E’ partita nei giorni scorsi la campagna in vista della votazione popolare del 7 marzo

La stampa di regime ormai scrive e parla solo dello stramaledetto virus cinese. Obbiettivo: fare il lavaggio del cervello alla popolazione a sostegno dello sciagurato lockdown.

Tuttavia, incredibile ma vero, succede anche altro. Non solo negli Stati Uniti, ma anche in Svizzera.

Il 7 marzo si terranno infatti le prossime votazioni federali. Tra gli oggetti su cui i cittadini elvetici dovranno esprimersi, ci sarà anche il divieto di burqa in tutta la nazione. Il comitato promotore ha tenuto la propria conferenza stampa giovedì a Berna; quella del governicchio federale è prevista per martedì 19 gennaio.

Esordio ticinese

La battaglia elvetica contro il velo islamico integrale nasce dal Ticino. Nell’ormai lontano 2011, il Guastafeste Giorgio Ghiringhelli lanciò l’iniziativa costituzionale “antiburqa”. La Lega ed il Mattino l’appoggiarono con convinzione. L’iniziativa raccolse quasi 12mila firme. Venne sottoposta al voto popolare nel settembre del 2013. Fu un plebiscito: ben il 66.5% di Sì. Ci vollero tuttavia quasi tre anni per mettere in atto la volontà popolare: la legge d’applicazione entrò infatti in vigore solo il primo luglio 2016. Anche perché i soldatini della partitocrazia federale impiegarono un anno e mezzo per concedere (uella) la garanzia della Confederazione alla modifica costituzionale ticinese, la quale arrivò solo nel marzo del 2015.

L’aiuto della CEDU

Quello ticinese è il primo divieto di burqa deciso tramitevotazione popolare. Anche Francia, Belgio, Austria e Danimarca conoscono norme analoghe, ma a seguito di decisioni parlamentari. Paradossalmente, il voto ticinese è stato approvato a Berna grazie alla Corte europea dei diritti dell’Uomo (CEDU), che tanto per una volta (l’eccezione che conferma la regola) ha reso un servizio alla società occidentale (e non ai delinquenti stranieri di cui è solita bloccare le espulsioni). La CEDU ha infatti stabilito che il divieto francese, uguale a quello ticinese, non lede alcun diritto fondamentale, anzi. Sotto le cupole federali, tale decisione ha lasciato i soldatini della partitocrazia multikulti con il naso in mezzo alla faccia. Il governicchio bernese ha dovuto in tutta fretta modificare il proprio preavviso sulla concessione della garanzia della Confederazione al divieto ticinese. Il tenore del parere del CF è dunque diventato il seguente: “ci piacerebbe tanto dire no,ma, nostro malgrado, a questo punto ci tocca dire sì”. Quelli che invece hanno continuato a schierarsi a sostegno del velo islamista, e quindi dell’oppressione delle donne, sono i $inistrati ro$$overdi: ovvero proprio gli esponenti dell’area politica che afferma di difendere le donne. In realtà difende solo i migranti economici in arrivo “da altre culture” ed il loro presunto diritto a NON integrarsi, continuando a seguire, anche in casa nostra, abitudini e regole contrarie ai nostri diritti fondamentali.

Tra la difesa delle donne e quella del fallimentare multikulti, i $inistrati hanno scelto la seconda. I kompagnuzzi avrebbero voluto rottamare la norma antiburqa votata dal popolo ticinesecosì come hanno in seguito rottamato, assieme al sedicente “centro” PLR-PPD, l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”.

La tolla dei politicanti

Da notare che, tra gli arrampicati argomenti dei contrari al divieto di burqa ticinese, c’era anche il seguente: non si può (“sa po’ mia!”) avere una regolamentazione diversa da un Cantone all’altro: servono regole uniformi a livello nazionale.

L’iniziativa in votazione il 7 marzo propone proprio questo. Norme uguali in tutta la Svizzera: quelle che già conosciamo in Ticino. Ma improvvisamente alla partitocrazia federale non va più bene. Quegli stessi politicanti che blateravano contro le leggi a macchia di leopardo, adesso sostengono senza vergogna l’esattocontrario: i Cantoni devono poter decidere in autonomia!

E, tanto per non farsi mancare niente, le Camere federali nel tentativo di avversare il divieto di velo integrale valido in tutto il Paese sono riuscite a partorire un controprogetto grottesco, che non c’entra un tubo con la proposta.

Cose turche: c’è da votare su un’iniziativa popolare che chiede di vietare burqa e niqab, ma i soldatini del triciclo pretendono di darle seguito (?) spendendo ancora più soldi pubblici (proprio ora!) per l’integrazione degli stranieri ed addirittura per sciagurati regali all’estero.

Ricordarsene in aprile

Il 7 marzo i cittadini potranno dire la loro. E se – come auspicabile e probabile – approveranno l’iniziativa, questo Sì sarà l’ennesimadimostrazione di come il triciclo PLR-PPD-P$$, Verdi-anguria ovviamente inclusi, non rappresenti più da un pezzo la volontà dei cittadini. Cittadini che la partitocrazia considera popolazzo becero ed ignorante, chiuso e razzista, buono solo per garantire le cadreghe; poi, una volta ottenute… chi s’è visto s’è visto! Ricordarsene alle elezioni comunali, che cadranno poco più di un mese dopo il voto sul burqa!

Lorenzo Quadri