Il 1° giugno gli Accordi bilaterali hanno compiuto 10 anni. 10 anni al cui proposito c’è ben poco da festeggiare, almeno per il Ticino. Infatti il decennio ha comportato un netto peggioramento sia a livello di sicurezza che di mercato del lavoro.

Furti e rapine nelle abitazioni si sono moltiplicati, specie ai danni di anziani. L’ultima si è consumata venerdì a Lugano. E  non veniteci a dire che la libera circolazione delle persone non c’entra.

Confrontati con un’UE allo sfascio economico e sociale, che, incapace di creare lavoro per i suoi abitanti, li spinge apertamente ad emigrare; trovandoci a fare i conti con un’UE che ha permesso la creazione di banlieues e campi rom in cui la polizia nemmeno osa entrare, avremmo dovuto potenziare le frontiere invece di fare l’esatto contrario. Come disse un saggio visitatore straniero: «Una nazione che non difende i propri confini è una nazione morta».

Si potrà obbiettare che un decennio fa la crisi attuale non era prevedibile. E’ allora drammatico che non si sia in grado di adattarsi alle mutate circostanze che impongono un drastico cambiamento di rotta.

Per quel che riguarda il mercato del lavoro, poi, la situazione è fin troppo chiara, in barba alle panzane messe in giro dalla SECO nei suoi rapporti avulsi dalla realtà e redatti per permettere al Consiglio federale di andare in giro a dire che “tout va bien, Madame la marquise”. Infatti le cose vanno così bene che il Consiglio nazionale martedì ha approvato in fretta e furia una serie di adattamenti alle famose ed inutili misure accompagnatorie alla libera circolazione delle persone. Si tratta del classico cerotto sulla gamba di legno, naturalmente. Ma è anche un segnale evidente che il bilancio di dieci anni di libera circolazione delle persone non è affatto positivo. A proposito, chissà come mai nessuno dice più che con la libera circolazione delle persone i nostri giovani potranno trovare lavoro a Milano?

 

Frontalieri e terziario

Intanto, dal 1999 ad oggi, il numero dei frontalieri  presenti in Ticino è passato da 26’500 a 54mila, quindi è più che raddoppiato.  E il 1999 non è propriamente nell’alto medioevo. Il settore in cui il numero dei frontalieri è maggiormente esploso è il terziario. Si è passati dai 10mila del 1999 agli attuali 28’500. Grazie alle brillanti strategie del Consiglio federale e della ministra del 5%, Eveline Widmer Schlumpf, sulla piazza finanziaria ticinese andranno perse migliaia di posti di lavoro. In effetti, l’emorragia è già cominciata. E chi resterà a casa? I frontalieri o i ticinesi?

E, tanto per tappare la bocca ai politikamente korretti, fautori della libera circolazione delle persone, secondo i quali senza frontalieri la sanità ticinese crollerebbe, vale la pena ricordare che i frontalieri nel settore della sanità e dell’assistenza sociale sono 2900, ossia un decimo di quelli nel terziario.

A questo si aggiungono i rapporti con l’UE e con l’Italia in particolare. Con la vicina ed ex amica Penisola siamo in guerra economica ma ciononostante il Ticino  è uno dei principali datori di lavoro per cittadini della vicina Penisola. La quale però, quando fa comodo, se ne dimentica. Senza che l’autorità federale, che della situazione del Ticino se ne infischia, faccia un cip.

10 anni di Bilaterali, ma per noi proprio niente da festeggiare. In Lombardia, ovviamente, al proposito la situazione è ben diversa.

Lorenzo Quadri