Gli accordi fiscali con Germania, Gran Bretagna ed Austria sono il frutto di una politica del cedimento ad oltranza che pagheremo a carissimo prezzo. Del resto, con un Consiglio federale a maggioranza di Centro$inistra, oltre che europeista, e con dei negoziatori europeisti, non ci si può attendere nulla di diverso.  E’ chiaro che chi, in rappresentanza del nostro paese, tratta con l’UE pensando che la ragione non stia dalla propria parte, ma da quella avversa, e che quindi ritiene di essere in torto, non difenderà mai gli interessi della Svizzera.

Del resto, e l’abbiamo ripetuto più volte, con l’Unione europea siamo in guerra finanziaria. Avremmo però il vantaggio che il nemico sia di fatto fallito. Usiamo il condizionale perché a Berna ci si comporta come se l’UE dovesse durare ancora per mille anni: sottomessi, ansiosi di mettersi in regola. Come se, una volta ottenuti gli accordi Rubik, gli stati europei non pretenderanno sempre di più, in una continua spirale di rivendicazioni da una parte e di cedimenti dall’altra. Nei paesi UE ed in particolare in Italia il vento cambia rapidamente. E l’accordo sottoscritto il giorno prima è contestato già il giorno dopo. Stati bancarottieri, che mettono in fuga i loro concittadini con un fisco predatorio, si avventano come iene sulla piazza finanziaria svizzera. La quale, incredibilmente e scandalosamente, non viene difesa. Perché il Consiglio federale, ed in prima linea la ministra del 5% Eveline Widmer Schlumpf, accettano di farsi colpevolizzare.

 

Licenziamenti già in corso

La piazza finanziaria è in grave pericolo. Non in un futuro lontano. Adesso. Non si può nemmeno dire che “presto cominceranno i licenziamenti”, perché i licenziamenti sono già iniziati. Solo che non fanno rumore. Vengono furbescamente consumati uno per volta, non in blocco. Ma si moltiplicano. Padri di famiglia licenziati in tronco. Madri con figli a carico lasciate a casa ad un paio d’anni dalla pensione e dopo 15 anni al servizio dello stesso datore di lavoro. Proposte di fare la valigia ed andare a Singapore, a Nassau, ad Hong Kong per anni: prendere o lasciare. E se non ti va bene, c’è la fila di frontalieri che aspetta. Tanto quotidianamente le aziende ticinesi vengono letteralmente bombardate di curricoli inviati per posta, per fax, per e-mail, da parte di candidati dalla vicina Penisola. C’è solo l’imbarazzo della scelta.

 

4000 posti di lavoro a rischio

Nessuno che lavori sulla piazza finanziaria può più dirsi sicuro di avere, domani, ancora la scrivania. Con gli accordi fiscali con Germania, Gran Bretagna ed Austria la situazione precipiterà. Nicolas Pictet, presidente dei banchieri privati, ha parlato di un 30% dei posti di lavoro a rischio. Stiamo parlando di almeno 4000 impieghi in Ticino! 4000 persone che ricevono un buon stipendio, con il quale pagano le tasse (non poche) e fanno girare l’economia, presto finiranno con le gomme a terra. E con ben magre prospettive. Perché se in passato a 55 anni si era fuori dal mercato del lavoro, adesso si rischia di esserne già fuori a 45. Se del caso, c’è il plurilaureato frontaliere più che felice di venire a lavorare in una banca ticinese, grazie alla libera circolazione delle persone, allo stipendio di una cassiera.

Il danno per il nostro tessuto sociale ed economico sarà enorme. Ma a Berna questo non importa. L’importante è adeguarsi alle regole di un’UE che oggi c’è e tra qualche mese o anno magari nemmeno esisterà più!

 

Harakiri economico

Ad una simile distruzione volontaria delle nostre risorse, un vero harakiri economico fatto a suon di cedimenti ad oltranza, noi diciamo NO. Il popolo ha (ancora) uno strumento per difendersi. Il referendum contro gli accordi fiscali con Germania, Gran Bretagna ed Austria. Accordi che – ed è chiaro anche a quello che mena il gesso – oltre ad essere deleteri di loro, costituiscono un pericoloso precedente per le trattative con l’Italia. E’ infatti evidente che chi ci governa è pronto a calare le braghe anche davanti ad una nazione in bancarotta quale è la vicina Penisola.