Assistenza sempre più su – Strani silenzi sugli stranieri

Ogni mese un nuovo record. Ma certe informazioni, chissà come mai, vengono taciute

 

Nei giorni scorsi il DSS ha reso nota l’ennesima statistica sulle persone in assistenza residenti in Ticino. A dicembre 2017 erano 8077, ovvero 133 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Naturalmente nei sei mesi nel frattempo trascorsi il numero è ancora aumentato.

Il motivo di questa escalation perpetua è ormai noto anche ai paracarri: la libera circolazione delle persone con conseguente soppiantamento dei residenti con frontalieri e dumping salariale. Da notare che non tutte le persone in assistenza sono completamente senza lavoro. C’è anche chi lavora a tempo parziale e non guadagna abbastanza per vivere (circa il 20% dei beneficiari).

Nazionalità?

Per quel che riguarda la nazionalità: tra le persone in assistenza che risiedono in questo sfigatissimo Cantone, solo il 56.6% ha il passaporto rosso. Questo significa che il 43.7% degli “assistiti” sono stranieri. E qui già si comincia a ciurlare nel manico (non è una novità). Infatti gli stranieri in Ticino sono senz’altro troppi. Ma comunque meno nel 43.7% degli abitanti. Infatti sono circa il 30%. Ciò significa che, nelle statistiche dell’assistenza, gli stranieri sono sovrarappresentati.

Da dove vengono gli stranieri in assistenza? Il 18.2% proviene dall’UE. Ma come: l’immigrazione nello Stato sociale provocata dalla fallimentare libera circolazione delle persone non doveva essere tutta una balla della Lega populista e razzista? Immigrazione non era uguale a ricchezza? (Sì, per chi immigra).

Un buon 10.3% sono invece africani. Quindi una cifra che è oltre la metà di quella dei cittadini della DisUnione europea. Apperò. Nel dicembre 2016 gli africani erano  l’8.7%. Crescita a ritmo serrato, dunque. La causa è, evidentemente, il caos asilo. Ma come: non doveva essere anch’esso tutta una balla della Lega populista e razzista?

Informazioni mancanti

Tuttavia, nel documento diffuso dal Beltradipartimento DSS mancano le informazioni più interessanti. Ad esempio, sulla provenienza dei finti rifugiati in assistenza. Anche se non ci vuole molta fantasia per immaginare la risposta. Ricordiamo infatti che, a livello federale, nel giro di otto anni il numero degli eritrei in assistenza è aumentato del 2282%. E gli eritrei sono tutti finti rifugiati. Tant’è che tornano nel paese d’origine a trascorrere le vacanze perché “lì è più bello”.

Mancano pure le informazioni sul tipo di  permesso di cui dispongono gli stranieri in assistenza. Quanti di loro sono titolari di un permesso B? In altre parole: quanti beneficiari di assistenza sociale hanno ottenuto di trasferirsi in Ticino poiché in grado di mantenersi autonomamente, ovvero senza chiedere aiuti sociali, ed invece, alla prova dei fatti… campa cavallo? Di permessi B in assistenza non ce ne dovrebbero proprio essere. Invece sappiamo che la realtà è ben diversa.

Anche se il documento pubblicato dal Beltradipartimento a questo proposito è muto come una tomba (perché?), sappiamo che circa il 16% dei casi di assistenza è composto da dimoranti, quindi da permessi B. Per una spesa di quanti milioni all’anno?

Poiché in totale i costi dell’assistenza già a fine 2016 ammontavano a 110 milioni di franchetti annuali (nel frattempo sono evidentemente cresciuti, di pari passo con l’aumento del numero dei casi), se ne deduce – facendo una media – che qui ci sono almeno una ventina di milioncini dei nostri franchetti che ciurlano nel manico. E scusate se è poco.

Alcune domandine

Altre domandine “facili-facili” che nascono spontanee ma che non trovano una risposta nel documento divulgato dal DSS:

  • Qual è la spesa totale per stranieri in assistenza? (Indicativamente, sempre in base alle medie, dovremmo navigare attorno ai 50 milioni all’anno);
  • Qual è la spesa totale per finti rifugiati in assistenza? (A occhio e croce, una dozzina di milioni annuali);
  • Da quanto tempo gli stranieri in assistenza sono a beneficio di tale prestazione?
  • Quanti di loro hanno precedenti penali?
  • Eccetera eccetera.

In totale, a fine dicembre 2016, la spesa LAPS più quella delle prestazioni complementari ammontava a 360 milioni di Fr all’anno. Per i sussidi dei premi di cassa malati si arriva a 200 milioni. Quanti di questi finiscono nelle tasche di permessi B? E da notare che i sussidi di cassa malati non vengono nemmeno considerati come “aiuti sociali” i quali, se percepiti in esubero, possono portare alla revoca o al mancato rinnovo di un permesso per stranieri.

Nuova conferma

Le cifre di cui sopra confermano, per l’ennesima volta, quanto ripetiamo da tempo. Il nostro stato sociale – sempre eccessivamente generoso nei confronti degli immigrati  – galoppa verso l’infinanziabilità. Per cui, o cominciamo a risparmiare sulle prestazioni a stranieri, oppure bisognerà tagliare su tutti.

Ad esempio: l’Austria ha di recente deciso di decurtare le rendite ai migranti economici che non sanno il tedesco.

Morale: altro che “immigrazione uguale ricchezza”. Abbiamo importato solo povertà (e delinquenza, e inquinamento, e caos viario…). Con i relativi costi!

Lorenzo Quadri

 

Immigrazione “normalizzata”? Basta raccontare panzane!

60mila immigrati dall’UE nel 2017 sarebbero un quantitativo sostenibile? Ma va là!

Visto che, giustamente e come accade peraltro in tutta Europa, la devastante libera circolazione delle persone viene messa sempre più in discussione anche alle nostre latitudini, i camerieri dell’UE in generale e la ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga in particolare, sono in fibrillazione. Il loro castello ideologico sulle “aperture” e sull’ “immigrazione uguale ricchezza” rischia di crollare miseramente.

Anche il Belpaese

Del resto perfino il Belpaese, che non è necessariamente un modello di virtù, ha dato un calcio nel fondoschiena ai balivi di Bruxelles con le ultime elezioni e con il governo Lega – M5S. Visto però che al di là della ramina la parola chiave non è coerenza bensì opportunismo, non ci vuole molta fantasia per immaginare che (ad esempio) alla prima occasione in cui il Ticino dovesse tentare di difendersi dall’invasione da sud (anche se, con la partitocrazia che ci ritroviamo, aspetta e spera) nella vicina Penisola non mancheranno di invocare presunte violazioni di Diktat UE… ma questa è un’altra storia.

A proposito, piccola digressione aggiuntiva: che fine ha fatto la chiusura notturna dei valichi secondari? Dispersa nelle nebbie?

Lavaggio del cervello

Come detto, sulla devastante libera circolazione delle persone gli svizzerotti cominciano ad aprire gli occhi, ed inoltre è in corso la raccolta firme per l’iniziativa popolare che ne chiede la disdetta. Ecco dunque che i camerieri dell’UE in Consiglio federale, per non scontentare i loro padroni di Bruxelles, si stanno già dedicando al lavaggio del cervello al popolazzo. Con l’obiettivo di mettersi al riparo da brutte sorprese.

L’ultimo mantra della ministra del devono entrare tutti è: “l’immigrazione è sotto controllo, infatti nel 2017 ci sono stati solo (sic!) 60mila immigrati dalla fallita UE”. Negli anni scorsi si è arrivati fino a 90mila. Alla faccia! Si dà però il caso che:

  • Il flusso migratorio è altalenante, un anno può calare e quello successivo riprendere;
  • Visto che, come si diceva una volta, “la barca è piena”, ci mancherebbe anche che il flusso migratorio in queste condizioni non diminuisse. Ogni contenitore raggiunge la propria capienza massima.
  • Naturalmente la kompagna Simonetta si guarda bene dal far notare che in sede di votazione popolare il Consiglio federale aveva raccontato una clamorosa balla di fra’ Luca, ossia che con la libera circolazione delle persone sarebbero immigrati al massimo 10mila cittadini UE all’anno. Quindi, altro che numeri “sotto controllo”! I presunti “numeri sotto controllo” sono sei volte superiori alle cifre che il Consiglio federale aveva annunciato. I cittadini sono dunque stati presi per i fondelli alla grande!
  • Del resto, se si pensa che sempre il Consiglio federale aveva raccontato che gli accordi di Schengen/Dublino sarebbero costati 7-8 milioni all’anno (sette trattino otto, non settantotto) mentre adesso probabilmente siamo in zona 200 milioni annui, e la cifra continua a crescere poiché i fallimentari accordi in questione si “arricchiscono” di sempre nuove aggiunte, capiamo bene che per il governicchio federale prendere i cittadini per i fondelli è un’abitudine inveterata.

Una chicca

Al contrario di quel che vorrebbe farci credere la ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga, non è affatto vero che l’immigrazione è sotto controllo. Per non parlare della barzelletta dell’ immigrazione che sarebbe uguale a ricchezza, usata come un mantra dalla Berna federale.

Al proposito, sull’ultimo numero del periodico Schweizerzeit è stata pubblicata una chicca interessante. Nel comune zurighese di Regensdorf la spesa sociale pro capite nel giro di trent’anni, dal 1986 al 2016, è passata da 114 Fr a 1019. Ovvero: se ad ogni contribuente di Regensdorf nel 1986 la socialità costava 114 Fr, nel 2016 il conto era lievitato a 1019 Fr, con un aumento dell’894%! Si tratta solo di un esempio, ma assai significativo. Ed  è evidente che in questa vera e propria esplosione  dei costi sociali l’immigrazione scriteriata, come pure il caos asilo, ha un ruolo di primo piano. Per salvare la nostra socialità occorre dunque sottoscrivere l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone.

Lorenzo Quadri

Finti rifugiati: l’Austria decurta i fondi. E noi?

C’è chi interviene per frenare i costi del caos asilo e chi, invece, spende sempre di più

 

Gli amici austriaci sanno sorprenderci con iniziative interessanti. L’ultima in ordine di tempo  riguarda l’assalto alla diligenza dello Stato sociale da parte di migranti economici.

Confrontata con una spesa generata dal “caos asilo” che galoppava a briglie sciolte, Vienna ha deciso che ai finti rifugiati che non sanno abbastanza bene il tedesco saranno tagliati i fondi. Si tratta di una misura di risanamento per frenare i costi che stavano diventando insostenibili. A questo punto una domanda nasce spontanea: e dalle nostre parti, i camerieri dell’UE sotto le cupole federali quando pensano di prendere delle misure per contenere la spesa miliardaria generata dal caos asilo? La risposta è purtroppo scontata: se aspettiamo la partitocrazia spalancatrice di frontiere e multikulti, stiamo freschi. Con la ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga, poi, è peggio che andar di notte. Ed infatti il disegno del Dipartimento Sommaruga non è quello di potenziare le espulsioni dei finti rifugiati bensì di tenerli tutti qui. Naturalmente a spese del solito sfigato contribuente. Dell’esplosione dei costi, a Madame ed ai suoi tirapiedi, non gliene potrebbe fregare di meno!

La lingua

Certo, anche il Dipartimento Sommaruga tiene in considerazione la lingua degli immigrati clandestini. Ma a danno degli svizzerotti. Ed infatti la geniale pensata è quella di mandare i migranti economici nei Cantoni di cui parlano la lingua, il che ovviamente significa infesciare i Cantoni latini, data la provenienza dei finti rifugiati. Questo è infatti il brillante progetto presentato recentemente dalla Segreteria di Stato della migrazione.

Motivo: conoscendo la lingua, i finti rifugiati avranno più facilità a trovare lavoro. Cosa, cosa? Qui qualcuno dev’essere caduto dal seggiolone da piccolo: adesso Berna, invece di espellerli, pretende di integrare i migranti economici nel mercato del lavoro svizzero e ticinese.  Peraltro spendendo sempre di più. A scapito ovviamente dei disoccupati residenti, per i quali i camerieri dell’UE in Consiglio federale non muovono un dito. Operazione peraltro destinata a fallire miseramente, poiché i finti rifugiati non sono integrabili. Purtroppo la morale è sempre la stessa. C’è chi ha dei governanti con gli attributi che difendono il proprio paese, e chi invece si ritrova con le Simonette.

Lorenzo Quadri

Armi, come da copione: il “triciclo” ci ha svenduti

Consiglio nazionale: la partitocrazia si inginocchia al Diktat di Bruxelles

L’oggetto deve ancora passare al Consiglio degli Stati, ma non facciamo illusioni: i “senatori” faranno ancora peggio! Preparare il referendum!

Come volevasi dimostrare, la partitocrazia PLR-PPD-P$$  in Consiglio nazionale ha calato le braghe ad altezza caviglia davanti al Diktat sulle armi imposto dall’UE per disarmare i cittadini onesti. Così gli unici ad essere in possesso di armi da fuoco saranno i delinquenti. A tutto vantaggio della sicurezza, naturalmente. Come no!

Che la direttiva disarmista di Bruxelles serva a combattere il terrorismo islamico, come vorrebbero far credere gli eurobalivi, dalle nostre parti ormai non lo sostengono più nemmeno i $inistrati. La gauche-caviar ha addirittura tentato, nel corso del dibattito fiume, di inserire ulteriori limitazioni. Oltre a quelle pretese dall’UE. Chiaro: i kompagnuzzi vogliono azzerare la tradizione elvetica in materia di armi, come pure il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato che vi sta dietro, che è una peculiarità svizzera. E visto che il popolo nel febbraio 2011 ha invece confermato la tradizione elvetica in materia di armi a domicilio, asfaltando i tentativi di rottamazione da parte della $inistra multikulti, adesso i kompagni approfittano dei diktat di Bruxelles con l’obiettivo di cancellare il voto popolare sgradito. Del resto, dal PS Partito degli Stranieri, farcito di politicanti col passaporto rosso ancora fresco di stampa, mica ci si può aspettare che difenda le tradizioni svizzere, e men che meno i nostri diritti popolari.

Ritocchini

Fatto  sta che, nella cosiddetta “Camera del Popolo” (in considerazione delle decisioni che prende grazie alla maggioranza PLR-PPD-P$$, dovrebbe cambiare il nome in “Camera contro il Popolo”) la partitocrazia cameriera dell’UE ha ubbidito ai suoi padroni di Bruxelles. Per tentare di mascherare che la Svizzera, che non è nemmeno membro della DisUnione europea, è però l’unico paese che si fa schiacciare gli ordini dagli eurofalliti, i soldatini del triciclo hanno introdotto alcune piccole modifiche nella direttiva disarmista. Ritocchi di portata irrilevante, nella certezza che a Bruxelles non avrebbero avuto nulla da dire. E’ la stessa tattica su cui si basa il compromesso-ciofeca contro il 9 febbraio.

Ossessionati da Schengen

E qual è il ritornello con cui i soldatini della partitocrazia si sono riempiti la bocca per giustificare l’ennesima calata di braghe davanti ad un Diktat Bruxelles che fa strame delle nostre leggi, delle nostre tradizioni, della nostra volontà popolare? “Bisogna salvare i (fallimentari) accordi di Schengen, Schengen è in pericolo se non ci pieghiamo a 90 gradi, Schengen über Alles!”.

Qui qualcuno si è bevuto il cervello. Oppure pensa di poter impunemente prendere la gente per scema.

Punto primo:che in caso di rifiuto del Diktat UE, l’accordo di Schengen verrebbe automaticamente disdetto, è una “fake news”. Non c’è alcun automatismo, e vogliamo proprio vederli gli eurobalivi che disdicono l’accordo di Schengen con la Svizzera col risultato che noi il giorno dopo chiudiamo le frontiere!

Punto secondo:come ripetuto più volte, se gli accordi di Schengen saltano, abbiamo solo da guadagnarci. Sia economicamente, dato che questi fallimentari trattati ci costano attorno ai 200 milioni di Fr all’anno (invece dei 7-8 promessi dal Consiglio federale prima della votazione), che dal punto di vista della sicurezza, che   da quello della sovranità. E’ infatti evidente che le armi sono solo l’inizio. Con lo stesso ridicolo spauracchio di “Schengen in pericolo” la partitocrazia sdoganerà in futuro ogni sorta di calata di braghe. Il precedente è stato creato. A proposito: ma ai tempi della votazione su Schengen, mica era stato promesso che non avrebbe avuto alcuna conseguenza sul diritto svizzero delle armi? O vuoi vedere che si trattava dell’ennesima balla?

La posta in gioco

Nella squallida vicenda dei Diktat disarmisti dell’UE non sono in gioco solo le armi. Sono in gioco la nostra democrazia e la nostra sovranità. Oggi la partitocrazia cala le braghe sulle armi dei cittadini onesti. Domani sarà il turno dei diritti popolari.

Poiché il Consiglio degli Stati di sicuro non migliorerà il progetto disarmista, ma è assai più probabile che avverrà esattamente il contrario, è fondamentale che contro l’approvazione del diktat UE venga lanciato il referendum. E che venga anche vinto. Altrimenti il disastro è annunciato. Come detto: in ballo non ci sono solo le armi dei cittadini onesti. La posta è più alta.

Lorenzo Quadri

 

Il PLR insiste: ticinesi in assistenza? “Incollocabili!”

Invece di rimediare all’invasione da sud, l’ex partitone se la prende con i disoccupati

Certo che in casa liblab ce la stanno mettendo proprio tutta per reggere la coda alla devastante libera circolazione delle persone. Per tentare di far credere che l’immigrazione scriteriata non abbia fatto disastri su disastri; ma quando mai!

In una sola settimana si sono cumulate due iniziative in tal senso.

Il “libro bianco” dei galoppini

La prima, a livello federale: il cosiddetto “libro bianco” (ci ricorda qualcosa…) di Avenir Suisse sui rapporti tra la Svizzera e la fallita UE. Avenir Suisse è un “Think Tank” (serbatoio di pensiero) di area liblab. Missione: galoppinare la casta spalancatrice di frontiere. Nel recente passato, questo gremio di aspiranti Nobel  si è segnalato per la “geniale” proposta di rendere più difficile l’esercizio dei diritti popolari. Chiaro: il popolazzo becero “vota sbagliato” e mette i bastoni tra le ruote agli intrallazzi dell’élite. Quindi va ridotto al silenzio. Hai capito i soldatini di Avenir Suisse? Altro che “serbatoio di pensiero”: serbatoio di fregnacce!

Dunque i soldatini di Avenir Suisse nei giorni scorsi hanno presentato il loro “libro bianco” sui rapporti con l’UE. Basato su studi farlocchi, su clamorose balle di fra Luca al limite dell’oltraggioso (ad esempio questa, epocale: “la libera circolazione è particolarmente vantaggiosa per la Svizzera”)e su imbarazzanti silenzi, il “libro bianco” è un maldestro tentativo di propaganda a sostegno delle frontiere spalancate e dello sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE. Un accordo, quest’ultimo, fortissimamente voluto dai politicanti liblab e P$, che costituirebbe la pietra tombale della nostra sovranità e dei nostri diritti popolari.

Fingono di non sapere

Naturalmente i galoppini di Avenir Suisse si sciacquano la bocca con l’importanza degli accordi commerciali con l’UE. Ma fingono di non sapere che per concludere accordi commerciali vantaggiosi non c’è affatto bisogno di spalancare le frontiere. La stessa UE ha sottoscritto trattati commerciali con gli USA, con la Cina, col Canada: e in questi accordi di libera circolazione proprio non se ne parla.

Chiaro che il “libro bianco” dei soldatini liblab di Avenir Suisse dimostra che la libera circolazione ciurla nel manico (gli uccellini cinguettano infatti che la raccolta firme per l’iniziativa popolare che ne chiede l’abolizione stia andando bene). Di conseguenza alla casta comincia, come si suol dire, a diventar fredda la camicia. Avanti così!

In Ticino

Seconda iniziativa, questa in Ticino, guarda caso sulle colonne del bollettino dell’ex partitone Opinione liberale (più redattori che lettori). Ancora una volta il PLR tenta di far credere che l’invasione da sud sia una figata pazzesca e che sul mercato del lavoro ticinese vada tutto a meraviglia. Come no!

Il presidente della Camera di commercio (CCIA-Ti)  Luca Albertoni (che ci sta pure simpatico) scrive sull’esplosione dell’assistenza in Ticino, che a suo parere non avrebbe relazione con le “problematiche vere o presunte del mercato del lavoro”. Ohibò. Come dire: non è vero che il mercato del lavoro di questo sfigatissimo Cantone è andato in palta a causa dell’invasione da sud, sono tutte balle populiste!

Ed infatti, prosegue il direttore della CCIA-Ti, “le cifre della disoccupazione sono in costante calo”. Certo: le cifre taroccate della disoccupazione pubblicate dalla SECO per reggere la coda alle politiche della partitocrazia sono in calo. Il che non vuole affatto dire che la disoccupazione in quanto tale sia in calo. Come ben testimonia l’aumento dei numeri dell’assistenza.

Tutti casi psichiatrici?

A ciò si aggiunge la storiella, citata sempre da Albertoni, secondo cui su 8077 persone in assistenza quelle effettivamente collocabili sarebbero solo un migliaio. Questa è un’altra mistificazione.  Tanto per cominciare, le sentenze sulla collocabilità o meno vengono calate esaminando solo le scartoffie e non la persona. Ma soprattutto: l’assistenza non è l’AI. Chi è andato in assistenza passando dalla disoccupazione, prima lavorava.  Quindi era “collocabile” eccome. Se poi qualcuno è diventato incollocabile a seguito del lungo periodo di inattività e della sterminata serie di porte prese in faccia, è un altro discorso.

Inoltre, l’invasione da sud provocata dalla partitocrazia taglia fuori in partenza chi magari in ambito professionale è più “debole” – vuoi per formazione, vuoi per caratteristiche personali – ma che prima della libera circolazione un lavoro (magari “di manovalanza”; ma mica tutti devono fare i manager) l’avrebbe trovato eccome, e l’avrebbe anche svolto dignitosamente.  Adesso rimane escluso e magari viene pure bollato come  incollocabile. Ma questo accade perché 350mila ticinesi sono stati mandati allo sbaraglio. Messi in concorrenza con 10 milioni di abitanti della Lombardia. Dove ci sono dottorati disposti a venire in Ticino a fare fotocopie, pur di avere la pagnotta sul tavolo, visto come butta dalle loro parti.

Era evidente che una simile scelleratezza avrebbe provocato un disastro. Chi, da presunto esperto del mercato del lavoro, non ha previsto cosa sarebbe successo o addirittura lo ha negato, sì che è “incollocabile”.

PLR contro i disoccupati

La storiella che su 8077 persone in assistenza ci sarebbero non qualche centinaio o anche un paio di migliaia, ma addirittura oltre settemila – quindi una grandissima maggioranza! – di incollocabili “veri”, quindi casi sociali e/o psichiatrici, è un’offesa ai disoccupati di lunga durata, e la raccontate a qualcun altro. Anche perché, se così fosse, queste persone sarebbero in invalidità e non in assistenza.

Anche quando viene infiocchettato, il pensiero del PLR è sempre lo stesso: chi, ticinese, non ha un lavoro, è un lazzarone e non vale una sverza. Oppure è un caso sociale o psichiatrico. O un tossicomane. “Incollocabile”. Tenere a mente.

Giudici stranieri e fake news

Adesso i camerieri dell’UE vorrebbero farci credere che abbiamo le allucinazioni

La stampa di regime continua con la sua operazione di lavaggio del cervello pro-UE e pro-frontiere spalancate. Tramite l’ennesimo sondaggio farlocco, pubblicato con ampia enfasi dalla NZZ, si racconta la fanfaluca che lo sconcio accordo quadro istituzionale  con l’UE sarebbe gradito ad una maggioranza degli svizzerotti, i quali appoggerebbero la strategia (?) di KrankenCassis. (E quale sarebbe la strategia del neo-ministro degli Esteri liblab? Partecipare ad ogni aperitivo/evento/sagra/fiera/festival che non c’entra un piffero con la politica estera?).

Anche il Gigi di Viganello ha capito che il sondaggio in questione è affidabile come le statistiche della SECO su disoccupazione e frontalierato in Ticino!

L’aspetto più patetico è che si tenta di far credere che lo sconcio accordi quadro istituzionale con l’UE non ci porterebbe in casa alcun giudice straniero. Perché a dirimere le vertenze con gli eurobalivi sarebbero dei tribunali arbitrali composti da rappresentanti della Svizzera e dell’UE. Sicché i giudici stranieri sarebbero, secondo gli spalancatori di frontiere, frutto di un’allucinazione collettiva. $ignori, ma chi credete di prendere per i fondelli? Si dà il caso che i famosi tribunali arbitrali con cui l’italo-svizzero KrankenCassis la remena, potrebbero al massimo decidere su controversie tra Berna e Bruxelles che però non riguardano il diritto UE.A decidere sull’applicazione e sull’interpretazione del diritto comunitario sarà sempre e comunque la Corte di Giustizia europea. Quindi i GIUDICI STRANIERI! I quali sono un realtà assai concreta e verranno a dettarci legge nel caso in cui l’accordo quadro istituzionale, che tanto piace a KrankenCassis, dovesse venire sottoscritto. Non facciamo prendere in giro: la politica UE dell’attuale ministro degli Esteri è la stessa del suo predecessore, ovvero l’euroturbo Didier Burkhaltèèèr!

Anche Amnesty…

Intanto, anche Amnesty International ha cominciato fare campagna elettorale contro l’iniziativa  popolare “contro i giudici stranieri” con la seguente, grottesca motivazione: “indebolirebbe i diritti umani poiché potrebbe portare all’uscita della Svizzera dalla CEDU (Convenzione europea dei diritti dell’uomo)”!

Uhhh, che pagüüüraaa!

Tanto per cominciare: la Svizzera, per applicare i diritti umani al proprio interno, non ha bisogno di nessuna CEDU. In campo di rispetto dei diritti umani, malgrado le fregnacce strumentali che vanno in giro a raccontare gli spalancatori di frontiere, abbiamo lezioni da dare; non certo da prendere.

Per il resto: non fateci ridere! A parte che l’uscita della Svizzera dalla CEDU in caso di approvazione dell’iniziativa “contro i giudici stranieri” è solo un’ipotesi. E anche se accadesse? Secondo gli scienziati di Amnesty International, dovremmo permettere ai giudici stranieri di comandare in casa nostra per fare un favore a questa Ong del piffero? Ma stiamo dando i numeri?

Lorenzo Quadri

Il lavaggio del cervello per ingerlarci l’accordo quadro

Altro che firmare nuovi trattati con Bruxelles: bisogna disdire quelli attuali!

 

Come volevasi dimostrare il neo-ministro degli Esteri KrankenCassis, doppio passaporto fino a “cinque minuti” prima dell’elezione in Consiglio federale, insiste con la ciofeca dell’accordo quadro istituzionale con l’UE. Il quale accordo comporta che, negli ambiti da esso regolati, in casa nostra comandano i balivi di Bruxelles. Non i cittadini svizzeri. Il meccanismo è ben visibile con i fallimentari accordi di Schengen e con la direttiva UE per disarmare i cittadini onesti. Con il pretesto che questa direttiva fa parte dell’acquis Schengen, tale ciofeca viene imposta anche alla Svizzera, in quanto Stato firmatario. E questo malgrado sia contraria alle  nostre leggi, alle nostre tradizioni ed alla nostra volontà popolare. Non si capisce come mai, però, la Repubblica Ceca – che è un Paese membro UE – possa invece tranquillamente rifiutare le modifiche al proprio diritto sulle armi che i balivi UE vorrebbero imporre. Sono solo gli svizzerotti fessi a venire “minacciati” con la disdetta degli accordi di Schengen nel caso di rifiuto del nuovo Diktat UE?  Minaccia per modo di dire, dato che la fine del regime-Schengen sarebbe per noi una benedizione; ma questo è un altro discorso.

L’interesse della Svizzera…

Il buon KrankenCassis è stato membro della Pro Tell, associazione che si batte per un diritto liberale delle armi, per accattarsi qualche voto parlamentare. Ne è però uscito dopo un battito di ciglia per poi schierarsi sul fronte opposto.

il neo ministro degli esteri non ha difeso in alcun modo l’autonomia degli Svizzeri dagli eurobalivi che pretendono di imporci il loro diritto delle armi. La stessa cosa accadrà, poco ma sicuro, nell’ambito dello sconcio accordo quadro istituzionale. Di cui il ministro degli Esteri continua, tra l’altro, a parlare. Chiaro tentativo di lavaggio del cervello. Secondo l’ultima versione, le trattative a livello tecnico con Bruxelles si potrebbero concludere entro l’estate. Ma anche no! E questa sarebbe una bella notizia? E’ inutile che KrankenCassis continui ad imbonirci con la storiella che si sottoscriveranno solo accordi nell’interesse della Svizzera. L’interesse della Svizzera imporrebbe di non sottoscrivere nessun nuovo accordo con l’UE, ed anzi disdirne qualcuno degli esistenti.Vedi libera circolazione delle persone, vedi Schengen, tanto per citare un paio di esempi. E’ chiaro che KrankenCassis l’accordo quadro lo vuole eccome, proprio come il suo predecessore Burkhaltèèèr. E questo in barba agli interessi della Svizzera. La musica non è affatto cambiata. Faremo bene a rendercene conto.

Il piazzista tedesco

E’ poi evidente che l’UE vuole imporre l’accordo quadro alla Svizzera per comandare in casa nostra. Nei giorni scorsi è giunto a Berna il presidente tedesco, tale Frank-Walter Steinmeier, SD, uno che nemmeno in Germania sanno chi sia. Il quale ha pensato bene di venire a raccontare agli svizzerotti immonde fetecchiate del tipo: “L’Unione europea non è un nemico della Svizzera”. Di sicuro non è un amico. E’ un’entità che si fa gli affari propri a scapito nostro. E quindi, se continua a ripeterci che dobbiamo firmare l’accordo quadro istituzionale, è perché ciò rientra nel suo interesse; non certo nel nostro.

Cominciamo inoltre ad essere stufi di vedere che qualsiasi politicante straniero in visita nel nostro paese – compresi quelli, come il $inistrato Steinmeier, che nemmeno a casa loro contano un tubo – si crede nella posizione di calarci lezioni su come ci dobbiamo comportare con l’UE. Ma stiamo scherzando?

Starsene a casa

Oltretutto l’alto papavero germanico parla pure a vanvera. O meglio: il ghost writer pagato dal contribuente tedesco che gli prepara gli interventi scrive a vanvera. Infatti nello stesso discorso il kompagno “Frank-Walter” è riuscito ad elogiare la democrazia svizzera e a fare propaganda per l’accordo quadro. Il quale però con la democrazia non c’entra un tubo.  A volerlo fortissimamente è la casta,  con l’intenzione di togliere potere al popolazzo becero che “vota sbagliato”.  Il tedesco, dunque, ci racconta tutto e il contrario di tutto.

Altro che dare cene di gala in onore di Steinmeier. Lo sconosciuto signore avrebbe dovuto essere imbarcato sul primo volo in partenza per Berlino.

L’europeista Cassis si metta l’anima in pace: non vogliamo nessuno accordo quadro con l’UE, non vogliamo nessun Diktat di Bruxelles sulle armi, e qualsiasi piazzista europeo che avesse una mezza idea di arrivare da noi per tentare di sbolognarceli, è cordialmente invitato a starsene a casa propria.

Lorenzo Quadri

Svizzera corridoio a basso costo per TIR UE in transito

Se l’Austria alza le tariffe al Brennero, i camion si riverseranno in massa da noi?

Ma guarda un po’, a quanto pare gli amici austriaci ci stanno preparando un bel regalino! Vienna infatti intende “scoraggiare” i transiti di TIR dal Brennero. Questo perché tali transiti sono aumentati notevolmente. Nei primi due mesi del 2018 è infatti stata registrata una crescita di ben 58mila passaggi e l’Austria intende correre ai ripari. Come? Aumentando i pedaggi ed imponendo un limite quantitativo: al massimo 300 “bisonti” all’ora nel mese di maggio.

Gli eurobalivi hanno già comunicato che introdurre il tetto massimo di 300 camion all’ora “sa po’ mia”. Vedremo però se a Vienna si lasceranno impressionare da Diktat di questo tipo e caleranno le braghe, come farebbero a Berna nel giro di pochi secondi, o se invece…

Ringraziamo Moritz Leuenberger

Per contro, gli eurobalivi non hanno apparentemente nulla da eccepire a proposito dell’aumento del pedaggio al Brennero. Il che ha suscitato preoccupazione sotto le cupole federali. Preoccupazione giustificata. Infatti, in caso di importante rincaro del Brennero, passare attraverso la Svizzera diventerebbe particolarmente conveniente per il traffico parassitario nord-sud e sud-nord. C’è dunque da temere un travaso in massa di bisonti UE dall’Austria  verso il nostro Paese? La SRF (poco sospetta di antieuropeismo) ha i titolato: “una valanga di camion minaccia la Svizzera”. Se la minaccia si concretizzerà o meno, lo si vedrà a breve termine. Il rischio comunque non è astratto. Usare la Svizzera come corridoio di transito costa poco. E per questo possiamo ringraziare il compagno rossoverde Moritz “Implenia” Leuenberger. Costui, quando era ministro dei trasporti, nelle trattative con l’UE ha calato le braghe sull’ammontare della tassa sul traffico pesante (TTPCP) per l’attraversamento della Svizzera da Chiasso a Basilea, facendosi di fatto imporre la tariffa da Bruxelles. In base all’accordo sui trasporti terrestri con l’UE, il valore medio ponderato della TTPCP non può infatti superare i 325 franchi per un viaggio da confine a confine (distanza di riferimento Basilea‒Chiasso, 300 km).

Peccato che inizialmente la Svizzera volesse 620 Fr, mentre l’UE ne proponeva 320. Inutile dire che la cifra effettiva è stata quella decisa dagli eurobalivi. Ennesimo esempio di cosa portano a casa i negoziatori bernesi nelle trattative con l’UE. Sicché, se oltre alla devastante libera circolazione delle persone salta anche l’accordo sui trasporti terrestri, di certo non ci strappiamo i capelli; anzi.

Se la prendono con gli automobilisti

Le prodezze dell’ex ministro dei trasporti rossoverde Leuenberger che ha svenduto il paese, però, i kompagni si guardano bene dal ricordarle. Specie quando discettano sull’inquinamento dell’aria. Macché: gli ambientalisti “elvetici” (elvetici, spesso e volentieri, per modo dire) si preoccupano in prima linea di penalizzare gli automobilisti. Naturalmente solo quelli residenti. Vedi il maldestro tentativo dei giorni scorsi di agganciarsi allo “slow up day” (manifestazione di promozione della mobilità lenta), che si tiene una volta all’anno, per riesumare le domeniche senz’auto (ideologia anni Settanta) da però introdurre ogni mese.

E i 65’500 frontalieri e le svariate migliaia di padroncini che entrano quotidianamente in Ticino uno per macchina? Forse che non inquinano? Ah no, a quel proposito nulla da dire. Citus mutus. Guai ad ostacolare l’invasione da sud! La libera circolazione delle persone non si tocca, le frontiere spalancate nemmeno. Insomma, Verdi sì, ma come le angurie: rossi dentro. E quindi: frontiere spalancate über Alles!

Lorenzo Quadri

 

Il telefonino di Balzaretti lo riconsegniamo al venditore

“Gli accordi con l’UE sono come un cellulare, bisogna scaricare gli aggiornamenti”

 

Improvvido paragone del Segretario di Stato per spiegare perché gli svizzerotti dovrebbero sistematicamente calare le braghe davanti ai Diktat di Bruxelles

Mentre KrankenCassis è in giro per la Svizzera a fare il prezzemolino ad eventi che col suo mandato c’entrano come i cavoli a merenda (ministro degli Esteri o ministro dell’Aperitivo?) di politica estera parla il suo subito-sotto Roberto Balzaretti, il Segretario di Stato già segnalatosi per le posizioni accondiscendenti (eufemismo) nei confronti dei balivi dei Bruxelles, con i quali sarebbe però chiamato a trattare – e quindi a litigare.

Balzaretti venne nominato capo di gabinetto dalla kompagna Calmy-Rey nel 2004, che poi nel 2008 lo promosse a segretario generale del DFAE. Qualcuno immagina forse che Calmy-Rey, Consigliera federale del P$$ che ha nel suo programma l’adesione della Svizzera all’UE, avrebbe fatto avanzare un funzionario non euroturbo? Ma bisogna credere a Babbo Natale!

Ricordiamo poi che Balzaretti, designato nel 2012 ambasciatore e capo della Missione della Svizzera a Bruxelles, fu colui che in tale veste nel 2015 davanti all’europarlamento dichiarò che la Svizzera sarebbe stata disposta a sottomettersi alla giurisdizione della Corte europea di giustiziasul proseguimento dei bilaterali dopo il “maledetto voto” del 9 febbraio. Aggiungendo: “non so quale altro paese non membro dell’UE sarebbe stato disposto a un tale passo”.Appunto: nessuno. Chi abbia autorizzato Balzaretti a prodursi in simili affermazioni, non l’ha ancora capito nessuno.

Ancora la “diplomazia pubblica”?

Adesso il Segretario di Stato parla di “diplomazia che per la prima volta nella storia gioca a carte scoperte”. A parte che questa presunta “prima” sembra semmai  una ribollita, visto che già l’ex “patrona” di Balzaretti, Calmy-Rey, la menava con la “diplomazia pubblica”. Non si è ben capito quali vantaggi si pensa di ottenere con la “diplomazia a carte scoperte” quando tutti gli altri attori le loro carte le tengono ben coperte, e un qualche motivo ci sarà. E’ l’ennesima gattata degli svizzerotti per farsi infinocchiare? Oppure risponde alle conclamate smanie di visibilità del nuovo ministro degli Esteri? Certo è che non promette nulla di buono. Come nulla di buono promette il paragone “tecnologico” fatto da Balzaretti in un’intervista pubblicata da Avenir Suisse. A proposito: Avenir Suisse è quel “think tank” (serbatoio di pensiero) che vorrebbe sabotare i diritti di iniziativa e di referendum perché il popolazzo becero troppo spesso mette i bastoni tra le ruote all’élite spalancatrice di frontiere. Poi la partitocrazia triciclata – vedi 9 febbraio – deve arrampicarsi sui vetri e fare figure marroni per cancellare l’esito delle votazioni.

Dice Balzaretti che la ripresa dinamica, cioè automatica, del diritto UE, è come un telefonino: “se non si scaricano gli aggiornamenti prima o poi non funziona più”. Ah ecco! E dove starebbe la novità in questo discorso? E’ sempre la solita fregnaccia ripetuta ormai in mille salse: bisogna inginocchiarsi davanti ai balivi UE perché “è ineluttabile” altrimenti “non funziona più  niente”. 

Il telefonino lo scegliamo noi

Visto che questa storiella dello “svizzerotti, dovete calare le braghe davanti a Bruxelles  e permettere ai balivi UE di comandare in casa vostra, altrimenti sarà l’apocalisse” la sentiamo da almeno due decenni, il buon Balzaretti ed il suo capo comprenderanno che ci ha disintegrato i santissimi. Tanto più che non è vero niente. Chi decide di ribellarsi ai Diktat della fallita UE ci guadagna soltanto. Dopo il voto sulla Brexit – quel voto che, secondo l’establishment, avrebbe dovuto trasformare la Gran Bretagna nel Burundi – l’economia inglese vola. Sicché il telefonino di Balzaretti lo riportiamo immediatamente all’imbonitore che l’ha venduto e ci scegliamo noi il modello che vogliamo, con le app che vogliamo e con gli aggiornamenti che vogliamo. E magari anche con la funzione “reset”.

Il vino è sempre lo stesso

Queste nuove sortite del responsabile delle negoziazioni con l’UE confermano, per l’ennesima volta, che non c’è stato alcun “tasto reset”. Come ha detto Blocher, con Cassis  il vino è sempre lo stesso (quello del Didier “dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèr”).  Al massimo è cambiata la bottiglia. Altro che tasto reset: qui ci vorrebbe il tasto eject. Ma  purtroppo non esiste nemmeno quello.

Lorenzo Quadri

Rapporti Svizzera-Italia: “Svegliati è primavera”

Accordo sui frontalieri: dopo la cinquantesima fetta, a Berna si accorgono che…

 

Per la serie: dopo averne mangiate cinquanta fette si accorse che era polenta! Improvvisamente, in una soleggiata mattina di aprile, il Segretario di Stato per le questioni finanziarie internazionali Jörg Gasser viene fulminato da un’illuminazione quasi mistica ed in tono solenne dichiara: “C’è preoccupazione per la ratifica da parte italiana del nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri. C’è il rischio (?) che su alcuni temi dovremo riaprire le discussioni”.

Ma chi l’avrebbe mai detto! Allora è vero che i bernesi ci mettono un po’ a capire le cose! Meglio tardi che mai verrebbe da dire, senonché il buon Gasser, forse sorpreso dall’audacia della sua sconvolgente affermazione, corregge il tiro ed aggiunge: “ma la road map non dovrebbe essere messa in discussione”. Infine, la scoperta della vita a proposito del njet italico che blocca alle banche svizzere l’accesso alla piazza finanziaria del Belpaese: “Abbiamo soddisfatto tutte le richieste in materia di regolamentazione finanziaria e siamo conformi agli standard internazionali– commenta costernato il Segretario di Stato -. Non c’è motivo per cui le banche svizzere non debbano potere fornire servizi cross border (uella)  anche in Italia”.Accipicchia!

Qui viene in mente la nota canzone di Venditti: “Gasser, svegliati è primavera!”.

Traduzione

La road map, caro Jörg, non verrà messa in discussione per un semplice motivo: perché non c’è più l’oggetto su cui discutere, gli italici l’hanno già rottamata da un pezzo!

Per gli altri temi, vediamo di tradurre le affermazioni di Gasser in modo un po’ più aderente alla realtà:

– Il nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri, per quanto interessante anche per il Belpaese, è morto e sepolto: facciamocene una ragione. Logica conseguenza: disdire (Confederazione) l’accordo attuale del 1974 e soprattutto (CdS) BLOCCARE I RISTORNI.
– Accesso alla piazza finanziaria italiana: la Svizzera come al solito ha calato le braghe su tutto ed in tempo di record. Ciononostante, i vicini a sud non fanno la propria parte e ci discriminano.In altre parole: svizzerotti fessi infinocchiati per l’ennesima volta. Però continuiamo a versare i ristorni? Fessi al quadrato! (Vedi punto precedente).
– Con tolla inaudita e sfacciata malafede, politicanti italici in fregola di visibilità mediatica continuano imperterriti ad accusarci di “discriminare” i frontalieri. Ultimo in ordine di tempo: un $inistrato del Consiglio regionale della Lombardia, tale Angelo Orsenigo (Angelo chi?).  L’aspetto inquietante è che, dalle sedi istituzionali elvetiche, nessuno fa partire il meritato “vaffa”. Magari accompagnato dall’immediata chiusura notturna (e perché non anche diurna?) dei valichi secondari.
– Se davvero “discriminassimo” i frontalieri, magari applicando la preferenza indigena votata non una ma due volte dal popolo ticinese (9 febbraio e “Prima i nostri”), il nostro mercato del lavoro non si troverebbe immerso a bagnomaria nella cacca, pardon nelle deiezioni, come invece è ora. Ma la partitocrazia PLR-PPD-P$ non ne vuole sapere. E se poi i padroni UE ci sgridano?

Certo che se a non aver ancora capito come funzionano i rapporti tra Svizzera e vicina Repubblica non è l’ultimo contabile mezzemaniche di Palazzo federale, ma uno che fa il Segretario di Stato per le questioni finanziarie internazionali, e quindi proprio così tamberla non dovrebbe essere, non siamo messi tanto bene!

Poi ci chiediamo come mai gli svizzerotti vengono sempre fatti su davanti e di dietro.

Lorenzo Quadri

Fioccano i No, ma i sette camerieri se ne fregano!

Diktat UE contro le armi dei cittadini onesti: il CF snobba la consultazione

 

Poco più di un mese fa, il 2 marzo, i camerieri dell’UE in Consiglio federale hanno licenziato il messaggio con cui riprendono il Diktat di Bruxelles contro le armi che i cittadini onesti detengono al proprio domicilio.

La misura disarmista viene spacciata come un provvedimento di lotta al terrorismo islamico (naturalmente guardandosi bene dall’utilizzare l’imbarazzante aggettivo: islamico).

Fregnaccia più infelice non la si poteva immaginare. Né i terrorismi islamici, né criminali di qualsiasi altro tipo, si servono di armi annunciate legalmente. I seguaci dell’Isis, poi, sempre più raramente  impiegano armi da fuoco per i loro attentati. Preferiscono i furgoni lanciati sulla folla.

Applicazione “pragmatica”?

I camerieri dell’UE in CF si sono naturalmente affrettati a dire che la Svizzera avrebbe applicato in modo “pragmatico” le direttive europee sulle armi. Certo, un po’ come il diritto comunitario che verrebbe recepito non in modo “automatico”, bensì in modo “dinamico”. Tutti fumogeni da tre e una cicca per nascondere la desolante realtà: Bruxelles ordina, ed i suoi camerieri a Berna eseguono. Nel caso concreto, poi, obbediscono facendo – ancora una volta – strame della volontà popolare.

Restrizioni al diritto delle armi, anche meno incisive di quelle adesso in discussione, sono già state asfaltate dai cittadini in votazione popolare nel febbraio del 2011. Ma Sommaruga e compagnia cantante le ripropongono senza vergogna. Con tanto di grottesco ricatto: “guardate che se rifiutate sono a rischio gli accordi di Schengen”. Uhhh, che pagüüüraaa! Far saltare Schengen sarebbe già un motivo bastante per dire NO.

La consultazione

Sulla malsana (per quanto scontata) decisione del Consiglio federale di ubbidire agli eurobalivi disarmando i cittadini onesti, è stata indetta una consultazione. Numerosi i partecipanti: quasi 2000. Sono piovute le posizioni critiche. Ma di esse, “naturalmente”, non si è tenuto alcun conto. Chiaro: i sette scienziati si fanno schiacciare gli ordini direttamente da Bruxelles.

Degne di nota sono le prese di posizione dei partiti e dei Cantoni. Sul suo numero di aprile, la rivista dei tiratori dedica alla vicenda un interessante approfondimento.

Unici contrari…

Vi si apprende, ma guarda un po’, che l’unico partito politico  di scala nazionale che si oppone tout-court all’ennesima genuflessione a Bruxelles è l’UDC. Ex partitone ed uregiatti, invece, si fingono critici, ma finiscono poi per dire che la direttiva UE va ripresa… per non mettere in pericolo gli accordi di Schengen!

Che miseria: questi accordi fallimentari, che mandano a ramengo la nostra sicurezza e la nostra sovranità, che  ci costano oltre 200 milioni all’anno quando ne sarebbero dovuti costare 7, per PLR e PPD hanno precedenza sulle nostre leggi, sulle nostre tradizioni, sui nostri diritti popolari (vedi la citata votazione del 2011). E questi sarebbero partiti “borghesi”? Per fortuna…

Gauche caviar pietosa

Inutile dire che la gauche-caviar riesce a fare di molto peggio. In primis i $inistrati del P$; quelli che vogliono l’adesione all’UE, l’abolizione dell’esercito ed il riconoscimento dell’Islam come religione ufficiale in Svizzera. I kompagnuzzi blaterano infatti che il Diktat di Bruxelles costituirebbe “un miglioramento”. Nella sua ennesima tirata anti-svizzera il P$ (Partito degli Stranieri) riesce a dichiarare che anzi, i requisiti per poter disporre di un’autorizzazione alla detenzione di un’arma devono essere resi molto più restrittivi.

Per non farsi mancare nulla, il partito aggiunge la seguente bestialità: “il tiro sportivo non è più uno sport popolare”. Chiaro: i $inistrati della gauche-caviar preferiscono il golf. Peccato che a praticare il tiro sportivo ed il tiro in campagna siano oltre 130mila persone. Peccato anche che il tiro faccia parte della tradizione elvetica. Quella tradizione che il P$ vuole cancellare in nome del multikulti e dell’islamizzazione della Svizzera.

Sulla stessa linea, naturalmente, i Verdi, ormai ridotti ad utili idioti del P$ (poi si chiedono come mai si trovano a fare le riunioni in una cabina telefonica) ed i Verdi liberali (la differenza tra Verdi e Verdi liberali non l’ha mai capita nessuno).

Significativa (?) anche la posizione del Partito borghese democratico, ossia il risibile fan club dell’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf. Il quale, ma guarda un po’, “sostiene completamente” la proposta del Consiglio federale. Non solo insignificanti, ma pure lecchini.

I Cantoni

Passando ai Cantoni: la stragrande maggioranza di loro si dichiara contraria al messaggio del Consiglio federale. Anche il Ticino dice njet (e ci sarebbe mancato altro). Da notare che il nostro Cantone, nella sua presa di posizione, sottolinea che “la proposta non serve assolutamente a combattere il terrorismo e l’uso abusivo di armi”. Giusto!

I Cantoni favorevoli alla genuflessione al Diktat UE sono solo quattro. Uno è Basilea Città, e lo si poteva prevedere. Gli altri tre, stranamente, non sono Cantoni romandi internazionalisti. Sono Sciaffusa, Argovia e Zugo. C’è davvero da chiedersi cosa sia preso ai rispettivi Consiglieri di Stato, se si pensa che perfino i governi di Ginevra e Vaud figurano tra i contrari.

Come se niente “fudesse”

E’ però evidente che la ministra del “devono entrare tutti” Simonetta Sommaruga se ne infischia delle prese di posizione contrarie alla direttiva UE. Idem con patate i suoi degni compari (a partire da quello del presunto “tasto reset”).

L’obiettivo del Consiglio federale è solo uno: rifilare al paese l’ennesima calata di braghe davanti all’UE. C’è dunque da sperare che il parlamento mandi al macero l’ennesimo messaggio-ciofeca presentato dal governicchio federale. Ma, conoscendo la partitocrazia del triciclo PLR-PPD-P$$, c’è poco da stare allegri. Ore di dibattiti oziosi – per permettere ai politicanti in fregola di visibilità di mettere fuori la faccia – per poi approvare tutto. La solita presa per i fondelli.

C’è davvero solo da sperare in un referendum!

Lorenzo Quadri

La “gauche-caviar” vuole disarmare i cittadini onesti

Armi: non basta calare le braghe davanti ai Diktat UE, bisogna fare ancora di più

Come noto, i camerieri di Bruxelles in Consiglio federale hanno calato le braghe davanti al Diktat UE che vuole disarmare i cittadini onesti. Altro che la fregnaccia dell’ “applicazione pragmatica” delle norme europee: il messaggio licenziato dal Consiglio federale è l’ennesima capitolazione. Ed infatti in consultazione la maggioranza dei Cantoni ha detto njet. Per contro, i partiti di cosiddetto centro, ossia PLR e PPD, sposano giulivi la posizione governativa. E questo perché rifiutare il Diktat metterebbe a rischio i fallimentari accordi di Schengen. Avanti, caliamo le braghe ancora di più con l’UE! Facciamo che a decidere sulla nostra sicurezza nazionale siano i funzionarietti di Bruxelles! La Svizzera è in svendita ai saldi!
E questi sarebbero partiti “borghesi”? Ossignùr!

Peggio è sempre possibile

Ma naturalmente c’è chi fa anche peggio.  I $inistrati (quelli che nel loro programma politico hanno l’adesione all’Unione europea e l’abolizione dell’esercito) esigono infatti restrizioni ancora più pesanti sulle armi in possesso dei cittadini onesti di quelle proposte dal governicchio federale.

E non sono da soli. I kompagnuzzi infatti, assieme ad alcune associazioni, hanno creato una “Piattaforma per una legislazione del futuro sulle armi” (uella). Legislazione, evidentemente, proibizionista. E quindi contraria alle nostre tradizioni, alle nostre leggi, alle nostre specificità ed anche alla volontà popolare. Lascia basiti leggere che in tale Piattaforma figura anche la Federazione svizzera dei funzionari di polizia. La polizia, che la gauche-caviar ha sempre denigrato e criminalizzato, si presta ingenuamente ai giochetti di quest’ultima. Si fa strumentalizzare. Dopo, verrà scaricata senza tanti complimenti.

Prepariamoci dunque, grazie a  questa “Piattaforma”, a sorbirci lo stucchevole festival del populismo di $inistra contro le armi in possesso dei cittadini onesti: evidentemente la gauche-caviar (che oltre a propugnare l’abolizione dell’esercito è anche contraria alla legittima difesa) vuole che gli unici a possedere armi siano i criminali. Che si riforniscono sul mercato nero.

Di nuovo contro i cittadini

Da segnalare che la casta, con i rossi in prima linea, ancora una volta vuole cancellare un voto popolare che non le va giù: quello del febbraio del 2011. In quell’occasione, i cittadini elvetici rifiutarono le restrizioni sul possesso di armi. Restrizioni che adesso si tenta squallidamente di far rientrare dalla finestra. Ma si sa, per i $inistrati il popolazzo becero “vota sbagliato”: per fortuna che arriva Bruxelles a rimettere a posto le cose! Che pena…

Referendum indispensabile

C’è da sperare che a Berna il parlamento affosserà il messaggio con cui il consiglio federale vuole inginocchiarsi davanti al diktat UE contro le armi dei cittadini onesti. Altro che inasprire ancora di più le restrizioni proposte!

Purtroppo, conoscendo il triciclo PLR-PPD-P$$, eurolecchino e politikamente korretto, non ci si possono fare grandi illusioni. Si può quindi solo sperare in un referendum, peraltro già annunciato dalle società di tiro.

Lorenzo Quadri

Difendere la democrazia dai camerieri di Bruxelles

Iniziativa contro i giudici stranieri: ci facciamo bagnare il naso anche dalla Germania

 

I camerieri bernesi dell’UE bramano di concludere entro fine anno (!) lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’Unione europea. Il che significa: leggi e giudici di Bruxelles che comandano in casa nostra.

Sul fronte opposto a simili scellerati progetti c’è però l’iniziativa per l’autodeterminazione, detta anche “iniziativa contro i giudici stranieri”. Cosa prevede questa iniziativa? Sostanzialmente tre cose:

  1. sancisce il primato del diritto costituzionale svizzero rispetto al diritto internazionale (regola del primato);
  2. stabilisce che le autorità incaricate dell’applicazione del diritto non applichino più i trattati internazionali che sono contrari alla Costituzione o lo sono diventati;
  3. impone di adeguare alla Costituzione i trattati internazionali che la contraddicono; qualora ciò non fosse possibile, questi accordi vanno denunciati.

Quello che valeva in passato…

La priorità del diritto costituzionale svizzero su accordi internazionali del piffero (“Prima le nostre leggi”) era un dato di fatto scontato fino a qualche anno fa. Giustamente. Anche perché questi accordi internazionali sono, spesso e volentieri (per non dire praticamente sempre) il risultato delle calate di braghe dei camerieri bernesi dell’UE. Non dimentichiamoci che la diplomazia svizzera – quella che tratta “al fronte” con i balivi di Bruxelles – è infarcita di kompagni eurolecchini. E il neo ministro degli esteri italo-svizzero Ignazio KrankenCassis ha nominato l’ennesimo euroturbo, Roberto Balzaretti, quale responsabile delle negoziazioni con l’UE (altro che “tasto reset”).

La chiesa al centro del villaggio

Come detto, in passato il rapporto tra diritto costituzionale elvetico e diritto straniero era chiaro. Ma poi qualche giudice politicizzato che utilizza il proprio margine di manovra per fare politica pro-sottomissione all’UE, ha pensato bene di decidere il contrario. Ossia di mettere fuori gioco (rottamare) la volontà popolare sgradita per inchinarsi ai diktat internazionali dell’establishment. E’ quindi necessario ed urgente rimettere la chiesa al centro del villaggio. Di conseguenza, è anche ora di piantarla di dipingere i legulei dei tribunali come eroi senza macchia che devono essere protetti dalle ingerenze della politica cattiva. Perché è una presa per i fondelli. I giudici sono nominati dai politicanti in base alla tessera del partito ed in base alle convinzioni politiche. Questo vale in particolare per i giudici del Tribunale federale. La partitocrazia spalancatrice di frontiere elegge i giudici con il mandato di sentenziare come vorrebbe lei: cioè facendo valere le posizioni dell’establishment e affossando le decisioni “sbagliate” del popolazzo becero. Altro che difendere i giudici dalla politica. Bisogna invece difendere la democrazia dai giudici politicizzati al servizio della casta a cui devono la cadrega (ed eterna gratitudine).

Lezioni tedesche

Nel settembre del 2015 il Tribunale costituzionale tedesco ha stabilito, senza tante balle, che il diritto costituzionale nazionale prevale sugli accordi internazionali. Certo che noi svizzerotti siamo proprio immersi nella palta: abbiamo un sistema di diritti popolari che tutti ci invidiano, ma poi arrivano i legulei di turno a sabotarlo su indicazione della casta. Al punto che siamo ridotti  a prendere lezioni di difesa della democrazia dalla Germania; ovvero da un paese UE. E’ evidente che non possiamo permettere un simile scempio.

La casta contro i diritti popolari

L’establishment da tempo starnazza contro l’iniziativa per l’autodeterminazione. Chiaro: l’élite non vuole i diritti popolari. E’ da parecchio tempo infatti che i suoi soldatini, pensiamo ad esempio ai tamberla di AvenirSuisse, tentano di sabotarli, predicando l’aumento del numero di firme necessario alla riuscita di iniziative popolari e referendum. Altrimenti il popolazzo becero (quello che “vota sbagliato”) assume troppo potere. Con il consueto (e ormai stantìo) armamentario di ricatti e minacce, la casta è dunque partita all’assalto dell’iniziativa “contro i giudici stranieri”. I suoi galoppini al Consiglio degli Stati l’hanno già asfaltata raccontando fregnacce a go-go. Che pena: questi politicanti sono stati eletti dal popolo, ma poi gli votano sistematicamente contro. Ricordarsene alle prossime elezioni.

Due fregnacce

Fregnaccia numero uno: l’iniziativa contro i giudici stranieri metterebbe in pericolo l’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (CEDU) in Svizzera, e quindi il rispetto dei diritti umani nella Confederella non sarebbe più assicurato. Balle di fra’ Luca! In Svizzera i diritti umani sono già incorporati nella Costituzione. Non ci serve nessuna CEDU. La quale semmai inserisce di straforo tra i diritti umani cose che con essi non c’entrano una mazza. Ad esempio il presunto diritto di migranti economici di farsi mantenere dagli svizzerotti fessi.

Fregnaccia numero due: se si applicasse la Costituzione (articolo 121 a, ovvero 9 febbraio) invece del diritto internazionale (ovvero invece della devastante libera circolazione senza limiti) sarebbero a rischio i bilaterali.

L’UE non ci fa regali

Uhhh, che pagüüüraaa! E’ ora di piantarla di raccontarci la solita, decotta balla che senza i Bilaterali la Svizzera farebbe la fine del Titanic. La Fallunione europea, e ne abbiamo avuto innumerevoli dimostrazioni (vedi gli svergognati ricatti sull’equivalenza delle borse) non è mica un ente benefico a sostegno della Svizzera. L’UE non ha firmato i bilaterali per farci un favore (?). Li ha firmati perché ci guadagna. Quindi, non c’è scritto da nessuna parte che  li getterà a mare perché la libera circolazione ciurla nel manico. E se anche lo facesse, chi ci perderebbe? La bilancia commerciale tra Svizzera ed Unione europea è ampiamente favorevole a quest’ultima. L’accordo sul transito terrestre è una ciofeca che ha trasformato la Svizzera in corridoio a basso costo per TIR europei in transito: ringraziamo il kompagno Moritz “Implenia” Leuenberger! Quanto agli accordi sulla ricerca: le eccellenze universitarie si trovano al di fuori dell’UE. In particolare con la Brexit. Solo per citare tre esempi.

“Prima i nostri”

Non c’è alcun motivo per cui l’iniziativa “per l’autodeterminazione”, che sancisce la priorità della Costituzione – ed in particolare della volontà popolare – su accordi internazionali del piffero dovrebbe venire respinta.

Per votarla, invece, di motivi ce ne sono a bizzeffe. Citiamone solo uno: con l’iniziativa “contro i giudici stranieri” in vigore il “maledetto voto” del 9 febbraio, e quindi anche Prima i nostri, oggi sarebbe realtà.

Lorenzo Quadri

 

Questi zerbini di Bruxelles Ne fanno peggio di Bertoldo

Il Consiglio federale ha confermato lo scandaloso regalo di 1.3 miliardi di Fr all’UE

 

E ti pareva! Se aspettavamo la dimostrazione che in Consiglio federale ci sono degli zerbini di Bruxelles, tale dimostrazione è puntualmente arrivata. A fornirla è la decisione del Consiglio federale di non ritirare la proposta di regalo miliardario all’UE, ma di mandarla tranquillamente in consultazione.

Questo “miliardo di coesione” è una truffa anche nella definizione. Non si tratta infatti di un miliardo, ma di un miliardo e 300 milioni. Quindi un miliardo e un terzo. E, se per i tamberla bernesi quel terzo è “quantité négligeable”, allora paghiamo tutti un terzo in meno dell’imposta federale diretta. Poi vediamo se nessuno ha niente da dire.

 

Regali immotivati

Non c’è uno straccio di motivo per cui dovremmo versare una cifra del genere, che è enorme, ai balivi dell’UE. Versarla, oltretutto, senza che ci sia alcun obbligo di pagare alcunché, senza uno straccio di contropartita, e malgrado gli eurofunzionarietti non perdano occasione per prodursi in squallidi e volgari ricatti al nostro indirizzo. Vedi il famoso psicodramma dell’equivalenza della borsa svizzera garantita solo per il 2018. Questo per fare pressione sulla Confederella affinché firmi lo sconcio accordo quadro istituzionale. Addirittura, il ricatto è arrivato il giorno dopo (!) la visita in Svizzera del presidente “non astemio” della Commissione europea, Jean-Claude “Grappino” Juncker. Il quale naturalmente se ne è tornato a Bruxelles da Berna con in tasca la promessa di pagamento degli 1.3 miliardi di coesione.

Altro che reset

Il comportamento degli eurofunzionarietti non eletti da nessuno ma che pretendono di comandare in casa nostra è stato così sfrontato che perfino dal Consiglio federale si è levato qualche flebile bisbiglio di protesta: “questa è una discriminazione”, ha infatti mormorato la Doris.

Tuttavia e come al solito, quando si tratta di venire al dunque… non succede nulla. Lo scellerato regalo – 1.3 miliardi dei NOSTRI franchetti – all’UE viene mantenuto. Le proteste per la “discriminazione” della Svizzera da parte dell’UE? Già dimenticate!

Ennesima dimostrazione che questo Consiglio federale sa solo calare le braghe. Altro che “tasto reset”! Non è stato resettato proprio un bel niente. Esattamente come nell’era Burkhaltèèèèr, i pantaloni scendono ad altezza caviglia davanti a qualsiasi desiderio, ordine o diktat che provenga dall’UE. Come fa il cittadino contribuente a non sentirsi preso per i fondelli?

Motivazioni ridicole

Ridicole, poi, le argomentazioni a sostegno del regalo di 1.3 miliardi di franchetti all’UE. Ossia che essi servirebbero a “garantire la stabilità dei paesi dell’Est”, a migliorare le prospettive dei giovani e quindi alla gestione dei flussi migratori.

Balle di fra’ Luca! Ma chi credono di prendere per i fondelli questi signori del Consiglio federale?

Di miliardo di coesione – anzi,  di 1.3 miliardi di coesione – la Svizzera ne ha già versato uno, una decina di anni fa. Forse che è servito a ridurre i flussi migratori? Ma certo che no! Abbiamo pagato 1.3 miliardi per non avere un migrante in meno ed oltretutto, con i nostri soldi, i paesi beneficiari hanno pensato bene di creare condizioni quadro più attrattive per la delocalizzazione di imprese in arrivo dall’Europa occidentale. In sostanza: paghiamo per farci portar via le aziende.

Speriamo nel parlamento, ma…

Anche i paracarri hanno capito che gli 1.3 miliardi che il Consiglio federale vuole regalare a Bruxelles non faranno diminuire il flusso migratorio verso la Svizzera di una sola unità. Per contrastare l’invasione, l’unica misura efficace è l’abolizione della libera circolazione delle persone. Un’ipotesi però che fa rizzare i capelli in testa a Berna.

A questo punto si può solo sperare che il Parlamento avrà il buonsenso di sventare l’ennesimo atto di zerbinaggio nei confronti dell’UE, bocciando il demenziale regalo.

La Lega, evidentemente, farà tutto quel che potrà. Purtroppo però dal triciclo PLR-PPD-P$$ non ci si può attendere niente di buono.

Lorenzo Quadri

Versare i ristorni è come pagare gli 1.3 miliardi all’UE

Altro che “non è il momento”! I rubinetti vanno chiusi ora! Basta regali al Belpaese!

 

Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri Ignazio KrankenCassis era in visita ufficiale al Consiglio di Stato (tanto per una volta, non è sceso in Ticino per eventi mondani o conferenze autopromozionali con scatole di cartone e palle – palle mostrate e raccontate). Ovviamente, e come poteva essere altrimenti, si è parlato anche di rapporti con il Belpaese. Il quale, come ben sappiamo, nei nostri confronti è inadempiente, e alla grande.

Il famoso nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri è ormai ufficialmente morto e sepolto. In realtà il decesso risale a parecchio tempo fa. Perché le lobby dei frontalieri, con i relativi politicanti di servizio, si sono mobilitate quasi subito per scongiurare una spaventosa eventualità: quella che i frontalieri vengano un domani obbligati a pagare le tasse come i loro connazionali che lavorano in Italia, e quindi privati della situazione di sfacciato privilegio fiscale di cui godono oggi. Un privilegio che, peraltro, non è giustificato da nulla. Un qualche sindaco della fascia di confine ha tentato l’arrampicata acrobatica sui vetri per trovare delle motivazioni, ma ha rimediato solo figure marroni.

Se già il nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri era morto prima delle elezioni nella Penisola, il 4 marzo ne è stato celebrato ufficialmente il funerale.

Altre questioncelle

Sul tavolo delle trattative con la vicina Repubblica ci sono poi altre questioncelle. Ad esempio, gli investimenti non fatti nelle opere infrastrutturali di interesse italo-svizzero. Alla faccia dei quarant’anni di ristorni incassati – e ben presto dilapidati.  Ma anche la diatriba dell’accesso degli operatori elvetici al mercato finanziario italico. Non si tratta di un tema “di nicchia”. In ballo ci sono infatti tanti posti di lavoro sulla piazza finanziaria ticinese, già falcidiata dalle scellerate politiche calabraghiste dell’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, prontamente assecondata dal triciclo PLR-PPD-P$ cameriere dell’UE.

Visto dunque che un nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri non ci sarà mai, e visto che quello attuale – comprensivo del versamento dei ristorni – è superato dagli eventi e si basa su presupposti non più dati (segreto bancario), è chiaro a tutti che i ristorni vanno bloccati.

Basta scuse

Già un paio di anni fa, il governicchio aveva prodotto un documento di varie pagine in cui elencava tutti i buoni motivi per bloccare i ristorni… concludendo però che li avrebbe versati lo stesso! Se questa non è una presa per il lato B…

Adesso però di scuse per non procedere al blocco non ce ne sono proprio più. Sicché, la Lega tornerà alla carica. E vedremo presto se, tra i “ministri” della partitocrazia, se ne troverà almeno uno disposto ad unirsi ai leghisti e a formare così una maggioranza per fermare l’emorragia di milioni verso sud; o se invece il triciclo PLR-PPD-P$ preferirà andare avanti con la svendita del Ticino.

Forse qualcuno non si è ancora accorto che continuare a versare i ristorni è come pagare gli 1.3 miliardi di coesione agli eurofalliti: regali ingiustificati, in cambio di niente!

Cosa ne pensa il ministro degli esteri italo-svizzero KrankenCassis del blocco dei ristorni? Il quesito è giocoforza uscito nell’incontro di giovedì con il CdS. La risposta è un’uregiatada di prima grandezza: “Le pressioni vanno bene, però devono essere fatte quando c’è un governo, ed in Italia non c’è, quindi bisogna aspettare”.

Sì certo: con la storiella che “va bene fare pressioni sul Belpaese ma non adesso, non è il momento, bisogna attendere” i bernesi ci hanno fatti fessi per anni. Intanto il tempo passa, il Ticino perde tutti i treni, “nüm a pagum” i ristorni, ed i vicini a sud se la ridono a bocca larga.

Decidere subito
Eh no, il giochetto non funziona più! Come diceva Totò: “Accà nisciuno è fesso”, caro ministro degli Esteri liblab. La decisione di bloccare i ristorni va presa subito. E, ovviamente, essi resteranno bloccati anche quando la Penisola sarà riuscita a dotarsi di un governo (sulla cui durata, tra l’altro, probabilmente nessuno scommetterebbe il classico soldo bucato). Altro che “non è il momento”! Il momento è adesso. Non perdiamo l’ennesimo treno! Vogliamo continuare a regalare soldi al Belpaese?

Lorenzo Quadri

 

 

Chiusura dei valichi secondari: ormai è trascorso un anno!

Qualche cameriere bernese dell’UE sta forse facendo melina sperando nel dimenticatoio?

Ricorre prossimamente il primo anniversario  della chiusura notturna dei tre valichi secondari con il Belpaese. Era infatti il primo aprile 2017 la data scelta dalla Confederazione per chiudere  “in prova” per sei mesi, dalle 23 alle 5, le dogane di Pedrinate, Novazzano-Marcetto e Ponte Cremenaga. A decidere la chiusura notturna erano state le Camere federali, sostenendo una mozione della deputata leghista Roberta Pantani.

Come sappiamo, l’annuncio del provvedimento provocò reazioni isteriche dei politicanti d’Oltreconfine in perenne fregola di visibilità mediatica (quelli che, pur di apparire in video, venderebbero anche la nonna). Costoro si misero infatti a starnazzare senza ritegno (chiaro: più decibel = più visibilità) contro i ticinesi “razzisti”. Naturalmente dimenticandosi di rilevare che la chiusura notturna serviva per fermare i malviventi che entrano in Ticino a delinquere dall’Italia. Non è mai stata una misura contro i cittadini onesti.

Ma di questo, evidentemente, ai politicanti del Belpaese non importava un tubo, visto che l’obiettivo era protestare per mettersi in mostra. Impipandosene, va da sé, di un “piccolo” dettaglio: senza il Ticino almeno 300mila italiani della fascia di confine (frontalieri, padroncini e le loro famiglie) non avrebbero la pagnotta sul tavolo.

Un passo nella direzione giusta

Sta di fatto che, almeno questa volta, gli strilli italici non hanno sortito alcun effetto: forse perché il direttore del Dipartimento federale delle finanze, da cui le dogane dipendono, è l’UDC Ueli Maurer. Fosse stata la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, c’è ragione di credere che le cose sarebbero andate diversamente.

I sei mesi di prova sono partiti, la sperimentazione è stata eseguita e la misura ha dimostrato di funzionare, aumentando la sicurezza (effettiva e percepita) degli abitanti della fascia ticinese di confine. Certo, non sarà la panacea. Ma si tratta, evidentemente, di un passo nella direzione giusta. Senza dimenticare che la decisione federale era quella di chiudere di notte tutti i valichi secondari con il Belpaese, non solo tre: è chiaro che  l’applicazione completa e corretta del provvedimento avrebbe portato anche maggiori risultati.

Cosa aspettiamo?

I sei mesi di sperimentazione sono giunti a conclusione lo scorso ottobre. Da allora sono trascorsi altri sei mesi. Però tutto tace. Citus mutus! E il Consiglio federale pensa di poter prendere i ticinesi per i fondelli dicendo che deve “valutare l’esito” del periodo di prova.

Punto primo: non veniteci a raccontare la fanfaluca che ci vogliono sei mesi per “valutare”.

Punto secondo: la necessità di una valutazione se l’è inventata il Consiglio federale. La decisione parlamentare dice di chiudere, non di sperimentare.

Per cui, cosa stiamo aspettando? E’ passato un anno giusto dalla chiusura in prova. E’ dunque tempo di mettere in vigore la chiusura definitiva, di tutti i valichi secondari e non solo di tre.

O magari qualcuno a Berna la sta tirando per le lunghe nella speranza che tutto finisca in dimenticatoio? Non è così che funziona.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Schengen: la lezione tedesca

Il ministro degli interni Seehofer: “i confini nazionali devono essere sorvegliati”

 

Il nuovo ministro degli interni tedesco Horst Seehofer (CSU) comincia a starci molto simpatico. Dopo aver detto, giustamente, che l’islam non fa parte della Germania (affermazione che ha fatto rizzare i capelli in testa alla Cancelliera spalancatrice di frontiere e multikulti “Anghela” Merkel) il ministro ha dichiarato che i fallimentari accordi di Schengen vanno sospesi. Questo perché la sicurezza dei confini esterni dello spazio Schengen è ben lungi dall’essere data e, in ogni caso, la difesa delle frontiere nazionali è importante.

Evidentemente il buon Seehofer se ne impipa delle smentite all’insegna del  politikamente korretto con cui  l’ “Anghela” replica alle sue dichiarazioni, e prosegue dritto per la propria strada.

I nostri camerieri dell’UE…

Inutile dire che noi, con i camerieri dell’UE che ci ritroviamo in Consiglio federale, la sospensione di Schengen ce la possiamo scordare. Anzi: di recente il Consiglio federale ha commissionato uno dei suoi studi farlocchi proprio su questi trattati; con l’obiettivo di farsi dire che uscire da Schengen “sa po’ mia”: perché avrebbe costi spropositati. Naturalmente sono le solite balle di fra’ Luca! Un po’ come quelle che ci raccontavano 25 anni fa prima della votazione sull’adesione allo SEE.

Se poi vogliamo restare nel campo delle spese spropositate, allora è semmai il caso di parlare di quanto ci costa restare nello spazio Schengen. Chissà come mai, su questo spinoso tema il silenzio dei camerieri bernesi dell’UE è a dir poco assordante. Infatti il costo di Schengen che grava sugli svizzerotti rimane avvolto nel più fitto mistero. Ma di certo è vicino, se non superiore, ai 200 milioni di franchetti all’anno. Questo quando ci avevano promesso che non ne avremmo pagati più di sette o otto!

Certo che pagare un conto, peraltro salatissimo, per accordi che riducono la nostra sicurezza e sovranità e che spalancano le porte ai criminali stranieri, è davvero il massimo.

Ciliegina sulla torta: grazie all’ultima balorda decisione della partitocrazia alle Camere federali, la fattura di Schengen è destinata a lievitare di altri 21 milioni annui. Naturalmente senza che ciò porti ad un qualsivoglia beneficio concreto per la nostra sicurezza. E nümm a pagum.

Lorenzo Quadri

 

 

 

KrankenCassis: chi pensa di prendere per i fondelli?

Boutade del ministro degli Esteri: “l’accordo quadro è solo una questione procedurale”

 Nuova boutade del ministro degli Esteri italo-svizzero Ignazio KrankenCassis (PLR) sul tormentone dello sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE.

Alla faccia dell’ormai famoso “tasto reset”, non si è capito dove starebbe la differenza tra la politica dell’euroturbo Didier “Dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèr (già caduto nell’oblio) e quella di KrankenCassis. A parte qualche piccola operazione cosmetica a livello di terminologia, la sostanza non cambia. La zuppa è sempre la stessa; ed è filo-UE. Ben lo dimostra la nomina a responsabile delle negoziazioni con Bruxelles dell’euroturbo Balzaretti.

A proposito: stiamo sempre aspettando la revoca ufficiale della scandalosa promessa, fatta dai camerieri dell’UE in Consiglio federale, di regalare a Bruxelles 1.3 miliardi di Fr (soldi pubblici nostri). Naturalmente senza alcun motivo e senza uno straccio di controprestazione. E malgrado gli eurobalivi non abbiano alcuna remora a ricattarci.

Nemmeno si è ben capito quando il neo-ministro lavori, visto che è sempre in giro per la Svizzera a partecipare ad eventi mondani e/o autopromozionali (chissà il chilometraggio sul jet del Consiglio federale e le relative emissioni). Ma probabilmente si tratta di “buongoverno” PLR.

Il futuro della Svizzera

L’ultima boutade è stata prodotta a Losanna davanti ad una platea di rappresentanti del mondo economico. Il buon Cassis ha tentato così di sdoganare lo sconcio accordo quadro istituzionale con Bruxelles: “è una mera questione procedurale”. O Cassis, ma chi credi prendere per il lato B? “Mera questione procedurale” una cippa!

L’accordo quadro che tanto piace al ministro liblab ed ai suoi colleghi camerieri dell’UE ci trasformerebbe a tutti gli effetti in una colonia degli eurofalliti. Di servi costretti ad applicare, in casa nostra, i Diktat altrui. Alla faccia dei nostri diritti popolari e della nostra sovranità. “La Svizzera avrà l’obbligo di riprendere man mano il diritto comunitario. L’evoluzione della legislazione nell’ambito coperto dall’accordo quadro non sarebbe più nelle mani del parlamento e del popolo svizzero. Vogliamo davvero rinunciare ai nostri diritti democratici?”. Questa frase non l’ha scritta il Mattino populista e razzista. L’ha scritta di recente nella Südostschweiz Livio Zanolari. Che non è proprio l’ultimo arrivato, essendo stato portavoce del Dipartimento federale affari esteri e capo servizio informazione del Dipartimento Giustizia e polizia.

Altro che “mera questione procedurale”, caro KrankenCassis! Qui si decide il futuro della nostra sovranità, della nostra democrazia e dei nostri diritti popolari. Si decide il futuro della Svizzera!

Firmate l’iniziativa

E’ evidente – ripetiamo per l’ennesima volta – che di sottoscrivere l’accordo quadro internazionale non se ne parla nemmeno. Bisogna, al contrario, far saltare la devastante libera circolazione delle persone. Quindi, tutti a firmare l’apposita iniziativa popolare!

Gli unici che devono tacere…

Sempre nello stesso evento losannese, il ministro degli Esteri ha invitato i rappresenti dell’economia ad intervenire nel dibattito sui rapporti con l’UE. Come se non lo stessero già facendo ad oltranza e da anni! La posizione delle lobby economiche è nota: globalizzazione, frontiere spalancate, soppiantamento della manodopera indigena con stranieri a basso costo così i profitti aumentano, rottamazione dei diritti popolari (deve comandare la casta), lecchinaggio all’UE.

Gli unici che l’italo-svizzero consigliere federale non invita ad esprimersi sui rapporti con Bruxelles sono i cittadini elvetici. Il motivo è chiaro: il popolazzo ha smesso di votare secondo i diktat dell’establishment, quindi va messo a tacere.

Morale della favola: altro che “tasto reset”. Per Cassis ci vorrebbe il “tasto eject” (dal Consiglio federale). Ma purtroppo nessuno dei due pulsanti esiste nella realtà.

Lorenzo Quadri

 

Schengen: un flop completo e anche pagato a peso d’oro

La fattura dei fallimentari accordi continua a lievitare, mentre la nostra sovranità…

 

Un paio di settimane fa, i camerieri dell’UE in Consiglio federale ci hanno sbolognato l’ennesimo studio farlocco, commissionato a scopo di propaganda politica. Quello su quanto costerebbe alla Svizzera uscire dai fallimentari accordi di Schengen.

Naturalmente lo studio eseguito per reggere la coda all’élite spalancatrice di frontiere sostiene che l’operazione “Swissexit” da Schengen avrebbe costi terrificanti: qualcosa come 10 miliardi. Ohibò. E’ più facile credere a Babbo Natale che a ricerche del genere. A maggior ragione se effettuate – come nel caso concreto – dalla stessa agenzia, Ecoplan, già nota per aver realizzato un’altra indagine taroccata sugli accordi bilaterali. I quali, ça va sans dire, risultavano essere una figata pazzesca.

Gonfiati come rane

Lo studio Ecoplan non solo spara cifre assurde sui costi dell’uscita della Svizzera da Schengen, ma non dice un tubo su quello che ci costa rimanerci. Intanto però il carrozzone degli sviluppi dell’acquis  Schengen continua a gonfiarsi come una rana. A danno della nostra sicurezza; perché la storiella che spalancando le frontiere e rinunciando ai controlli sistematici in entrata si aumenti la sicurezza, la andate a raccontare a qualcun altro. Ma a scapito anche della nostra sovranità, che viene smontata pezzo per pezzo. Chiaro: per ogni nuovo settore che viene fagocitato da Schengen, noi svizzerotti diventiamo semplici esecutori di ordini altrui. La democrazia viene smantellata con la tattica del salame (una fetta alla volta).  Ringraziamo la partitocrazia internazionalista e spalancatrice di frontiere!

21 milioni in più

Come c’era da attendersi, di recente in Consiglio nazionale il triciclo PLR-PPD-P$ ha approvato l’ennesimo sviluppo dei fallimentari accordi di Schengen. La Svizzera pagherà dunque 21 milioni all’anno in più al fondo per la sicurezza interna… in cambio di nulla. Perché non c’è uno straccio di nuovo compito concreto in materia di protezione dei confini dell’area Schengen che andremmo a finanziare. 21 milioni all’anno di spesa in più e nemmeno un finto rifugiato con lo smartphone in meno! Stesso discorso per i delinquenti che si muovono liberamente nello spazio Schengen.

E i valichi chiusi di notte?

A proposito: che fine ha fatto la famosa chiusura notturna dei valichi secondari, decisa dalla Camere federali e poi imboscata nel nulla dopo il periodo di prova, magari per fare l’ennesimo favore ai vicini a sud? (Evidentemente i camerieri dell’UE incadregati in Consiglio federale non hanno ancora capito che il Belpaese li mena per il naso da anni).

E non pensate di venirci a raccontare la fregnaccia che chiudere le frontiere non serve ad aumentare la sicurezza, perché vi ridiamo in faccia.

I frontalieri del furto con scasso, che razziano con bella regolarità il Mendrisiotto ma anche il resto del Cantone, entrano a commettere reati in macchina, passando per i valichi incustoditi. Se li si chiude, non possono più entrare. Perché di certo le automobili non sono in grado di attraversare la frontiera verde. Sicché i valichi secondari con il Belpaese bisognerebbe inchiavardarli non solo di notte, ma anche di giorno.

Avanti con lo Swissexit

Morale della favola: “grazie” a Schengen paghiamo un prezzo stratosferico, sempre più stratosferico, per non poter controllare le nostre frontiere, per “aiutare l’Italia” (concetto ripetuto ad oltranza dalla kompagna Sommaruga in Consiglio nazionale) e anche per farci dettare gli ordini da Bruxelles, gettando nel water la nostra sovranità ed indipendenza.
Quanto ci costano ora gli accordi di Schengen? Prima della votazione sul tema (2005) avevano promesso: al massimo 8 milioni all’anno. Nel frattempo siamo già probabilmente in zona 200 milioni. Adesso ne aggiungiamo altri 21… Ed è evidente che l’escalation è destinata a continuare.

Fuori subito da Schengen! In attesa, va da sé, di uscire anche dalla devastante libera circolazione delle persone. Firmate l’apposita iniziativa popolare, se non l’avete ancora fatto!

Lorenzo Quadri

 

Accordo quadro istituzionale: Cassis come Burkhaltèèèèr

Altro che tasto reset: dietro i fumogeni da conferenza stampa c’è sempre la stessa zuppa

Una cosa è sicura anche senza tante analisi geopolitiche (uella): se all’UE una proposta della Svizzera a proposito dell’osceno accordo quadro istituzionale piace, vuol dire che la proposta in questione è un autogol clamoroso. Una mossa alla Tafazzi. Lo hanno capito anche i paracarri che gli eurofunzionarietti vogliono comandare in casa nostra. E’ a questo scopo che sbavano per l’accordo quadro istituzionale. Sottoscriverlo equivarrebbe a trasformare la nostra democrazia diretta o semidiretta, che tutti ci invidiano, in una farsa. A cosa serve rimanere fuori dall’UE se poi ci facciamo schiacciare gli ordini dai funzionarietti di Bruxelles come e anzi peggio che se fossimo uno Stato membro? Il presidente non astemio della commissione europea Jean-Claude “Grappino” Juncker ed i suoi galoppini vogliono rottamare le specificità svizzere nell’intento di  imporre anche a noi le loro regole. Sta a noi non tollerare simili soprusi. Quanti nel corso dei secoli si sono battuti per l’indipendenza nella Svizzera oggi certamente si rivoltano nella tomba davanti alle “gesta” dei camerieri bernesi di Bruxelles.

In Gran Bretagna…

La Gran Bretagna ha deciso di uscire dalla fallita UE per tornare ad essere un paese autonomo ed indipendente. A noi, invece, i camerieri di Bruxelles vogliono far compiere il percorso in senso contrario! Semplicemente scandaloso.

Nel suo recente discorso alla Mansion House di Londra sulla Brexit, la premier britannica Theresa May ha sottolineato alcuni punti fermi fondamentali:

  • rispetto della volontà popolare;
  • controllo sui confini nazionali;
    – tutela del lavoro e della sicurezza dei cittadini;
    – deciderà la gente comune non pochi privilegiati.

Da noi, invece, tutti questi principi vengono svergognatamente gettati nel water dall’establishment, contro la volontà popolare. Che non viene rispettata, bensì denigrata (“popolazzo becero che vota sbagliato”) e rottamata dalla casta vogliosa di compiacere i padroni di Bruxelles. Perché non possiamo fare cambio tra la May e la Simonetta?

“Vino vecchio in bottiglie nuove”

Una cosa è chiara anche a “quello che mena il gesso”: non ci può essere nessun tasto reset che risulti gradito all’UE. Di conseguenza, altro che “reset”! Il tasto schiacciato dal neo-ministro degli esteri italosvizzero Ignazio KrankenCassis è quello “enter”, in riferimento ai Diktat di Bruxelles. Del resto la nomina dell’euroturbo Balzaretti a responsabile dei negoziati con l’UE la dice lunga. Ed è inutile pensare di prendere per i fondelli la gente con acrobazie linguistiche. Tra la ripresa automatica e la ripresa dinamica del diritto UE passa la stessa differenza che c’è tra la zuppa ed il pan bagnato. Del resto – sempre alla faccia del tasto reset – la fetecchiata della “ripresa dinamica” la raccontava già l’euroturbo Burkhaltèèèr. E’ quindi evidente che essa si traduce nella solita calata di braghe. Non è stato portato a casa nulla malgrado nelle comunicazioni ufficiali si giochi con i fumogeni e con i tecnicismi. La sostanza è immutata. Come ha detto Blocher: KrankenCassis mette vino vecchio in bottiglie nuove.

 Il più grave

L’accordo quadro istituzionale non solo è l’ennesimo atto di sottomissione all’UE, ma è anche il più grave. Come detto più volte, fa strame della nostra sovranità nazionale. E naturalmente in cambio di nulla, come al solito. Ogni tentativo di ingerenza degli eurobalivi va respinto con decisione, perché a costoro non bisogna più concedere nemmeno un centimetro. Il Diktat UE contro le armi legalmente detenute dai cittadini, ad esempio, va respinto non solo per i suoi contenuti inaccettabili (contrari alle nostre leggi, alle nostre tradizioni, alla volontà popolare espressa nel febbraio 2011) ma anche perché pretende di sostituire le nostre regole e leggi con quelle degli eurobalivi.

I kompagni esultano

A $inistra, naturalmente, si sono affrettati ad esultare per i passi avanti (?) compiuti nel dossier UE: ovvero per le calate di braghe. I kompagnuzzi fanno ridere (o piangere, a seconda del punto di vista): non hanno ancora capito che l’accordo quadro istituzionale comporta la fine delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone (le quali costituiscono, per Bruxelles, degli ostacoli alla libertà di commercio). E poi la gauche-caviar ha ancora la “lamiera” di sciacquarsi la bocca con la protezione dei lavoratori? Ma per cortesia. A lei interessa solo spalancare le frontiere, far entrare – e far mantenere – tutti. Così il business della socialità ro$$a fiorisce.

A proposito: a quando il tasto reset sulla sconsiderata promessa del Consiglio federale di regalare a Bruxelles 1.3 miliardi di franchetti di proprietà del solito sfigato contribuente elvetico?

Lorenzo Quadri