Anche perché c’è chi fa il furbetto sfoggiando bandierine svizzere e diciture “swiss”, ma sotto sotto…

Il Gran Consiglio è diviso sul marchio Ticino, ossia il logo “etico” per le ditte che assumono residenti. Non c’è infatti unanimità su chi dovrebbe gestire la certificazione: se il Cantone o le associazioni economiche. Queste ultime hanno già dichiarato il loro disinteresse. Lo si può anche comprendere, poiché il logo potrebbe essere fonte di imbarazzo per alcuni loro associati.

Sta di fatto che, come si “vende” giustamente lo stato di azienda formatrice – a patto che vengano effettivamente formati degli apprendisti, e non frontalieri adulti “travestiti” da apprendisti, perché purtroppo accade anche questo – allo stesso modo anche la qualità di azienda che assume sul territorio merita di venire valorizzata nei confronti del pubblico.

Effetto deterrente

Il progetto dei loghi “frontalier-free”, che oltretutto non costa nulla, rischia però di arenarsi nel pantano del “benaltrismo”. Ovvero di quell’atteggiamento secondo cui ad ogni proposta che risulti indigesta, o per provenienza o per contenuti, cui però non si può dire di no perché sarebbe troppo “impopolare”, si risponde che è giusto intervenire nell’ambito in questione, ci mancherebbe, ma occorrerebbe fare “ben altro”. Senza naturalmente mai indicare in cosa consisterebbe questo “altro”.

Ci si dimentica però una cosa: che certe iniziative hanno anche un aspetto deterrente. Lo stesso che avrebbe una discussione seria finalizzata alla trasmissione di informazioni sui padroncini all’Agenzia delle entrate italiana.

 L’ipotesi di una prossima introduzione di un logo che premi chi assume residenti – e, di conseguenza, che penalizzi chi non lo fa – già da sola indurrebbe certuni ad una maggiore responsabilità sociale.

Diritto del consumatore

Ma non solo. Sapere se un’azienda assume residenti oppure fa incetta di frontalieri, quindi incassa soldi in Ticino ma non fa la sua parte nel far girare l’economica da cui trae vantaggio, è un diritto del consumatore. Perché, infatti, ci si dovrebbe stracciare le vesti per sapere se un prodotto contiene il colorante X o Y mentre non è possibile scegliere con cognizione di causa una ditta che assume ticinesi? Poter scegliere anche in base alla responsabilità sociale è un diritto del consumatore. Forse che il lavoratore ticinese non è altrettanto importante di un colorante o di un antiossidante? Ma ad attestare la responsabilità sociale non ci sono, al momento, né marchi né etichette.

Trasparenza

La richiesta di  trasparenza è tanto più pertinente se si considera che c’è chi ha trovato il trucchetto per accalappiare il consumatore in buona fede. Ditte con sede in Svizzera, iscritte al nostro registro di commercio, ma di proprietà di cittadini italiani e che assumono solo frontalieri. Però sfoggiano ovunque bandierine rossocrociate e si ricoprono di loghi Swiss come alberi di Natale con le bocce. A questo punto bisognerebbe anche chiedersi se basti essere iscritti al registro di commercio nel nostro paese per potersi fregiare del marchio svizzero, o se invece non servirebbe adempiere a qualche requisito anche per quel che riguarda il personale assunto.

Ostacolo insormontabile?

Proprio perché queste diciture e bandierine rossocrociate possono risultare ingannevoli, serve una certificazione, un logo di Claro, un “label” o come lo si vuole chiamare. Certo, andrà risolto il problema dell’affidabilità e di come si può dare una ragionevole sicurezza al consumatore che quanto certificato in materia di dipendenti frontalieri sia effettivamente fedefacente. Ma non ci si dica che l’ostacolo è insormontabile. Inoltre, basta guardare le reazioni isteriche suscitate in Italia dal logo di Claro, con il pennivendolo napoletano della RAI, Franco Di Mare (che evidentemente mai ha letto un libro di storia del suo paese in tutta la sua vita) a farneticare di leggi razziali, per rendersi conto che la misura è efficace.

Ma soprattutto: è un diritto del cittadino decidere di dare i suoi soldi a chi assume in Ticino.

Lorenzo Quadri