Adesivo CH sulle automobili: ancora provocazioni italiche

Questa menata delle contravvenzioni deve finire. Intanto prendiamo contromisure

E ridàgli con le ripicche di bassa tacca messe in atto nel Belpaese ai danni di automobilisti elvetici a proposito del contrassegno CH sulle vetture. Un cittadino ticinese ha raccontato nei giorni scorsi al portale Ticinonews che, attraversando un comune italiano della fascia di confine senza il noto autocollante ovale, è stato apostrofato da un agente con toni arroganti (“voi svizzeri venite qui a fare i padroni e quello che mi dice mi entra da un orecchio e mi esce dall’altro”) e poi pure minacciato: o paga subito la multa dei 60 e rotti euro “oppure faccio sequestrare la macchina col carro attrezzi”. Uhhh, che pagüüüraaa!

La minaccia è campata in aria, visto che la sanzione è la multa, e non altro.

Accuse demenziali

Questi atteggiamenti da parte di taluni zelanti poliziotti italici non ci stanno bene. Punto primo, l’accusa rivolta ad un ticinese  di pretendere di fare “i padroni” nel Belpaese è demenziale. Non ci sono 65mila frontalieri ticinesi che entrano tutti i giorni uno per macchina nelle provincie italiane limitrofe, bensì il contrario. Non è un terzo dei posti di lavoro della Lombardia ad essere occupato da frontalieri ticinesi, bensì il contrario. Quindi, a pretendere di fare i padroni in casa d’altri non sono di certo i ticinesi in Italia, bensì i vicini a sud in Ticino.

Se i ticinesi attraversano il confine, non è di certo per portare via il lavoro agli italiani, ma semmai per fare acquisti o turismo: quindi per generare indotto.

Si tira troppo la corda

A parte questo, con ‘sta menata del contrassegno CH si sta davvero passando il segno. Le nostre targhe, come sa anche il Gigi di Viganello, contengono già la bandiera svizzera e perfino quella ticinese. La provenienza del veicolo è quindi chiarissima; chi, oltreramina, criminalizza gli automobilisti ticinesi sprovvisti dell’adesivo CH è in malafede. Lo fa solo per puntiglio. E’ vero che la Convenzione di Vienna del 1968 (!) sulla circolazione stradale prevede l’obbligo della sigla della nazione: essendo passati però oltre cinquant’anni, magari, se qualcuno si fosse degnato di spenderci qualche minuto, la Svizzera avrebbe potuto anche ottenere un adeguamento. Nel senso di un riconoscimento che le bandierine sono (almeno) altrettanto descrittive della sigla. Ma va da sé che niente è stato fatto, e niente si farà. Sollecitato al proposito da chi scrive, il Consiglio federale si è trincerato dietro il solito mantra del “sa po’ mia”.

Diritti popolari?

Intanto è addirittura stata lanciata un’iniziativa popolare per rendere le nostre targhe eurocompatibili: quindi per rottamare le bandierine ed introdurre le sigle. Ah, ecco. Adesso occorre calare le braghe perfino sulle targhe. Nemmeno sulle piccole cose si è capaci di mantenere un minimo di identità. Che pena.

Contromisure

E’ evidente che le cicliche provocazioni del Belpaese sull’adesivo CH devono incontrare delle contromisure.

Quindi, provvedimento numero uno: piazzare radar a ridosso del confine negli orari strategici per beccare frontalieri e padroncini che non rispettano i limiti.

Provvedimento numero due: multare sistematicamente le auto italiane con vecchie targhe, che non incorporano la sigla del Belpaese, e che sono sprovviste dell’autocollante “I”. Perché ce ne sono. Eccome che ce ne sono. Ma quanto scommettiamo che non hanno mai ricevuto contravvenzioni?

E soprattutto: evitare di andare a spendere soldi nel Belpaese. Così i vicini a sud saranno contenti di non vedere più targhe svizzere. Con o senza adesivi CH.

Lorenzo Quadri