Fioccano i No, ma i sette camerieri se ne fregano!

Diktat UE contro le armi dei cittadini onesti: il CF snobba la consultazione

 

Poco più di un mese fa, il 2 marzo, i camerieri dell’UE in Consiglio federale hanno licenziato il messaggio con cui riprendono il Diktat di Bruxelles contro le armi che i cittadini onesti detengono al proprio domicilio.

La misura disarmista viene spacciata come un provvedimento di lotta al terrorismo islamico (naturalmente guardandosi bene dall’utilizzare l’imbarazzante aggettivo: islamico).

Fregnaccia più infelice non la si poteva immaginare. Né i terrorismi islamici, né criminali di qualsiasi altro tipo, si servono di armi annunciate legalmente. I seguaci dell’Isis, poi, sempre più raramente  impiegano armi da fuoco per i loro attentati. Preferiscono i furgoni lanciati sulla folla.

Applicazione “pragmatica”?

I camerieri dell’UE in CF si sono naturalmente affrettati a dire che la Svizzera avrebbe applicato in modo “pragmatico” le direttive europee sulle armi. Certo, un po’ come il diritto comunitario che verrebbe recepito non in modo “automatico”, bensì in modo “dinamico”. Tutti fumogeni da tre e una cicca per nascondere la desolante realtà: Bruxelles ordina, ed i suoi camerieri a Berna eseguono. Nel caso concreto, poi, obbediscono facendo – ancora una volta – strame della volontà popolare.

Restrizioni al diritto delle armi, anche meno incisive di quelle adesso in discussione, sono già state asfaltate dai cittadini in votazione popolare nel febbraio del 2011. Ma Sommaruga e compagnia cantante le ripropongono senza vergogna. Con tanto di grottesco ricatto: “guardate che se rifiutate sono a rischio gli accordi di Schengen”. Uhhh, che pagüüüraaa! Far saltare Schengen sarebbe già un motivo bastante per dire NO.

La consultazione

Sulla malsana (per quanto scontata) decisione del Consiglio federale di ubbidire agli eurobalivi disarmando i cittadini onesti, è stata indetta una consultazione. Numerosi i partecipanti: quasi 2000. Sono piovute le posizioni critiche. Ma di esse, “naturalmente”, non si è tenuto alcun conto. Chiaro: i sette scienziati si fanno schiacciare gli ordini direttamente da Bruxelles.

Degne di nota sono le prese di posizione dei partiti e dei Cantoni. Sul suo numero di aprile, la rivista dei tiratori dedica alla vicenda un interessante approfondimento.

Unici contrari…

Vi si apprende, ma guarda un po’, che l’unico partito politico  di scala nazionale che si oppone tout-court all’ennesima genuflessione a Bruxelles è l’UDC. Ex partitone ed uregiatti, invece, si fingono critici, ma finiscono poi per dire che la direttiva UE va ripresa… per non mettere in pericolo gli accordi di Schengen!

Che miseria: questi accordi fallimentari, che mandano a ramengo la nostra sicurezza e la nostra sovranità, che  ci costano oltre 200 milioni all’anno quando ne sarebbero dovuti costare 7, per PLR e PPD hanno precedenza sulle nostre leggi, sulle nostre tradizioni, sui nostri diritti popolari (vedi la citata votazione del 2011). E questi sarebbero partiti “borghesi”? Per fortuna…

Gauche caviar pietosa

Inutile dire che la gauche-caviar riesce a fare di molto peggio. In primis i $inistrati del P$; quelli che vogliono l’adesione all’UE, l’abolizione dell’esercito ed il riconoscimento dell’Islam come religione ufficiale in Svizzera. I kompagnuzzi blaterano infatti che il Diktat di Bruxelles costituirebbe “un miglioramento”. Nella sua ennesima tirata anti-svizzera il P$ (Partito degli Stranieri) riesce a dichiarare che anzi, i requisiti per poter disporre di un’autorizzazione alla detenzione di un’arma devono essere resi molto più restrittivi.

Per non farsi mancare nulla, il partito aggiunge la seguente bestialità: “il tiro sportivo non è più uno sport popolare”. Chiaro: i $inistrati della gauche-caviar preferiscono il golf. Peccato che a praticare il tiro sportivo ed il tiro in campagna siano oltre 130mila persone. Peccato anche che il tiro faccia parte della tradizione elvetica. Quella tradizione che il P$ vuole cancellare in nome del multikulti e dell’islamizzazione della Svizzera.

Sulla stessa linea, naturalmente, i Verdi, ormai ridotti ad utili idioti del P$ (poi si chiedono come mai si trovano a fare le riunioni in una cabina telefonica) ed i Verdi liberali (la differenza tra Verdi e Verdi liberali non l’ha mai capita nessuno).

Significativa (?) anche la posizione del Partito borghese democratico, ossia il risibile fan club dell’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf. Il quale, ma guarda un po’, “sostiene completamente” la proposta del Consiglio federale. Non solo insignificanti, ma pure lecchini.

I Cantoni

Passando ai Cantoni: la stragrande maggioranza di loro si dichiara contraria al messaggio del Consiglio federale. Anche il Ticino dice njet (e ci sarebbe mancato altro). Da notare che il nostro Cantone, nella sua presa di posizione, sottolinea che “la proposta non serve assolutamente a combattere il terrorismo e l’uso abusivo di armi”. Giusto!

I Cantoni favorevoli alla genuflessione al Diktat UE sono solo quattro. Uno è Basilea Città, e lo si poteva prevedere. Gli altri tre, stranamente, non sono Cantoni romandi internazionalisti. Sono Sciaffusa, Argovia e Zugo. C’è davvero da chiedersi cosa sia preso ai rispettivi Consiglieri di Stato, se si pensa che perfino i governi di Ginevra e Vaud figurano tra i contrari.

Come se niente “fudesse”

E’ però evidente che la ministra del “devono entrare tutti” Simonetta Sommaruga se ne infischia delle prese di posizione contrarie alla direttiva UE. Idem con patate i suoi degni compari (a partire da quello del presunto “tasto reset”).

L’obiettivo del Consiglio federale è solo uno: rifilare al paese l’ennesima calata di braghe davanti all’UE. C’è dunque da sperare che il parlamento mandi al macero l’ennesimo messaggio-ciofeca presentato dal governicchio federale. Ma, conoscendo la partitocrazia del triciclo PLR-PPD-P$$, c’è poco da stare allegri. Ore di dibattiti oziosi – per permettere ai politicanti in fregola di visibilità di mettere fuori la faccia – per poi approvare tutto. La solita presa per i fondelli.

C’è davvero solo da sperare in un referendum!

Lorenzo Quadri

La “gauche-caviar” vuole disarmare i cittadini onesti

Armi: non basta calare le braghe davanti ai Diktat UE, bisogna fare ancora di più

Come noto, i camerieri di Bruxelles in Consiglio federale hanno calato le braghe davanti al Diktat UE che vuole disarmare i cittadini onesti. Altro che la fregnaccia dell’ “applicazione pragmatica” delle norme europee: il messaggio licenziato dal Consiglio federale è l’ennesima capitolazione. Ed infatti in consultazione la maggioranza dei Cantoni ha detto njet. Per contro, i partiti di cosiddetto centro, ossia PLR e PPD, sposano giulivi la posizione governativa. E questo perché rifiutare il Diktat metterebbe a rischio i fallimentari accordi di Schengen. Avanti, caliamo le braghe ancora di più con l’UE! Facciamo che a decidere sulla nostra sicurezza nazionale siano i funzionarietti di Bruxelles! La Svizzera è in svendita ai saldi!
E questi sarebbero partiti “borghesi”? Ossignùr!

Peggio è sempre possibile

Ma naturalmente c’è chi fa anche peggio.  I $inistrati (quelli che nel loro programma politico hanno l’adesione all’Unione europea e l’abolizione dell’esercito) esigono infatti restrizioni ancora più pesanti sulle armi in possesso dei cittadini onesti di quelle proposte dal governicchio federale.

E non sono da soli. I kompagnuzzi infatti, assieme ad alcune associazioni, hanno creato una “Piattaforma per una legislazione del futuro sulle armi” (uella). Legislazione, evidentemente, proibizionista. E quindi contraria alle nostre tradizioni, alle nostre leggi, alle nostre specificità ed anche alla volontà popolare. Lascia basiti leggere che in tale Piattaforma figura anche la Federazione svizzera dei funzionari di polizia. La polizia, che la gauche-caviar ha sempre denigrato e criminalizzato, si presta ingenuamente ai giochetti di quest’ultima. Si fa strumentalizzare. Dopo, verrà scaricata senza tanti complimenti.

Prepariamoci dunque, grazie a  questa “Piattaforma”, a sorbirci lo stucchevole festival del populismo di $inistra contro le armi in possesso dei cittadini onesti: evidentemente la gauche-caviar (che oltre a propugnare l’abolizione dell’esercito è anche contraria alla legittima difesa) vuole che gli unici a possedere armi siano i criminali. Che si riforniscono sul mercato nero.

Di nuovo contro i cittadini

Da segnalare che la casta, con i rossi in prima linea, ancora una volta vuole cancellare un voto popolare che non le va giù: quello del febbraio del 2011. In quell’occasione, i cittadini elvetici rifiutarono le restrizioni sul possesso di armi. Restrizioni che adesso si tenta squallidamente di far rientrare dalla finestra. Ma si sa, per i $inistrati il popolazzo becero “vota sbagliato”: per fortuna che arriva Bruxelles a rimettere a posto le cose! Che pena…

Referendum indispensabile

C’è da sperare che a Berna il parlamento affosserà il messaggio con cui il consiglio federale vuole inginocchiarsi davanti al diktat UE contro le armi dei cittadini onesti. Altro che inasprire ancora di più le restrizioni proposte!

Purtroppo, conoscendo il triciclo PLR-PPD-P$$, eurolecchino e politikamente korretto, non ci si possono fare grandi illusioni. Si può quindi solo sperare in un referendum, peraltro già annunciato dalle società di tiro.

Lorenzo Quadri

Difendere la democrazia dai camerieri di Bruxelles

Iniziativa contro i giudici stranieri: ci facciamo bagnare il naso anche dalla Germania

 

I camerieri bernesi dell’UE bramano di concludere entro fine anno (!) lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’Unione europea. Il che significa: leggi e giudici di Bruxelles che comandano in casa nostra.

Sul fronte opposto a simili scellerati progetti c’è però l’iniziativa per l’autodeterminazione, detta anche “iniziativa contro i giudici stranieri”. Cosa prevede questa iniziativa? Sostanzialmente tre cose:

  1. sancisce il primato del diritto costituzionale svizzero rispetto al diritto internazionale (regola del primato);
  2. stabilisce che le autorità incaricate dell’applicazione del diritto non applichino più i trattati internazionali che sono contrari alla Costituzione o lo sono diventati;
  3. impone di adeguare alla Costituzione i trattati internazionali che la contraddicono; qualora ciò non fosse possibile, questi accordi vanno denunciati.

Quello che valeva in passato…

La priorità del diritto costituzionale svizzero su accordi internazionali del piffero (“Prima le nostre leggi”) era un dato di fatto scontato fino a qualche anno fa. Giustamente. Anche perché questi accordi internazionali sono, spesso e volentieri (per non dire praticamente sempre) il risultato delle calate di braghe dei camerieri bernesi dell’UE. Non dimentichiamoci che la diplomazia svizzera – quella che tratta “al fronte” con i balivi di Bruxelles – è infarcita di kompagni eurolecchini. E il neo ministro degli esteri italo-svizzero Ignazio KrankenCassis ha nominato l’ennesimo euroturbo, Roberto Balzaretti, quale responsabile delle negoziazioni con l’UE (altro che “tasto reset”).

La chiesa al centro del villaggio

Come detto, in passato il rapporto tra diritto costituzionale elvetico e diritto straniero era chiaro. Ma poi qualche giudice politicizzato che utilizza il proprio margine di manovra per fare politica pro-sottomissione all’UE, ha pensato bene di decidere il contrario. Ossia di mettere fuori gioco (rottamare) la volontà popolare sgradita per inchinarsi ai diktat internazionali dell’establishment. E’ quindi necessario ed urgente rimettere la chiesa al centro del villaggio. Di conseguenza, è anche ora di piantarla di dipingere i legulei dei tribunali come eroi senza macchia che devono essere protetti dalle ingerenze della politica cattiva. Perché è una presa per i fondelli. I giudici sono nominati dai politicanti in base alla tessera del partito ed in base alle convinzioni politiche. Questo vale in particolare per i giudici del Tribunale federale. La partitocrazia spalancatrice di frontiere elegge i giudici con il mandato di sentenziare come vorrebbe lei: cioè facendo valere le posizioni dell’establishment e affossando le decisioni “sbagliate” del popolazzo becero. Altro che difendere i giudici dalla politica. Bisogna invece difendere la democrazia dai giudici politicizzati al servizio della casta a cui devono la cadrega (ed eterna gratitudine).

Lezioni tedesche

Nel settembre del 2015 il Tribunale costituzionale tedesco ha stabilito, senza tante balle, che il diritto costituzionale nazionale prevale sugli accordi internazionali. Certo che noi svizzerotti siamo proprio immersi nella palta: abbiamo un sistema di diritti popolari che tutti ci invidiano, ma poi arrivano i legulei di turno a sabotarlo su indicazione della casta. Al punto che siamo ridotti  a prendere lezioni di difesa della democrazia dalla Germania; ovvero da un paese UE. E’ evidente che non possiamo permettere un simile scempio.

La casta contro i diritti popolari

L’establishment da tempo starnazza contro l’iniziativa per l’autodeterminazione. Chiaro: l’élite non vuole i diritti popolari. E’ da parecchio tempo infatti che i suoi soldatini, pensiamo ad esempio ai tamberla di AvenirSuisse, tentano di sabotarli, predicando l’aumento del numero di firme necessario alla riuscita di iniziative popolari e referendum. Altrimenti il popolazzo becero (quello che “vota sbagliato”) assume troppo potere. Con il consueto (e ormai stantìo) armamentario di ricatti e minacce, la casta è dunque partita all’assalto dell’iniziativa “contro i giudici stranieri”. I suoi galoppini al Consiglio degli Stati l’hanno già asfaltata raccontando fregnacce a go-go. Che pena: questi politicanti sono stati eletti dal popolo, ma poi gli votano sistematicamente contro. Ricordarsene alle prossime elezioni.

Due fregnacce

Fregnaccia numero uno: l’iniziativa contro i giudici stranieri metterebbe in pericolo l’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (CEDU) in Svizzera, e quindi il rispetto dei diritti umani nella Confederella non sarebbe più assicurato. Balle di fra’ Luca! In Svizzera i diritti umani sono già incorporati nella Costituzione. Non ci serve nessuna CEDU. La quale semmai inserisce di straforo tra i diritti umani cose che con essi non c’entrano una mazza. Ad esempio il presunto diritto di migranti economici di farsi mantenere dagli svizzerotti fessi.

Fregnaccia numero due: se si applicasse la Costituzione (articolo 121 a, ovvero 9 febbraio) invece del diritto internazionale (ovvero invece della devastante libera circolazione senza limiti) sarebbero a rischio i bilaterali.

L’UE non ci fa regali

Uhhh, che pagüüüraaa! E’ ora di piantarla di raccontarci la solita, decotta balla che senza i Bilaterali la Svizzera farebbe la fine del Titanic. La Fallunione europea, e ne abbiamo avuto innumerevoli dimostrazioni (vedi gli svergognati ricatti sull’equivalenza delle borse) non è mica un ente benefico a sostegno della Svizzera. L’UE non ha firmato i bilaterali per farci un favore (?). Li ha firmati perché ci guadagna. Quindi, non c’è scritto da nessuna parte che  li getterà a mare perché la libera circolazione ciurla nel manico. E se anche lo facesse, chi ci perderebbe? La bilancia commerciale tra Svizzera ed Unione europea è ampiamente favorevole a quest’ultima. L’accordo sul transito terrestre è una ciofeca che ha trasformato la Svizzera in corridoio a basso costo per TIR europei in transito: ringraziamo il kompagno Moritz “Implenia” Leuenberger! Quanto agli accordi sulla ricerca: le eccellenze universitarie si trovano al di fuori dell’UE. In particolare con la Brexit. Solo per citare tre esempi.

“Prima i nostri”

Non c’è alcun motivo per cui l’iniziativa “per l’autodeterminazione”, che sancisce la priorità della Costituzione – ed in particolare della volontà popolare – su accordi internazionali del piffero dovrebbe venire respinta.

Per votarla, invece, di motivi ce ne sono a bizzeffe. Citiamone solo uno: con l’iniziativa “contro i giudici stranieri” in vigore il “maledetto voto” del 9 febbraio, e quindi anche Prima i nostri, oggi sarebbe realtà.

Lorenzo Quadri

 

Questi zerbini di Bruxelles Ne fanno peggio di Bertoldo

Il Consiglio federale ha confermato lo scandaloso regalo di 1.3 miliardi di Fr all’UE

 

E ti pareva! Se aspettavamo la dimostrazione che in Consiglio federale ci sono degli zerbini di Bruxelles, tale dimostrazione è puntualmente arrivata. A fornirla è la decisione del Consiglio federale di non ritirare la proposta di regalo miliardario all’UE, ma di mandarla tranquillamente in consultazione.

Questo “miliardo di coesione” è una truffa anche nella definizione. Non si tratta infatti di un miliardo, ma di un miliardo e 300 milioni. Quindi un miliardo e un terzo. E, se per i tamberla bernesi quel terzo è “quantité négligeable”, allora paghiamo tutti un terzo in meno dell’imposta federale diretta. Poi vediamo se nessuno ha niente da dire.

 

Regali immotivati

Non c’è uno straccio di motivo per cui dovremmo versare una cifra del genere, che è enorme, ai balivi dell’UE. Versarla, oltretutto, senza che ci sia alcun obbligo di pagare alcunché, senza uno straccio di contropartita, e malgrado gli eurofunzionarietti non perdano occasione per prodursi in squallidi e volgari ricatti al nostro indirizzo. Vedi il famoso psicodramma dell’equivalenza della borsa svizzera garantita solo per il 2018. Questo per fare pressione sulla Confederella affinché firmi lo sconcio accordo quadro istituzionale. Addirittura, il ricatto è arrivato il giorno dopo (!) la visita in Svizzera del presidente “non astemio” della Commissione europea, Jean-Claude “Grappino” Juncker. Il quale naturalmente se ne è tornato a Bruxelles da Berna con in tasca la promessa di pagamento degli 1.3 miliardi di coesione.

Altro che reset

Il comportamento degli eurofunzionarietti non eletti da nessuno ma che pretendono di comandare in casa nostra è stato così sfrontato che perfino dal Consiglio federale si è levato qualche flebile bisbiglio di protesta: “questa è una discriminazione”, ha infatti mormorato la Doris.

Tuttavia e come al solito, quando si tratta di venire al dunque… non succede nulla. Lo scellerato regalo – 1.3 miliardi dei NOSTRI franchetti – all’UE viene mantenuto. Le proteste per la “discriminazione” della Svizzera da parte dell’UE? Già dimenticate!

Ennesima dimostrazione che questo Consiglio federale sa solo calare le braghe. Altro che “tasto reset”! Non è stato resettato proprio un bel niente. Esattamente come nell’era Burkhaltèèèèr, i pantaloni scendono ad altezza caviglia davanti a qualsiasi desiderio, ordine o diktat che provenga dall’UE. Come fa il cittadino contribuente a non sentirsi preso per i fondelli?

Motivazioni ridicole

Ridicole, poi, le argomentazioni a sostegno del regalo di 1.3 miliardi di franchetti all’UE. Ossia che essi servirebbero a “garantire la stabilità dei paesi dell’Est”, a migliorare le prospettive dei giovani e quindi alla gestione dei flussi migratori.

Balle di fra’ Luca! Ma chi credono di prendere per i fondelli questi signori del Consiglio federale?

Di miliardo di coesione – anzi,  di 1.3 miliardi di coesione – la Svizzera ne ha già versato uno, una decina di anni fa. Forse che è servito a ridurre i flussi migratori? Ma certo che no! Abbiamo pagato 1.3 miliardi per non avere un migrante in meno ed oltretutto, con i nostri soldi, i paesi beneficiari hanno pensato bene di creare condizioni quadro più attrattive per la delocalizzazione di imprese in arrivo dall’Europa occidentale. In sostanza: paghiamo per farci portar via le aziende.

Speriamo nel parlamento, ma…

Anche i paracarri hanno capito che gli 1.3 miliardi che il Consiglio federale vuole regalare a Bruxelles non faranno diminuire il flusso migratorio verso la Svizzera di una sola unità. Per contrastare l’invasione, l’unica misura efficace è l’abolizione della libera circolazione delle persone. Un’ipotesi però che fa rizzare i capelli in testa a Berna.

A questo punto si può solo sperare che il Parlamento avrà il buonsenso di sventare l’ennesimo atto di zerbinaggio nei confronti dell’UE, bocciando il demenziale regalo.

La Lega, evidentemente, farà tutto quel che potrà. Purtroppo però dal triciclo PLR-PPD-P$$ non ci si può attendere niente di buono.

Lorenzo Quadri

Versare i ristorni è come pagare gli 1.3 miliardi all’UE

Altro che “non è il momento”! I rubinetti vanno chiusi ora! Basta regali al Belpaese!

 

Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri Ignazio KrankenCassis era in visita ufficiale al Consiglio di Stato (tanto per una volta, non è sceso in Ticino per eventi mondani o conferenze autopromozionali con scatole di cartone e palle – palle mostrate e raccontate). Ovviamente, e come poteva essere altrimenti, si è parlato anche di rapporti con il Belpaese. Il quale, come ben sappiamo, nei nostri confronti è inadempiente, e alla grande.

Il famoso nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri è ormai ufficialmente morto e sepolto. In realtà il decesso risale a parecchio tempo fa. Perché le lobby dei frontalieri, con i relativi politicanti di servizio, si sono mobilitate quasi subito per scongiurare una spaventosa eventualità: quella che i frontalieri vengano un domani obbligati a pagare le tasse come i loro connazionali che lavorano in Italia, e quindi privati della situazione di sfacciato privilegio fiscale di cui godono oggi. Un privilegio che, peraltro, non è giustificato da nulla. Un qualche sindaco della fascia di confine ha tentato l’arrampicata acrobatica sui vetri per trovare delle motivazioni, ma ha rimediato solo figure marroni.

Se già il nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri era morto prima delle elezioni nella Penisola, il 4 marzo ne è stato celebrato ufficialmente il funerale.

Altre questioncelle

Sul tavolo delle trattative con la vicina Repubblica ci sono poi altre questioncelle. Ad esempio, gli investimenti non fatti nelle opere infrastrutturali di interesse italo-svizzero. Alla faccia dei quarant’anni di ristorni incassati – e ben presto dilapidati.  Ma anche la diatriba dell’accesso degli operatori elvetici al mercato finanziario italico. Non si tratta di un tema “di nicchia”. In ballo ci sono infatti tanti posti di lavoro sulla piazza finanziaria ticinese, già falcidiata dalle scellerate politiche calabraghiste dell’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, prontamente assecondata dal triciclo PLR-PPD-P$ cameriere dell’UE.

Visto dunque che un nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri non ci sarà mai, e visto che quello attuale – comprensivo del versamento dei ristorni – è superato dagli eventi e si basa su presupposti non più dati (segreto bancario), è chiaro a tutti che i ristorni vanno bloccati.

Basta scuse

Già un paio di anni fa, il governicchio aveva prodotto un documento di varie pagine in cui elencava tutti i buoni motivi per bloccare i ristorni… concludendo però che li avrebbe versati lo stesso! Se questa non è una presa per il lato B…

Adesso però di scuse per non procedere al blocco non ce ne sono proprio più. Sicché, la Lega tornerà alla carica. E vedremo presto se, tra i “ministri” della partitocrazia, se ne troverà almeno uno disposto ad unirsi ai leghisti e a formare così una maggioranza per fermare l’emorragia di milioni verso sud; o se invece il triciclo PLR-PPD-P$ preferirà andare avanti con la svendita del Ticino.

Forse qualcuno non si è ancora accorto che continuare a versare i ristorni è come pagare gli 1.3 miliardi di coesione agli eurofalliti: regali ingiustificati, in cambio di niente!

Cosa ne pensa il ministro degli esteri italo-svizzero KrankenCassis del blocco dei ristorni? Il quesito è giocoforza uscito nell’incontro di giovedì con il CdS. La risposta è un’uregiatada di prima grandezza: “Le pressioni vanno bene, però devono essere fatte quando c’è un governo, ed in Italia non c’è, quindi bisogna aspettare”.

Sì certo: con la storiella che “va bene fare pressioni sul Belpaese ma non adesso, non è il momento, bisogna attendere” i bernesi ci hanno fatti fessi per anni. Intanto il tempo passa, il Ticino perde tutti i treni, “nüm a pagum” i ristorni, ed i vicini a sud se la ridono a bocca larga.

Decidere subito
Eh no, il giochetto non funziona più! Come diceva Totò: “Accà nisciuno è fesso”, caro ministro degli Esteri liblab. La decisione di bloccare i ristorni va presa subito. E, ovviamente, essi resteranno bloccati anche quando la Penisola sarà riuscita a dotarsi di un governo (sulla cui durata, tra l’altro, probabilmente nessuno scommetterebbe il classico soldo bucato). Altro che “non è il momento”! Il momento è adesso. Non perdiamo l’ennesimo treno! Vogliamo continuare a regalare soldi al Belpaese?

Lorenzo Quadri

 

 

Chiusura dei valichi secondari: ormai è trascorso un anno!

Qualche cameriere bernese dell’UE sta forse facendo melina sperando nel dimenticatoio?

Ricorre prossimamente il primo anniversario  della chiusura notturna dei tre valichi secondari con il Belpaese. Era infatti il primo aprile 2017 la data scelta dalla Confederazione per chiudere  “in prova” per sei mesi, dalle 23 alle 5, le dogane di Pedrinate, Novazzano-Marcetto e Ponte Cremenaga. A decidere la chiusura notturna erano state le Camere federali, sostenendo una mozione della deputata leghista Roberta Pantani.

Come sappiamo, l’annuncio del provvedimento provocò reazioni isteriche dei politicanti d’Oltreconfine in perenne fregola di visibilità mediatica (quelli che, pur di apparire in video, venderebbero anche la nonna). Costoro si misero infatti a starnazzare senza ritegno (chiaro: più decibel = più visibilità) contro i ticinesi “razzisti”. Naturalmente dimenticandosi di rilevare che la chiusura notturna serviva per fermare i malviventi che entrano in Ticino a delinquere dall’Italia. Non è mai stata una misura contro i cittadini onesti.

Ma di questo, evidentemente, ai politicanti del Belpaese non importava un tubo, visto che l’obiettivo era protestare per mettersi in mostra. Impipandosene, va da sé, di un “piccolo” dettaglio: senza il Ticino almeno 300mila italiani della fascia di confine (frontalieri, padroncini e le loro famiglie) non avrebbero la pagnotta sul tavolo.

Un passo nella direzione giusta

Sta di fatto che, almeno questa volta, gli strilli italici non hanno sortito alcun effetto: forse perché il direttore del Dipartimento federale delle finanze, da cui le dogane dipendono, è l’UDC Ueli Maurer. Fosse stata la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, c’è ragione di credere che le cose sarebbero andate diversamente.

I sei mesi di prova sono partiti, la sperimentazione è stata eseguita e la misura ha dimostrato di funzionare, aumentando la sicurezza (effettiva e percepita) degli abitanti della fascia ticinese di confine. Certo, non sarà la panacea. Ma si tratta, evidentemente, di un passo nella direzione giusta. Senza dimenticare che la decisione federale era quella di chiudere di notte tutti i valichi secondari con il Belpaese, non solo tre: è chiaro che  l’applicazione completa e corretta del provvedimento avrebbe portato anche maggiori risultati.

Cosa aspettiamo?

I sei mesi di sperimentazione sono giunti a conclusione lo scorso ottobre. Da allora sono trascorsi altri sei mesi. Però tutto tace. Citus mutus! E il Consiglio federale pensa di poter prendere i ticinesi per i fondelli dicendo che deve “valutare l’esito” del periodo di prova.

Punto primo: non veniteci a raccontare la fanfaluca che ci vogliono sei mesi per “valutare”.

Punto secondo: la necessità di una valutazione se l’è inventata il Consiglio federale. La decisione parlamentare dice di chiudere, non di sperimentare.

Per cui, cosa stiamo aspettando? E’ passato un anno giusto dalla chiusura in prova. E’ dunque tempo di mettere in vigore la chiusura definitiva, di tutti i valichi secondari e non solo di tre.

O magari qualcuno a Berna la sta tirando per le lunghe nella speranza che tutto finisca in dimenticatoio? Non è così che funziona.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Schengen: la lezione tedesca

Il ministro degli interni Seehofer: “i confini nazionali devono essere sorvegliati”

 

Il nuovo ministro degli interni tedesco Horst Seehofer (CSU) comincia a starci molto simpatico. Dopo aver detto, giustamente, che l’islam non fa parte della Germania (affermazione che ha fatto rizzare i capelli in testa alla Cancelliera spalancatrice di frontiere e multikulti “Anghela” Merkel) il ministro ha dichiarato che i fallimentari accordi di Schengen vanno sospesi. Questo perché la sicurezza dei confini esterni dello spazio Schengen è ben lungi dall’essere data e, in ogni caso, la difesa delle frontiere nazionali è importante.

Evidentemente il buon Seehofer se ne impipa delle smentite all’insegna del  politikamente korretto con cui  l’ “Anghela” replica alle sue dichiarazioni, e prosegue dritto per la propria strada.

I nostri camerieri dell’UE…

Inutile dire che noi, con i camerieri dell’UE che ci ritroviamo in Consiglio federale, la sospensione di Schengen ce la possiamo scordare. Anzi: di recente il Consiglio federale ha commissionato uno dei suoi studi farlocchi proprio su questi trattati; con l’obiettivo di farsi dire che uscire da Schengen “sa po’ mia”: perché avrebbe costi spropositati. Naturalmente sono le solite balle di fra’ Luca! Un po’ come quelle che ci raccontavano 25 anni fa prima della votazione sull’adesione allo SEE.

Se poi vogliamo restare nel campo delle spese spropositate, allora è semmai il caso di parlare di quanto ci costa restare nello spazio Schengen. Chissà come mai, su questo spinoso tema il silenzio dei camerieri bernesi dell’UE è a dir poco assordante. Infatti il costo di Schengen che grava sugli svizzerotti rimane avvolto nel più fitto mistero. Ma di certo è vicino, se non superiore, ai 200 milioni di franchetti all’anno. Questo quando ci avevano promesso che non ne avremmo pagati più di sette o otto!

Certo che pagare un conto, peraltro salatissimo, per accordi che riducono la nostra sicurezza e sovranità e che spalancano le porte ai criminali stranieri, è davvero il massimo.

Ciliegina sulla torta: grazie all’ultima balorda decisione della partitocrazia alle Camere federali, la fattura di Schengen è destinata a lievitare di altri 21 milioni annui. Naturalmente senza che ciò porti ad un qualsivoglia beneficio concreto per la nostra sicurezza. E nümm a pagum.

Lorenzo Quadri

 

 

 

KrankenCassis: chi pensa di prendere per i fondelli?

Boutade del ministro degli Esteri: “l’accordo quadro è solo una questione procedurale”

 Nuova boutade del ministro degli Esteri italo-svizzero Ignazio KrankenCassis (PLR) sul tormentone dello sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE.

Alla faccia dell’ormai famoso “tasto reset”, non si è capito dove starebbe la differenza tra la politica dell’euroturbo Didier “Dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèr (già caduto nell’oblio) e quella di KrankenCassis. A parte qualche piccola operazione cosmetica a livello di terminologia, la sostanza non cambia. La zuppa è sempre la stessa; ed è filo-UE. Ben lo dimostra la nomina a responsabile delle negoziazioni con Bruxelles dell’euroturbo Balzaretti.

A proposito: stiamo sempre aspettando la revoca ufficiale della scandalosa promessa, fatta dai camerieri dell’UE in Consiglio federale, di regalare a Bruxelles 1.3 miliardi di Fr (soldi pubblici nostri). Naturalmente senza alcun motivo e senza uno straccio di controprestazione. E malgrado gli eurobalivi non abbiano alcuna remora a ricattarci.

Nemmeno si è ben capito quando il neo-ministro lavori, visto che è sempre in giro per la Svizzera a partecipare ad eventi mondani e/o autopromozionali (chissà il chilometraggio sul jet del Consiglio federale e le relative emissioni). Ma probabilmente si tratta di “buongoverno” PLR.

Il futuro della Svizzera

L’ultima boutade è stata prodotta a Losanna davanti ad una platea di rappresentanti del mondo economico. Il buon Cassis ha tentato così di sdoganare lo sconcio accordo quadro istituzionale con Bruxelles: “è una mera questione procedurale”. O Cassis, ma chi credi prendere per il lato B? “Mera questione procedurale” una cippa!

L’accordo quadro che tanto piace al ministro liblab ed ai suoi colleghi camerieri dell’UE ci trasformerebbe a tutti gli effetti in una colonia degli eurofalliti. Di servi costretti ad applicare, in casa nostra, i Diktat altrui. Alla faccia dei nostri diritti popolari e della nostra sovranità. “La Svizzera avrà l’obbligo di riprendere man mano il diritto comunitario. L’evoluzione della legislazione nell’ambito coperto dall’accordo quadro non sarebbe più nelle mani del parlamento e del popolo svizzero. Vogliamo davvero rinunciare ai nostri diritti democratici?”. Questa frase non l’ha scritta il Mattino populista e razzista. L’ha scritta di recente nella Südostschweiz Livio Zanolari. Che non è proprio l’ultimo arrivato, essendo stato portavoce del Dipartimento federale affari esteri e capo servizio informazione del Dipartimento Giustizia e polizia.

Altro che “mera questione procedurale”, caro KrankenCassis! Qui si decide il futuro della nostra sovranità, della nostra democrazia e dei nostri diritti popolari. Si decide il futuro della Svizzera!

Firmate l’iniziativa

E’ evidente – ripetiamo per l’ennesima volta – che di sottoscrivere l’accordo quadro internazionale non se ne parla nemmeno. Bisogna, al contrario, far saltare la devastante libera circolazione delle persone. Quindi, tutti a firmare l’apposita iniziativa popolare!

Gli unici che devono tacere…

Sempre nello stesso evento losannese, il ministro degli Esteri ha invitato i rappresenti dell’economia ad intervenire nel dibattito sui rapporti con l’UE. Come se non lo stessero già facendo ad oltranza e da anni! La posizione delle lobby economiche è nota: globalizzazione, frontiere spalancate, soppiantamento della manodopera indigena con stranieri a basso costo così i profitti aumentano, rottamazione dei diritti popolari (deve comandare la casta), lecchinaggio all’UE.

Gli unici che l’italo-svizzero consigliere federale non invita ad esprimersi sui rapporti con Bruxelles sono i cittadini elvetici. Il motivo è chiaro: il popolazzo ha smesso di votare secondo i diktat dell’establishment, quindi va messo a tacere.

Morale della favola: altro che “tasto reset”. Per Cassis ci vorrebbe il “tasto eject” (dal Consiglio federale). Ma purtroppo nessuno dei due pulsanti esiste nella realtà.

Lorenzo Quadri

 

Schengen: un flop completo e anche pagato a peso d’oro

La fattura dei fallimentari accordi continua a lievitare, mentre la nostra sovranità…

 

Un paio di settimane fa, i camerieri dell’UE in Consiglio federale ci hanno sbolognato l’ennesimo studio farlocco, commissionato a scopo di propaganda politica. Quello su quanto costerebbe alla Svizzera uscire dai fallimentari accordi di Schengen.

Naturalmente lo studio eseguito per reggere la coda all’élite spalancatrice di frontiere sostiene che l’operazione “Swissexit” da Schengen avrebbe costi terrificanti: qualcosa come 10 miliardi. Ohibò. E’ più facile credere a Babbo Natale che a ricerche del genere. A maggior ragione se effettuate – come nel caso concreto – dalla stessa agenzia, Ecoplan, già nota per aver realizzato un’altra indagine taroccata sugli accordi bilaterali. I quali, ça va sans dire, risultavano essere una figata pazzesca.

Gonfiati come rane

Lo studio Ecoplan non solo spara cifre assurde sui costi dell’uscita della Svizzera da Schengen, ma non dice un tubo su quello che ci costa rimanerci. Intanto però il carrozzone degli sviluppi dell’acquis  Schengen continua a gonfiarsi come una rana. A danno della nostra sicurezza; perché la storiella che spalancando le frontiere e rinunciando ai controlli sistematici in entrata si aumenti la sicurezza, la andate a raccontare a qualcun altro. Ma a scapito anche della nostra sovranità, che viene smontata pezzo per pezzo. Chiaro: per ogni nuovo settore che viene fagocitato da Schengen, noi svizzerotti diventiamo semplici esecutori di ordini altrui. La democrazia viene smantellata con la tattica del salame (una fetta alla volta).  Ringraziamo la partitocrazia internazionalista e spalancatrice di frontiere!

21 milioni in più

Come c’era da attendersi, di recente in Consiglio nazionale il triciclo PLR-PPD-P$ ha approvato l’ennesimo sviluppo dei fallimentari accordi di Schengen. La Svizzera pagherà dunque 21 milioni all’anno in più al fondo per la sicurezza interna… in cambio di nulla. Perché non c’è uno straccio di nuovo compito concreto in materia di protezione dei confini dell’area Schengen che andremmo a finanziare. 21 milioni all’anno di spesa in più e nemmeno un finto rifugiato con lo smartphone in meno! Stesso discorso per i delinquenti che si muovono liberamente nello spazio Schengen.

E i valichi chiusi di notte?

A proposito: che fine ha fatto la famosa chiusura notturna dei valichi secondari, decisa dalla Camere federali e poi imboscata nel nulla dopo il periodo di prova, magari per fare l’ennesimo favore ai vicini a sud? (Evidentemente i camerieri dell’UE incadregati in Consiglio federale non hanno ancora capito che il Belpaese li mena per il naso da anni).

E non pensate di venirci a raccontare la fregnaccia che chiudere le frontiere non serve ad aumentare la sicurezza, perché vi ridiamo in faccia.

I frontalieri del furto con scasso, che razziano con bella regolarità il Mendrisiotto ma anche il resto del Cantone, entrano a commettere reati in macchina, passando per i valichi incustoditi. Se li si chiude, non possono più entrare. Perché di certo le automobili non sono in grado di attraversare la frontiera verde. Sicché i valichi secondari con il Belpaese bisognerebbe inchiavardarli non solo di notte, ma anche di giorno.

Avanti con lo Swissexit

Morale della favola: “grazie” a Schengen paghiamo un prezzo stratosferico, sempre più stratosferico, per non poter controllare le nostre frontiere, per “aiutare l’Italia” (concetto ripetuto ad oltranza dalla kompagna Sommaruga in Consiglio nazionale) e anche per farci dettare gli ordini da Bruxelles, gettando nel water la nostra sovranità ed indipendenza.
Quanto ci costano ora gli accordi di Schengen? Prima della votazione sul tema (2005) avevano promesso: al massimo 8 milioni all’anno. Nel frattempo siamo già probabilmente in zona 200 milioni. Adesso ne aggiungiamo altri 21… Ed è evidente che l’escalation è destinata a continuare.

Fuori subito da Schengen! In attesa, va da sé, di uscire anche dalla devastante libera circolazione delle persone. Firmate l’apposita iniziativa popolare, se non l’avete ancora fatto!

Lorenzo Quadri

 

Accordo quadro istituzionale: Cassis come Burkhaltèèèèr

Altro che tasto reset: dietro i fumogeni da conferenza stampa c’è sempre la stessa zuppa

Una cosa è sicura anche senza tante analisi geopolitiche (uella): se all’UE una proposta della Svizzera a proposito dell’osceno accordo quadro istituzionale piace, vuol dire che la proposta in questione è un autogol clamoroso. Una mossa alla Tafazzi. Lo hanno capito anche i paracarri che gli eurofunzionarietti vogliono comandare in casa nostra. E’ a questo scopo che sbavano per l’accordo quadro istituzionale. Sottoscriverlo equivarrebbe a trasformare la nostra democrazia diretta o semidiretta, che tutti ci invidiano, in una farsa. A cosa serve rimanere fuori dall’UE se poi ci facciamo schiacciare gli ordini dai funzionarietti di Bruxelles come e anzi peggio che se fossimo uno Stato membro? Il presidente non astemio della commissione europea Jean-Claude “Grappino” Juncker ed i suoi galoppini vogliono rottamare le specificità svizzere nell’intento di  imporre anche a noi le loro regole. Sta a noi non tollerare simili soprusi. Quanti nel corso dei secoli si sono battuti per l’indipendenza nella Svizzera oggi certamente si rivoltano nella tomba davanti alle “gesta” dei camerieri bernesi di Bruxelles.

In Gran Bretagna…

La Gran Bretagna ha deciso di uscire dalla fallita UE per tornare ad essere un paese autonomo ed indipendente. A noi, invece, i camerieri di Bruxelles vogliono far compiere il percorso in senso contrario! Semplicemente scandaloso.

Nel suo recente discorso alla Mansion House di Londra sulla Brexit, la premier britannica Theresa May ha sottolineato alcuni punti fermi fondamentali:

  • rispetto della volontà popolare;
  • controllo sui confini nazionali;
    – tutela del lavoro e della sicurezza dei cittadini;
    – deciderà la gente comune non pochi privilegiati.

Da noi, invece, tutti questi principi vengono svergognatamente gettati nel water dall’establishment, contro la volontà popolare. Che non viene rispettata, bensì denigrata (“popolazzo becero che vota sbagliato”) e rottamata dalla casta vogliosa di compiacere i padroni di Bruxelles. Perché non possiamo fare cambio tra la May e la Simonetta?

“Vino vecchio in bottiglie nuove”

Una cosa è chiara anche a “quello che mena il gesso”: non ci può essere nessun tasto reset che risulti gradito all’UE. Di conseguenza, altro che “reset”! Il tasto schiacciato dal neo-ministro degli esteri italosvizzero Ignazio KrankenCassis è quello “enter”, in riferimento ai Diktat di Bruxelles. Del resto la nomina dell’euroturbo Balzaretti a responsabile dei negoziati con l’UE la dice lunga. Ed è inutile pensare di prendere per i fondelli la gente con acrobazie linguistiche. Tra la ripresa automatica e la ripresa dinamica del diritto UE passa la stessa differenza che c’è tra la zuppa ed il pan bagnato. Del resto – sempre alla faccia del tasto reset – la fetecchiata della “ripresa dinamica” la raccontava già l’euroturbo Burkhaltèèèr. E’ quindi evidente che essa si traduce nella solita calata di braghe. Non è stato portato a casa nulla malgrado nelle comunicazioni ufficiali si giochi con i fumogeni e con i tecnicismi. La sostanza è immutata. Come ha detto Blocher: KrankenCassis mette vino vecchio in bottiglie nuove.

 Il più grave

L’accordo quadro istituzionale non solo è l’ennesimo atto di sottomissione all’UE, ma è anche il più grave. Come detto più volte, fa strame della nostra sovranità nazionale. E naturalmente in cambio di nulla, come al solito. Ogni tentativo di ingerenza degli eurobalivi va respinto con decisione, perché a costoro non bisogna più concedere nemmeno un centimetro. Il Diktat UE contro le armi legalmente detenute dai cittadini, ad esempio, va respinto non solo per i suoi contenuti inaccettabili (contrari alle nostre leggi, alle nostre tradizioni, alla volontà popolare espressa nel febbraio 2011) ma anche perché pretende di sostituire le nostre regole e leggi con quelle degli eurobalivi.

I kompagni esultano

A $inistra, naturalmente, si sono affrettati ad esultare per i passi avanti (?) compiuti nel dossier UE: ovvero per le calate di braghe. I kompagnuzzi fanno ridere (o piangere, a seconda del punto di vista): non hanno ancora capito che l’accordo quadro istituzionale comporta la fine delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone (le quali costituiscono, per Bruxelles, degli ostacoli alla libertà di commercio). E poi la gauche-caviar ha ancora la “lamiera” di sciacquarsi la bocca con la protezione dei lavoratori? Ma per cortesia. A lei interessa solo spalancare le frontiere, far entrare – e far mantenere – tutti. Così il business della socialità ro$$a fiorisce.

A proposito: a quando il tasto reset sulla sconsiderata promessa del Consiglio federale di regalare a Bruxelles 1.3 miliardi di franchetti di proprietà del solito sfigato contribuente elvetico?

Lorenzo Quadri

 

Accordi bidone di Schengen: il conto lievita sempre di più

Pagheremo ulteriori 21 milioni all’anno per mandare a ramengo la nostra sicurezza

 

Mentre in Italia i partiti anti-UE vincono le elezioni, da noi continua ad imperversare il triciclo dei calatori di braghe

Gli accordi di Schengen ciurlano nel manico. A Berna lo sanno. Quindi, a titolo cautelativo, i camerieri dell’UE in Consiglio federale hanno pensato bene, rispondendo ad un postulato, di far allestire uno studio farlocco, l’ennesimo. Obiettivo: farsi mettere nero su bianco, in funzione di propaganda pro-frontiere spalancate, che uscire da Schengen costerebbe addirittura fino a 10 miliardi! E’ evidente che simili fregnacce non se le beve nemmeno il Gigi di Viganello.  Tanto più che, come già detto (ma repetita iuvant) i sette scienziati si guardano bene dal dire quanto invece ci costa restare nello spazio Schengen. E la risposta è: centinaia di milioni di franchi all’anno! Quando prima della votazione sul tema (2005) la partitocrazia aveva promesso che il conto sarebbe stato di al massimo 8 milioni! Come no! Campa cavallo che l’erba cresce! Cittadini ancora una volta traditi dall’élite internazionalista e multikulti!

21 milioni di spesa in più

Centinaia di milioni che, oltretutto, spendiamo per mandare a ramengo la nostra sicurezza e la nostra sovranità. Che gli accordi di Schengen siano nocivi alla sicurezza lo dimostra il fatto che i governi degli Stati firmatari con un minimo di attributi (non quindi i calatori di braghe compulsivi di Berna) al primo problema ne sospendono l’applicazione e reintroducono i controlli sistematici sul confine. E non si tratta neppure di una violazione del diritto internazionale (uella) perché la sospensione di Schengen è possibile.

Invece gli svizzerotti, al solito,  vanno controcorrente. La scorsa settimana infatti il triciclo PLR-PPD-P$ in Consiglio nazionale è riuscito ad approvare un nuovo, esagerato contributo per il bidone-Schengen. Pagheremo infatti la bellezza di 21 milioni all’anno più (!) per “contribuire alla sicurezza dei confini esterni dello spazio Schengen”. Peccato che dietro la formulazione civetta si nasconda il nulla totale: il nuovo (ennesimo) “sviluppo di Schengen” non contempla nessuna azione concreta! Del resto, i paesi che le frontiere esterne le difendono davvero, vedi l’Ungheria con il famoso muro sul confine (grandi!), invece di venire ringraziati, vengono vituperati dai funzionarietti di Bruxelles come razzisti e fascisti, e addirittura minacciati di sanzioni.

Sovranità a ramengo

Intanto noi svizzerotti fessi, “grazie” alla solita partitocrazia del triciclo, paghiamo sempre di più per permettere agli eurobalivi di comandare in casa nostra tramite Schengen. E’ infatti chiaro che, in  ogni nuovo ambito su cui Schengen allunga i tentacoli, noi perdiamo la facoltà di decidere in autonomia. Ci riduciamo a semplici esecutori di ordini altrui. Così la nostra  democrazia diretta viene rottamata. Che è poi il sogno dell’establishment e dei suoi galoppini!

Esempio concreto e plateale: la direttiva UE sulle armi, che la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, vorrebbe imporci, è uno sviluppo di Schengen. Va da sé che l’imposizione avviene con la complicità del liblab italo-svizzero KrankenCassis. Che quando era in campagna elettorale prometteva battaglia dura al Diktat disarmista, iscrivendosi pure (per finta) alla ProTell. Poi, una volta ottenuto il bramato cadregone: passata la festa, gabbato lo santo!

Il colmo  è che la kompagna Simonetta ed i suoi degni colleghi tentano ancora di ricattarci venendoci a raccontare che, se non caliamo le braghe anche sulle armi in possesso dei cittadini onesti, la partecipazione della Svizzera a Schengen sarebbe a rischio! Uhhh, che pagüüüraaa! Forse qualcuno non ha ancora capito che, se usciamo da Schengen, abbiamo solo da guadagnarci!

Lorenzo Quadri

Armi: grazie, Simonetta! Ennesima calata di braghe

Il Consiglio federale si adegua ai Diktat UE e calpesta la volontà dei cittadini

Come volevasi dimostrare: sulla questione delle armi detenute dai cittadini onesti, la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, prepara la (scontatissima) calata di braghe davanti ai balivi di Bruxelles.

Il Consiglio federale ha infatti pronto il messaggio che riprende il Diktat UE sulle armi. Diktat che sfrutta il pretesto del terrorismo islamico (sottolineare: islamico) per disarmare i cittadini onesti. Che il terrorismo islamico sia un pretesto è evidente. I seguaci dell’Isis per i loro attentati non utilizzano di sicuro armi dichiarate ed acquistate legalmente; quando usano armi da fuoco (il che non è la regola) se le procurano sul mercato nero. Come del resto fanno tutti i criminali.

Una farsa

Le restrizioni UE sulle armi al domicilio, come misure antiterrorismo non servono ad un tubo. Ben altri sarebbero i provvedimenti da prendere: ad esempio, espellere sistematicamente e senza tante pippe mentali tutti i jihadisti, chiudere le frontiere, dichiarare fuori legge le associazioni islamiste, proibire i finanziamenti esteri a moschee e centri culturali islamici, eccetera. Tutte misure che però non piacciono alla ministra del “devono entrare tutti” Sommaruga: perché bisogna essere “aperti e multikulti”. Le limitazioni sulle armi detenute dai cittadini onesti, invece, alla Simonetta piacciono assai. Ed infatti già nel 2011 tentò il “colpaccio” disarmista, ma venne asfaltata in votazione popolare. Adesso i balivi di Bruxelles danno ai loro camerieri bernesi la possibilità di rottamare una volta di più la volontà popolare sgradita. Una vera goduria!

E il neo-ministro?

Forse abbiamo qualche problema di arteriosclerosi, ci pare però di ricordare che, prima della sua elezione in Consiglio federale, il neoministro italo-svizzero Ignazio KrankenCassis avesse detto di essere contrario ai Diktat UE nel diritto delle armi elvetico (che è una delle varie specificità di un paese, il nostro, che, a differenza degli Stati eurofalliti, si fonda sulla fiducia tra cittadino e Stato). Lo stesso KrankenCassis è stato anche membro – per la durata di un battito di ciglia, evidentemente in funzione elettorale  – dell’associazione Pro Tell. La quale si batte per un diritto liberale delle armi. Ma questa è ormai storia del passato; recente, ma sempre passato. Sicché, “passata la festa (elezione) gabbato lo santo”: adesso la kompagna Sommaruga può tranquillamente sabotare le tradizioni, le leggi, la volontà popolare svizzera in materia di armi al domicilio dei cittadini senza che il collega titolare degli Esteri abbia a profferire un cip.

Silenzio tombale

Del resto, Cassis non è l’unico a tacere. A livello politico in generale, sul Diktat UE contro le armi detenute legalmente sembra calato il silenzio. Il Mago Otelma prevede che alle Camere federali la partitocrazia del triciclo, come da consolidata abitudine, si accoderà alla Simonetta nel calare le braghe davanti agli eurobalivi.

Sovranità svizzera ancora una volta rottamata nel nome dei fallimentari accordi Schengen! Già, perché le “restrizioni UE” sono degli sviluppi degli accordi di Schengen. Questi deleteri trattati, oltre a farci invadere da frontalieri del crimine e da finti rifugiati, sono dunque un grimaldello di Bruxelles – e dei suoi camerieri nostrani – per esautorare il “popolazzo”. Con gli accordi di Schengen, la sovranità svizzera viene gradualmente rottamata.

Di conseguenza, il messaggio sulle restrizioni in materia di armi legalmente detenute se (come è facile prevedere) verrà approvato dalla maggioranza del parlamento federale, va referendato. Non solo per il suo contenuto, che come detto è contrario alle nostre leggi, alle nostre tradizioni e alla volontà espressa dai cittadini nel 2011; ma anche perché alle intrusioni degli eurobalivi che vogliono comandare in casa nostra non va lasciato alcuno spazio.

Sommaruga e compagnia cantante minacciano (?) che in caso di referendum anche gli accordi di Schengen sarebbero a rischio? Tanto meglio! Questi fallimentari accordi sono da disdire quanto prima!

Lorenzo Quadri

Schengen: lo studio farlocco per prenderci per i fondelli!

Berna dipinge scenari apocalittici in caso di disdetta degli accordi-ciofeca

I camerieri dell’UE incadregati in Consiglio federale diventano sempre più prevedibili. Visto che i fallimentari accordi di Schengen notoriamente ciurlano nel manico – ormai gli unici rimasti a rispettarli pedissequamente sono gli svizzerotti fessi, mentre gli Stati membri UE se ne impipano – ecco che i “sette maghi”, con la scusa di adempiere ad una richiesta parlamentare, producono un rapporto, clamorosamente farlocco, su quanto costerebbe alla Svizzera uscire da Schengen.

Ed infatti, come da copione, dallo studio taroccato secondo i desideri del committente euroturbo, emerge che uscire da Schengen implicherebbe, per il nostro Paese, una vera catastrofe economica, una tragedia, un’apocalisse! Addirittura si scrive che l’uscita dagli accordi-ciofeca costerebbe 10 miliardi di franchetti! Perdindirindina!

Indagini taroccate

Signori camerieri dell’UE, e queste fregnacce a chi pensate di dare a bere? Anche il Gigi di Viganello è in grado di accorgersi che, se paragonate allo “studio” (?) sui costi dell’uscita da Schengen, perfino le statistiche della SECO sull’occupazione in Ticino (taroccate appositamente per far credere al popolazzo “chiuso e gretto” che la libera circolazione delle persone sia una figata pazzesca) sono meritevoli di candidatura al Nobel per l’economia!

Infatti, si dà il caso che ad allestire il rapporto farlocco sui costi dello “Schengen-exit” sia stato tale istituto Ecoplan, specializzato in analisi “compiacenti”. Non per nulla ne ha già prodotta una, indecorosa, a sostegno dei Bilaterali 1.

Sovranità erosa

Questi studi, che sono semplici strumenti di propaganda di regime ammantati di “scientificità” fasulla per gettare fumo negli occhi ai cittadini, hanno sempre lo stesso obiettivo: fare il lavaggio del cervello agli svizzerotti nel nome del sacro dogma (?) delle frontiere spalancate e del “devono entrare tutti”.

Il rapporto taroccato “pro-sacoccia Consiglio federale”, infatti, spara la cifra di 10 miliardi di costi in caso di uscita della Confederella da Schengen (ma va là…); però non fa un cip su quanto invece spendiamo per restarci, in questi accordi-ciofeca!

I quali accordi, non dimentichiamolo, continuano a gonfiarsi a suon di aggiunte. E ad esse, come paesi firmatari, siamo costretti (?) ad adeguarci. Risultato: la nostra sovranità ed i nostri diritti popolari vengono erosi con la tattica del salame (una fetta alla volta) da accordi internazionali del piffero!

Costi moltiplicati

Tornando ai costi di Schengen: prima della votazione sul tema (giugno 2005) la partitocrazia assicurò che l’adesione ci sarebbe costata 8 milioni all’anno. Ebbene, ma guarda un po’, nel 2010 i milioni annuali erano già diventati 185. Ovvero, ben 23 volte di più! Se questa non è una truffa…! E allo stato attuale la fattura complessiva (che naturalmente “Berna” tiene rigorosamente imboscata) è di certo ancora lievitata. Basti pensare che (come risulta da una presa di posizione dell’Udc nazionale) nel 2010 gli “sviluppi” di Schengen erano 112,  mentre oggi sono diventati più di 200.

Accordi da disdire!

Va da sé che il rapporto farlocco tace sulle conseguenze dello scellerato divieto di controlli sistematici sui confini imposto da Schengen. Un divieto che ha costi sociali ed economici clamorosi: frontalierato del crimine, invasione di finti rifugiati con lo smartphone, rimpatri Dublino che riescono solo in pochi casi, eccetera eccetera.

Ma non è tutto. A dimostrazione della qualità (?) dello studio di Ecoplan, esso indica, tra le disastrose conseguenze di un’uscita da Schengen, una “diminuzione dei frontalieri e un leggero aumento dei salari”. Come se si trattasse di qualcosa di negativo!
Dimostrazione più lampante di questa che lo studio farlocco di Ecoplan va gettato nel cestito della carta straccia, assieme a tutta la ciofeca-Schengen, non la si potrebbe trovare.

Avanti con la reintroduzione dei controlli sistematici sul confine!

Lorenzo Quadri

I diritti popolari sabotati dai camerieri dell’UE

La Commissione degli affari giuridici (CAG) silura l’iniziativa contro i giudici stranieri

La politica delle braghe calate e dello smantellamento della nostra democrazia diretta (o semidiretta) procede. La casta vuole esautorare i cittadini a suon di accordi internazionali del piffero. La democrazia svizzera va rottamata perché bisogna (?) essere “aperti” ed “eurocompatibili”! E visto che negli Stati UE il popolo non può decidere un tubo, perché decide tutto la casta, questo è il modello che i camerieri bernesi di Bruxelles ci vogliono imporre.

Ben lo dimostra il categorico njet (12 a 1) pronunciato la scorsa settimana dalla Commissione degli affari giuridici (CAG) degli Consiglio degli Stati sull’iniziativa “Il diritto svizzero anziché giudici stranieri”, detta anche “iniziativa per l’autodeterminazione”, promossa dall’Udc nazionale.

Iniziativa indispensabile

L’iniziativa chiede che il diritto costituzionale svizzero prevalga sempre su quello internazionale. Fanno eccezione le norme cosiddette “imperative” (ius cogens). I trattati internazionali contrari alla Costituzione vanno rinegoziati; e, se ciò non è possibile, disdetti.

L’obiettivo dell’iniziativa è chiaro: impedire che il diritto internazionale venga utilizzato come pretesto per non applicare la volontà popolare “sgradita” alla partitocrazia spalancatrice di frontiere e multikulti. Che è poi quello che accade sempre più spesso. Vedi il “maledetto voto” del 9 febbraio. Ma anche la non espulsione dei criminali stranieri. Al proposito ha fatto assai discutere, ed a ragione, la sentenza emessa lo scorso mese di ottobre dal Tribunale cantonale zurighese che, con una sciagurata decisione buonista-coglionista (anzi: coglionista e basta), ha gettato nel gabinetto la votazione popolare sull’espulsione degli stranieri che delinquono. Trattandosi infatti di stabilire se un picchiatore 27enne tedesco, che ne ha fatte peggio di Bertoldo, potesse essere sbattuto fuori della Svizzera, il tribunale in questione, smentendo i giudici di prima istanza (tutti beceri leghisti populisti e razzisti? Tutti incompetenti?) ha decretato che “sa po’ mia”: ai dire dei legulei zurighesi, infatti, la devastante libera circolazione delle persone prevale sull’espulsione dei delinquenti stranieri decisa dal popolo, confluita nella Costituzione e poi –  naturalmente in modo molto annacquato (grazie partitocrazia!) – nella nuova legge sugli stranieri.

La scellerata sentenza, che se dovesse venire confermata dal Tribunale federale (aspettarsi il peggio…) segnerebbe la fine dei diritti popolari, è stata aspramente criticata. Non solo dai soliti “razzisti e xenofobi” ma anche da fior di esperti di diritto internazionale, come la professoressa Christa Tobler.

Svendere la Svizzera?

La necessità di approvare in votazione popolare l’iniziativa per l’autodeterminazione appare dunque in tutta la sua evidenza. Se questo non accadrà, quanto stabilito dal tribunale cantonale zurighese, e anche dalla maggioranza bulgara (12 a 1) della Commissione degli Affari giuridici del Consiglio degli Stati, ossia la preminenza del diritto internazionale sulla Costituzione e quindi sulla volontà popolare, diventerà un dato di fatto. Ciò equivarrebbe al funerale della nostra democrazia. Perché a comandare non sarebbero più i cittadini tramite la Costituzione, bensì politicanti bramosi di svendere la Svizzera e funzionarietti stranieri. La vergognosa rottamazione del “maledetto voto” del 9 febbraio ad opera del triciclo PLR-PPD-P$$ alle Camere federali (ricordarsene alle prossime elezioni) diventerà la prassi quotidiana. Quanto deciso dai cittadini rimarrà, sistematicamente, lettera morta.

Smontano i diritti popolari

Del resto è da tempo che l’élite spalancatrice di frontiere attenta ai diritti popolari. Li vuole smontare per potersi fare i propri comodi. Vedi le prese di posizione del sedicente “serbatoio di pensiero” (Think Tank) Avenir Suisse, vicino all’ex partitone, secondo cui l’esercizio dei diritti popolari andrebbe reso più difficile: è inconcepibile che sia il popolazzo che “vota sbagliato” a decidere il futuro del Paese! (Da notare che gli aspiranti Nobel di Avenir Suisse nelle scorse settimane sono pure riusciti a venirci a raccontare la fregnaccia che nel nostro Cantone non esiste un problema legato all’invasione da sud. Il soppiantamento dei residenti con frontalieri ed il dumping salariale sono solo una balla della Lega populista e razzista. Questo tanto per inquadrare meglio da che parte tira il sedicente “serbatoio di pensiero”).

Annullare il modello svizzero

Asfaltare l’iniziativa “il diritto svizzero anziché giudici stranieri” vuol dire sancire la preminenza del diritto internazionale su quello costituzionale svizzero. In parole povere,  significa annullare la nostra democrazia diretta. Ovvero, distruggere la principale caratteristica del “modello svizzero”. E a sostenere questo scempio – un vero e proprio tradimento! – sono poi gli stessi politicanti che si riempiono ipocritamente la bocca con il carnascialesco slogan No Billag – No Svizzera!

Stabilità?

A dir poco inconsistente l’argomento dei senatori contrari all’iniziativa contro i giudici stranieri.  Infatti costoro se ne escono a raccontare che l’iniziativa per l’autodeterminazione “creerebbe solo incertezze”. Ma a chi credono di darla a bere questi politicanti? A creare incertezze è semmai la messa in discussione, leggi rottamazione, delle votazioni popolari! Che quanto deciso dal popolo venga azzerato da camerieri dell’UE e/o da legulei stranieri: questo sì che causerebbe un danno incalcolabile alla stabilità svizzera, e quindi anche alla nostra piazza economica! Quelle dei signori senatori membri della CAG sono solo le solite fanfaluche con cui l’establishment tenta di esautorare i cittadini svizzeri, rei di non essere più così disposti a farsi impressionare dai ricatti e dalle minacce con cui la casta ci inonda prima di ogni  votazione importante, sperando così di indurre la gente, tramite terrorismo di Stato, a votare contro gli interessi della Svizzera e dei suoi abitanti.

Lorenzo Quadri

La chicca

Nella Commissione degli affari giuridici (CAG) del Consiglio degli Stati siede anche il radikale ticinese Fabio Abate. Vuoi vedere che tra i 12 “senatori” che hanno asfaltato l’iniziativa “il diritto svizzero anziché i giudici stranieri”, stabilendo quindi la preminenza del diritto internazionale su quello costituzionale svizzero, ciò che equivarrebbe alla FINE della nostra democrazia diretta, c’è pure lui? Ma il buon Abate non è mica uno di quelli che si riempiono  la bocca con il carnascialesco slogan No Billag – No Svizzera??

 

E noi dovremmo concedere la libera circolazione alla Turchia?

Ankara torna alla carica con l’adesione all’UE; e non è uno scherzo di Carnevale

 

Un paio di settimane fa il presidente (sempre che sia  questa  la definizione adatta) turco Erdogan si è recato in quel di Roma. Il “sultano”, come se “niente fudesse”, ha riportato sul tavolo la questione, che dovrebbe essere morta e sepolta, dell’adesione della Turchia all’Unione europea. E, già che c’era, si è pure messo a blaterare di “xenofobia”: evidentemente ha capito che, con certi occidentali calabraghe – a Berna e non solo – basta pronunciare questa parolina magica affinché le frontiere si spalanchino.

Nemico storico

La Turchia di Erdogan, che si è involuta a ritmo accelerato verso il radicalismo islamico ed il regime autoritario, è quanto di meno europeo ed eurocompatibile si possa immaginare. E non certo da oggi. Da secoli la Turchia è un nemico storico dell’Europa e del Cristianesimo. Vedi le varie battaglie di Lepanto e di Vienna. La sconfitta dei turchi alle porte della capitale imperiale diede origine, secondo le leggende culinarie, al Croissant (ripreso dalla mezzaluna islamica) e al cappuccino. Ma in precedenza anche un altro personaggio cristiano (ortodosso), che in questi giorni di Carnevale è stato ampiamente protagonista, acquisì fama per le battaglie contro l’avanzata islamica. Vlad III, voivoda (=principe) di Valacchia, meglio noto come Vlad Dracula, e poi solo come Dracula, morì alla fine del 1476 combattendo contro i turchi per difendere il proprio principato, oggi confluito nella Romania. (Quattro secoli dopo, il romanzo di Bram Stoker consegnò Dracula a fama “immortale”  – è il caso di dirlo –  aggiungendo il vampirismo alla lunga lista di nefandezze di cui il principe venne accusato in vita, accuse che conobbero larga diffiusione grazie all’invenzione della stampa a metà del Quattrocento. I pamphlet tedeschi contro Vlad sono probabilmente il primo esempio di campagna diffamatoria a mezzo stampa. Grazie a questi fascicoli, l’Europa poté apprendere con sadica libidine il dettaglio delle presunte atrocità commesse dal regnante valacco. Stoker quattro secoli dopo aggiunse alla lunga lista di addebiti anche il vampirismo: uno dei pochi crimini di cui mai Vlad venne accusato prima, malgrado nella sua terra la credenza in queste creature fosse ben radicata. Questo per una contraddizione in termini: secondo le simpatiche usanze del tempo, dopo la sua morte in battaglia la testa tagliata del voivoda venne portata al sultano turco come trofeo, ed esposta a Costantinopoli. Ma tagliare la testa ad un cadavere, assieme al notorio paletto di frassino conficcato nel cuore, era uno dei modi per distruggere un vampiro, rispettivamente per impedire che un morto lo diventasse. Di conseguenza, per il “buon” Vlad, una “carriera” vampiresca era esclusa a priori).

Finanziano la diffusione dell’integralismo

Tornando ai tempi nostri ed alla Turchia attuale. E’ forse il caso di ricordare che proprio da lì arrivano i finanziamenti a centri culturali islamici e a moschee che diffondono il radicalismo alle nostre latitudini. Ed è infatti per questo motivo che chi scrive ha proposto tramite mozione di impedire i finanziamenti esteri a tali organizzazioni. La mozione è stata approvata dalla maggioranza del Consiglio nazionale, contro la volontà del Consiglio federale e della ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga; gli Stati si devono ancora esprimere.

Aggiungiamo poi che l’autorità religiosa turca ad inizio anno ha sdoganato  le spose bambine di 9 anni, e siamo a posto! Pretendere che un paese del genere – che come detto è stato per secoli il nemico storico dell’Europa – entri nell’UE, può essere solo uno scherzo di Carnevale.

Braghe calate

E’ quindi scandaloso che i funzionarietti di Bruxelles, così bravi nel discriminare e ricattare gli svizzerotti fessi, non siano stati capaci di dire a Erdogan che di far entrare la Turchia nell’UE non se ne parla nemmeno. Né ora, né mai.

Intanto, Bruxelles ha calato le braghe davanti alla Turchia già nel 2016. Ha infatti accordato i visti agevolati ai cittadini turchi per lo spazio Schengen, malgrado i requisiti per la concessione di simili agevolazioni non fossero nemmeno lontanamente adempiuti.  Questo dopo che Ankara aveva minacciato, in caso di diniego, di lasciar passare tutti i finti rifugiati diretti ad ovest. Visto che anche la Svizzera fa parte dello spazio Schengen, le capitolazioni di Bruxelles sui visti  toccano direttamente anche noi.
Non osiamo quindi immaginare cosa succederebbe in caso – per fortuna si tratta per ora di ipotesi fantascientifica; ma per quanto? – di adesione della Turchia all’UE. La Svizzera dovrebbe estendere la libera circolazione al nuovo Stato membro della Disunione europea, dove il radicalismo islamico dilaga.

Un motivo in più per abolire quanto prima tale scellerato accordo bilaterale. Firmate tutti l’iniziativa popolare contro la libera circolazione!

Lorenzo Quadri

 

 

Che pagüra! Grappino Juncker sbrocca contro la Confederella

Il presidente della Commissione UE si scordi lo sconcio accordo quadro istituzionale

Al presidente “diversamente astemio” della commissione europea, Jean-Claude “grappino” Juncker, la faccia di tolla non fa mai difetto. Costui in un’intervista alla SRF arriva ad accusare la Svizzera per il peggioramento (?) dei rapporti bilaterali con la fallita UE. Peggioramento imputabile, a suo dire, al fatto che la Confederella ancora non ha concluso lo sconcio accordo quadro istituzionale.

Più volte abbiamo ripetuto che, prima di mettere un microfono davanti a questo bieco personaggio, bisognerebbe fargli soffiare nel palloncino.

Levarselo dalla testa

Tanto per cominciare, caro Juncker: l’accordo quadro istituzionale tu ed i tuoi scagnozzi ve lo levate dalla testa. Metteteci una bella croce sopra perché non l’avrete mai! Capiamo che per Juncker, bramoso di comandare in casa nostra, è una realtà dura da accettare, ma può sempre tirarsi su il morale con un bel doppio whisky.

Non ancora contento della boiata profferita, Juncker prosegue dichiarandosi comunque “amico della Svizzera”. Certo, come no. Peccato che il suo concetto di amicizia sia, per usare un paragone molto in voga di questi tempi, di stampo “weinsteiniano”. Come il famigerato produttore-zozzone Harvey Weinstein, anche Juncker dimostra la sua “amicizia” nei confronti della Confederella tentando di metterle le mani addosso. Non ottenendo quello che vuole, perché la partner rifiuta, passa ai ricatti e alle minacce.

Amici?

Con quale faccia di tolla Juncker si dichiara amico della Svizzera e poi, il giorno dopo aver ottenuto dai camerieri dell’UE in Consiglio la promessa di un regalo di 1.3 miliardi di franchi, decide assieme ai suoi eruofunzionarietti di discriminare la Svizzera limitando ad un anno la durata dell’equivalenza della borsa?

“Grappino” Juncker, è così che tratti gli “amici”, oltretutto quelli che ti promettono soldi?

La discriminazione nei confronti del nostro paese è così plateale che perfino i camerieri di Bruxelles a Palazzo federale si sono sentiti in dovere di prodursi in una flebile protesta (senza peraltro avere nemmeno gli attributi di dire agli eurofalliti che il contributo di 1.3 miliardi se lo possono definitivamente scordare).

Da notare che 11 Stati membri UE hanno protestato contro questa decisione. Tra questi non figura però l’Italia. A dimostrazione che i vicini a sud non sono affatto nostri amici, ma vogliono solo sfruttarci e prenderci per i fondelli. Per cui sarebbe finalmente ora che, sia a Berna che a Palazzo delle Orsoline, “qualcuno” aprisse gli occhi e si decidesse a comportarsi di conseguenza. Ad esempio cominciando col bloccare i ristorni dei frontalieri.

Chi ha promesso?

La parte di più inquietante delle dichiarazioni dell’eurograppino è però la seguente: “più volte mi è stato promesso dagli svizzeri (si intende ministri svizzeri) la conclusione dell’accordo quadro internazionale, che però non è stata mai raggiunta”. Ohibò. Ci piacerebbe proprio sapere chi si è avventurato in simili scellerate promesse! Forse il PLR Didier “dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèèr che per fortuna ha levato le tende? O c’è anche qualcun altro ancora in carica, magari una delle consigliere federali sbaciucciate da Juncker durante le sue visite? E’ evidente che chiunque si sia avventurato dichiarazioni di questo tipo va lasciato a casa in quanto traditore della Svizzera!

Quanto alle promesse: dovessimo conteggiare noi tutte le volte che il Belpaese ci ha promesso il nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri…

Lorenzo Quadri

Far entrare la Turchia nell’UE? Qualcuno sta dando i numeri!

Un motivo in più per disdire la devastante libera circolazione delle persone!

 

Proprio vero che non c’è limite al peggio: lo scorso fine settimana è giunto a Roma il presidente (?) turco Erdogan. Il quale ha avuto la bella idea di tornare a remenarla con l’adesione della Turchia all’Unione europea.

Qui qualcuno non ha capito da che parte sorge il sole.

Tanto per cominciare, si dà il caso che la Turchia sia lontana anni luce dall’UE e dall’Europa in generale! Grazie al “buon” Erdogan, infatti, il paese ha sterzato alla grande verso l’estremismo islamico. Ad inizio di quest’anno (del 2018; non del 1018…) sono pure state sdoganate le spose bambine di 9 anni.

Finanzia l’Islam radicale

Inoltre, non dimentichiamo che tra chi è indiziato (eufemismo) di finanziare moschee e centri culturali islamici che diffondono il radicalismo in Occidente – Svizzera compresa – c’è proprio il governo turco. Non a caso chi scrive ha presentato una mozione in Consiglio nazionale che chiede il divieto di finanziamenti esteri a moschee e centri culturali musulmani, oltre all’obbligo per questi istituti di fare trasparenza sui conti e, per gli imam, di predicare nella lingua locale (affinché tutti possano capire quello che dicono e affinché gli imam la imparino, la lingua del posto).

La mozione è stata approvata alla Camera del popolo a stretta maggioranza. Con la furente opposizione, ça va sans dire, della ministra del “Devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga. Chiaro: i piani antiradicalismo della Simonetta non servono ad un tubo. Si limitano a scaricare improbabili compiti sul groppone dei Comuni, naturalmente senza allocare le risorse finanziarie che servirebbero a svolgerli. Ma è chiaro: l’unico obiettivo dell’operazione è quello di lavarsi la coscienza. Di poter dire che, per combattere il dilagare dei jihadisti in Svizzera, “il Consiglio federale sta facendo”. Ed invece non sta facendo un tubo, in quanto le uniche proposte efficaci vengono respinte per partito preso, strillando al razzismo e alla discriminazione!  Intanto la Svizzera diventa il Paese del Bengodi per l’estremismo islamico, visto che abbiamo leggi a colabrado, tribunali buonisti-coglionisti, Ministri che pretendono di fare entrare tutti, ed in più  il nostro Stato sociale è scandalosamente generoso con gli immigrati non integrati; compresi i seguaci dell’Isis.

Se poi si pensa che la Ministra di Giustizia, la già citata kompagna Simonetta, è un’esponente del P$, cioè del partito che vuole rendere l’Islam religione ufficiale in Svizzera, ben si capisce che ci troviamo immersi nella palta fino al collo.

Scenari catastrofici

Del resto, che col ritornello del “razzismo e xenofobia” si ottiene ogni sorta di calata di braghe da parte degli occidentali imbesuiti dal politikamente korretto, l’ha ben capito lo stesso Erdogan (più furbo che bello). Che infatti nella sua visita a Roma l’ha immediatamente tirato in ballo…

A lasciare basiti è che da Bruxelles non sia giunto un njet perentorio all’aberrante ipotesi di adesione all’UE della Turchia, che di europeo non ha proprio niente e che anzi dell’Europa è nemico storico.

Immaginiamoci dunque, nella (per fortuna) fantascientifica ipotesi in cui la Turchia dovesse diventare Stato membro della DisUnione europea, quali sarebbero le conseguenze per gli svizzerotti: estensione della devastante libera circolazione delle persone ad Ankara! Frontiere spalancate ad un paese dove almeno il 98% della popolazione è musulmana (quanti i radicalizzati?)!

Visto che uno scenario del genere sarebbe a dir poco catastrofico, ecco un valido motivo in più per far saltare quanto prima la libera circolazione tra Svizzera e fallita UE! Sotto con le firme!

Lorenzo Quadri

La partitocrazia insiste: vuole svendere la Svizzera

Si riempie la bocca con i valori elvetici per il proprio tornaconto. Ma poi…

La casta si agita scompostamente contro la “criminale” iniziativa No Billag. Neanche da essa dipendesse l’esistenza della nazione. Ma i temi importanti sono altri. Ad esempio i rapporti con i balivi UE, argomento fondamentale per il futuro del nostro Paese. Lo scorso fine settimana il presidente nazionale uregiatto Gerhard Pfister è uscito allo scoperto. Secondo lui, la Svizzera dovrebbe adottare il diritto della fallita UE. In sostanza, il PPD ci viene a dire, come il P$, che dovremmo farci dettare le leggi (nel senso letterale del termine) da Bruxelles. Alla faccia della nostra sovranità e della nostra autonomia! E poi lo stesso PPD, naturalmente solo quando gli torna comodo, viene a raccontarci storielle sui valori svizzeri? Per fortuna!

Referendum a raffica?

Gli uregiatti, bontà loro, pensano di preservare la democrazia elvetica inserendo un’eccezione alla ripresa automatica del diritto comunitario. Vale a dire: la Svizzera adotta in linea di principio il diritto UE, a meno che i cittadini non lo rifiutino tramite un referendum. Trovata geniale, non c’è che dire. Il buon Pfister sa sicuramente che lanciare un referendum non è di sicuro una passeggiata. Per mandare in porto l’operazione ci vogliono soldi, ci vuole organizzazione, ci vuole lavoro. E chi sarebbe chiamato metterceli? Non certo la partitocrazia cameriera dell’UE, la quale mai si sognerebbe di raccogliere le firme per contrastare tramite referendum la volontà dei padroni di Bruxelles. Il compito quindi graverebbe tutto sul groppone sempre della solita area politica: quella dell’Udc-Lega, ovviamente. Che, altrettanto ovviamente,  non può certo permettersi (nessuno potrebbe) di lanciare referendum a raffica. Dovrebbe quindi concentrarsi solo su quelli più importanti, col fatale risultato di lasciar correre svariate cose. Così, pezzo dopo pezzo, il modello svizzero va a ramengo! Grazie partitocrazia! Ecco dunque chiarito, nel caso sussistessero ancora dei dubbi, da che parte sta il PPD: da quella di chi vuole svendere il nostro Pese all’UE.

Allo sbando

Il Consiglio federale dal canto suo, pare allo sbando. Al punto che, subito dopo la chiusura del Forum di Davos, il kompagno Alain Berset, presidente di turno della Confederella, ha dovuto riprendere i colleghi. Perché ognuno, sulla questione dei rapporti con la Disunione europea, faceva il proprio verso, ed i ministri si contraddicevano a vicenda. Ohibò: evidentemente qualcuno,  magari dopo aver parlato per una decina di secondi con Trump (massimo della conversazione: “Hi Donald, how are you?”) si è montato la testa e adesso s’immagina di essere importante; di poter pontificare.

Ma già la semplice circostanza che tutti si improvvisino ministri degli esteri, scavalcando senza problemi il buon KrankenCassis, dimostra che il peso specifico di quest’ultimo è ben scarso. Questo implica che non ci sarà nessun tasto reset nei rapporti con l’UE. Al massimo ci sarà il tasto “enter”: quello che serve per eseguire gli ordini in arrivo da Bruxelles

E il famoso regalo?

Da notare che da un po’ non si parla più dello scandaloso regalo di 1.3 miliardi che il Consiglio federale vorrebbe fare a Bruxelles senza uno straccio di motivo né di contropartita. Dopo l’ultimo sconcio ricatto degli eurofunzionarietti, che  – malgrado il regalo promesso – vorrebbero limitare l’equivalenza delle borse svizzere ad un anno, e questo per ottenere la sottoscrizione (appunto) dell’accordo quadro istituzionale,  da Berna era giunta una parvenza di retromarcia. Non risulta però che il tema sia stato ulteriormente affrontato. Non vorremmo quindi che l’improvviso “sussulto s’orgoglio” (chi si accontenta…) dei camerieri dell’UE fosse semplicemente stato uno specchietto per le allodole, volto ad accontentare il popolazzo. Il WEF sarebbe stato un forum interessante per chiarire alcune cosette; a partire proprio dall’annullamento dell’improponibile regalo. Ma non un cip si è udito in tal  senso. Se ne deduce che la calata di braghe continua. Per non sbagliare, dunque, tutti a firmare l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone. Avanti con lo Swissexit!

Lorenzo Quadri

 

Braghe calate con l’UE: i plateali autogol dei ro$$overdi

Fine delle misure accompagnatorie alla libera circolazione e disastri ambientali

 

La gauche-caviar “nostrana” (nostrana si fa per dire, visto l’alto tasso di naturalizzati pluripassaporto) insiste nella svendita della Svizzera all’UE. E poi ha ancora la faccia di tolla di riempirsi la bocca con i “valori elvetici” nella sua isterica jihad contro l’iniziativa No Billag (la gauche-caviar teme infatti che la SSR, che da mezzo secolo fa propaganda di $inistra finanziata da tutti i cittadini, esca perdente dalle urne).

Il presidente del P$$ kompagno Christian Levrat, quello che vuole l’islam religione ufficiale in Svizzera, dunque insiste: bisogna firmare subito lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE, quello che ci trasformerebbe a tutti gli effetti in un baliaggio di Bruxelles. Il prossimo passo sarà mandare a casa Consiglio federale e Parlamento ed insediare a Berna un “gerente” nominato direttamente dagli eurofunzionarietti; analogamente a quanto accade ai Comuni commissariati.

Misure accompagnatorie addio

La posizione del presidente del P$$ non sorprende: il suo partito, che è sempre e sistematicamente schierato contro la Svizzera e contro gli svizzeri, vuole l’adesione all’UE. Ma il  buon Levrat, con la sua insistenza a favore dell’ accordo quadro istituzionale – quello che “Grappino” Juncker ha il coraggio di definire “accordo d’amicizia” –, va incontro ad una clamorosa figura marrone.

Infatti il presidente del P$$ sembra non essere in chiaro sul fatto che la prima conseguenza del bramato accordo quadro sarebbe la fine delle misure d’accompagnamento alla devastante libera circolazione delle persone; quelle che servirebbero a contrastare il dumping salariale. Tali misure verrebbero spazzate via in quanto ostacolo al libero accesso ai mercati. In effetti, le aziende (in particolari edili, ma non solo) dei paesi a noi vicini vogliono arrivare in Svizzera da conquistatrici, facendo  fuori gli operatori locali a suon di prezzi dumping.

Ecco la coerenza rossa

Ora, queste misure accompagnatorie sono più che altro dei cerotti sulla gamba di legno. Non sono certo la panacea. Ma non c’è alcun motivo per cui ci dovremmo privare di questo piccolo aiutino.

Ma soprattutto: i kompagni, le misure accompagnatorie le hanno sempre sostenute a spada tratta. Le hanno addirittura poste come condizione (farlocca) per il loro sì agli accordi bilaterali. E adesso il “buon” Levrat, infoiato di europeismo, le vuole gettare a mare? Sarebbe questa la “coerenza” con cui la $inistruccia ama riempiersi la bocca? Oppure il presidente del P$$ blatera di sottoscrivere l’accordo quadro con Bruxelles senza nemmeno conoscerne i contenuti? E allora la domanda diventa: sarebbe questa la “conoscenza dei dossier” dei kompagnuzzi? E cosa ne pensano all’interno del P$$?

Verdi come le angurie

Figura non molto migliore, sempre per restare a $inistra, la fanno i Verdi ticinesi. I quali hanno respinto scandalizzati l’invito del presidente dell’Udc ticinese Piero Marchesi ad aderire alla raccolta delle firme per l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone (firmate tutti!). Questo perché, secondo i Verdi, non si può pretendere l’accesso ai mercati senza accordare ai partner il diritto all’invasione della Svizzera tramite immigrazione scriteriata. Accipicchia, ma questi Verdi sì che sono dei grandi statisti! Peccato che ci siano invece un sacco di accordi commerciali, vedi ad esempio quello con la Cina, che non contemplano affatto la libera circolazione. Quest’ultima infatti è semplicemente una paturnia internazionalista che ha fatto solo disastri e che verrà giustamente spazzata via dalla storia.

Ma, nel njet dei Verdi, a lasciare di palta è come gli ecologisti nostrani, imbevuti di ideologia spalancatrice di frontiere, chiudano gli occhi davanti all’evidenza.

Le frontiere spalancate hanno infatti conseguenze deleterie anche sull’ambiente: vedi i 65’500 frontalieri che entrano quotidianamente in Ticino uno per macchina, inquinando a tutto spiano ed intasando le strade. Idem dicasi per le svariate migliaia di padroncini. E i rifiuti solidi urbani che essi producono (rüt) mica se li riportano a casa.

Altrettanto deleterio per l’ambiente è l’accordo bilaterale sui trasporti terrestri, concluso dal kompagno Moritz Leuenberger, che ha trasformato la Svizzera in un corridoio di transito a basso costo per TIR UE. Il palese conflitto tra protezione dell’ambiente ed immigrazione scriteriata l’aveva visto benissimo l’iniziativa Ecopop. Ma i Verdi al proposito non hanno nulla da dire. Per loro le frontiere spalancate sono molto più importanti della tutela dell’ambiente. Perché costoro sono come le angurie: verdi fuori ma rossi dentro. D’altra parte, se gli ecologisti sono contenti di fare i soldatini (per non dire gli “utili idioti”) del P$, buon per loro. I frutti li raccoglieranno alle prossime elezioni.

Lorenzo Quadri

 

 

Bandiera UE, Locarno dice No. Un esempio da seguire!

Buzzini (Lega): “Anche il Consiglio federale dice che l’UE discrimina la Svizzera”

 

Grande agitazione sulle rive del Verbano, per una decisione del Municipio di Locarno che risale in realtà a due anni fa. Dal protocollo cittadino è infatti stata radiata la disposizione che prevedeva l’esposizione della bandiera europea il 5 maggio.

A tal proposito, è bene precisare che nessun Comune è costretto ad esporre la bandiera blu stellata. La Confederazione ed i Cantoni in genere “invitano” gli enti locali a procedere all’esposizione per commemorare la fondazione del Consiglio d’Europa (5 maggio 1959) a cui la Svizzera aderisce dal 1963.

Il problema è noto: la bandiera blu stellata nata come simbolo del Consiglio d’Europa, è poi stata ripresa dall’UE. Per il “cittadino medio”, dunque, quella è, semplicemente, la bandiera dei balivi UE. Che nulla hanno da spartire con lo spirito del Consiglio d’Europa (che contempla ad  esempio la “tutela della democrazia parlamentare”).

Decisione del 2016

“Dell’esposizione o meno della bandiera UE in occasione della ricorrenza del 5 maggio – spiega Bruno Buzzini, municipale leghista di Locarno – si è discusso in una delle prime sedute della corrente legislatura. Il tema figurava all’ordine del giorno verosimilmente a seguito delle proteste che il municipio aveva ricevuto l’anno prima. Ho quindi preso la parola esponendo le mie ragioni contrarie all’esposizione della bandiera, e la maggioranza dei colleghi mi ha seguito. Il “caso” nasce adesso perché solo ora è stata pubblicata l’ordinanza municipale con la relativa modifica del protocollo. Ma dopo quella decisione del 2016 la bandiera UE non è stata più esposta”.

Che riflessioni sono state fatte per arrivare alla decisione di non esporre la bandiera? “Ho sollevato una serie di punti – risponde Buzzini -. Tanto per cominciare: giocare sul fatto che la bandiera blu con le stelle è la bandiera del Consiglio d’Europa è una presa in giro. Il cittadino la percepisce come quella dell’UE ed è da questo presupposto che dobbiamo partire. Ciò detto, l’UE discrimina la Svizzera. Questo non lo affermo io. Lo ha detto di recente il Consiglio federale in relazione alla questione dell’equivalenza delle borse. A questo si aggiunge che la Svizzera rimane iscritta su talune liste nere  e grigie, che l’accordo con l’Italia sulla fiscalità dei frontalieri è ben lungi dall’essere sottoscritto, che la reciprocità resta una chimera dal momento che le aziende ticinesi non battono un chiodo nel Belpaese, eccetera. Tutti questi elementi hanno convinto,  già nel 2016, la maggioranza municipale che non c’è motivo di esporre la bandiera dell’UE il 5 maggio. Ciò non significa che il  Municipio non condivida i valori del Consiglio d’Europa. Se quest’ultimo un domani deciderà di dotarsi di una propria bandiera, chiaramente riconoscibile come tale, sarei favorevole alla sua esposizione. Ma, finché questo non accadrà…”.

Villaggio di pescivendoli?

Naturalmente i fan dell’UE non hanno gradito la decisione locarnese. Particolarmente virulenta, ad esempio, la reazione del presidente della sezione ticinese del Numes, Jacques Ducry. Il quale si è scagliato contro Locarno che, a suo dire, senza l’Europa, oggi sarebbe “un villaggio di pescivendoli”.

“Magari – ironizza Buzzini – se i locarnesi fossero ancora pescivendoli adesso un lavoro l’avrebbero. Invece, con la libera circolazione delle persone e conseguente degrado del mercato del lavoro ticinese,  ogni anno la città spende due milioni di Fr per l’assistenza. Una cifra che è raddoppiata in poco tempo “grazie” all’UE”.

Esempio da seguire

C’è dunque da sperare che molti altri comuni, ed in particolare quelli grossi, vorranno seguire l’esempio di Locarno.

Quanto alla principale città del Cantone, Lugano: da qualche anno il 5 maggio “misteriosamente” non compare più alcuna bandiera dell’UE. Ohibò, chissà come mai?

Poche chances invece per una decisione a livello cantonale: una mozione in tal senso presentata dal deputato leghista Boris Bignasca è infatti stata respinta a larga maggioranza dal Gran Consiglio.

Lorenzo Quadri