La decisione del Consiglio di Stato di calare le braghe sulla richiesta del certificato dei carichi penali pendenti provoca quanto meno sorpresa: proprio non si vede quale disegno (ammesso che ce ne sia uno) stia dietro a quella che appare a tutti gli effetti come una capitolazione; fortunatamente solo parziale, ma sempre capitolazione.

La richiesta di presentare il certificato dei carichi pendenti prima del rilascio o rinnovo di un permesso B o G venne aggiunta a quella del casellario giudiziale per motivi di sicurezza. Autorizzare un cittadino straniero a risiedere in Ticino non è cosa da prendere alla leggera. Tanto più che sappiamo benissimo che un permesso, una volta rilasciato, diventa poi molto difficile non solo da revocare, ma anche da non rinnovare alla sua scadenza. C’è sempre il leguleio o il tribunale di turno che si mette in mezzo. A titolo di esempio, si può citare il caso, reso noto dal Mattino, del frontaliere pluricondannato e latitante in Italia, cui – proprio per colpa di una sentenza del Tribunale federale – il Cantone è stato obbligato a rinnovare il permesso G.

Coi tempi che corrono…
E’ evidente che la sicurezza dei cittadini ticinesi deve avere la priorità. Di conseguenza, è normale ed anzi doveroso raccogliere tutte le informazioni a disposizione prima di rilasciare un permesso di dimora a chicchessia.
E’ vero: l’estratto dei carichi pendenti non contiene delle condanne cresciute in giudicato. Contiene solo delle inchieste in corso, e vale il principio della presunzione dell’innocenza. Tuttavia, le informazioni che vi si trovano sono interessanti. Soprattutto coi tempi che corrono. Sapere che un aspirante permesso B è, tanto per fare un esempio, sospettato di connivenza con l’ISIS, è sicuramente un’informazione di cui vale la pena disporre.
Di conseguenza, non si capisce proprio dove voglia andare a parare il Consiglio di Stato: prima si dota di uno strumento per disporre di più informazioni, e poi rinuncia?

La tesi non regge
La tesi della rinuncia alla richiesta del casellario per spianare la strada alle trattative con l’Italia, è chiaro, non sta in piedi. Per vari motivi.

Negli ultimi incontri della Deputazione ticinese alle Camere federale con la quasi ex ministra del 4% ed il suo tirapiedi De Watteville, è stato indicato più volte che nelle trattative con l’Italia c’erano tre difficoltà: la richiesta dell’estratto del casellario giudiziale, la richiesta del certificato dei carichi pendenti, e il moltiplicatore d’imposta dei frontalieri. La Consigliera federale non eletta e De Watteville pretendevano addirittura che la deputazione non solo convincesse il governo ticinese a versare regolarmente i ristorni dei frontalieri, ma anche a fare retromarcia sui punti sopra elencati. Dimostrando, peraltro, crassa ignoranza: l’aumento del moltiplicatore è stato votato dal Gran Consiglio e quindi non può essere competenza dell’Esecutivo modificare questa decisione.

I pretesti
Quindi non è togliendo una sola di queste presunte pietre d’inciampo che la strada si spiana. Ma il bello è che non si spianerebbe nemmeno togliendole tutte. Infatti, questi impedimenti sono, semplicemente, dei pretesti. Scuse del Belpaese per non arrivare alla conclusione di accordi per cui non ha più alcun interesse: infatti, ha già ottenuto gratis lo scambio automatico d’informazioni. Quindi, non ha motivi per fare concessioni agli svizzerotti. I quali, grazie alla ministra del 4%, hanno malamente sprecato le carte in loro possesso.

Non possiamo credere che il governo pensi seriamente che la calata di braghe sul certificato dei carichi pendenti possa portare a qualcosa. La situazione ricorda molto da vicino quanto accaduto con la sciagurata decisione di sbloccare i ristorni dei frontalieri quale misura distensiva. La “distensione” non c’è stata. Senonché, una volta mollate le braghe sui ristorni, il Consiglio di Stato non ha più avuto la forza (leggi: le maggioranze) per giungere ad una nuova decisione di blocco. Questo malgrado di motivi per farlo ce ne sarebbero a iosa. Non facciamoci dunque illusioni sul fatto che, in caso di reazione “insoddisfacente” da parte italiana, si potrà fare retromarcia e quindi rimettere in vigore la richiesta del certificato dei carichi penali. Il caso del blocco dei ristorni insegna.

Schiaffi lombardi
Del resto, la reazione insoddisfacente c’è già stata. Il governatore della Lombardia Roberto Maroni, che di leghista non ha proprio nulla, ha (per l’ennesima volta) sputato nella mano ticinese tesa. Non solo ha detto che, in sostanza, della retromarcia compiuta se ne fa un baffo, ma si è anche permesso di tornare a suonare la manfrina dei rapporti di buon vicinato e – massimo della tolla! – di minacciare i ticinesotti: “E’ tempo di deporre le armi e di sviluppare rapporti di buon vicinato. Altrimenti ognuno dovrà assumersi le sue responsabilità…”.
Uhhh, che pagüüüüraaa! Maroni, ma ci sei o ci fai? Si dà il caso che sia l’Italia ad essere inadempiente su tutto nei confronti della Svizzera. Quindi, caro governatore della Lombardia, giò dò dida. Quando il tuo paese avrà fatto i compiti, potrai dire la tua. Prima, puoi solo tacere. E ringraziare il Ticino di esistere almeno tre volte al giorno: mattina, mezzogiorno e sera. Se non ci fosse il Ticino, lo trovi tu un lavoro e uno stipendio a 62’555 frontalieri e a decine di migliaia di padroncini lombardi?

Già solo la reazione di Maroni avrebbe più che giustificato la reintroduzione immediata della misura incautamente sacrificata. Ma purtroppo il Consiglio di Stato ha calato le braghe senza motivo e senza prospettive, toppando alla grande.
Lorenzo Quadri