Il Consiglio nazionale ha approvato nella sessione invernale – conclusasi l’antivigilia di Natale – un regalo di cui si sarebbe fatto volentieri a meno: una serie di modifiche su accordi di doppia imposizione che presuppongono un ulteriore, ennesimo, allentamento del segreto bancario. In sostanza, per lo Stato estero diventa possibile ottenere informazioni sulle relazioni bancarie di suoi cittadini in istituti elvetici fornendo informazioni sempre più vaghe. Evidentemente, a suon di tattica del salame (una  fetta alla volta), si sta giungendo proprio a quelle fishing expeditions, letteralmente “spedizioni di pesca”, che si spergiurava non sarebbero mai state consentite, e che costituirebbero la fine definitiva del segreto bancario elvetico.

A lasciare perplessi è la facilità con cui simili innovazioni, gravide di conseguenze, vengono fatte ingoiare a livello politico. Sicché il progressivo smantellamento del segreto bancario viene vissuto alle Camere federali con un’ allarmante attitudine passiva, con solo il gruppo parlamentare Udc (inclusi ovviamente i due consiglieri nazionali leghisti) ad opporsi. Basti pensare che la ministra delle Finanze Widmer Schlumpf se ne è uscita con la seguente dichiarazione: “In altri Stati simili questioni vengono regolate a livello ministeriale, in Svizzera bisogna invece passare per il Parlamento”. Come dire: il vostro ruolo è unicamente pro-forma, e “cara grazia”. (Da notare che si tratta di una dichiarazione post 14 dicembre).

Meglio poi stendere un velo pietoso, giusto perché siamo in periodo natalizio, sulla sortita di una deputata socialista, la quale è arrivata ad auspicare che “la Svizzera non sia più tenuta ad adeguarsi alle imposizioni dall’estero”: al che uno poteva anche pensare ad un improvviso, quanto improbabile, rinsavimento. L’illusione non è durata che un attimo, fino alla frase successiva: “dovremmo metterci in regola (?) prima che qualcuno ce lo venga a dire”. Ossia, in sostanza, bisognerebbe alzare bandiera bianca in anticipo. A titolo preventivo. Con una simile mentalità ed una simile politica,  il nostro Paese, piccolo Stato ancora “sano” circondato da nazioni sull’orlo della bancarotta, sicuramente andrà molto lontano…

Sul segreto bancario e quindi sulla piazza finanziaria ticinese e sui suoi posti di lavoro, il 2011 si chiude dunque con un nuovo cedimento. Un cedimento di cui non mancheremo di pagare il conto in termini occupazionali e, di conseguenza, anche di entrate fiscali. Non ci vuole molta fantasia ad immaginare quali proposte giungeranno da un governo federale a maggioranza di centro-sinistra per colmare il prevedibile calo di gettito. Ovvero aggravi fiscali, che in un circolo vizioso nuoceranno ulteriormente all’economia, dal momento che quell’area politica non sa proporre altro.

Un problema = una tassa. Da anni è questa la filosofia di sinistra e dintorni. Si dà per scontato, in nome del politicamente corretto, che gli Svizzeri – in base a non si sa bene quale solidarietà internazionale, ovviamente a senso unico – debbano accettare supinamente ed anzi di buon grado una continua caduta del proprio tenore di vita. A quanto pare, essersi costruiti, con fatica e sacrificio, un certo benessere, è una colpa da scontare.

Intanto, sulla piazza finanziaria ticinese cominciano a “saltare” i quadri medio-alti. Gente che, tra l’altro spendeva e faceva girare l’economia. Ma che ora deve tirare i rami in barca. Insomma, il 2012 non si apre su prospettive molto rassicuranti.