In Francia, il sindaco di Nizza ha deciso di dire basta. Esasperato dalla continua ostentazione di bandiere straniere, ha deciso che, fino alla fine dei mondiali, nel centro di Nizza dalle 18 alle 4 potranno sventolare solo bandiere francesi.

La misura appare ancora più positiva se si pensa che la Francia, a suon di multikulturalismo completamente fallito, si è ficcata in una situazione assai difficile per quel che riguarda il mantenimento dell’ordine pubblico. Nelle città francesi interi quartieri sono in mano ai magrebini. Inutile dire che lo Stato di diritto da tali quartieri è messo al bando. In nome del politikamente korretto, la Francia ha rinunciato a tanti di quei valori fondanti della nostra società occidentale di cui proprio lei si era fatta portatrice nel mondo con la Rivoluzione.

Decisione coraggiosa

La decisione del sindaco di Nizza è certamente coraggiosa. E, di riflesso, mette in una luce ancora peggiore chi questo coraggio non l’ha avuto. E continua a non averlo. E’ evidente che una bandiera non è solo un pezzo di stoffa colorata. Non ha solo valore affettivo. E’ l’affermazione simbolicamente più forte di chi stabilisce le regole in uno Stato (e, di conseguenza, è anche tenuto a farle rispettare). 

Mentre a Nizza si dichiara che solo la bandiera francese ha diritto di cittadinanza, in Svizzera, ad Emmen, si cancella una bandiera rossocrociata dipinta su un muro di una scuola con la vergognosa argomentazione che gli allievi stranieri potrebbero sentirsi discriminati. Come se qualcuno potesse avere qualcosa da ridire sulla presenza di una bandiera svizzera… in Svizzera!

La Svizzera è da tempo sotto attacco da parte dell’Unione europea che mal sopporta i nostri diritti popolari, la nostra sovranità, la nostra indipendenza, la nostra neutralità. Gli eurofalliti aspettano solo di suonare l’assalto alla diligenza. E la nostra politica invece di difendere i nostri valori, cede su tutta la linea. La vigliaccheria viene travestita da virtù, nascosta sotto definizioni quali “aperture”, “eurocompatibilità”, “non discriminazione”. Di più: chi li difende viene denigrato e criminalizzato come populista e razzista. E, dietro l’affermazione dei nostri simboli nazionali – come la bandiera appunto – c’è la volontà di affermare anche le nostre specificità.

Fiato ai tromboni

Per tornare alle bandiere: la Lega, per il tramite del sottoscritto, aveva chiesto – prima a Bellinzona poi a Berna – non già di vietare le bandiere straniere, bensì – più moderatamente – di permetterne l’esposizione solo se affiancate da una bandiera svizzera (di dimensioni almeno equivalenti). Del resto una norma analoga esiste, e non già in Pakistan o in Arabia Saudita, ma ohibò, in Danimarca.

 Apriti cielo. Fiato ai tromboni dell’indignazione. Festival degli sfottò sui “fastidi grassi”. Già, perché una battaglia di principio a difesa dei nostri valori è un “fastidio grasso”.  Qualsiasi problema che non rientri tra i temi degli autoproclamati (senza averne alcun titolo) detentori della morale – quindi che non parli di “aperture”, di “multikulturalità” e via elencando – viene squalificato come “un non problema”; nella migliore delle ipotesi, ovviamente.

Riappropriarsi dei valori

A Nizza è stato compiuto un gesto esemplare. Un gesto di riappropriazione dei diritti e dei valori del cittadino; uno schiaffo al principio politikamente korretto delle frontiere spalancate, dell’internazionalismo becero, ma soprattutto dell’autofustigazione davanti all’immigrato. Da noi, invece, si arriva al punto di rifiutare di stabilire che le bandiere straniere devono essere affiancate da una bandiera svizzera. Come se chiedere ad uno straniero residente in Svizzera di mostrare questo piccolo segno di rispetto nei confronti della bandiera – e, per essa, del Paese e di tutto quel che rappresenta – sia una richiesta spropositata, fuori dal mondo.

 Se c’è qualche cittadino straniero cui dà fastidio la bandiera svizzera in Svizzera, farà bene a rendersi conto che è lui ad essere fuori posto. Non certo la bandiera.

Lorenzo Quadri