti nella copiosa documentazione relativa alla SCV non ce n’è traccia. Per chi ha presente la faccenda: un po’ come l’assessment sui candidati al posto di Procuratore generale, chiesto dal PLR e poi rottamato dal medesimo in quanto sfavorevole all’ aspirante PG dell’ex partitone.

Certo è che se la documentazione che ha portato alla nascita della Scuola (socialista) che (speriamo non) verrà è taroccata, immaginiamoci come sarà il rapporto sulla sperimentazione della medesima – nel caso in cui dovesse partire. Per questo diciamo che approvare la sperimentazione equivale ad approvare la riforma. La strada è senza ritorno.

Sicché, per essere sicuri di non sbagliare, il prossimo 23 settembre tutti a votare NO alla Scuola che verrà.

Lorenzo Quadri

 

 

 

NO ad una scuola non svizzera

Il 23 settembre tutti a votare NO alla Scuola (socialista)  che (speriamo non) verrà

 

Il contribuente ticinese dovrà pagare almeno 35 milioni di Fr all’anno per finanziare il livellamento verso il basso della scuola ticinese? Ma anche NO!
Dalla messe di opinioni pubblicate sui giornali e sui portali a sostegno della riforma rossa “La scuola che (speriamo non) verrà” (SCV), salta immediatamente all’occhio che il direttore del DECS compagno Manuele Bertoli ha mobilitato i soldatini. Speriamo almeno che gli interventi in questione siano farina del sacco di chi li firma, e non frutto della penna (della tastiera) di qualche galoppino dipartimentale pagato dal contribuente.
E’ manifesto che il direttore del DECS teme che la votazione popolare sulla “scuola rossa” possa risolversi, per lui, in un’asfaltatura analoga a quella che ha rimediato con l’insegnamento della civica. Per questo è assai nervoso. E’ comprensibile.
Sorprende invece che i rappresentanti del mondo economico, solitamente loquaci, non abbiano nulla da dire a proposito dello scadimento programmato della scuola ticinese. E quindi delle competenze e della competitività dei futuri lavoratori di questo Cantone.
Questi signori hanno forse perso la favella? Troppo impegnati nel diffondere fake news e terrorismo di regime a sostegno della devastante libera circolazione delle persone, dello sconcio accordo quadro istituzionale e dei giudici stranieri? Imbarazz tremend imbarazz perché i loro soldatini nel parlamento cantonale si sono fatti infinocchiare dal capodipartimento?
Degno di nota, per contro, il contributo del Prof. Zambelloni pubblicato sul Corriere del Ticino di giovedì, in cui si spiega perché la sperimentazione della SCV è farlocca. E oltretutto nemmeno si sa quale istituto sarà incaricato dal DECS di stilare il rapporto compiacente.
IL 23 SETTEMBRE TUTTI A VOTARE NO ALLA SCUOLA CHE VERRÀ!
– NO al livellamento verso il basso delle competenze degli scolari ticinesi;
– NO ad una spesa esorbitante (6.7 milioni per sperimentare ed almeno 35 all’anno per implementare la SCV) e tutto questo peggiorare la scuola nel nostro Cantone;
– NO ad allievi (e famiglie) trattati come cavie;
– NO ad una scuola ticinese sempre meno svizzera;
– NO alla creazione della scuola pubblica socialista!

Lorenzo Quadri

 

La riforma è sbagliata e la sperimentazione è farlocca

No alla “Scuola che verrà”: non spendiamo barcate di milioni per creare la scuola ro$$a

Il 23 settembre i cittadini saranno chiamati a votare sulla sperimentazione della riforma “La scuola che verrà” (SCV). Complice il periodo estivo, di questa votazione si parla poco. Eppure essa è della massima importanza. La scuola forgia  i cittadini di domani. Sul tema dovrebbe dunque esserci una discussione generale. Invece, nisba. Il DECS targato PS  è infatti riuscito a schivare il dibattito e a trasformare la riforma in una questione di nicchia per specialisti e pedagogisti. La SCV è stata resa  – di proposito –  incomprensibile a chi addetto ai lavori non è (la stessa cosa è accaduta anche con i nuovi piani di studio).  La società civile è stata tagliata fuori. Le famiglie non sanno cosa succederà  ai propri figli, alla loro preparazione al futuro.  Alla faccia della trasparenza (con cui i compagni amano sciacquarsi la bocca, ma solo quando fa comodo).  Se questa è democrazia…

A ciò va aggiunto che la riforma non è condivisa dai docenti. L’86% non ha risposto alla consultazione dipartimentale, mentre l’89% di quanti hanno risposto ha dichiarato di essere sì d’accordo con la sperimentazione… ma non nella propria sede!

Livellamento verso il basso

Che a distanza di 44 anni (la legge sulla scuola media è entrata in vigore nell’ormai non solo remoto, ma etrusco  1974; nel frattempo il mondo è completamente cambiato) siano necessarie delle riforme, è innegabile. In particolare, occorre porre fine a quella che qualcuno ha definito la “spinta dirompente alla licealizzazione”. Ovvero: tutti “devono” andare al liceo, trasformato in scuola-parcheggio, con conseguenze deleterie. Purtroppo la  SCV  va nella direzione contraria. La riforma gronda ideologia “rossa” ed egualitarista. Demolisce  gli ultimi scampoli di meritocrazia rimasti nel sistema scolastico ticinese, nel nome del livellamento verso il basso. Invece di spingere gli allievi a superare gli ostacoli, si abbassano gli ostacoli sempre di più.  Si immagina di sostituire le pari opportunità con la parità di arrivo: una pericolosa illusione. Il risultato sarà quello di allargare il solco tra un mondo scolastico artefatto e la realtà che, implacabile, attende fuori dall’aula. E questa realtà  non è certo egualitarista: è sempre più selettiva. Specie quella professionale.

Insegnare o “socializzare”?

Del resto, in campo scolastico, il Ticino è già il Cantone più egualitarista della Svizzera. Adesso vorrebbe diventarlo ancora di più? Riproponendo modelli già falliti altrove? Ma anche no!

La riforma mette poi l’accento sul ruolo socializzante della scuola, facendo retrocedere la sua vera missione, che è quella di trasmettere saperi. La scuola è un’istituzione e non un servizio sociale. Curiosamente, l’aspirazione socializzante va poi in contraddizione con l’organizzazione di laboratori ed atelier. La SCV ne prevede in quantitativi smodati (e la griglia oraria?). Ma essi  implicano la divisione delle classi e la ricomposizione con altri allievi. E questo nuoce sia alle dinamiche di gruppo che al ruolo del docente e alla sua autorevolezza in aula. Questa è solo una delle varie contraddizioni contenute nel progetto.

Famiglie esautorate

Particolarmente problematica è poi  la magnificata – quanto misteriosa – “differenziazione pedagogica”.  Ossia: “si insegna all’allievo secondo il suo ritmo ed il suo stile”. Quindi se un allievo è bravo a correre lo si fa solo correre, se è bravo in matematica farà solo matematica?

Altro aspetto inquietante: in nome della politicamente correttissima “differenziazione pedagogica”,  si potranno rivedere al ribasso gli obiettivi di un allievo in difficoltà, senza coinvolgere le famiglie – al contrario di ora – ma con la consulenza del sostegno pedagogico,  che diventa potentissimo.  Anche perché gli esperti delle materie verrebbero aboliti e sostituiti da consulenti pedagogici, che controlleranno non già se il docente ha svolto il programma come si deve, ma se ha “differenziato”  correttamente.  In regime di “Scuola che (speriamo non) verrà”, la famiglia si troverebbe di fatto esautorata. Stupisce che l’associazione cantonale dei genitori non abbia nulla da dire al proposito. Come pure stupisce che in Gran Consiglio il PLR ed il PPD, partiti a cui la competenza in materia scolastica non dovrebbe mancare (il primo ha gestito l’educazione ticinese per oltre un secolo, il secondo porta con sé l’eredità delle scuole private cattoliche ed il “centro di competenza” dell’OCST docenti) si siano accodati alla proposta del Consigliere di Stato PS e dei suoi funzionari dirigenti (rigorosamente dello stesso colore). I quali vogliono creare la scuola pubblica socialista. PLR e PPD si sono fatti infinocchiare? Oppure le resistenze iniziali sono state superate con la solita logica dello scambio di favori?

 

Fattura salatissima

La sperimentazione della “Scuola che verrà”  vorrebbe usare i giovani (e le loro famiglie) come delle cavie da laboratorio. In più è farlocca. Se parte la sperimentazione, parte la riforma. Dunque va respinta. Dire No alla SCV non vuol dire bloccare qualsiasi riforma scolastica. Vuol dire fermare questariforma. Attenzione poi a non cedere alla tentazione di disinteressarsi al tema perché “è ostico” (è stato reso tale di proposito) e  perché “tanto non ho (o non ho più) figli agli studi, quindi non mi riguarda”. Bubbole. Con la scuola si costruisce la società di domani. Inoltre: la sola sperimentazione della SCV costerà quasi 7 milioni di Fr per tre anni. La sua messa a regime costerà almeno 35 milioni all’anno. A ciò si aggiungono gli importanti oneri che ricadranno sui Comuni. Ad esempio, gli investimenti nelle sedi scolastiche: perché, se si devono svolgere laboratori ed atelier, bisogna anche avere le aule dove tenerli. Questi costi non li ha calcolati nessuno. Ma ci saranno. Eccome che ci saranno!  E li pagherà il contribuente. Tutto questo per peggiorare la scuola ticinese. Forse che già solo tali cifre non interpellano tutti noi?

Lorenzo Quadri

 

 

 

E’ ufficiale: sulla scuola ro$$a saranno i cittadini a decidere

Il referendum contro la riforma-Bertoli ha raccolto ben 9400 sottoscrizioni

 

Il referendum contro la “scuola rossa” è riuscito con ampio margine. Le firme valide raccolte sono oltre 9400, quando ne sarebbero bastate 7000. Il referendum è riuscito in un clima certamente non favorevole: a chi raccoglieva le firme è capitato perfino di venire insultato e minacciato dai soldatini della gauche-caviar. Perché è così che da quelle parti rispettano la democrazia ed i diritti popolari. Loro, i $inistrati, possono lanciare referendum su ogni flatulenza. Ma se sono gli odiati “nemici” a lanciarne per contestare delle proposte di $inistra…

Diritti popolari più ostici

Vale anche la pena ricordare che l’esercizio dei diritti popolari è diventato più arduo a seguito dell’introduzione del voto per corrispondenza e del conseguente crollo dell’affluenza alle urne. Non solo di questo fatto  nuovo, per quanto decisivo, non si è tenuto minimamente conto, ma c’è chi vorrebbe rendere ancora più difficile l’esercizio dei diritti popolari. Ad esempio, a livello federale, i tamberla di Avenir Suisse: un sedicente “Think Tank” (serbatoio di pensiero) vicino ai liblab. Il motivo è chiaro: il popolazzo becero, che vota sbagliato, non deve essere chiamato a decidere. Altrimenti mette i bastoni tra le ruote alla casta spalancatrice di frontiere.

Referendum obbligatorio?

Ovviamente il problema della raccolta firme non riguarda i sindacati. Che incaricano i propri dipendenti, pagati con le quote dei lavoratori. E’ quindi evidente che, per far riuscire un’iniziativa popolare, e soprattutto un referendum, ci sono solo due vie: o si è un $indakato, oppure bisogna pagare chi va a raccogliere le sottoscrizioni. L’introduzione del voto per corrispondenza ha reso le cose assai più difficili facendo crollare l’affluenza ai seggi. Per il cittadino votare per posta è certamente molto comodo. Per chi vuole esercitare i diritti popolari, invece…

Il voto per corrispondenza è dunque un motivo in più per introdurre il referendum finanziario obbligatorio oltre ad un certo tetto di spesa, che già esiste in 18 Cantoni. In questo modo i cittadini sono chiamati alle urne “in automatico”. Perché evidentemente non ci si può attendere che si trovi sempre qualcuno disposto a raccogliere le firme su tutto.

Segnale incoraggiante

Fermo restando che evidentemente a decidere sulla scuola ro$$a sarà la votazione popolare, l’abbondante numero di sottoscrizioni raccolte contro la riforma-Bertoli è incoraggiante. Il segnale è positivo: a parte che i costi della “scuola che verrà” sono stratosferici (6.7 milioni per la sperimentazione triennale e oltre 35 milioni all’anno una volta che il progetto sarà “implementato”; e questa cifra è oltretutto destinata a lievitare), è evidente che la scuola è un tema che interpella tutti. Anche chi non ha, o non ha più, figli agli studi. Perché la scuola costruisce la società di domani. Le conseguenze educative, sociali e finanziarie della scuola $ocialista, se dovesse diventare realtà, le pagheremo tutti.

E’ vero che il referendum è diretto contro il credito per la sperimentazione triennale. Ma non prendiamoci in giro: se parte la sperimentazione, parte anche la riforma. La sperimentazione è già la riforma. I partiti cosiddetti “borghesi”, PLR e PPD, si sono fatti infinocchiare. E’ evidente che il rapporto farlocco che verrà stilato dopo la sperimentazione spazzerà via il modello alternativo dell’ex partitone. Un modello che prevede di estendere i livelli ad altre materie, quando tutti dicono che i livelli non vanno bene. Del resto l’ex partitone, che per quasi un secolo ha gestito il DECS, negli ultimi vent’anni non ha proposto alcuna riforma scolastica. Adesso si riduce a correre dietro alle ciofeche ideologiche del kompagno Bertoli.

L’ira della casta

All’ufficializzazione della riuscita del referendum contro la scuola rossa, i soldatini della gauche-caviar non hanno perso occasione per blaterare che, a seguito della chiamata alle urne, a decidere su una riforma scolastica saranno “i cittadini che non capiscono niente di scuola”. Ma bravi! Allora, se tanto ci dà tanto, sulla riform(ett)a fisco-sociale, referendata da una parte dei sinistrati, avrebbero dovuto decidere solo i fiscalisti. Non è così che funziona la democrazia. Così funziona, invece, la casta.Quella che vuole esautorare i cittadini: perché sono beceri, sono ignoranti, votano di pancia, ed è uno scandalo che possano decidere del futuro del Paese. Del resto, se la $inistruccia non voleva l’insegnamento della civica a scuola, un qualche motivo c’era…

I docenti non la vogliono

A sostegno del referendum va aggiunto che  la scuola ro$$a non è appoggiata dai docenti. L’86% dei quali non ha nemmeno risposto al sondaggio online lanciato dal DECS. Questa è una chiara manifestazione di dissenso (dire no in un sondaggio online equivale a farsi beccare subito). Inoltre vari docenti hanno sostenuto, direttamente o indirettamente, la raccolta firme per il referendum. La riforma è il prodotto dei burocrati del DECS, tutti targati P$. Per fortuna, dunque, che i cittadini potranno votare. Alla faccia di chi – la solita rosseggiante area politica – considera la scuola pubblica ticinese “cosa sua”. E guai a chi osa metterci il becco.

Lorenzo Quadri

Multikulti allo sbaraglio E da noi non è meglio…

Francia: algerina non dà la mano ai funzionari che la stavano naturalizzando

 

Evviva il multikulti (si fa per dire, ovviamente!).  E’ notizia di questi giorni che la Francia ha negato la naturalizzazione ad una donna algerina. Costei si era rifiutata di stringere la mano ai funzionari maschi che le stavano conferendo la cittadinanza. Ci sarebbe anche mancato che le cose fossero andate diversamente. La domanda da porsi è come la signora in questione, che evidentemente l’ “integrazione” nemmeno sa dove stia di casa, sia potuta arrivare ad un passo dall’ottenimento del passaporto di un paese UE. Se inoltre la donna fosse stata più furba – molti suoi correligionari lo sono – e per quell’unica occasione avesse fatto uno strappo alla regola e avesse dato la mano agli uomini, oggi l’UE si ritroverebbe con un’estremista islamica in più dotata di passaporto comunitario. Con tutte le conseguenze del caso.

Dalle nostre parti…

Inutile dire che se la vicenda si fosse verificata alle nostre latitudini, qualcuno – i soliti noti – si sarebbe immediatamente erto a difesa dell’aspirante cittadina elvetica. Perché si sa che da certe $inistre parti, ogni straniero ha diritto alla naturalizzazione, e “il solo fatto che presenti richiesta dimostra che è sufficientemente integrato”(la bestialità testé riportata non è frutto di fantasia: è stata pronunciata negli anni scorsi davanti al Gran Consiglio ticinese da un deputato P$).

Del resto, in una scuola della Svizzera interna, la direttrice gauche-caviar ha tollerato che degli alunni musulmani non dessero la mano all’insegnante, in quanto donna.

Che bella prospettiva!

I politikamente korretti e moralisti a senso unico, a suon di denigrazioni personali e di accuse di “razzismo e fascismo” a chi osa pensarla diversamente da loro, vogliono creare una società con regole differenziate. Ovvero: si fanno delle eccezioni alle nostre leggi per gli immigrati in arrivo “da altre culture”. Guai ad imporre ai migranti (spesso e volentieri migranti economici) di adeguarsi! Ognuno deve potersi fare i propri comodi in casa nostra. E arriverà il giorno in cui le regole altrui avranno il sopravvento sulle nostre.

In Belgio è stato creato il partito islamico, con il preciso obiettivo di introdurre la sharia nel paese. Anche da noi prima o poi vedranno la luce formazioni analoghe. Le quali, grazie alle naturalizzazioni facili volute dalla partitocrazia multikulti, potranno fin da subito contare su un importante zoccolo duro di elettori neo-svizzeri non integrati. L’immigrazione scriteriata e la natalità faranno il resto.

Ecco il bel futuro che ci stanno preparando i politikamente koretti. E intanto le femministe $inistrate si indignano per il divieto di burqa, e sdoganano perfino l’oppressione della donna in nome del sacro dogma del multikulti e del “devono entrare tutti”.

Lorenzo Quadri

“La scuola che (non) verrà”: la parola passa ai cittadini

Le firme contro la “riforma rossa” ci sono: ma i raccoglitori insultati e minacciati

Il referendum contro la riforma-Bertoli “La scuola che (speriamo non) verrà” dovrebbe essere riuscito. La conferma ufficiale non c’è ancora, ma il numero di firme raccolte mette al riparo da brutte sorprese.

La riuscita del referendum è senz’altro è una bella notizia: il popolo ticinese si potrà esprimere su un tema di grande importanza politica e finanziaria.

Il disastro dietro l’angolo

Importanza politicaperché, è ovvio, dal futuro della scuola, della formazione scolastica, dipende il futuro della nostra società. E serve a poco riempirsi la bocca con slogan sui ticinesi che “devono essere i migliori” quando poi si pongono le basi per far sì che i “migliori” siano  gli altri. Grazie alla devastante libera circolazione voluta dalla partitocrazia, quella che poi ti va ad appoggiare “La scuola che (speriamo non) verrà”, sul mercato del lavoro i giovani ticinesi sono esposti ad una concorrenza vieppiù agguerrita. Sempre più ticinesi, e non solo giovani, dovranno fare fagotto ed emigrare oltregottardo per avere un futuro. Questo è quanto ha voluto il triciclo PLR-PPD-P$ con la libera circolazione delle persone. E davanti a questa realtà, proprio il triciclo ci viene a cianciare di “democrazie della riuscita”  e di conseguenti livellamenti verso il basso?

Se la società è selettiva –  lo è sempre di più e sappiamo grazie a chi – la scuola non può andare nella direzione diametralmente opposta, perché il disastro è dietro l’angolo.

La “scuola rossa” ticinese sarebbe poi agli antipodi di quel che accade nella maggioranza degli altri Cantoni: e allora una qualche domandina su chi sta toppando bisognerebbe magari porsela.

Ideologia?

Naturalmente si dirà, anzi Bertoli lo sta già dicendo, che il referendum contro “La scuola che verrà” è “ideologico” visto che proviene da “destra” (Udc, Lega e dintorni). Chiaro: per la gauche-caviar tutto quello che arriva dalla parte “sbagliata” non è mai la risposta ad un problema reale; sono solo pippe mentali in nome di un’ “ideologia”, intesa come sinonimo politikamente korretto di “fissazione da rimbambiti”. Ma bravi!  E la scuola rossa proposta dal DECS – da cui i partiti cosiddetti di centro si sono fatti infinocchiare –, forse che non è ideologica?

La scuola è di tutti

Il passato recente (votazione sulla civica) ha confermato che non necessariamente il popolo ticinese condivide le posizioni sulla scuola della $inistra al caviale. Quest’ultima considera la scuola pubblica come proprio territorio esclusivo. Ma si dimentica che essa è, come dice il nome, pubblica. Quindi di tutti i cittadini. Compresi quelli che ro$$i non sono.

Proprio perché la scuola è di tutti, è importante che alla votazione sulla “scuola che verrà” partecipino tutti. Non avere figli, o non averne più in età scolastica, non è un motivo per chiamarsi fuori. Anzi, a maggior ragione chi dovrà pagare il costo esorbitante della scuola rossa (6.7 milioni per la sperimentazione triennale e almeno 35 milioni all’anno per il progetto “a regime”) senza (più) avere figli che la frequentano, ha un legittimo interesse a che i soldi delle sue imposte vengano utilizzati bene, visto che ce li mette senza un ritorno diretto. E spendere 35 milioni in più ogni anno per abbassare il livello di preparazione dei giovani ticinesi in nome dell’ideologia egualitarista rossa e della non-selezione non è un buon utilizzo del denaro pubblico. Non è perché con la riforma-Bertoli si spenderebbe di più per la scuola che questo implica automaticamente un suo miglioramento.

La pillola lieviterà

Oltretutto la cifra di 35 milioni all’anno è pure destinata a lievitare dal momento che le conseguenze della “scuola che (speriamo non) verrà” sull’edilizia scolastica comunale sono ancora sconosciute e tutte da valutare. L’importanza finanziariadel tema è tale che già da sola basterebbe a giustificarne la messa in votazione popolare. Del resto se in Ticino esistesse il referendum finanziario obbligatorio in vigore in 18 Cantoni, la chiamata alle urne avverrebbe in automatico.

Raccoglitori minacciati

La raccolta delle firme per questo referendum non è stata semplice. Alcuni raccoglitori sono stati insultati e minacciati dai soldatini della $inistra partito dell’odio. Chiaro: i $inistrati pensano di essere gli unici a poter lanciare dei referendum. Guai se i detestati “nemici” osano fare la stessa cosa; a maggior ragione contro una riforma rossa. Morale, legalità, diritti popolari: per i kompagnuzzi valgono solo a senso unico. Cioè quando fa comodo a loro. Del resto, da un’area politica che pretendeva di rifare il “maledetto voto” del 9 febbraio poiché l’esito non le era gradito, ci si può forse attendere che rispetti i diritti popolari? Ma va là!

Del resto il buon Bertoli ha tacciato di “mente contorta” i promotori del referendum contro la sua riforma scolastica. Non risulta che abbia riservato analoghe amabilità a chi ha referendato la riformetta fisco-sociale.

I docenti ci sono

Altro dato degno di nota: parecchi docenti hanno contribuito alla riuscita della raccolta di firme contro “La scuola che verrà”. Lo hanno fatto da dietro le quinte, comprensibilmente preoccupati per possibili ritorsioni. Però lo hanno fatto. A dimostrazione che  – contrariamente a quanto raccontano i vertici del DECS – l’accettanza della riforma da parte del corpo insegnante è, per usare un eufemismo, piuttosto scarsina.

Lorenzo Quadri

 

Scuola ro$$a e referendum: sono davvero tutte frottole?

Bertoli sbrocca contro il “Mattino bugiardo”. Ma è lui che non la racconta giusta…

 

Al direttore del DECS compagno Manuele “Bisogna rifare la votazione del 9 febbraio” Bertoli, non è piaciuto l’ultimo articolo che il sottoscritto ha osato pubblicare sul Mattino a proposito della riforma “La scuola che (speriamo non) verrà”. Niente di strano, trattandosi di uno scritto contro la riforma medesima ed a sostegno del referendum. Il fatto che il Consigliere di Stato si produca in lunghi botta e risposta sulla “scuola rossa” – lo ha fatto anche con interlocutori come il Prof. Zambelloni, peraltro assai più qualificato del sottoscritto in materia di scuola e pedagogia – denota un certo nervosismo. Forse che l’asfaltatura rimediata in autunno con la votazione sull’insegnamento della civica ha insegnato che in Ticino la scuola pubblica non è appannaggio di una determinata area politica, che può fare e disfare a piacimento senza che nessuno abbia a metterci il becco?

Tutte balle di fra’ Luca?

Secondo il direttore del DECS, sono frottole che la “scuola rossa” non è sostenuta dai docenti, sono frottole che la riforma è ideologica, sono frottole che il tandem PLR-PPD si è fatto infinocchiare, sono frottole che il rapporto che verrà stilato dopo i tre anni di sperimentazione sarà “compiacente” (eufemismo). Insomma: tutte balle di fra’ Luca! La scuola rossa è una figata pazzesca e qualsiasi argomento contrario non può che essere una perfida menzogna partorita da “menti contorte”!

Vediamo di rimettere il campanile – o il minareto, per rimanere su un edificio più gradito al partito del ministro socialista – centro del villaggio.

Risulta infatti che:
– l’86% di docenti non ha risposto al sondaggio sulla “scuola rossa”, evidentemente in segno di dissenso (perché se gli insegnanti fossero stati d’accordo con la proposta del capodipartimento l’avrebbero senz’altro comunicato; e dire di no ad un sondaggio online significa farsi sgamare subito);
– l’89% di quelli che hanno risposto alle 103 domande (perché non 1030 già che c’eravamo?) hanno detto di essere contrari alla sperimentazione nella loro sede.
– Alla consultazione scritta hanno partecipato 10 sedi di scuola media su 35.
Davanti a queste cifre, è un po’ avventuroso parlare di riforma sostenuta dai docenti. Consenso, per me, è un’altra cosa. Ma probabilmente, in quanto membro del comitato referendario, ho la “mente contorta” (ringrazio il direttore del DECS per la calzante definizione).

La logica della siepe

Che la riforma-Bertoli sia improntata all’egualitarismo ideologico (stessi risultati per tutti) di sinistra, non è l’ennesima fantasia dei soliti populisti e razzisti con la mente contorta. A parte che lo hanno ribadito specialisti del calibro del già citato prof. Zambelloni intervistato dal portale Ticinolive (intervista che vale la pena leggere), l’andazzo emerge dai documenti ufficiali sulla “scuola che (speriamo non) verrà”. Lì – tra un mare di incredibili contorsionismi – si legge che la differenziazione pedagogica serve proprio a “promuovere il passaggio da una democrazia delle possibilità verso una democrazia della riuscita”. Se questo non è egualitarismo e conseguente livellamento verso il basso (la logica della siepe: per portare tutti gli arbusti alla stessa altezza, la siepe si abbassa sempre di più)…

Studi farlocchi

Quanto alle verifiche taroccate, per farsi dire quello che si vuole sentire, il CdS Bertoli ci scuserà, ma non siamo proprio nati ieri: le statistiche farlocche della SECO e dell’IRE su disoccupazione ed effetti del frontalierato in Ticino sono un esempio illuminante di come funziona il meccanismo. Basta attribuire al verificatore il mandato “giusto”, con gli indicatori “giusti”, ed il gioco è fatto. Se poi il verificatore dovesse per disgrazia anche essere legato a filo doppio con il Dipartimento…
Si ribadisce anche che i partiti cosiddetti borghesi – a cominciare dal PLR che ha retto il DECS per oltre un secolo ed ora si trova ridotto al ruolo di ancella – si sono fatti, platealmente, infinocchiare. Questo è un merito del capodipartimento. Il PLR ha proposto un modello alternativo destinato ad ingloriosa asfaltatura, ciò che non farà che rafforzare la “scuola rossa” proposta da Bertoli e dai vertici, parimenti ro$$i, del DECS.
Senza dimenticare che la “scuola che (speriamo non) verrà” costerà 35 milioni all’anno (come la riforma fisco-sociale la quale però, secondo la maggioranza del partito di Bertoli, provocherebbe apocalissi finanziarie nei conti pubblici, mentre per la scuola rossa i soldi ci sono). La sperimentazione triennale, dal canto suo, di milioni ne costerebbe 6.7.

Visto che il referendum contro la riforma-Bertoli pare essere riuscito – manca ancora la conferma ufficiale, ma il numero di firme raccolto dovrebbe mettere al riparo i promotori da sgradite sorprese – il popolo ticinese avrà la possibilità di dire la sua su un tema di grande importanza, sia politica che finanziaria.

Lorenzo Quadri

 

Scuola ticinese: un problema di mentalità?

La scuola ticinese necessita di un cambiamento di paradigma. Cambiamento che, è ovvio, non potrà avvenire dall’oggi al domani; dovrà comunque essere avviato il prima possibile.
E’ inutile farsi illusioni: la scuola (ma anche gli allievi e le loro famiglie) non potranno esimersi da un riorientamento nell’ottica di quelle che sono le richieste del mercato del lavoro. La libera circolazione delle persone ha spalancato il mercato del lavoro ticinese ad un quantitativo sterminato di manodopera residente della vicina Penisola, dove vigono tassi di disoccupazione giovanile tripli rispetto ai nostri (che già non scherzano). Altro che andare a raccontare fanfaluche sulle possibilità, per i nostri giovani, di lavorare nell’UE! Manodopera, badiamo bene, disposta a lavorare a paghe inferiori a quelle che sono invece necessarie a chi vive in Ticino per arrivare alla fine del mese.
In questo contesto, spiace dirlo, ma è chiaro che di spazio per il romanticismo non ne resta più. Eppure non è raro sentire, anche da responsabili del DECS, la fatidica frase: «studiate quello che più vi piace, che poi un lavoro lo troverete». Frottola clamorosa che può avere conseguenze devastanti. Guardiamoci attorno. Quanti svolgono il lavoro dei propri sogni? A parte il fatto che il lavoro non è un divertimento e sarebbe ipocrita tentare di venderlo come tale: abbandoniamo pericolose illusioni destinate ad infrangersi malamente, ed affrontiamo la realtà. Cominciando con l’eliminare le principali incoerenze. Si parla tanto della necessità di essere “competitivi”. Allora, bisogna anche che gli allievi più bravi possano esprimere le proprie potenzialità e non vengano invece frenati nell’ottica di un pericoloso livellamento verso il basso.
Inoltre, è evidente che le professioni “d’ufficio” sono sature; oggi, diversamente dal passato, sono prese di mira anche dai sempre più numerosi frontalieri. Mancano invece risorse nell’artigianato, nell’edilizia, nel sociosanitario. Si fa abbastanza per spiegare ai giovani – e soprattutto alle loro famiglie – che queste professioni al momento “poco gettonate” possono offrire possibilità di carriera, e di guadagno, superiori a quelle del lavoro in un ufficio? C’è da dubitarne. Ma non ci si può permettere di perdere altro tempo: una volta che anche questi settori saranno occupati da frontalieri, l’accesso ai ticinesi sarà precluso.
Altra misura necessaria: si metta il numero chiuso a formazioni “letterarie” ed “artistiche” prive di sbocchi professionali, troppo spesso scelte non per talento ma come  parcheggio. Con l’unico risultato di rimandare nel tempo l’impatto col mondo del lavoro, o piuttosto, del non-lavoro.
Ma se nelle aule si continuerà a vendere, più o meno esplicitamente, la chimera che tutti potranno guadagnarsi da vivere – e magari pure arricchirsi – divertendosi, si creeranno disoccupati, casi sociali ed invalidità psichiche.

Lorenzo Quadri