E’ passato un anno dalla votazione ticinese ma ancora non è stata concessa la garanzia costituzionale

E’ passato un anno dalla votazione in Ticino sul divieto di portare il Burqa. Un divieto che i ticinesi hanno plebiscitato con oltre il 65% dei consensi.  Il tutto, come da copione, tra gli starnazzamenti dei politikamente korretti spalancatori di frontiere secondo cui uno strumento di oppressione come il Burqa sarebbe, nientemeno, che un simbolo di libertà. Accecati dall’ideologia, non temono neppure il ridicolo. Del resto il burqa bene esemplifica il concetto, completamente fallimentare, di multikulturalità voluto dai $ignori del “dobbiamo aprirci”. L’immigrato ha tutti i diritti, da lui non si pretende il minimo sforzo di integrazione; può vivere in Ticino come vivrebbe in Afghanistan. Rifiutando i valori occidentali ed anzi coltivandone di diametralmente opposti ed incompatibili con il nostro Stato di diritto.

I risultati di questo vero e proprio disastro sono sotto gli occhi di tutti. Sono il frutto dell’internazionalismo becero che tanto va di moda in certi ambienti: quelli che si credono nella condizione di detenere il monopolio della “morale” e della “cultura”; quelli secondo cui bisogna svendersi altrimenti si è populisti e razzisti. Così dall’oggi al domani ci si accorge che in tutta Europa ci sono vivai jihadisti. Anche in Svizzera. Toh, chi l’avrebbe mai detto. Come se fosse un fulmine a ciel sereno. Come se non fosse tutto previsto e prevedibile. Come se non ci fossero dei motivi. Come se non ci fossero, soprattutto, dei precisi responsabili. Quando ci si “apre” scriteriatamente – perché bisogna (?) essere “aperti”, “progressisti”, “multikulturali” – ecco cosa si ottiene.

Messaggio importantissimo

Il divieto di burqa è, oggi più che mai, un segnale della massima importanza. Di quelli che indicano una svolta; un primo passo. Il messaggio è chiaro: si comincia a difendere e ad imporre i valori occidentali a chi vuole trasferirsi in Ticino. E l’immigrato che non è d’accordo di adeguarsi può stare a casa propria.

Sull’ultima edizione, addirittura in prima pagina, il Caffè della Peppina domenicale (giornale degli spalancatori di frontiere evidentemente in manco di idee) paventava disastri turistici in relazione all’applicazione del divieto di burqa. Punto primo: trattandosi di un problema di integrazione, non c’è bisogno che il divieto venga applicato ai turisti i quali non hanno necessità di integrarsi in Ticino visto che partono dopo qualche giorno. Punto secondo: in Francia il divieto di burqa è in vigore ma non mancano le turiste in burqa che fanno shopping nei negozi di lusso.

Nemmeno attribuito alla commissione

E’ passato un anno dalla votazione ticinese, ma il divieto plebiscitato dal popolo non è ancora in vigore. Perché? Perché l’Assemblea federale non ha ancora concesso la garanzia costituzionale al divieto ticinese.

Ora, dopo la sentenza di Strasburgo che ha approvato il divieto francese, sottolineando che non lede alcun diritto fondamentale, è chiaro che il parlamento di Berna non ha più l’ombra di una scusa per mettersi a sindacare. E per non ratificare quanto votato dai ticinesi. Intendiamoci, i soliti spalancatori di frontiere non mancheranno di strillare allo scandalo. Racimolando le consuete figure barbine.

Già, ma quando si esprimerà il parlamento? La risposta a questa domanda “cruciale” rimane dispersa nelle nebbie. E’ evidente, infatti, che a Berna si sta facendo melina. Infatti il Consiglio federale non ha ancora nemmeno licenziato il progetto all’indirizzo delle commissioni parlamentari. Lo farà solo prossimamente. Per cui, campa cavallo. Poi ci si chiede come mai i cittadini ne hanno sempre più piene le tasche della politica…

Lorenzo Quadri