E noi dovremmo concedere la libera circolazione alla Turchia?

Ankara torna alla carica con l’adesione all’UE; e non è uno scherzo di Carnevale

 

Un paio di settimane fa il presidente (sempre che sia  questa  la definizione adatta) turco Erdogan si è recato in quel di Roma. Il “sultano”, come se “niente fudesse”, ha riportato sul tavolo la questione, che dovrebbe essere morta e sepolta, dell’adesione della Turchia all’Unione europea. E, già che c’era, si è pure messo a blaterare di “xenofobia”: evidentemente ha capito che, con certi occidentali calabraghe – a Berna e non solo – basta pronunciare questa parolina magica affinché le frontiere si spalanchino.

Nemico storico

La Turchia di Erdogan, che si è involuta a ritmo accelerato verso il radicalismo islamico ed il regime autoritario, è quanto di meno europeo ed eurocompatibile si possa immaginare. E non certo da oggi. Da secoli la Turchia è un nemico storico dell’Europa e del Cristianesimo. Vedi le varie battaglie di Lepanto e di Vienna. La sconfitta dei turchi alle porte della capitale imperiale diede origine, secondo le leggende culinarie, al Croissant (ripreso dalla mezzaluna islamica) e al cappuccino. Ma in precedenza anche un altro personaggio cristiano (ortodosso), che in questi giorni di Carnevale è stato ampiamente protagonista, acquisì fama per le battaglie contro l’avanzata islamica. Vlad III, voivoda (=principe) di Valacchia, meglio noto come Vlad Dracula, e poi solo come Dracula, morì alla fine del 1476 combattendo contro i turchi per difendere il proprio principato, oggi confluito nella Romania. (Quattro secoli dopo, il romanzo di Bram Stoker consegnò Dracula a fama “immortale”  – è il caso di dirlo –  aggiungendo il vampirismo alla lunga lista di nefandezze di cui il principe venne accusato in vita, accuse che conobbero larga diffiusione grazie all’invenzione della stampa a metà del Quattrocento. I pamphlet tedeschi contro Vlad sono probabilmente il primo esempio di campagna diffamatoria a mezzo stampa. Grazie a questi fascicoli, l’Europa poté apprendere con sadica libidine il dettaglio delle presunte atrocità commesse dal regnante valacco. Stoker quattro secoli dopo aggiunse alla lunga lista di addebiti anche il vampirismo: uno dei pochi crimini di cui mai Vlad venne accusato prima, malgrado nella sua terra la credenza in queste creature fosse ben radicata. Questo per una contraddizione in termini: secondo le simpatiche usanze del tempo, dopo la sua morte in battaglia la testa tagliata del voivoda venne portata al sultano turco come trofeo, ed esposta a Costantinopoli. Ma tagliare la testa ad un cadavere, assieme al notorio paletto di frassino conficcato nel cuore, era uno dei modi per distruggere un vampiro, rispettivamente per impedire che un morto lo diventasse. Di conseguenza, per il “buon” Vlad, una “carriera” vampiresca era esclusa a priori).

Finanziano la diffusione dell’integralismo

Tornando ai tempi nostri ed alla Turchia attuale. E’ forse il caso di ricordare che proprio da lì arrivano i finanziamenti a centri culturali islamici e a moschee che diffondono il radicalismo alle nostre latitudini. Ed è infatti per questo motivo che chi scrive ha proposto tramite mozione di impedire i finanziamenti esteri a tali organizzazioni. La mozione è stata approvata dalla maggioranza del Consiglio nazionale, contro la volontà del Consiglio federale e della ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga; gli Stati si devono ancora esprimere.

Aggiungiamo poi che l’autorità religiosa turca ad inizio anno ha sdoganato  le spose bambine di 9 anni, e siamo a posto! Pretendere che un paese del genere – che come detto è stato per secoli il nemico storico dell’Europa – entri nell’UE, può essere solo uno scherzo di Carnevale.

Braghe calate

E’ quindi scandaloso che i funzionarietti di Bruxelles, così bravi nel discriminare e ricattare gli svizzerotti fessi, non siano stati capaci di dire a Erdogan che di far entrare la Turchia nell’UE non se ne parla nemmeno. Né ora, né mai.

Intanto, Bruxelles ha calato le braghe davanti alla Turchia già nel 2016. Ha infatti accordato i visti agevolati ai cittadini turchi per lo spazio Schengen, malgrado i requisiti per la concessione di simili agevolazioni non fossero nemmeno lontanamente adempiuti.  Questo dopo che Ankara aveva minacciato, in caso di diniego, di lasciar passare tutti i finti rifugiati diretti ad ovest. Visto che anche la Svizzera fa parte dello spazio Schengen, le capitolazioni di Bruxelles sui visti  toccano direttamente anche noi.
Non osiamo quindi immaginare cosa succederebbe in caso – per fortuna si tratta per ora di ipotesi fantascientifica; ma per quanto? – di adesione della Turchia all’UE. La Svizzera dovrebbe estendere la libera circolazione al nuovo Stato membro della Disunione europea, dove il radicalismo islamico dilaga.

Un motivo in più per abolire quanto prima tale scellerato accordo bilaterale. Firmate tutti l’iniziativa popolare contro la libera circolazione!

Lorenzo Quadri

 

 

Che pagüra! Grappino Juncker sbrocca contro la Confederella

Il presidente della Commissione UE si scordi lo sconcio accordo quadro istituzionale

Al presidente “diversamente astemio” della commissione europea, Jean-Claude “grappino” Juncker, la faccia di tolla non fa mai difetto. Costui in un’intervista alla SRF arriva ad accusare la Svizzera per il peggioramento (?) dei rapporti bilaterali con la fallita UE. Peggioramento imputabile, a suo dire, al fatto che la Confederella ancora non ha concluso lo sconcio accordo quadro istituzionale.

Più volte abbiamo ripetuto che, prima di mettere un microfono davanti a questo bieco personaggio, bisognerebbe fargli soffiare nel palloncino.

Levarselo dalla testa

Tanto per cominciare, caro Juncker: l’accordo quadro istituzionale tu ed i tuoi scagnozzi ve lo levate dalla testa. Metteteci una bella croce sopra perché non l’avrete mai! Capiamo che per Juncker, bramoso di comandare in casa nostra, è una realtà dura da accettare, ma può sempre tirarsi su il morale con un bel doppio whisky.

Non ancora contento della boiata profferita, Juncker prosegue dichiarandosi comunque “amico della Svizzera”. Certo, come no. Peccato che il suo concetto di amicizia sia, per usare un paragone molto in voga di questi tempi, di stampo “weinsteiniano”. Come il famigerato produttore-zozzone Harvey Weinstein, anche Juncker dimostra la sua “amicizia” nei confronti della Confederella tentando di metterle le mani addosso. Non ottenendo quello che vuole, perché la partner rifiuta, passa ai ricatti e alle minacce.

Amici?

Con quale faccia di tolla Juncker si dichiara amico della Svizzera e poi, il giorno dopo aver ottenuto dai camerieri dell’UE in Consiglio la promessa di un regalo di 1.3 miliardi di franchi, decide assieme ai suoi eruofunzionarietti di discriminare la Svizzera limitando ad un anno la durata dell’equivalenza della borsa?

“Grappino” Juncker, è così che tratti gli “amici”, oltretutto quelli che ti promettono soldi?

La discriminazione nei confronti del nostro paese è così plateale che perfino i camerieri di Bruxelles a Palazzo federale si sono sentiti in dovere di prodursi in una flebile protesta (senza peraltro avere nemmeno gli attributi di dire agli eurofalliti che il contributo di 1.3 miliardi se lo possono definitivamente scordare).

Da notare che 11 Stati membri UE hanno protestato contro questa decisione. Tra questi non figura però l’Italia. A dimostrazione che i vicini a sud non sono affatto nostri amici, ma vogliono solo sfruttarci e prenderci per i fondelli. Per cui sarebbe finalmente ora che, sia a Berna che a Palazzo delle Orsoline, “qualcuno” aprisse gli occhi e si decidesse a comportarsi di conseguenza. Ad esempio cominciando col bloccare i ristorni dei frontalieri.

Chi ha promesso?

La parte di più inquietante delle dichiarazioni dell’eurograppino è però la seguente: “più volte mi è stato promesso dagli svizzeri (si intende ministri svizzeri) la conclusione dell’accordo quadro internazionale, che però non è stata mai raggiunta”. Ohibò. Ci piacerebbe proprio sapere chi si è avventurato in simili scellerate promesse! Forse il PLR Didier “dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèèr che per fortuna ha levato le tende? O c’è anche qualcun altro ancora in carica, magari una delle consigliere federali sbaciucciate da Juncker durante le sue visite? E’ evidente che chiunque si sia avventurato dichiarazioni di questo tipo va lasciato a casa in quanto traditore della Svizzera!

Quanto alle promesse: dovessimo conteggiare noi tutte le volte che il Belpaese ci ha promesso il nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri…

Lorenzo Quadri

Far entrare la Turchia nell’UE? Qualcuno sta dando i numeri!

Un motivo in più per disdire la devastante libera circolazione delle persone!

 

Proprio vero che non c’è limite al peggio: lo scorso fine settimana è giunto a Roma il presidente (?) turco Erdogan. Il quale ha avuto la bella idea di tornare a remenarla con l’adesione della Turchia all’Unione europea.

Qui qualcuno non ha capito da che parte sorge il sole.

Tanto per cominciare, si dà il caso che la Turchia sia lontana anni luce dall’UE e dall’Europa in generale! Grazie al “buon” Erdogan, infatti, il paese ha sterzato alla grande verso l’estremismo islamico. Ad inizio di quest’anno (del 2018; non del 1018…) sono pure state sdoganate le spose bambine di 9 anni.

Finanzia l’Islam radicale

Inoltre, non dimentichiamo che tra chi è indiziato (eufemismo) di finanziare moschee e centri culturali islamici che diffondono il radicalismo in Occidente – Svizzera compresa – c’è proprio il governo turco. Non a caso chi scrive ha presentato una mozione in Consiglio nazionale che chiede il divieto di finanziamenti esteri a moschee e centri culturali musulmani, oltre all’obbligo per questi istituti di fare trasparenza sui conti e, per gli imam, di predicare nella lingua locale (affinché tutti possano capire quello che dicono e affinché gli imam la imparino, la lingua del posto).

La mozione è stata approvata alla Camera del popolo a stretta maggioranza. Con la furente opposizione, ça va sans dire, della ministra del “Devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga. Chiaro: i piani antiradicalismo della Simonetta non servono ad un tubo. Si limitano a scaricare improbabili compiti sul groppone dei Comuni, naturalmente senza allocare le risorse finanziarie che servirebbero a svolgerli. Ma è chiaro: l’unico obiettivo dell’operazione è quello di lavarsi la coscienza. Di poter dire che, per combattere il dilagare dei jihadisti in Svizzera, “il Consiglio federale sta facendo”. Ed invece non sta facendo un tubo, in quanto le uniche proposte efficaci vengono respinte per partito preso, strillando al razzismo e alla discriminazione!  Intanto la Svizzera diventa il Paese del Bengodi per l’estremismo islamico, visto che abbiamo leggi a colabrado, tribunali buonisti-coglionisti, Ministri che pretendono di fare entrare tutti, ed in più  il nostro Stato sociale è scandalosamente generoso con gli immigrati non integrati; compresi i seguaci dell’Isis.

Se poi si pensa che la Ministra di Giustizia, la già citata kompagna Simonetta, è un’esponente del P$, cioè del partito che vuole rendere l’Islam religione ufficiale in Svizzera, ben si capisce che ci troviamo immersi nella palta fino al collo.

Scenari catastrofici

Del resto, che col ritornello del “razzismo e xenofobia” si ottiene ogni sorta di calata di braghe da parte degli occidentali imbesuiti dal politikamente korretto, l’ha ben capito lo stesso Erdogan (più furbo che bello). Che infatti nella sua visita a Roma l’ha immediatamente tirato in ballo…

A lasciare basiti è che da Bruxelles non sia giunto un njet perentorio all’aberrante ipotesi di adesione all’UE della Turchia, che di europeo non ha proprio niente e che anzi dell’Europa è nemico storico.

Immaginiamoci dunque, nella (per fortuna) fantascientifica ipotesi in cui la Turchia dovesse diventare Stato membro della DisUnione europea, quali sarebbero le conseguenze per gli svizzerotti: estensione della devastante libera circolazione delle persone ad Ankara! Frontiere spalancate ad un paese dove almeno il 98% della popolazione è musulmana (quanti i radicalizzati?)!

Visto che uno scenario del genere sarebbe a dir poco catastrofico, ecco un valido motivo in più per far saltare quanto prima la libera circolazione tra Svizzera e fallita UE! Sotto con le firme!

Lorenzo Quadri

La partitocrazia insiste: vuole svendere la Svizzera

Si riempie la bocca con i valori elvetici per il proprio tornaconto. Ma poi…

La casta si agita scompostamente contro la “criminale” iniziativa No Billag. Neanche da essa dipendesse l’esistenza della nazione. Ma i temi importanti sono altri. Ad esempio i rapporti con i balivi UE, argomento fondamentale per il futuro del nostro Paese. Lo scorso fine settimana il presidente nazionale uregiatto Gerhard Pfister è uscito allo scoperto. Secondo lui, la Svizzera dovrebbe adottare il diritto della fallita UE. In sostanza, il PPD ci viene a dire, come il P$, che dovremmo farci dettare le leggi (nel senso letterale del termine) da Bruxelles. Alla faccia della nostra sovranità e della nostra autonomia! E poi lo stesso PPD, naturalmente solo quando gli torna comodo, viene a raccontarci storielle sui valori svizzeri? Per fortuna!

Referendum a raffica?

Gli uregiatti, bontà loro, pensano di preservare la democrazia elvetica inserendo un’eccezione alla ripresa automatica del diritto comunitario. Vale a dire: la Svizzera adotta in linea di principio il diritto UE, a meno che i cittadini non lo rifiutino tramite un referendum. Trovata geniale, non c’è che dire. Il buon Pfister sa sicuramente che lanciare un referendum non è di sicuro una passeggiata. Per mandare in porto l’operazione ci vogliono soldi, ci vuole organizzazione, ci vuole lavoro. E chi sarebbe chiamato metterceli? Non certo la partitocrazia cameriera dell’UE, la quale mai si sognerebbe di raccogliere le firme per contrastare tramite referendum la volontà dei padroni di Bruxelles. Il compito quindi graverebbe tutto sul groppone sempre della solita area politica: quella dell’Udc-Lega, ovviamente. Che, altrettanto ovviamente,  non può certo permettersi (nessuno potrebbe) di lanciare referendum a raffica. Dovrebbe quindi concentrarsi solo su quelli più importanti, col fatale risultato di lasciar correre svariate cose. Così, pezzo dopo pezzo, il modello svizzero va a ramengo! Grazie partitocrazia! Ecco dunque chiarito, nel caso sussistessero ancora dei dubbi, da che parte sta il PPD: da quella di chi vuole svendere il nostro Pese all’UE.

Allo sbando

Il Consiglio federale dal canto suo, pare allo sbando. Al punto che, subito dopo la chiusura del Forum di Davos, il kompagno Alain Berset, presidente di turno della Confederella, ha dovuto riprendere i colleghi. Perché ognuno, sulla questione dei rapporti con la Disunione europea, faceva il proprio verso, ed i ministri si contraddicevano a vicenda. Ohibò: evidentemente qualcuno,  magari dopo aver parlato per una decina di secondi con Trump (massimo della conversazione: “Hi Donald, how are you?”) si è montato la testa e adesso s’immagina di essere importante; di poter pontificare.

Ma già la semplice circostanza che tutti si improvvisino ministri degli esteri, scavalcando senza problemi il buon KrankenCassis, dimostra che il peso specifico di quest’ultimo è ben scarso. Questo implica che non ci sarà nessun tasto reset nei rapporti con l’UE. Al massimo ci sarà il tasto “enter”: quello che serve per eseguire gli ordini in arrivo da Bruxelles

E il famoso regalo?

Da notare che da un po’ non si parla più dello scandaloso regalo di 1.3 miliardi che il Consiglio federale vorrebbe fare a Bruxelles senza uno straccio di motivo né di contropartita. Dopo l’ultimo sconcio ricatto degli eurofunzionarietti, che  – malgrado il regalo promesso – vorrebbero limitare l’equivalenza delle borse svizzere ad un anno, e questo per ottenere la sottoscrizione (appunto) dell’accordo quadro istituzionale,  da Berna era giunta una parvenza di retromarcia. Non risulta però che il tema sia stato ulteriormente affrontato. Non vorremmo quindi che l’improvviso “sussulto s’orgoglio” (chi si accontenta…) dei camerieri dell’UE fosse semplicemente stato uno specchietto per le allodole, volto ad accontentare il popolazzo. Il WEF sarebbe stato un forum interessante per chiarire alcune cosette; a partire proprio dall’annullamento dell’improponibile regalo. Ma non un cip si è udito in tal  senso. Se ne deduce che la calata di braghe continua. Per non sbagliare, dunque, tutti a firmare l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone. Avanti con lo Swissexit!

Lorenzo Quadri

 

Braghe calate con l’UE: i plateali autogol dei ro$$overdi

Fine delle misure accompagnatorie alla libera circolazione e disastri ambientali

 

La gauche-caviar “nostrana” (nostrana si fa per dire, visto l’alto tasso di naturalizzati pluripassaporto) insiste nella svendita della Svizzera all’UE. E poi ha ancora la faccia di tolla di riempirsi la bocca con i “valori elvetici” nella sua isterica jihad contro l’iniziativa No Billag (la gauche-caviar teme infatti che la SSR, che da mezzo secolo fa propaganda di $inistra finanziata da tutti i cittadini, esca perdente dalle urne).

Il presidente del P$$ kompagno Christian Levrat, quello che vuole l’islam religione ufficiale in Svizzera, dunque insiste: bisogna firmare subito lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE, quello che ci trasformerebbe a tutti gli effetti in un baliaggio di Bruxelles. Il prossimo passo sarà mandare a casa Consiglio federale e Parlamento ed insediare a Berna un “gerente” nominato direttamente dagli eurofunzionarietti; analogamente a quanto accade ai Comuni commissariati.

Misure accompagnatorie addio

La posizione del presidente del P$$ non sorprende: il suo partito, che è sempre e sistematicamente schierato contro la Svizzera e contro gli svizzeri, vuole l’adesione all’UE. Ma il  buon Levrat, con la sua insistenza a favore dell’ accordo quadro istituzionale – quello che “Grappino” Juncker ha il coraggio di definire “accordo d’amicizia” –, va incontro ad una clamorosa figura marrone.

Infatti il presidente del P$$ sembra non essere in chiaro sul fatto che la prima conseguenza del bramato accordo quadro sarebbe la fine delle misure d’accompagnamento alla devastante libera circolazione delle persone; quelle che servirebbero a contrastare il dumping salariale. Tali misure verrebbero spazzate via in quanto ostacolo al libero accesso ai mercati. In effetti, le aziende (in particolari edili, ma non solo) dei paesi a noi vicini vogliono arrivare in Svizzera da conquistatrici, facendo  fuori gli operatori locali a suon di prezzi dumping.

Ecco la coerenza rossa

Ora, queste misure accompagnatorie sono più che altro dei cerotti sulla gamba di legno. Non sono certo la panacea. Ma non c’è alcun motivo per cui ci dovremmo privare di questo piccolo aiutino.

Ma soprattutto: i kompagni, le misure accompagnatorie le hanno sempre sostenute a spada tratta. Le hanno addirittura poste come condizione (farlocca) per il loro sì agli accordi bilaterali. E adesso il “buon” Levrat, infoiato di europeismo, le vuole gettare a mare? Sarebbe questa la “coerenza” con cui la $inistruccia ama riempiersi la bocca? Oppure il presidente del P$$ blatera di sottoscrivere l’accordo quadro con Bruxelles senza nemmeno conoscerne i contenuti? E allora la domanda diventa: sarebbe questa la “conoscenza dei dossier” dei kompagnuzzi? E cosa ne pensano all’interno del P$$?

Verdi come le angurie

Figura non molto migliore, sempre per restare a $inistra, la fanno i Verdi ticinesi. I quali hanno respinto scandalizzati l’invito del presidente dell’Udc ticinese Piero Marchesi ad aderire alla raccolta delle firme per l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone (firmate tutti!). Questo perché, secondo i Verdi, non si può pretendere l’accesso ai mercati senza accordare ai partner il diritto all’invasione della Svizzera tramite immigrazione scriteriata. Accipicchia, ma questi Verdi sì che sono dei grandi statisti! Peccato che ci siano invece un sacco di accordi commerciali, vedi ad esempio quello con la Cina, che non contemplano affatto la libera circolazione. Quest’ultima infatti è semplicemente una paturnia internazionalista che ha fatto solo disastri e che verrà giustamente spazzata via dalla storia.

Ma, nel njet dei Verdi, a lasciare di palta è come gli ecologisti nostrani, imbevuti di ideologia spalancatrice di frontiere, chiudano gli occhi davanti all’evidenza.

Le frontiere spalancate hanno infatti conseguenze deleterie anche sull’ambiente: vedi i 65’500 frontalieri che entrano quotidianamente in Ticino uno per macchina, inquinando a tutto spiano ed intasando le strade. Idem dicasi per le svariate migliaia di padroncini. E i rifiuti solidi urbani che essi producono (rüt) mica se li riportano a casa.

Altrettanto deleterio per l’ambiente è l’accordo bilaterale sui trasporti terrestri, concluso dal kompagno Moritz Leuenberger, che ha trasformato la Svizzera in un corridoio di transito a basso costo per TIR UE. Il palese conflitto tra protezione dell’ambiente ed immigrazione scriteriata l’aveva visto benissimo l’iniziativa Ecopop. Ma i Verdi al proposito non hanno nulla da dire. Per loro le frontiere spalancate sono molto più importanti della tutela dell’ambiente. Perché costoro sono come le angurie: verdi fuori ma rossi dentro. D’altra parte, se gli ecologisti sono contenti di fare i soldatini (per non dire gli “utili idioti”) del P$, buon per loro. I frutti li raccoglieranno alle prossime elezioni.

Lorenzo Quadri

 

 

Bandiera UE, Locarno dice No. Un esempio da seguire!

Buzzini (Lega): “Anche il Consiglio federale dice che l’UE discrimina la Svizzera”

 

Grande agitazione sulle rive del Verbano, per una decisione del Municipio di Locarno che risale in realtà a due anni fa. Dal protocollo cittadino è infatti stata radiata la disposizione che prevedeva l’esposizione della bandiera europea il 5 maggio.

A tal proposito, è bene precisare che nessun Comune è costretto ad esporre la bandiera blu stellata. La Confederazione ed i Cantoni in genere “invitano” gli enti locali a procedere all’esposizione per commemorare la fondazione del Consiglio d’Europa (5 maggio 1959) a cui la Svizzera aderisce dal 1963.

Il problema è noto: la bandiera blu stellata nata come simbolo del Consiglio d’Europa, è poi stata ripresa dall’UE. Per il “cittadino medio”, dunque, quella è, semplicemente, la bandiera dei balivi UE. Che nulla hanno da spartire con lo spirito del Consiglio d’Europa (che contempla ad  esempio la “tutela della democrazia parlamentare”).

Decisione del 2016

“Dell’esposizione o meno della bandiera UE in occasione della ricorrenza del 5 maggio – spiega Bruno Buzzini, municipale leghista di Locarno – si è discusso in una delle prime sedute della corrente legislatura. Il tema figurava all’ordine del giorno verosimilmente a seguito delle proteste che il municipio aveva ricevuto l’anno prima. Ho quindi preso la parola esponendo le mie ragioni contrarie all’esposizione della bandiera, e la maggioranza dei colleghi mi ha seguito. Il “caso” nasce adesso perché solo ora è stata pubblicata l’ordinanza municipale con la relativa modifica del protocollo. Ma dopo quella decisione del 2016 la bandiera UE non è stata più esposta”.

Che riflessioni sono state fatte per arrivare alla decisione di non esporre la bandiera? “Ho sollevato una serie di punti – risponde Buzzini -. Tanto per cominciare: giocare sul fatto che la bandiera blu con le stelle è la bandiera del Consiglio d’Europa è una presa in giro. Il cittadino la percepisce come quella dell’UE ed è da questo presupposto che dobbiamo partire. Ciò detto, l’UE discrimina la Svizzera. Questo non lo affermo io. Lo ha detto di recente il Consiglio federale in relazione alla questione dell’equivalenza delle borse. A questo si aggiunge che la Svizzera rimane iscritta su talune liste nere  e grigie, che l’accordo con l’Italia sulla fiscalità dei frontalieri è ben lungi dall’essere sottoscritto, che la reciprocità resta una chimera dal momento che le aziende ticinesi non battono un chiodo nel Belpaese, eccetera. Tutti questi elementi hanno convinto,  già nel 2016, la maggioranza municipale che non c’è motivo di esporre la bandiera dell’UE il 5 maggio. Ciò non significa che il  Municipio non condivida i valori del Consiglio d’Europa. Se quest’ultimo un domani deciderà di dotarsi di una propria bandiera, chiaramente riconoscibile come tale, sarei favorevole alla sua esposizione. Ma, finché questo non accadrà…”.

Villaggio di pescivendoli?

Naturalmente i fan dell’UE non hanno gradito la decisione locarnese. Particolarmente virulenta, ad esempio, la reazione del presidente della sezione ticinese del Numes, Jacques Ducry. Il quale si è scagliato contro Locarno che, a suo dire, senza l’Europa, oggi sarebbe “un villaggio di pescivendoli”.

“Magari – ironizza Buzzini – se i locarnesi fossero ancora pescivendoli adesso un lavoro l’avrebbero. Invece, con la libera circolazione delle persone e conseguente degrado del mercato del lavoro ticinese,  ogni anno la città spende due milioni di Fr per l’assistenza. Una cifra che è raddoppiata in poco tempo “grazie” all’UE”.

Esempio da seguire

C’è dunque da sperare che molti altri comuni, ed in particolare quelli grossi, vorranno seguire l’esempio di Locarno.

Quanto alla principale città del Cantone, Lugano: da qualche anno il 5 maggio “misteriosamente” non compare più alcuna bandiera dell’UE. Ohibò, chissà come mai?

Poche chances invece per una decisione a livello cantonale: una mozione in tal senso presentata dal deputato leghista Boris Bignasca è infatti stata respinta a larga maggioranza dal Gran Consiglio.

Lorenzo Quadri

Libera circolazione, la vera battaglia epocale

L’iniziativa partita nelle scorse settimane determinerà il futuro della Svizzera

Gli spalancatori di frontiere non perdono occasione per opporsi con veemenza ad ogni minimo freno all’invasione da sud di questo sfigatissimo Cantone.

Dopo aver azzerato il 9 febbraio, combattono accanitamente contro la preferenza indigena votata dai ticinesi. Perché vogliono essere liberi di assumere frontalieri a go-go. Come detto in più occasioni, attendiamo al varco gli esponenti del triciclo PLR-PPD-P$ al momento del voto in Gran consiglio sull’iniziativa “Prima i nostri”. La quale, è bene ribadirlo, ha ottenuto pure la garanzia federale. Altro che “sa pò mia”!

I soldatini insorgono

Accade ora che i soldatini degli ambienti economici insorgono con toni esagitati e melodrammatici perfino contro la modesta iniziativa parlamentare, appena approvata dal legislativo cantonale con l’opposizione dell’ex partitone,  che chiede di controllare sistematicamente i contratti di lavoro prima del rilascio di permessi a stranieri.

Detti soldatini, dunque, non hanno alcuna  volontà di rimediare all’attuale situazione disastrosa, dominata da dumping salariale, sostituzione di residenti con frontalieri, aziende italiche insediate in Ticino che assumono solo frontalieri pagandoli mille franchi al mese (o anche meno), eccetera eccetera.

La giustificazione del Njet? Sempre la solita: la presunta contraddizione con l’accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone.

Accordo che ormai è diventato un coperchio per tutte le pentole. Da tirar fuori per sabotare ogni tentativo di tutelare i ticinesi dalle deleterie conseguenze delle frontiere spalancate.

Fosse vero che…

Ebbene questa è l’ennesima dimostrazione che la libera circolazione deve saltare! Fosse vera la tesi dei soldatini delle associazioni economiche, secondo cui perfino l’iniziativa per i controlli preventivi dei permessi sarebbe incompatibile con la libera circolazione, ciò vorrebbe dire che le tanto decantate misure accompagnatorie, con cui la partitocrazia da anni si riempie la bocca senza che se ne venga ad una, sono un bidone. Poiché sarebbero concessi al massimo dei cerotti sulla gamba di legno.

Ecco quindi un motivo in più per cui la libera circolazione delle persone, che in Ticino ha fatto solo disastri, va cestinata. Da una votazione sulla libera circolazione sì che dipende il futuro della Svizzera; altro che No Billag! E sentire gli spalancatori di frontiere che ipocritamente invocano la svizzeritudine – quella stessa svizzeritudine che hanno sempre picconato ad oltranza, considerandola disdicevole se non scandalosa, perché il pensiero unico impone di essere “aperti, multikulti ed eurocompatibili” – per difendere il canone più caro d’Europa, è semplicemente ripugnante.

Iniziativa indispensabile

Come noto, l’iniziativa popolare contro la libera circolazione delle persone è stata lanciata nelle scorse settimane. Si tratta di un’iniziativa molto attesa. Un’iniziativa resa necessaria dalla rottamazione del “maledetto voto” del 9 febbraio ad opera del triciclo PLR-PPD-P$$ alle Camere federali. I camerieri dell’UE in Consiglio federale e la partitocrazia sono corsi ad inginocchiarsi davanti agli eurobalivi, che dagli svizzerotti pretendono le frontiere totalmente spalancate per potersene approfittare. In queste circostanze, e con una partitocrazia che tradisce la volontà popolare sgradita, è ovvio che c’è una sola soluzione: affrontare il problema in modo radicale. Quello che si prospetta è dunque un voto sulla Swissexit.

Il lavaggio del cervello

Naturalmente partitocrazia e stampa di regime, in particolare dopo il 5 marzo – prima sono tutti sulle barricate a difendere il canone più caro d’Europa estorto anche a chi non guarda la TV né ascolta la radio – saranno a tempo pieno impegnate nella campagna di lavaggio del cervello ai cittadini. Con l’obiettivo di “convincerli”, a suon ricatti e di balle di fra’ Luca (oggi  più castamente si parla di “fake news”) che sarebbe criminale riprendersi l’autonomia di decidere chi entra in Svizzera e chi no. Uella! Al forum di Davos, il “vituperato” (vituperato in primis dalla Pravda di Comano, quella che farebbe “informazione di qualità ed indipendente”, come no) Donald Trump è stato molto chiaro. Gli USA decideranno chi far entrare e chi no a seconda di quanto il nuovo arrivato contribuirebbe al benessere del paese. Ci pare lineare. Noi invece, con la devastante libera circolazione delle persone, aggravata da una serie di sentenze buoniste-coglioniste del Tribunale federale, facciamo entrare anche tutta la foffa.

Clausola ghigliottina

Ovviamente i camerieri dell’UE combatteranno l’iniziativa contro la libera circolazione puntando sul catastrofismo ed invocando la cosiddetta “clausola ghigliottina”. Ovvero: cade un accordo bilaterale, cadono tutti.

E allora?

Punto primo: l’UE dai bilaterali ci guadagna eccome, e quindi non ha alcun interesse a buttare tutto a mare.

Punto secondo: non c’è alcun bisogno della libera circolazione delle persone per concludere trattati commerciali vantaggiosi. Quelli con la Cina, ad esempio, mica contemplano l’immigrazione scriteriata! La libera circolazione è frutto da un lato di paturnie ideologiche di sedicenti “progressisti” al caviale, dall’altro dell’avidità di chi per il proprio tornaconto vuole sfruttare la manodopera estera a scapito dei lavoratori svizzeri. La sua traduzione in pratica è stata un fallimento totale.

Punto terzo: quello sulla libera circolazione delle persone non è  certo l’unico trattato-ciofeca con l’UE. L’accordo sul transito terrestre, ad esempio, ha trasformato la Svizzera in corridoio a basso costo per TIR europei.  Ringraziamo in coro a cappella il kompagno Moritz “Implenia” Leuenberger che ha negoziato una tassa sul traffico pesante ridicola per i bisonti UE.

Ripetere l’exploit

Se saltano i Bilaterali, la Svizzera non va incontro ad alcun Armageddon. Quindi, nessuna remora nel firmare e far firmare l’iniziativa contro la devastante libera circolazione delle persone. E nessun cedimento davanti al becero terrorismo di regime. Già vent’anni fa volevano farci credere che, se la Svizzera non avesse aderito allo SEE, ci saremmo trasformati in un paese del Terzo Mondo. E invece, se la Svizzera esiste ancora, è proprio grazie a quello “scellerato” No! E’  giunto il tempo di ripetere quell’exploit.

Lorenzo Quadri

 

 

 

La fregnaccia dei “Paesi amici”!

I vicini italici e francesi sono i primi a discriminarci. Poi accusano noi!

Gli eurobalivi discriminano la Svizzera in maniera plateale. Il caso dell’equivalenza delle borse garantita solo per un anno è esemplare. Lo svolgimento di tutta la vicenda sembra ripreso, pari pari, dal Manuale della perfetta presa per i fondelli.

Prima l’UE accorda l’equivalenza senza limitazioni. Poi il presidente non astemio della Commissione europea, Jean-Claude “Grappino” Juncker, arriva in Svizzera a sbaciucchiare la Doris e la Simonetta e ottiene in cambio la promessa dei camerieri dell’UE di versare ai balivi di Bruxelles un regalo da 1.3 miliardi di franchetti. Soldi del contribuente. Che verrebbero versati a titolo di regalo, senza alcuna contropartita. Perché ogni desiderio dei padroni di Bruxelles, per i camerieri bernesi, è un ordine. E non veniteci a raccontare la fetecchiata che questi  demenziali “regali” sono nell’interesse della Svizzera e che servono a frenare il flusso migratorio, perché non se la beve più nemmeno il Gigi di Viganello. Di miliardi di coesione ne abbiamo già versati, e non hanno ridotto l’immigrazione di una sola unità.

Il ricatto

Passano un paio di giorni ed i balivi UE, incassata la promessa del miliardo e trecento milioni, fanno retrofront sull’equivalenza delle borse, e ne limitano la durata ad un solo anno. Perché? Perché, nelle trattative con gli svizzerotti, non ci sarebbero stati sufficienti progressi sul fronte dello sconcio accordo quadro istituzionale. Un accordo capestro, ripetiamo per l’ennesima volta, che – se venisse approvato – costituirebbe la pietra tombale della nostra sovranità e della nostra indipendenza. E il colmo è che la partitocrazia starnazza alla “patria in pericolo” (uhhh, che pagüüüraaa!) per denigrare l’iniziativa “No Billag”, però vuole sottoscrivere l’accordo quadro istituzionale!

Contromisure? Non sia mai!

Il Consiglio federale, mica la Lega populista e razzista, ha dovuto dichiarare (sommessamente ed educatamente, sia chiaro) che limitare al 2018 l’equivalenza della piazza finanziaria è “discriminatorio” nei confronti della Svizzera. Sicuramente a Bruxelles saranno stati presi da repentini disordini intestinali davanti ad una dichiarazione tanto bellicosa!

In realtà non solo la Svizzera è discriminata, ma viene anche ricattata in modo vergognoso. Evidentemente gli eurobalivi credono di potersi permettere tutto; perché qualcuno glielo ha lasciato credere. Inutile dire che il Consiglio federale non ha annunciato una chiara revoca della disponibilità a procedere col regalo miliardario (su cui si dovrà esprimere il parlamento). Men che meno ha parlato di adottare contromisure. Non sia mai! E dire che procedere in questo senso sarebbe stato quel che si dice “il minimo sindacale”.

Ci sabotano a loro vantaggio

Nei giorni scorsi è arrivata l’ultima puntata. 11 Stati membri hanno criticato la decisione della Commissione UE di concedere l’equivalenza alla piazza finanziaria svizzera solo per un anno. Tra i firmatari figurano i paesi dell’Europa dell’Est. Chiaro: se il contributo di coesione da 1.3 miliardi salta, sono i primi a perderci. Ma, come spesso accade, più interessante della lista dei presenti è quella degli assenti.

Infatti tra i firmatari non si vedono gli “amici” italici. E nemmeno i francesi. Evidentemente questi paesi, ben lungi dall’essere appunto “amici”, vogliono semplicemente sabotare, a proprio vantaggio, la piazza finanziaria elvetica.
La vicina Penisola, che ad ogni piè sospinto strilla al nostro indirizzo accuse di “discriminazione”, è dunque la prima a voler discriminare la Svizzera: che tolla!
L’Italia ci discrimina, e noi continuiamo a versare i ristorni, non chiudiamo i valichi secondari di notte, e – soprattutto – non applichiamo la preferenza indigena votata dal popolo? I vicini a sud ci prendono per i fondelli in ogni modo e noi nemmeno facciamo quanto è perfettamente in nostro potere per tutelarci? Ma bisogna proprio essere caduti dal seggiolone da piccoli!

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

Intanto i balivi dell’UE continuano a ricattarci

I “cento giorni” di KrankenCassis e le operazioni di marketing… sul nulla?

 

Il Consigliere federale binazionale Ignazio KrankenCassis ha tenuto nei giorni scorsi a Lugano il bilancio dei suoi primi cento giorni in governo. Non si è ben capito cosa abbia fatto di così importante in questi tre mesi da sentire l’esigenza di presentarne un resoconto pubblico. Evidentemente si tratta di una semplice operazione di marketing, come ben dimostra la scenografia con scatole, cubi e triangoli colorati di cartone (probabilmente requisiti da un asilo d’infanzia nelle vicinanze).

La conferenza si è tenuta a Lugano poiché il Ticino è “terra d’origine” del ministro degli esteri (a noi risulta invece che la terra d’origine sia più a sud…) e perché il nostro Cantone “sull’Italia (equiparata all’UE) è scettico come nessun’altra regione di confine”.

Chissà come mai?

Ohibò, chissà a cosa si deve questo “scetticismo” (chiamiamolo così) ticinese? Forse al fatto che la partitocrazia, in primis proprio il PLR di KrankenCassis, ha mandato il nostro Cantone allo sbaraglio con la devastante libera circolazione delle persone? Intanto il PLR non solo rifiuta categoricamente la preferenza indigena (perché gli imprenditori liblab devono essere liberi di assumere frontalieri a go-go lasciando a casa ticinesi), ma non ne vuole sapere nemmeno di misure di piccolo cabotaggio quali ad esempio i controlli preventivi sui permessi di lavoro. L’ex partitone ha votato contro i controlli in Gran Consiglio; il presidente del partito si è vantato di questo njet; i  soldatini PLR piazzati nelle associazioni economiche  hanno sbroccato contro la maggioranza parlamentare rea  di averli approvati.

E non osiamo immaginare quante ne dirà ancora l’ex partitone contro “Prima i nostri” quando si tratterà di votare in Gran Consiglio… Noi, ovviamente, attendiamo al varco e pubblicheremo sul Mattino nome e cognome dei deputati che si esprimeranno contro quanto votato dalla maggioranza dei ticinesi.

Notizia sconvolgente?

Al di là di questo, Cassis nella sua conferenza ha dichiarato un paio di altre cosette, del tipo: “La Svizzera è intenzionata a trovare un accordo quadro sulle questioni istituzionali ma questa intesa non deve essere fine a se stessa e sottoscritta a qualsiasi costo”. Ah ecco, sarebbe questo il famoso tasto reset? Sarebbe questa la notizia sconvolgente? E ci sarebbe mancato altro che ci si venisse a dire che bisogna sottoscrivere a qualsiasi costo! Che una trattativa possa anche sfociare in nessun accordo, è semplicemente ovvio. Lo scandalo è semmai che qualcuno continui a tentare di farci bere la fregnaccia che la Svizzera deve sempre e comunque calare le braghe con l’UE, in caso contrario arriva l’Apocalisse.

La frottola dei “Paesi amici”

Inoltre, è ora di darci un taglio anche con la storiella dei “paesi amici”. Il presidente non astemio della Commissione europea, Jean-Claude “grappino” Juncker, ha avuto la faccia tosta di definire l’accordo quadro istituzionale con l’UE un “accordo di amicizia”. Amicizia un fico. Questo delirante trattato permetterebbe ai balivi di Bruxelles di comandare in casa nostra.  Cosa che nessuna nazione indipendente  e sovrana potrebbe tollerare. I cosiddetti “paesi amici” si fanno semplicemente gli affari propri approfittandosene degli svizzerotti. Lo si vede benissimo con la devastante libera circolazione delle persone e con l’assalto alla piazza finanziaria svizzera. Ed infatti, ma guarda un po’, i sedicenti “amici” italici e francesi non figurano tra gli 11 firmatari della lettera di critiche all’indirizzo della commissione UE per la decisione di riconoscere l’equivalenza alla borsa svizzera solo per un anno. Decisione che è smaccatamente discriminatoria.

Scendere dal mirtillo

Di “amicizia” non c’è l’ombra; per cui la prima cosa che potrebbero fare i camerieri dell’UE in Consiglio federale, è scendere dal mirtillo e piantarla di immaginare che tutti ci vogliano bene e che propongano accordi che sarebbero nel nostro interesse (tutti buoni samaritani?); perché sono balle di fra’ Luca. Grazie a questa mentalità – che non si può nemmeno definire “buonista-coglionista” dal momento che è coglionista e basta – gli svizzerotti si sono fatti infinocchiare in passato, si fanno infinocchiare nel presente e continueranno a farlo anche in futuro.

Certo che se pensiamo di andare a farci valere a Bruxelles mandando a fare il negoziatore capo l’ennesimo burocrate eurofilo ed euroturbo, ovvero il buon Roberto Balzaretti appena promosso da KrankenCassis…

Tutti nel piatto

Intanto, dopo il forum di Davos, il presidente di turno della Confederella kompagno Alain Berset ha richiamato all’ordine i consiglieri federali: ognuno ha fatto il proprio verso sulla questione dei rapporti con l’UE rilasciando dichiarazioni manifestamente contraddittorie. Se tutti giocano a fare i ministri degli esteri, vuol dire che il titolare del Dipartimento non gode di particolare considerazione all’interno del collegio governativo (uella); altrimenti i colleghi non si permetterebbero di “entrare nel suo piatto” in modo così smaccato.

Lorenzo Quadri

Il PPD vuole svendere la Svizzera

Il partito sale armi e bagagli sul carro dello sconcio accordo quadro istituzionale

Ma guarda un po’, questa è proprio bella. Il presidente nazionale del PPD Gerhard Pfister se ne è uscito a dichiarare che la Svizzera “dovrebbe adottare in linea di principio il diritto dell’UE, a meno che i cittadini elvetici non lo rifiutino tramite un referendum”. Traduzione: per impedire agli eurobalivi di venire a dettare legge in casa nostra, nel senso letterale del termine, qualcuno dovrebbe ogni volta lanciare il referendum facendosi carico degli enormi oneri finanziari ed amministrativi che ciò comporta. E in questo modo, secondo il buon Pfister, si preserverebbe la democrazia diretta? Questa è una presa per i fondelli bella e buona.  Tanto più che anche il Gigi di Viganello è ormai perfettamente in chiaro sul fatto che solo i grandi partiti nazionali ed i sindacati sono in grado di far riuscire dei referendum a livello federale. E ovviamente non possono lanciarne su qualsiasi cosa.

Va bene che Carnevale si avvicina, ma qui ci sono solo due possibilità: o il buon Pfister ha esagerato con le libagioni, oppure il PPD vuole svendere la Svizzera all’UE. Proprio come il P$, i “Leider” Ammann ed i Burkhaltèèèr. Per tanto così, chiudiamo direttamente consiglio federale e parlamento e a governare la Confederazione ci mettiamo un gerente nominato da Bruxelles.

E questo sarebbe un partito “di centro”? Schierato armi e bagagli assieme ai kompagni a sostegno dello sconcio accordo quadro istituzionale?

Il bello è che poi gli uregiatti sono i primi a riempiersi la bocca con la difesa del “modello svizzero”; ma naturalmente solo quando fa comodo a loro. Questi signori invocano la “patria in pericolo” per combattere la “criminale” iniziativa No Billag con l’obiettivo di difendere le proprie cadreghe nella SSR e nella CORSI. E poi, questi sedicenti paladini della Svizzera, alla prova dei fatti vogliono svenderla ai balivi di Bruxelles tramite accordo quadro istituzionale! Ricordarsene alle prossime elezioni.

Lorenzo Quadri

Lotta alla radicalizzazione? Continuiamo a non fare un tubo!

I terroristi islamici arriveranno tutti in Svizzera perché capiranno che è il paradiso

 Ed ecco che ci risiamo con il politikamente korretto che ci mette nella palta. E lo fa facendoci perdere – o meglio: facendo perdere alla maggioranza politica – tutte le occasioni possibili ed immaginabili per combattere il dilagare dell’ islamismo in Svizzera.

Il famoso piano della Confederazione “contro la radicalizzazione” fa ridere i polli. Tanto per cominciare, si tratta di un non-piano, in quanto i compiti vengono semplicemente scaricati sul groppone dei cantoni e soprattutto dei comuni. Naturalmente senza dotazioni supplementari di risorse. Per la serie: noi bernesi diciamo agli altri quello che dovrebbero fare (?) ma non ci mettiamo un ghello. Classico esercizio-alibi per lavarsi la coscienza. La quale, evidentemente, ne ha parecchio bisogno.

Le basi legali

In effetti, ogni volta che ci sarebbe da prendere misure chiare per ostacolare gli estremisti islamici, ecco che il Consiglio federale, a partire dalla ministra del “devono entrare tutti” kompagna Sommaruga, si nasconde dietro le “basi legali che non ci sono”. Si tratta evidentemente di un pretesto per non fare nulla. Così non si scontentano i multikulti islamofili. E dire che in altri paesi magari a noi confinanti le basi legali ci sono. Naturalmente le famose basi legali mancanti non solo il governicchio federale non si sogna di crearle, ma respinge con sdegno  tutte le proposte in tal  senso, a suon di “sa po’ mia”.

Esempio lampante, la questione dei finanziamenti esteri a moschee e centri culturali islamici. Che spesso e volentieri sono foraggiati da regimi o organizzazioni straniere interessati a diffondere il radicalismo della nostre parti. Ma naturalmente, il Consiglio federale è contrario ad impedire questi “sussidi”, come pure ad obbligare moschee e centri culturali islamici ad indicare la fonte dei propri finanziamenti. Il Consiglio nazionale ha invece per fortuna deciso di misura il contrario; si aspetta ancora di sapere cosa intendono fare gli Stati.

Ma intanto che si continua a restare “al palo” l’estremismo prende piede.

Troppo presto?

Analoga la situazione per quel che riguarda il divieto di distribuzione gratuita del Corano da parte dell’organizzazione salafita “Lies”, che organizza simili iniziative per radicalizzare. Malgrado vari Cantoni e Comuni abbiano già decretato divieti di distribuzione sul proprio territorio, a Berna la partitocrazia pavidamente tentenna e ritiene che sia “troppo presto” per tale misura: vedi la recente decisione della Commissione della politica di sicurezza del Consiglio degli Stati. E cosa aspettiamo allora, il primo attentato terroristico islamico in Svizzera?

Se non si ha nemmeno il coraggio di prendere provvedimenti “basici” come quelli di cui sopra, figuriamoci di più incisivi. Ad esempio, rendere più difficile l’accesso alle prestazioni assistenziali ai musulmani radicalizzati. Costoro infatti nella Svizzera paese del Bengodi possono svolgere indisturbati la propria opera di radicalizzazione e dedicarvi tutto il tempo che vogliono. Di andare a lavorare non hanno bisogno: a mantenerli ci pensa l’assistenza. Vari esperti di estremismo hanno sottolineato che la Svizzera nell’attuale situazione rischia grosso – oltre naturalmente a regalare soldi pubblici a chi non li merita affatto. Ma naturalmente neppure su questo fronte si muove qualcosa!

Nel frattempo aumentano invece le sentenze buoniste-coglioniste con cui i tribunali rifiutano di espellere i jihadisti.

Il Diktat UE

Il massimo è che invece la kompagna Sommaruga e degni colleghi di CF sono prontissimi ad applicare in Svizzera il Diktat UE contro le armi detenute legalmente dai cittadini onesti. Una misura contraria alle nostre leggi, alla nostra volontà popolare e alle nostre tradizioni. I balivi di Bruxelles l’hanno decisa con la scusa della lotta al terrorismo islamico. Ma nessun terrorista islamico si serve, per i suoi attentati, di armi di fuoco legalmente dichiarate. Quei pochi che ancora le usano, evidentemente, se le procurano sul mercato nero.

Questa misura europea dal profilo della lotta al terrorismo non serve assolutamente ad un tubo. La kompagna Sommaruga la vuole solo perché corrisponde alla sua volontà disarmista.

Avanti così…

Avanti di questo passo e presto tutti i terroristi islamici arriveranno qui sul serio, perché  non ci metteranno molto a capire che la Svizzera è, per loro, il   paese del Bengodi.

Grazie partitocrazia politikamente korretta! Grazie, ministra del “devono entrare tutti” kompagna Sommaruga!

Lorenzo Quadri

 

“Frenare l’islam è razzismo”: Strasburgo fuori di cranio

Nuova perla della Corte europea dei diritti dell’Uomo – disdiciamo subito la CEDU!

 

Quando ci lamentiamo, giustamente, dei giudici buonisti-coglionisti del Tribunale federale, ad esempio perché non espellono dalla Svizzera dei seguaci dell’Isis, ricordiamoci una cosa: in giro c’è perfino di peggio. Ad esempio i legulei della Corte europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo. I quali una decina di giorni fa sono riusciti a stabilire – smentendo il Tribunale federale! –  che accusare di “razzismo verbale” chi invita a frenare l’espansione dell’Islam in Svizzera è lecito. Il tutto condito con grotteschi autoerotismi cerebrali sulla differenza che intercorrerebbe tra l’accusa di “razzismo verbale” e quella di “razzismo” ai sensi del codice penale. Ma andate a Baggio a suonare l’organo!

Chi credono di prendere per i fondelli questi azzeccagarbugli politicizzati?

E il razzismo d’importazione?

Ad aver lanciato l’accusa di razzismo arrivata fino a Strasburgo, è una ONG (e ti pareva) denominata  “Fondazione contro il razzismo e – udite udite – contro l’antisemitismo”.

A queste ONG del flauto barocco che vogliono islamizzare la Svizzera va ricordato che, se dalle nostre parti c’è un problema di antisemitismo,  i responsabili sono gli immigrati musulmani radicali. Gli stessi a cui la Fondazione in questione vuole stendere il tappeto rosso.

Per cui, delle due l’una: o si combatte l’antisemitismo, o si promuove l’islamizzazione della Svizzera. Ma fare le due cose contemporaneamente è impossibile. E’ una contraddizione in termini.

Eh già: questi gruppuscoli dai nomi pomposi e politikamente korrettissimi accusano ipocritamente di razzismo gli svizzeri che difendono i propri valori. Però non fanno mai un cip sul problema del razzismo d’importazione. Quello che loro stessi fomentano tramite l’immigrazione scriteriata di stranieri non integrati né integrabili.

La conferma

L’obbrobriosa sentenza di Strasburgo non fa che confermare quanto avevamo previsto. L’élite spalancatrice di frontiere, antioccidentale, islamofila, fautrice dell’invasione e del fallimentare multikulti, sdogana la denigrazione sistematica dei contrari con l’accusa di “razzismo”. Chiunque non è d’accordo con l’élite del “pensiero unico” può dunque venire impunemente screditato come “razzista”. Anche – e soprattutto – quando il razzismo non c’entra un tubo. Criminalizzando le posizioni sgradite si mira, è evidente, alla loro cancellazione: certe cose che non piacciono agli spalancatori di frontiere non si possono dire: è becero razzismo!

Prestandosi a questo giochetto, i legulei di Strasburgo dimostrano di essere delle marionette al servizio della casta delle frontiere spalancate (da cui peraltro provengono). Usano le proprie sentenze per fare politica. Naturalmente politica sempre della stessa parte.

Ecco un bell’assaggio di come sarebbero i giudici stranieri che gli eurofalliti sognano di imporci tramite il famigerato accordo quadro istituzionale. Quello che “Grappino” Juncker ha il coraggio di definire “Accordo di amicizia”. 

Primo passo

La  sentenza di Strasburgo che autorizza gli islamizzatori della Svizzera a trattare da razzisti chi osa non essere d’accordo con le loro boiate, è l’ennesima dimostrazione che la Svizzera deve allontanarsi il più possibile dalle organizzazioni internazionali al servizio degli spalancatori di frontiere. Primo passo: disdire la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), di cui la corte di Strasburgo è un’emanazione. La Svizzera, in materia di rispetto dei diritti umani, non ha lezioni da prendere. Semmai ne ha da dare. A rispettare i diritti umani in casa nostra ci riusciamo benissimo da soli. Senza bisogno della CEDU, che all’atto pratico serve solo ad impedire l’espulsione di delinquenti stranieri. In particolare di terroristi islamici, i quali non potrebbero venire rispediti a casa loro se lì si troverebbero in pericolo (sic!).

Intanto sul burqa…

Intanto però per gli islamizzatori della Svizzera si prepara una brutta sorpresa, alla faccia della obbrobriosa sentenza di Strasburgo. Infatti, da un sondaggio recentemente realizzato da Matin Dimanche e dalla SonntagsZeitung, risulta che il 76% dei cittadini elvetici – quindi oltre tre quarti! – sarebbe favorevole al divieto di burqa a livello federale. Come noto sul tema è pendente un’iniziativa popolare. Sicché i cittadini saranno chiamati ad esprimersi.  Si preannuncia l’ennesima asfaltatura degli spalancatori di frontiere, a partire dal Consiglio federale e dalla ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga. Che naturalmente del divieto di burqa non ne vogliono sapere.

Se i moralisti a senso unico vogliono accusare di razzismo il 76% degli svizzeri, ossia dei cittadini di un paese con oltre un quarto di stranieri (percentuali che non si trovano da nessun’altra parte al mondo) si accomodino pure. Ricordiamo a lor$ignori che in Giappone gli stranieri sono meno del 2% della popolazione. Questo sì che è un esempio da seguire!

Lorenzo Quadri

 

Le regaliamo miliardi, e l’UE ci mette sulla lista grigia!

Svizzerotti fessi infinocchiati ancora una volta: grazie, Consiglio federale!

 

La presa per i fondelli ai danni degli svizzerotti fessi e calabraghe continua ad oltranza! Nei giorni scorsi l’Ecofin, ossia il gremio che riunisce i ministri delle finanze degli Stati della fallita UE,  ha stilato le liste nere e grigie dei “paradisi fiscali”.  Come sappiamo, la Svizzera si trova nei paesi della  “lista grigia”: ossia quelli da tenere “sotto osservazione”. Perché si tratta di presunti Stati canaglia!

Applausi a scena aperta

Applausi a scena aperta per i camerieri dell’UE in Consiglio federale! Solo pochi giorni prima hanno deciso di versare a Bruxelles la somma spropositata di 1.3 miliardi di Fr di proprietà del contribuente svizzero (altro che la fanfaluca del “miliardo di coesione”, quando la cifra è un miliardo e un terzo: se si volesse arrotondare, allora bisognerebbe parlare di un miliardo e mezzo). Un regalo natalizio, fatto con i nostri soldi – che poi vengono a mancare altrove – a titolo puramente volontario. Ed i risultati di questa generosa donazione già cominciano ad arrivare a pochi giorni distanza. L’Ecofin sbatte gli svizzerotti nella lista grigia dei paradisi fiscali!

Piazza finanziaria sfasciata

Ecco a cosa serve regalare miliardi ai balivi di Bruxelles, ecco cosa ci si guadagna ad asservirsi a chi pretende di comandare in casa nostra. La catastrofica ex ministra del 5% Widmer Schlumpf ha svenduto il segreto bancario svizzero senza alcuna contropartita. Intanto i paesi esteri, a cominciare da quelli che starnazzavano contro la Svizzera, si sono tenuti ben stretti i propri paradisi fiscali. Risultato? La piazza finanziaria ticinese ha perso in 15 anni 2712 posti di lavoro (dati dell’Ufficio cantonale di statistica) grazie alle geniali iniziative di Widmer Schlumpf ed alla partitocrazia che le reggeva la coda. Mentre la stampa di regime, a cominciare dall’emittente di sedicente “servizio pubblico”, faceva il lavaggio del cervello agli svizzerotti: con la fregnaccia delle “decisioni ineluttabili” (balle di fra’ Luca!) sdoganava lo scempio commesso dai politicanti.

Va da sé che il triciclo PLR-PPD-P$ non ha fatto un cip davanti all’ecatombe occupazionale sulla piazza finanziaria. I partiti $torici se ne sono sbattuti alla grande!

Si insiste con il regalo?

La Svizzera, grazie all’ex ministra del 5% ed alla partitocrazia cameriera dell’UE, è corsa a genuflettersi ai diktat di Bruxelles sacrificando una delle proprie principali risorse (la piazza finanziaria) e generando migliaia di disoccupati.  Il Consiglio federale, oltre a calare le braghe davanti a qualsiasi pretesa dei suoi padroni di Bruxelles, i quali più ottengono più pretendono, adesso vorrebbe pure regalargli 1,3 miliardi di franchi. Senza che ci sia alcun obbligo e senza uno straccio di contropartita. Qual è il ringraziamento? La Svizzera si ritrova sulla lista grigia dei paradisi fiscali!

A questo punto, una domandina facile-facile nasce spontanea: con la Confederella trattata per l’ennesima volta da “Stato canaglia”, gli scienziati del Consiglio federale vogliono ancora regalare all’UE 1,3 miliardi? Purtroppo temiamo di conoscere la risposta…

Lorenzo Quadri

La grande presa per i fondelli

Miliardi in regalo all’UE, anche KrankenCassis era d’accordo sul maxi-obolo      

Come volevasi dimostrare, i sette camerieri dell’UE stanno prendendo gli svizzerotti per il lato B! La Doris uregiatta, presidenta della Confederella, ha pure incontrato in segreto il presidente “diversamente astemio” della Commissione europea, Jean-Claude “Grappino” Juncker, in occasione della sua visita in Svizzera. Con loro c’era anche il presidente nazionale del PPDog Gerhard Pfister. Naturalmente i colleghi del governicchio federale non erano informati. Meno che meno ne sapevano qualcosa i presidenti delle commissioni degli esteri del Nazionale e degli Stati, che in genere vengono coinvolti in questi incontri.

Chissà cosa avrà discusso il terzetto tutto uregiatto? Poco ma sicuro, l’ennesima calata di braghe elvetica. Ed infatti, alla notizia della volontà del Consiglio federale di versare il famoso contributo di 1.3 miliardi di Fr all’UE senza alcuna contropartita, il PPD è subito corso a slinguazzare  tale scelta scellerata.

Già lunedì il nuovo ministro degli esteri, ossia l’italo-svizzero  Ignazio KrankenCassis, ha dovuto rispondere ad una serie di domande a proposito degli 1.3 miliardi di coesione (e non: “miliardo di coesione”; la cifra reale è di un terzo più elevata, basta con la presa per i fondelli!).

Difesa ad oltranza

Inutile dire che le risposte consistevano in una difesa ad oltrenza dell’osceno regalo all’UE. Altro che “tasto reset”! Si va avanti con la politica della genuflessione. Per camuffare l’enormità della cifra in ballo, ci si lancia pure in azzardati trucchetti: la somma viene spalmata su 10 anni, ottenendo così 130 milioni all’anno ossia 1,25 Fr al mese per abitante. Ma chi si pensa di prendere per i fondelli con questi calcoletti? 1.3 miliardi rimangono 1.3 miliardi. Ed è inutile tentare di “rimpicciolire” la cifra tramite illusioni ottiche. Prima i camerieri dell’UE in Consiglio federale parlano di “miliardo di coesione” sperando di imboscare i restanti 300 milioni. Poi KrankenCassis tenta di minimizzare spalmando la cifra sul costo mensile pro-capite. Ma intanto le risposte alle domande scottanti non arrivano.

Ad esempio: cosa pensa di ottenere il Consiglio federale versando 1.3 miliardi agli eurobalivi? Non lo dice! E’ chiaro che il “modus operandi” è il seguente: prima si pagano somme stratosferiche, e poi ci si illude che magari i padroni UE, mossi a compassione dal gesto dei loro lacchè svizzerotti, si degnino di concedere qualcosa. “Le aziende esportatrici  beneficeranno del contributo” dichiara il ministro degli esteri binazionale. Guardandosi bene dal dire in che modo e misura questo dovrebbe avvenire. Ed i cittadini svizzeri, quelli a cui si ripete che devono andare in pensione a 70 anni perché “gh’è mia da danée”, che beneficio traggono dal versamento di 1.3 miliardi dei loro franchetti agli eurobalivi?

In più, il Consiglio federale non si sogna di dire cosa ne pensa di una votazione popolare sul nuovo regalo all’UE. Meglio glissare…

Una cosa è chiara

Una cosa però la si è capita. Anche KrankenCassis è favorevole al pagamento di 1.3 miliardi di Fr del contribuente a “Grappino” Juncker in cambio assolutamente di nulla. Tasto reset? Ma quando mai! E non ci si venga a raccontare la ridicola fregnaccia dei contributi di coesione che diminuirebbero l’immigrazione verso la Svizzera dai paesi UE. Abbiamo già pagato miliardi e ci troviamo con un saldo migratorio (arrivi meno partenze) che varia tra le 80 e le 60mila unità. Quando il Consiglio federale, prima della votazione sui bilaterali, aveva promesso che il saldo migratorio sarebbe stato di 10 mila persone. E noi continuiamo a pagare miliardi nell’illusione che la situazione possa migliorare? Ma bisogna essere caduti dal seggiolone da piccoli!

Lorenzo Quadri

Bilaterali allo sfascio: consenso crollato in un solo anno

I cittadini svizzeri sono sempre più stufi della fallimentare UE e dei suoi Diktat

E intanto i camerieri di Bruxelles in Consiglio federale regalano 1.3 miliardi di Fr (soldi nostri!) agli eurobalivi!

Serpeggia l’orrore tra i camerieri di Bruxelles in Consiglio federale,  tra la partitocrazia e tra la stampa di regime. L’indice di gradimento, se così si può chiamare, degli accordi bilaterali è in caduta libera. Lo dice un’inchiesta effettuata dall’Istituto di ricerca gfs.bern su incarico del Credit Suisse, resa nota la scorsa settimana. Secondo l’indagine, ad approvare gli accordi con l’UE sarebbe attualmente il 60% della popolazione svizzera, mentre lo scorso anno era l’81%.  Il campione scelto di 1000 persone, assicura l’istituto, è significativo. Il margine d’errore è del 3.2%.

E, in parallelo, cresce il numero di chi è favorevole alla disdetta degli accordi bilaterali, passato nell’arco di un anno dal 19% al 28%.

Un’asfaltatura

Un arretramento di 21 punti percentuali (dall’81% al 60%)  non è certo cosa da poco. E’ una mazzata. Una débâcle. Un’asfaltatura. Una catastrofe. Un altro anno così, ed i sostenitori dei bilaterali si troveranno in minoranza. Se la percentuale fosse riferita ai consensi di un partito politico, sarebbero già state convocate riunioni di crisi. E sui giornali abbonderebbero i titoloni in prima pagina.

Invece, nel caso concreto, sulla notizia si passa all’acqua bassa. Praticamente rasoterra. Se non è ancora censura, ci manca poco.

Pur considerando che un sondaggio rimane un sondaggio e non la verità assoluta, il crollo dei consensi registrato dai bilaterali è immane. Sotto ci deve per forza essere una tendenza reale. E nemmeno si possono invocare i sondaggi farlocchi: visto il committente (Credit Suisse) se l’indagine è stata taroccata, semmai lo è stata in favore degli accordi bilaterali. Non certo contro.

Ritmo vertiginoso

E’ quindi evidente che in tutta la Svizzera e non solo in Ticino il malcontento nei confronti della fallimentare UE cresce a ritmo vertiginoso. Nei confronti della fallimentare UE e dei suoi arroganti Diktat, naturalmente imposti solo alla Svizzera (è l’unica rimasta a calare le braghe). L’arroganza di Bruxelles si è spinta al punto che gli eurofunzionarietti pretendono perfino di azzoppare i nostri diritti popolari.

Costi della salute

Come noto, a causare problemi sono sostanzialmente due accordi bilaterali. Il primo è quello sulla devastante libera circolazione. Che non si “limita” a portarci in casa soppiantamento e dumping salariale e a riempirci di delinquenza d’importazione. Fa anche vari altri danni. Ad esempio: nei giorni scorsi è stata divulgata la previsione del KOF a proposito dell’ennesimo aumento dei costi della salute, che sarà del 4.1% quest’anno. Naturalmente, ma tu guarda i casi della vita, non si dice quanto incide su questi continui salassi il fattore frontiere spalancate. Ovvero, che parte degli aumenti – con conseguente esplosione dei premi di casa malati – è dovuta all’immigrazione incontrollata ed al “devono entrare tutti”. Altro che “immigrazione uguale ricchezza”!

Il secondo accordo bilaterale capestro è quello sul traffico terrestre. Il kompagno Moritz “Implenia” Leuenberger ha infatti svenduto la Svizzera ai balivi di Bruxelles come corridoio di transito Sud-Nord (e viceversa) a basso costo per TIR targati UE. Ciò “grazie” ad una tassa sul traffico pesante irrisoria per i bisonti stranieri. Col risultato che qualsiasi via alternativa all’attraversamento della Svizzera  costa di più (oltre ad essere più lunga).

Cosa ne pensa il “triciclo”?

Il crollo dei consensi dei bilaterali dimostra che i cittadini svizzeri sono sempre meno disposti a farsi fare fessi dalla balla dei “bilaterali indispensabili per l’economia”. La realtà è che si possono benissimo sottoscrivere accordi commerciali (ne abbiamo parecchi con paesi extraeuropei, idem dicasi per la stessa UE) senza alcun obbligo di inserirvi anche la devastante libera circolazione delle persone. Quest’ultima, in qualità di esperimento completamente fallito, va rottamata quanto prima.

Il crollo del consenso pro bilaterali  dovrebbe – assieme ai noti e recenti dati sull’invasione da sud e sull’esplosione dell’assistenza – aprire gli occhi anche al triciclo PLR-PPD-P$. Quello che vorrebbe affossare “Prima i nostri” in Gran Consiglio. Magari anche la partitocrazia di questo sempre meno ridente Cantone, prima di continuare a prendere a pesci in faccia i cittadini – che speriamo se ne ricorderanno in sede elettorale – dovrebbe fare qualche riflessione. Altrimenti i voti per conservare le tanto idolatrate cadreghe li andrà poi a chiedere agli amichetti di Bruxelles…

E il tasto reset?

Il fatto che i bilaterali abbiano perso 21 punti percentuali nei consensi  sull’arco di un solo anno è evidentemente anche un ottimo segnale per la futura iniziativa popolare volta a disdire la libera circolazione delle persone.

Ma intanto il neo ministro degli esteri italo-svizzero Ignazio KrankenCassis nella sua prima uscita pubblica ha già pensato bene di confermare la via bilaterale con l’Unione europea; ovviamente con la sudditanza che ne consegue. A cominciare dallo scandaloso REGALO di 1.3 miliardi di franchetti ai balivi di Bruxelles sottoforma di contribuito di coesione versato a titolo puramente volontario e senza ottenere nulla in cambio! Ma si più essere più pirla di così?

E il famoso tasto “reset”? Come previsto, è stato schiacciato sulle promesse elettorali.

Lorenzo Quadri

I camerieri di Bruxelles hanno truffato i cittadini

La partitocrazia ha trasformato le nostre tasche in self service per gli eurobalivi!

La decisione del Consiglio federale di regalare 1.3 miliardi all’UE grida vendetta! A proposito: come ha votato il neo-ministro del “tasto reset”? Non sarà che, essendo il buon KrankenCassis per metà cittadino comunitario (italico), si trova in conflitto d’interessi?

Lo scandaloso miliardo di coesione alla fallita UE sta facendo discutere. Giustamente discutere. Tra l’altro, come già detto, la storiella del “miliardo” è una balla solenne. Una mistificazione – l’ennesima – per fare fessi gli svizzerotti. Infatti la cifra è di un miliardo e un terzo. Tentare di giocare al ribasso parlando di “un miliardo” è una taroccatura. Ben dimostra quanto siano bugiardi i camerieri bernesi dell’UE. E non ci si venga a raccontare la fregnaccia che si tratta di una formula per arrotondare la cifra. Perché allora si sarebbe dovuto arrotondare ad un miliardo e mezzo!

 Decisione che grida vendetta

Ci mancherebbe che questa decisione del Consiglio federale, che grida vendetta, non facesse discutere. L’Udc vorrebbe fare in modo di sottoporla al voto popolare; un’eventualità che evidentemente “fa venire fredda la camicia” ai camerieri dell’UE. Non ci vuole troppa fantasia per indovinare l’esito di una tale votazione. Purtroppo, però, l’ipotesi di una chiamata alle urne è remota. In effetti, la partitocrazia ha già contrabbandato la base legale per queste svergognate marchette ai padroni di Bruxelles. Naturalmente effettuate con i nostri soldi. Poi a noi si dice che bisogna tirare la cinghia, andare in pensione a 70 anni, eccetera eccetera.

Apperò: per regalare miliardi all’UE, la “base legale” i soldatini della partitocrazia l’hanno creata. Quando invece di tratta di combattere l’estremismo islamico, l’immigrazione nello stato sociale, eccetera… “sa po’ fa nagott! Non c’è la base legale!”. Ma andate a Baggio a suonare l’organo!

Tattica del salame

Capita la tattica del salame? Sul primo contributo di coesione c’è stata una votazione popolare. Per scongiurarne un’altra che con tutta probabilità asfalterebbe i camerieri dell’UE, questi ultimi  non hanno esitato a barare. Prima hanno fatto passare in parlamento la base legale “in astratto” (Legge federale sulla cooperazione con gli Stati dell’Europa dell’Est). Inutile dire che solo i deputati di Lega ed Udc hanno votato contro. La partitocrazia triciclata, invece…  Poi, in un secondo tempo, ecco che l’astratto diventa concreto. E si traduce nella maxi-supposta da 1.3 miliardi.

In questo modo, gli spalancatori di frontiere hanno spalancato anche le nostre tasche. Le hanno trasformate in un self service per i balivi dell’UE.

Gli squallidi sotterfugi

Gli 1.3 miliardi sono solo l’inizio. Non ci si illuda infatti che l’emorragia di miliardi svizzeri a beneficio degli eurofalliti (che se la ridono a bocca larga) sia destinata a finire qui. Ma quando mai! Consumato il primo “tesoretto”, da Bruxelles ne pretenderanno altri. Ed i loro sguatteri in quel di Berna correranno a pagare, con i calzoni abbassati ad altezza caviglia. Morale: questi bambela del Consiglio federale, terrorizzati dai cittadini (chissà come mai, eh?) non hanno nemmeno il coraggio di agire onestamente nei loro confronti. Si inventano i trucchetti, i sotterfugi, affinché il popolazzo “chiuso e gretto” debba solo pagare, tacere e farsi dettare legge dai balivi UE.

Ormai questi politicanti da tre e una cicca hanno ridotto la Svizzera a zimbello d’Europa.

Contributi inutili

Da notare che il primo miliardo di coesione non è servito assolutamente ad un tubo. Non ha in nessun modo limitato l’immigrazione verso la Svizzera; infatti, siamo stati invasi e lo siamo tuttora. E nemmeno ci ha attirato una qualsivoglia benevolenza da parte degli eurobalivi. Costoro non si sono fatti scrupoli nel partire all’assalto della piazza finanziaria svizzera. E nemmeno nel sanzionarci per un voto democratico, quello del 9 febbraio. Solo per citare due esempi. Né il primo miliardo di coesione ha limitato alcuna “disparità” all’interno dell’UE. Infatti è servito a finanziare 210 progetti. Il che fa una media di 4.7 milioni  di Fr a progetto. Ciò significa che si è proceduto con la politica dell’aiuto ad innaffiatoio: quella che notoriamente non serve ad un tubo. Speriamo almeno che tra i progetti finanziati ci sia anche il muro ungherese contro i finti rifugiati con lo smartphone. Perché è l’unica opera da cui l’Europa (intesa come continente) trae dei vantaggi.

Arrampicate liblab

Adesso l’Udc tenta di recuperare la referendabilità dello sconcio regalo all’UE, ma il treno sembra ormai partito. Dal canto loro, i liblab vorrebbero scambiare gli 1.3 miliardi con la fine della clausola ghigliottina; quella disposizione che, in caso di disdetta di uno dei disastrosi accordi con l’UE, potrebbe portare (non è comunque un automatismo) alla decadenza anche di tutti gli altri. Quindi gli 1.3 miliardi, secondo il partito del ministro degli esteri (l’italo-svizzero KrankenCassis) andrebbero convertiti in un pizzo in piena regola. Nella migliore tradizione corleonese.  Inutile dire che gli eurobalivi non saranno comunque mai d’accordo. I liblab in effetti vogliono solo presentarsi come quelli che, prima di aprire i cordoni della borsa, chiedono qualcosa in cambio.

Ma come mai l’ex partitone tira in ballo proprio la clausola ghigliottina? Evidentemente, i liblab sanno che la devastante libera circolazione delle persone ciurla nel manico. Anzi, anche loro la danno ormai per spacciata. E allora tentano di usare i miliardi del contribuente per evitare che la (prevedibile) fine della libera circolazione trascini nel baratro anche tutti gli altri accordi con l’UE. Solo così si può spiegare la richiesta del PLR. Comunque ex partitone: e votare contro la base legale per i contributi di coesione invece di venire adesso a raccontare inutili storielle, sembrava brutto?

Lorenzo Quadri

Zone di confine? Chissenefrega!

Il camerieri dell’UE del Consiglio federale dicono njet alla tassa per frontalieri

Ormai i 7 scienziati nei rapporti con l’UE hanno un solo obiettivo: andare d’accordo, ossia calare le braghe. E se la tassa per frontalieri venisse introdotta a livello cantonale, magari legata all’imposta di circolazione?

Tutto come da copione: il Consiglio federale conferma la propria sudditanza integrale nei confronti dei balivi UE. Ed infatti ha pensato bene di dire njet al postulato di chi scrive, quello che chiedeva di studiare l’introduzione di una tassa per frontalieri. Da un lato per renderli meno attrattivi per il mercato del lavoro locale, dall’altro per compensare (almeno in parte) i costi da essi generati: pensiamo solo alla viabilità mandata a ramengo da decine di migliaia di veicoli con targhe azzurre ed un solo occupante…

Le potenzialità della tassa per frontalieri sono evidenti: se il prelievo ammontasse anche a soli 500 Fr all’anno (chi lo dovrebbe versare, se frontaliere, datore di lavoro o entrambi è aperto) il Ticino con 65’500 permessi G incasserebbe 32 milioni di Fr all’anno. E’ mai possibile che solo agli svizzerotti si mettano le mani in tasca per far quadrare i conti?

Disordini intestinali

Ma al solo pensiero di tutelare il mercato del lavoro delle fasce di confine in regime di devastante libera circolazione delle persone, i camerieri dell’UE vengono colti da gravi disordini intestinali. Sicché, il Njet è automatico. Un riflesso paragonabile a quello dei cani di Pavlov, che salivavano al suono della campanella.

La posizione del Consiglio federale sulla tassa per frontalieri, come detto, è ampiamente prevedibile. Non per questo è meno oscena. Infatti, la proposta non viene dal solito deputato populista e razzista che se l’è sognata di notte. A formularla è stato un professore universitario, Reiner Eichenberger. Il quale ha una reputazione accademica da difendere e quindi non se ne può uscire a fare sparate tanto per mettersi in mostra. Un professore che, poco ma sicuro, di mercato del lavoro e di libera circolazione ne sa di più – ma parecchio di più – dei consiglieri federali e dei loro tirapiedi eurolecchini che infesciano l’amministrazione bernese (sempre più simile a quella di Roma).

Lo stesso giorno…

Ciononostante, per partito preso, il CF rifiuta di approfondire la proposta di tassa d’entrata per i frontalieri. In altre parole: ci sono motivi per ritenere che esista una possibilità di tutela del mercato del lavoro (ticinese in particolare, ma non solo) e di incasso per l’erario pubblico, ma i camerieri dell’UE se ne sbattono. Non se ne parla nemmeno! Guai a rischiare di infastidire i padroni di Bruxelles! Ed infatti, ma tu guarda i casi della vita, il njet alla tassa per frontalieri arriva in contemporanea con la decisione di regalare un miliardo e 330 milioni di franchetti del contribuente ai balivi dell’Unione europea. Naturalmente a titolo volontario ed altrettanto naturalmente in cambio di nulla. Da un governo così, qualcuno si aspetta che faccia valere le ragioni della Svizzera davanti all’UE! Ma figuriamoci: l’unico obiettivo è “andare d’accordo”, ovvero calare le braghe.

Porte ancora aperte

Ovviamente a decidere sul postulato per la tassa per frontalieri sarà il plenum del Consiglio nazionale. Non che ci sia motivo per farsi particolari illusioni. Tuttavia alcuni deputati, non ticinesi e non del gruppo Udc (a cui aderisce anche la Lega) hanno manifestato interesse per la proposta. Ragion per cui, la partita non è ancora chiusa.

Senza contare che stiamo parlando del livello federale. E una tassa per frontalieri la si può pensare anche di tipo cantonale. Magari legata all’imposta di circolazione, visto che i frontalieri intasano abbondantemente le nostre strade provocando costi ingenti. Tanto il Belpaese i nuovi accordi sulla fiscalità dei frontalieri non li firmerà mai. Sicché, di cosa ci preoccupiamo?

Lorenzo Quadri

 

1.3 miliardi REGALATI all’UE!

Nuova scandalosa marchetta del Consiglio federale agli eurofalliti, e nümm a pagum 

Ma poi naturalmente ai cittadini elvetici i sette cocomeri vengono a dire che bisogna tirare la cinghia ed andare in pensione a 70 anni!

Sarebbero questi i risultati del “tasto reset” nei rapporti con l’UE? Avanti con lo Swissexit e con lo sciopero fiscale!

E ti pareva! Come il Mago Otelma aveva previsto, i sette camerieri dell’UE in Consiglio federale hanno fatto – con i soldi del solito sfigato contribuente – l’ennesimo regalo agli eurofalliti. E naturalmente al presidente “non astemio” della Commissione UE Jean-Claude “Grappino” Juncker. Il quale, ancora una volta, può tornare vittorioso a Bruxelles a pavoneggiarsi. Gli svizzerotti hanno di nuovo calato le braghe!

Gli eurolecchini del Consiglio federale  hanno infatti deciso di pagare quello che loro (e la stampa di regime) chiamano un (ulteriore) miliardo di coesione all’ UE. Un miliardo? La somma è 1.3 miliardi, quindi un terzo in più di quanto i camerieri dell’UE vogliono far credere ai cittadini per farli fessi! Giocando con la comunicazione, la casta tenta di minimizzare la cifra dello scandalo!

Pagamento volontario

La somma stratosferica di 1.3 miliardi di franchetti viene versata a titolo puramente volontario. Lo ha sottolineato lo stesso “Grappino” Juncker. Quindi non c’era alcun obbligo di pagamento da parte elvetica. E’ un regalo a tutti gli effetti. Come non c’è alcun obbligo da parte nostra di ricollocare i finti rifugiati del Belpaese. Però lo facciamo lo stesso grazie alla ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga. In cambio da Oltreramina riceviamo prese per i fondelli (vedi accordo sui frontalieri), pesci in faccia ed accuse di “xenofobia”.

Intanto gli svizzeri tirano la cinghia

Sempre meglio! Ai cittadini si dice che devono tirare la cinghia, che non ci sono soldi per l’AVS, che devono andare in pensione a settant’anni, eccetera. Però i miliardi da regalare alla fallita Unione europea si trovano. Ed i governi europei  assieme agli eurofunzionarietti – quelli che ci fanno invadere con la devastante libera circolazione delle persone, quelli che sono partiti all’assalto della nostra piazza finanziaria – se la ridono a bocca larga degli svizzerotti fessi che pagano MILIARDI in cambio di una cippa! E più vengono bistrattati, più pagano!

Complimenti, Doris uregiatta e compagnia cantante: è così che si invogliano i contribuenti elvetici a versare le imposte federali. Vi meritereste un bello sciopero fiscale.

“Investimento”? Tutte balle!

Ma la presa per i fondelli prosegue ad oltranza. La Doris uregiatta viene a raccontare la fregnaccia che il regalo di 1.3 miliardi sarebbe un “investimento”.  Doris, ma chi credi di prendere per scemi? Investimento? Di miliardi di coesione ne abbiamo già versati, con la scusa che servivano a diminuire le disparità tra gli Stati UE  (da quando siamo un membro dell’UE?) e quindi a contenere i flussi migratori. Con quali risultati? ZERO! Siamo invasi dall’immigrazione incontrollata! Ed in più, per tutto ringraziamento, ogni volta che il popolo prende delle decisioni per tutelare il paese dall’assalto alla diligenza, i balivi di Bruxelles si permettono di minacciarci e di ricattarci.

Come prima

Che gli 1,3 miliardi verranno versati in cambio di NIENTE lo avrebbe capito anche il Gigi di Viganello. Ma “Grappino” Juncker e la Doris uregiatta hanno pensato bene di esplicitarlo. I due piccioncini candidamente ammettono: non c’è alcun legame tra il REGALO e la famosa questione dello sconcio accordo quadro istituzionale, con cui gli eurofalliti pretendono di imporci automaticamente le loro leggi. Traduzione: l’UE incassa gli 1.3 miliardi e poi va avanti  come prima. Come prima, più di prima, pretenderà di colonizzarci.

Con una tolla che va oltre ogni decenza, “Grappino” Juncker ha pure dichiarato che “il termine accordo quadro è orribile, chiamiamolo accordo d’amicizia”. Prima di mettere un microfono davanti a questo signore, sarebbe bene farlo soffiare nell’etilometro. Accordo d’amicizia una pippa! Gli eurobalivi vogliono comandare in casa nostra e hanno il coraggio di parlare di “accordo d’amicizia”? Ma “vaffa”!

Era già deciso

L’epilogo di questo ennesimo scandalo bernese era prevedibile. La sedicente “politica europea” del Consiglio federale si riduce a due azioni: calate di braghe e marchette. Altro che la fregnaccia del tasto “reset” promesso dall’italo-svizzero KrankenCassis. Chi si è bevuto questa panzana, è servito.

La scorsa settimana il portavoce dei camerieri bernesi dell’UE aveva dichiarato che, in occasione della visita di “Grappino” Juncker, si sarebbe discusso del “miliardo” (sic!) di coesione. Era quindi evidente che il governicchio federale aveva già  deciso di prodursi nella maxi-marchetta da 1.3 miliardi. Perfino sulla somma hanno raccontato balle; non solo sulla volontà di negoziare (?) lo stratosferico REGALO.

Swissexit unica speranza

Povera Svizzera e poveri svizzeri.  Governati (?) da simili zerbini dell’UE, dove pensiamo di andare, se non dritti dritti nel baratro?

Vedremo cosa dirà il parlamento della maxi-marchetta da 1.3 miliardi. Ma, visto che all’assemblea federale la maggioranza ce l’ha il triciclo PLR-PPD-P$$, l’esito è scontato.  Calzoni abbassati ad altezza caviglia! Svizzerotti, pagate e tacete!

E qualcuno ha ancora il coraggio di dire che non bisogna lanciare l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone? Ormai la nostra unica speranza è lo Swissexit.

Lorenzo Quadri

 

Il prossimo attacco UE sarà ai nostri diritti popolari?

I camerieri di Bruxelles calano le braghe e si preparano a disarmare i cittadini onesti

Una cosa dovrebbe averla capita anche il Gigi di Viganello: quando i camerieri di Bruxelles in Consiglio federale parlano di “soluzione pragmatica” in relazione ai rapporti con la fallita Unione europea, intendono  una sola cosa: calata di braghe integrale e ad altezza caviglia. Perché è questo l’unico tipo di “soluzione pragmatica” che conoscono.

Squallore vergognoso

Così accade anche a proposito dalla famosa nuova normativa UE sulle armi. Questa normativa utilizza il pretesto del terrorismo islamico (sottolineare: islamico) per disarmare non già i jihadisti, bensì i cittadini onesti.

Una manovra di uno squallore vergognoso, naturalmente sempre contro il popolo: ma dai funzionarietti di Bruxelles ci si può solo attendere il peggio. Infatti non si è mai visto un terrorista islamico che per i suoi attentati utilizza delle armi legalmente registrate. Costoro, nei casi in cui si servono di armi di fuoco (ciò che avviene assai raramente perché i mezzi impiegati, come sappiamo, sono ben altri: dagli esplosivi fai da te ai camion ai coltelli) le acquistano sul mercato nero. Come fanno tutti i criminali, del resto. Mica le comprano alla luce del sole e declinando la propria identità.

Un favore al terrorismo

Accanirsi contro le armi legalmente detenute dai cittadini significa semmai fare un favore ai terroristi islamici, ed alla criminalità in generale, riducendo le possibilità dei cittadini di esercitare la legittima difesa in caso, ad esempio, di una rapina in casa. Il terrorismo diventa quindi la scusa, per la fallita UE, per colpire non già i seguaci dell’Isis, bensì i cittadini onesti. E’ evidente: la casta arraffona e spalancatrice di frontiere ha paura dei cittadini. Ed infatti li ha vessati in ogni modo.

Non si combatte il terrorismo disarmando i cittadini onesti. Il terrorismo si combatte con misure quali: frontiere chiuse, un calcio al fallimentare multikulti, espulsione dei musulmani radicalizzati, messa fuori legge delle loro associazioni, stop all’accoglienza di finti rifugiati in arrivo da paesi islamisti, divieto di finanziamenti esteri alle moschee, eccetera. Invece niente di tutto questo accade. Mentre il Giappone (grande!) in sei mesi ha accolto tre (!) domande d’asilo su quasi 8600, l’ Europa – Svizzera compresa – continua a “far entrare tutti”.

Scusa miserevole

La storiella della lotta al terrorismo è dunque una scusa miserevole. La realtà è che l’UE  vuole disarmare i suoi cittadini. Ed i camerieri di Bruxelles in CF sono subito scattano sull’attenti, da bravi soldatini. A partire, ovviamente, dalla ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, che per somma sfiga nazionale è la titolare di questo dossier. Osiamo sperare che nessuno pretenda di farci credere che codesta signora intende combattere il terrorismo islamico. Perché gli ridiamo  in faccia. Proprio lei, che non vuole nemmeno impedire i finanziamenti esteri alle moschee! Proprio lei, che non ne vuole sapere di vietare associazioni islamiste come “La vera religione”, già messe fuorilegge nei paesi vicini! Proprio lei, che ci porta in casa i finti rifugiati dal Belpaese (quanti  tra loro sono estremisti islamici?) perché “bisogna dare l’esempio” nell’aderire ai piani di ricollocamento! Proprio lei, che non vuole espellere i jihadisti nel caso questi criminali fossero in pericolo nel paese d’origine!

Limitazioni pesanti

Il governo bernese tenta di spacciare le imposizioni degli eurofalliti in materia di armi come questioncelle di poco conto, con conseguenze pratiche irrilevanti. Balle di Fra’ Luca. Le limitazioni ci saranno eccome. E saranno pesanti. Tanto per citarne alcune: il Consiglio federale nella sua posizione prevede la clausola del bisogno per l’acquisto di armi da fuoco e il divieto generalizzato di acquisto per una serie di altre armi, quali le armi lunghe semiautomatiche in grado di accettare caricatori con più di 10 colpi. In buona sostanza, quali armi lunghe, rimarrebbero legali solamente i fucili da caccia ed i vecchi moschetti della prima metà del secolo scorso.

Per il tiro sportivo, bisognerà dimostrare di essere iscritti ad una società di tiro o fornire prova di frequentare con regolarità il poligono di tiro. E chi non può più andarci, ad esempio perché è anziano? Si vedrà sequestrare le armi? Tutti propositi contrari alla tradizione ed alla legge svizzera, che il popolo elvetico ha già respinto in votazione popolare nel febbraio del 2011.

Sommaruga e compagnia cantante vogliono, per l’ennesima volta, permettere all’UE di imporci le sue leggi. Che sono contrarie alle nostre regole, alle nostre tradizioni ed anche alla volontà popolare. Oggi nel mirino (tanto per restare in tema) ci sono le armi; domani magari toccherà ai diritti popolari?

Sembra una barzelletta: paghiamo miliardi di coesione all’UE per permettere a Bruxelles di comandare in casa nostra. Ed è chiaro che, dovesse passare lo scempio disarmista ed antisvizzero partorito da Sommaruga & Co, questo non farà che spalancare le porte ad ulteriori invasioni di campo degli eurofunzionarietti in casa nostra. Ma per questa situazione ci sono dei precisi responsabili. Non si può certo pretendere di rimanere padroni in casa propria quando si è governati da personaggi evanescenti (per usare un eufemismo).

Se salta Schengen…

Come da copione, i sette scienziati tentano di imporre l’ennesima vergognosa ciofeca con il ricatto: essendo la nuova direttiva sulle armi parte degli acquis di Schengen, se non passa salta tutto il pacchetto – Schengen. Uhhhh, che pagüüüüraaaa! E allora? Se Schengen salta, stappiamo lo champagne!

Ormai noi svizzerotti siamo tra i pochi che continuano a mantenere le frontiere spalancate invece di ripristinare i controlli sistematici sul confine. Quindi siamo tra i pochi che continuano ad applicare i fallimentari accordi di Schengen. Perché i trattati internazionali che fanno entrare tutti non si toccano. Guai! Fare diversamente è becero razzismo! Naturalmente questi rimproveri ipocriti vengono mossi solo a noi. Che siamo il paese più accogliente di tutti e abbiamo il 25% di popolazione straniera, oltre ad un milione di doppi passaporti. Invece il Giappone fa entrare tre asilanti in sei mesi – e fa benissimo! – e nessuno osa fare un cip.

Unica speranza: il referendum

Sicché, Schengen è sacro e non si tocca. Quando però si tratta di procedere ai rimpatri-Dublino, invece, la musica cambia. Ad esempio, arrivano i legulei buonisti-coglionisti del Tribunale amministrativo federale a dire che non si può – sa po’ mia! – rinviare i finti rifugiati in Ungheria perché gli ungheresi brutti e cattivi sono troppo severi nel concedere l’accesso alle procedure d’asilo.

Le associazioni di tiro hanno annunciato il referendum contro l’ennesima imposizione di Bruxelles che vuole disarmare i cittadini onesti. C’è da sperare che siano pronte a lanciarlo. Non bisogna infatti illudersi che il triciclo PLR-PPD-P$$ alle Camere federali si opporrà ad un qualsivoglia Diktat UE! Figuriamoci: la partitocrazia seguirà servilmente i propri esponenti governativi. Solo il popolo potrà evitare l’ennesima vergogna.

Lorenzo Quadri

I migranti economici ci sfruttano: parola di ambasciatore

Un diplomatico propone di introdurre le Green card USA: entri solo per lavorare

 

Asfaltati anche gli aiuti all’estero: “è illusorio pensare che dissuadano gli africani dal lasciare il loro continente”

Chi ha detto che in Svizzera c’è una marea di finti rifugiati eritrei perché costoro fanno venire i loro compatrioti raccontando quanto è bello il nostro Paese e quanto sono generose ed abbondanti le prestazioni sociali pagate dagli svizzerotti fessi?

Chi ha detto che eritrei e somali non arrivano in Svizzera per lavorare ma perché sanno che non verranno rispediti indietro, ed infatti in 8 anni il numero degli eritrei a carico dell’assistenza è aumentato del 2282% (sic)?

Chi ha detto che i somali che stanno arrivando ora vanno respinti?

E chi ha detto che “è un’utopia credere che ampliando l’aiuto allo sviluppo si possa dissuadere gli africani dal lasciare il loro continente”?

E’ forse stato un becero leghista populista e razzista? No. E’ stato nientemeno che un ex ambasciatore svizzero. Trattasi di Dominik Langenbacher, che si è espresso nei termini sopra citati in un’intervista rilasciata al Blick. E Langenbacher, quando dice che: “spesso valutiamo gli africani in maniera sbagliata: hanno una strategia di sopravvivenza e sono molto creativi” sa di cosa parla. Diversamente dalla ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga. La quale però, pur non sapendo, monta in cattedra con piglio da maestrina a calare sentenze. Ad esempio, quella secondo cui l’islam non può essere messo “sotto sospetto generale” malgrado sia manifestamente incompatibile con la società occidentale. Manca solo che Sommaruga aggiunga che l’islam deve diventare religione ufficiale in Svizzera. Poco ma sicuro che la sua posizione è quella!

Cosa ne pensa la Simonetta?

E chissà cosa pensa la ministra del “devono entrare tutti” delle affermazioni dell’ex ambasciatore Langenbacher che la sbugiardano (per usare un termine casto) in modo integrale. Lei e le sue politiche di accoglienza, tanto il conto lo paga il contribuente.

Del resto l’ex ambasciatore non è mica l’unico ad aver detto che le prestazioni sociali elvetiche, eccessivamente generose con i migranti economici, ci attirano in casa ogni sorta di foffa. La stessa cosa l’ha detta l’esperto di estremismo islamico Thomas Kessler, tra l’altro un ex parlamentare verde (quindi: uno di $inistra!) a proposito degli estremisti islamici. Costoro arrivano in Svizzera perché il nostro è uno dei paesi dove un furbetto straniero può attaccarsi alla mammella pubblica con la maggiore facilità. Senza dover compiere alcuno sforzo per integrarsi e per rendersi autosufficiente.

Green card

E chissà cosa pensa  la ministra del “devono entrare tutti” della proposta concreta avanzata dell’ex ambasciatore  Langenbacher, il quale suggerisce di modificare radicalmente il sistema dell’asilo, passando al modello americano delle Green Card. In sostanza,  secondo questa proposta, il migrante per entrare in Svizzera deve disporre di un importo di partenza di 20mila Fr. Dopodiché, avrà sei mesi di tempo per trovare un lavoro, durante i quali non potrà usufruire delle prestazioni sociali. Se non l’avrà trovato, dovrà lasciare la Svizzera. Più semplice di così!

Non osiamo immaginare la faccia che farebbe la kompagna Sommaruga, e non solo lei, davanti ad un’ipotesi di questo genere. Non c’è più religione se nemmeno gli ex ambasciatori osano asfaltare il sacro pensiero unico dell’accoglienza  indiscriminata, e  perorare l’introduzione di modelli fascisti e razzisti come le Greencard USA!

Noi, già che ci siamo, proponiamo di considerare anche il modello Giapponese: il paese del Sol Levante nei primi tre mesi dell’anno corrente ha riconosciuto 3 domande d’asilo  su 8560! E allora piantiamola di farci menare per il naso…

Asfaltati gli aiuti all’estero

Degna di nota anche l’affermazione di Langenbacher secondo cui non è continuando a scialacquare miliardi in aiuti allo sviluppo che si convincono gli africani a rimanere nel loro continente. Peccato che invece sia proprio questa  la scusa che da anni ed annorum viene propinata al popolino rossocrociato per giustificare come mai miliardi dei nostri soldi partono per lidi esotici invece di rimanere qui e venire spesi per le nostre necessità.  E’ quindi evidente che sugli aiuti all’estero bisogna tagliare, ma e alla grande, e allo stesso modo bisogna chiudere i rubinetti dello Stato sociale ai finti rifugiati. Se lo propone un ex ambasciatore…

E ripetiamo: il Giappone, che non è la Germania degli anni Quaranta, fa entrare tre asilanti in sei mesi; e noi dovremmo farci dei problemi a chiudere i rubinetti? Ma non sta né in cielo né in terra!

E intanto…

E il colmo è che, mentre si inviano miliardi all’estero con la scusa che questi prevengono il caos asilo quando sono tutte balle di fra’ Luca; mentre altri miliardi vengono bruciati per mantenere finti asilanti che arrivano per attaccarsi alla mammella pubblica, i sette camerieri dell’UE hanno il faccia di palta di venirci a dire che non ci sono i soldi per procedere al promesso potenziamento delle guardie di confine per aumentare la sicurezza del nostro territorio, ed in particolare delle regioni di frontiera!

Vergognoso. Evidentemente in quel di  Berna credono di potersi permettere qualsiasi cosa. Ma ancora più vergognoso è che questo sia tollerato.

Lorenzo Quadri