Mentre i falsi moralisti vogliono nazionalità plurime a tutto andare

Sull’annosa questione del doppio passaporto si sta sviluppando un dibattito interessante.

La posizione di chi scrive è chiara. Il doppio passaporto è già cosa discutibile per il “normale” cittadino. Non si vede infatti perché chi chiede di diventare svizzero dovrebbe impuntarsi per mantenere anche la precedente cittadinanza. La spiegazione più ovvia che viene alla mente è che forse non è poi così convinto della sua svizzeritudine.

Legame affettivo?

La tesi del “legame affettivo” non convince: sembra piuttosto la foglia di fico emotiva con cui i politikamente korretti spalancatori di frontiere cercano di delegittimare i contrari al doppio passaporto. Per la serie: “ma tu guarda questi populisti e razzisti che non rispettano nemmeno gli affetti dei naturalizzati: ma che si vergognino”! Tentativo denigratorio da tre e una cicca (in certi ambienti capita spesso). Un legame affettivo non ha bisogno di un pezzo di carta plastificata per esistere.  Ad aver bisogno di un supporto tangibile sono semmai i vantaggi, molto concreti, che comporta un doppio passaporto. Concreti e discutibili. La conseguenza è infatti che lo svizzero naturalizzato si trova “messo meglio” rispetto a quello che è nato tale. Altro che “per tutti, senza privilegi” come sentenziano i kompagni che poi però vanno a difendere le nazionalità plurime perché, nella loro visione (?) all’immigrato bisogna concedere di tutto e di più.

 E poi, cari kompagni, non si può da un lato tentare di far passare l’acquisizione della cittadinanza svizzera come un semplice atto amministrativo, togliendole qualsiasi valenza simbolica ed ideale, e poi venire a straparlare di legami affettivi e di radici per giustificare i passaporti plurimi. Se acquisire una nazionalità è una pura formalità burocratica, allora lo è anche perderla.

Bacino elettorale

Se il doppio passaporto solleva interrogativi anche nel caso di “normali” cittadini, tra i politici non deve esistere. Che ci siano dei politici, o aspiranti tali, che si vantano di avere il doppio passaporto, e che lo sbandierano pensando di racimolare voti tra i naturalizzati, è molto squallido. Alla faccia dei discorsi populisti e pieni di pathos sul legame affettivo e le origini: questi signori e signore tentano solo di ampliare il proprio bacino elettorale. Del resto sono poi gli stessi che insistono, per lo stesso motivo, per naturalizzare anche chi non è mica tanto integrato.

Conflitti d’interesse

Oggi è moralmente corretto condannare i conflitti d’interesse. Evidentemente anche il doppio passaporto rientra nella categoria. In caso di situazione di tensione tra i due paesi di cui detiene la cittadinanza, con quale si schiera il politico che ha il passaporto di entrambi?

Ad insistere sui conflitti d’interesse sono proprio gli stessi moralisti a senso unico che difendono a spada tratta le nazionalità plurime.  I conti non tornano: gli spalancatori di frontiere pretendono totale trasparenza dai politici su attività professionali e associative, però parlare di passaporti  è tabù? Perché dal politico si esige che dichiari pubblicamente se siede anche a titolo volontario in una qualsivoglia organizzazione, ma se solo si tocca il tema della nazionalità si diventa immediatamente populisti e razzisti? Forse che una nazionalità non è più importante di un CdA? O forse i conflitti d’interesse vengono presi in considerazione solo quando fa comodo ad una certa area?

Condizione primaria

La condizione primaria e per fare politica è proprio quella di essere cittadino elvetico. A chi aspira a cariche pubbliche in un paese, dunque, la prima cosa da chiedere è l’identificazione in quel paese lì. La convinzione di appartenervi. E su questa convinzione si possono avere dei legittimi dubbi se il diretto interessato non rinuncia alla cittadinanza originale al momento dell’acquisizione di quella elvetica.

Non è obbligatorio naturalizzarsi e men che meno è obbligatorio fare politica. Chi aspira a ricoprire cariche pubbliche in una nazione dimostri che quella la nazione cui si sente totalmente di appartenere. Altrimenti è come pretendere di sposare una nuova moglie senza essersi prima separati da quella precedente. Della poligamia istituzionale questo paese (in realtà tutti) può fare a meno. Il passaporto dei politici sia uno solo!

Lorenzo Quadri