La RSI, televisione di sedicente servizio pubblico, ci delizia con un’altra “performance”: la pubblicità dell’Iper di Varese.

Mica male: mentre ci si sforza di sensibilizzare il cittadino a far lavorare l’economia locale invece di “innaffiare il giardino del vicino”, ecco che deve arrivare la televisione di Stato a fare la propaganda alla spesa in Italia. Di fatto, quindi, un invito a disertare i commerci ticinesi in periodo di crisi. Per la serie: e se lo dice la RSI…

 

211 mio di canone

Si trattasse di una televisione che vive di sola pubblicità, si potrebbe ancora chiudere un occhio. À la guerre comme à la guerre: la fetta delle inserzioni si fa sempre più piccola, e non ci si può permettere di fare troppo gli schizzinosi. Ma questa non è manifestamente la situazione della RSI, la quale – come noto – beneficia del canone più alto d’Europa in ragione di 211 milioni di Fr all’anno. Non sono proprio noccioline.

In un calcolo totale, la SSR incassa 1.2 miliardi di Fr di canone all’anno, e 348 milioni di pubblicità. Le entrate pubblicitarie sono dunque una sorta di guadagno accessorio.

A queste condizioni si può quindi ritenere che la radiotv di stato, sul mercato pubblicitario, fa concorrenza sleale non  solo alle tv private, ma a tutti i media in generale: cartacei o elettronici che siano.

 

Questione di buonsenso

Ciononostante, e malgrado il mandato di servizio pubblico, in casa RSI non si ha nemmeno il buonsenso di rifiutare la pubblicità dei supermercati italiani. E non è che lo spot della Iper di Varese fa diminuire il canone all’utente, sia chiaro. La pubblicità dei grandi magazzini peninsulari viene accettata sapendo che l’economia ticinese è in difficoltà. Il mandato di servizio pubblico imporrebbe dunque di sostenerla. Non certo di sabotarla. Invece…

Sulla pesa in Italia si potrebbe aprire un lungo capitolo. E’ vero che c’è chi è costretto a fare il frontaliere delle provviste perché il magro borsello non gli lascia scelta diversa. Ma queste persone sanno già benissimo dove andare. Anche senza i consigli della RSI.

E’ altresì  vero che certi negozi non possono pretendere “lealtà” dai consumatori ticinesi se poi loro per primi assumono solo frontalieri scartando i ticinesi. Ciononostante, non c’è alcun bisogno che la televisione di sedicente servizio pubblico metta ulteriormente la pulce nell’orecchio anche a chi non ha necessità di risparmiare qualcosa sui generi alimentari; una pulce ulteriormente aggravata dal marchio statale di cui si fregia la RSI. Insomma, una manna per chi è in cerca di scuse.

 

Tutto è permesso?

Ci troviamo dunque davanti all’ennesimo passo falso compiuto a Comano. Che va ad aggiungersi alla smaccata partigianeria politica a favore della $inistra e delle sue proposte. Ultimo plateale esempio: la panna montata sul No popolare al Fondo Gripen. Una “panna” che ha confermato al di là di ogni dubbio che, facendo strame dell’equidistanza imposta dal servizio pubblico, la RSI è schierata. E lo è dalla parte di chi vuole smantellare l’esercito. Ovvero i kompagni.

La RSI sa bene che la fettona di canone che si porta a casa, ossia i 211 milioni di franchetti annui (su un totale di 1,2 miliardi) citati sopra, ciurla nel manico. Oltregottardo cresce la protesta per la quota sproporzionata, per rapporto al numero di spettatori, delle risorse estorte ai cittadini che va a favore della RSI.

In effetti il canone risulta così distribuito: 425 mio alla SRF, 319 mio alla RTS, 211mio alla RSI, 21mio  alla RTR, 225mio per Sport, tecnica, distribuzione e 17 per Swissinfo.

 La radiotelevisione della Svizzera italiana costa infatti, in proporzione al bacino d’utenza, molto di più della “sorella maggiore”  svizzero-tedesca. I tagli con la scure sono dunque dietro l’angolo. In più, al momento è in fase di raccolta firme anche l’iniziativa per l’abolizione del canone Billag. In queste condizioni, la RSI dovrebbe preoccuparsi di compattare il Ticino politico dietro di sé. Invece sembra voler far proprio il contrario. Crede di potersi permettere di tutto e di più, di poter prendere a pescioni in faccia una parte politica (Lega e dintorni) dando il sostegno politico delle forze ticinesi come “scontato”. Ma anche a Comano e a Besso faranno meglio ad imparare che di scontato non c’è niente. E ad essere ben più cauti. Anche nell’ingrassarsi con la pubblicità della Iper.

Lorenzo Quadri