Il Ticino si trova in cima alla lista delle regioni svizzere colpite da sintomi depressivi medi e gravi, con il 5.6% della popolazione affetta da queste patologie. Segue la regione lemanica con il 4.4%. Lo indica il terzo rapporto di monitoraggio dell’Osservatorio sulla salute (Obsan) pubblicato di recente. Si tratta dell’ennesima coincidenza? Siamo jellati in tutto? Ci ha “orinato addosso l’allocco (o il gufo)” (traduzione letterale del detto dei nostri vecchi) anche questa volta? Siamo piagnoni ad oltranza?

Probabilmente no, e anche senza grandi studi scientifici non è difficile immaginare che il record di casi depressivi sia strettamente correlato al  degrado generale causato, come al solito, dalla libera circolazione delle persone.

Infatti il nesso tra depressione e mancanza di lavoro è immediato. E non ci si deve lasciare trarre in inganno dalle statistiche ufficiali farlocche che indicano ad esempio, per questo mese, un calo della disoccupazione. Il calo della disoccupazione è semmai stagionale ed è legato all’avvio della stagione turista. Non indica però nemmeno lontanamente una ripresa dell’occupazione. Ed infatti le cifre della disoccupazione, grazie ai tagli federali, si abbelliscono a scapito di quelle dell’assistenza e dell’AI. Basti pensare che a Lugano, nella “ricca” Lugano, nel 2011 si è toccato il record di 1000 casi d’assistenza, ovvero 200 in più rispetto all’anno precedente; valuta la scorsa settimana, erano 1100.  Cifra che sarebbe ancora più alta se non ci fossero i programmi di lavoro della città, che impiegano 200 persone. La tendenza cantonale non è di sicuro diversa.

Già negli anni scorsi inoltre, rispondendo ad interrogazioni parlamentari sull’elevato numero di invalidi per motivi psichici in Ticino, il Consiglio di Stato rilevava come i tassi di disoccupazione superiori alla media nazionale del nostro Cantone si traducessero poi in depressioni che potevano portare fino all’invalidità psichica.

Con il passare del tempo la situazione sul fronte del mercato del lavoro è peggiorata ad oltranza. Nel 2006 i frontalieri in Ticino erano 38mila, a fine 2011 erano 54mila e continuano ad aumentare. C’è quindi stata, in 5 anni, una crescita del 40.1% dei frontalieri. Crescita che non si rispecchia affatto in un aumento analogo degli impieghi. Ciò significa dunque che i Ticinesi faticano sempre più ad inserirsi sul mercato del lavoro; sul mercato del lavoro del loro Cantone. Circostanza che viene confermata, ancora una volta, dalle cifre dell’assistenza a Lugano. Nel 2011 sono state presentate 420 nuove domande; e la fascia d’età più rappresentata, con 69 casi, è quella dei giovani tra i 21 ed i 25 anni. Questi giovani, quindi, non riescono nemmeno ad iniziare ad esercitare un’attività lucrativa. Ed entrare in assistenza già a 20 anni significa rischiare di non uscirci più. Contando poi le nuove domande d’assistenza presentate  (sempre a Lugano  nel 2011) da persone sotto i 30 anni, si arriva a 109. Si stanno creando dei casi sociali.

I segnali sono chiari: a seguito della libera circolazione delle persone il mercato del lavoro ticinese si degrada sempre di più e, con esso, quale logica conseguenza, anche la salute psichica della popolazione del nostro Cantone.