Dopo la decisione ginevrina che segue quella ticinese

Nel maggio del 2013 il Gran Consiglio ticinese approvò l’insegnamento obbligatorio dell’inno nazionale svizzero nelle scuole. La maggioranza parlamentare seguì la minoranza Lega-Udc nella commissione scolastica. I contrari all’insegnamento dell’inno non mancarono di fare ricorso ai soliti argomenti passe-partout contro le proposte non condivise dal club politikamente korretto. A partire da quello del “non problema”. Eh già: perché i temi veri, quelli che contano, quelli che valgono, sono solo e unicamente quelli sollevati dal club.

 

Già insegnato?

Nel caso concreto, poi, si disse che rendere l’insegnamento dell’inno nazionale obbligatorio non serve perché comunque verrebbe già insegnato. Ohibò. Sembra proprio di sentire gli argomenti dei partiti cosiddetti “borghesi” quando rifiutarono di appoggiare l’iniziativa popolare della Lega dei Ticinesi per l’inserimento del segreto bancario nella Costituzione federale: “il segreto bancario è già sufficientemente tutelato” si disse. Abbiamo visto come e quanto era “tutelato”. Oltretutto, se davvero l’obbligo di insegnare l’inno nazionale fosse semplicemente stata la conferma di una situazione di fatto, non avrebbe dato fastidio a nessuno. Ma evidentemente così non è. Non è vero che l’inno nazionale veniva insegnato anche senza obbligo. Veniva insegnato a discrezione dei docenti. E sappiamo a quale area politica appartiene la maggior parte dei docenti.

 

Questione d’identità

Anche a Ginevra nei giorni scorsi il Gran Consiglio ha preso la stessa decisione ticinese sull’insegnamento obbligatorio dell’inno nazionale nelle scuole. E si tratta del Cantone che, per tradizione, è il più internazionalista della Svizzera. A dimostrazione che insegnare l’inno nazionale non ha nulla a che vedere con il razzismo e la xenofobia. E’, invece, una questione di identità e di radici. Proprio quei temi che gli internazionalisti beceri vogliono azzerare tramite la solita fatwa della xenofobia e del razzismo, usata per delegittimare e denigrare le posizioni sgradite.

Molti cittadini stranieri residenti in Svizzera trovano peraltro sorprendente che nel nostro paese l’inno nazionale non faccia parte dell’insegnamento obbligatorio. Del resto in alcuni Stati l’inno  viene non solo insegnato, ma pure cantato all’inizio della giornata scolastica.

 

Bellezza e attualità?

Del tutto fuori tema l’obiezione sulla bellezza o meno del salmo svizzero, o sulla sua attualità. Non è la qualità artistica di un inno a renderlo meritevole di insegnamento. Non siamo ad un concorso canoro. L’inno va insegnato perché è un simbolo della nazione. Come la bandiera.

Altrettanto balzano il discorso sull’attualità. Non c’è un inno nazionale che sia attuale. La Marsigliese è attuale? A volerne prendere il testo alla lettera, sembrerebbe più l’inno dell’Isis che quello di una grande democrazia. E le dominazioni austriache citate in Fratelli d’Italia sono forse un tema d’attualità?

 

L’inno non si cambia

Chi solleva simili obiezioni è, semplicemente, in cerca di pretesti. Il salmo svizzero va insegnato e non va cambiato. Chi vuole cambiarlo ha un preciso obiettivo: sostituirlo con il consueto cumulo di fregnacce politikamente korrette inneggianti alla multikulturalità e alle frontiere spalancate. E  soprattutto vuole radiare ogni richiamo a Dio. Mica si vorrà dare fastidio agli immigrati ed in particolare a quelli musulmani? Se qualcuno è addirittura riuscito a raccomandare la censura ai carri di carnevale (niente prese in giro che possano urtare la sensibilità islamica; quella di tutti gli altri sì, ma quella dei musulmani no) figuriamoci un inno nazionale che ha ben altra valenza.

 

Obbligo nazionale

Intanto, dopo le decisioni ticinesi e ginevrine, i tempi sono maturi perché l’obbligo di insegnare l’inno nazionale a scuola venga esteso a tutta la Svizzera. I kompagni, quelli che vogliono rendere tutti uguali, dovrebbero essere in prima fila nel sostenere questa proposta che crea uniformità. E che crea anche eurocompatibilità: negli altri paesi europei l’inno nazionale viene insegnato eccome.

Lorenzo Quadri