“Non vi rimborsiamo neanche un centesimo”: Adesso il CdS prenda l’iniziativa!

 

Come da copione! I camerieri dell’UE  in Consiglio federale rispondono picche alla richiesta di risarcire il Ticino a causa della mancata firma, da parte del Belpaese, del famoso accordo sulla fiscalità dei frontalieri. Un accordo che, come sappiamo, non verrà mai sottoscritto, dal momento che l’Italia non lo vuole.

L’ipotesi del risarcimento era stata avanzata dal direttore del Centro competenze tributarie della SUPSI Samuele Vorpe, che ne quantificava l’ammontare in “almeno 15 milioni all’anno”, e poi ripresa dal consigliere nazionale Udc Marco Chiesa.

Solita solfa

Non è certo una sorpresa che i sette non ne vogliano sapere di indennizzare il Ticino, il quale continua a mandare vagonate di milioni oltreconfine. Di fatto i costi della famosa convenzione del 1974 sulla fiscalità dei frontalieri gravano integralmente sul nostro Cantone, malgrado essa sia stata conclusa nell’interesse di tutta la Svizzera. I ristorni costituivano infatti il pizzo al Belpaese in cambio del riconoscimento del segreto bancario.

Alle richieste di indennizzo per il Ticino, avantate nel recente passato anche dalla Lega, Berna ha sempre risposto quello che risponde ora: ossia che non se ne parla nemmeno perché, udite udite, manca la base legale. La solita storiella buona per ogni occasione. Un coperchio per tutte le pentole che non convince più nemmeno il Gigi di Viganello.

Le fandonie della ex

E’ forse il caso di ricordare che l’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, già nell’estate del 2014 promise alla deputazione ticinese a Berna che, in caso di mancata sottoscrizione entro qualche mese dei nuovi accordi sulla fiscalità dei frontalieri da parte italiana, avrebbe denunciato la convenzione del 1974. Ovvero: niente più ristorni. Inutile dire che la promessa farlocca non venne mantenuta.  Spieghi il Consiglio federale perché allora non la disdice adesso, la famigerata convenzione.

Intanto i ristorni dei frontalieri sono lievitati ad 80 milioni di franchetti, dimostrazione tangibile di come l’invasione da sud sia ormai andata completamente fuori controllo. E questi soldi li versa il Ticino ogni fine di giugno con masochistica puntualità elvetica. Solo un paio di anni fa il Consiglio di Stato aveva pubblicato un logorroico documento in cui spiegava che, malgrado ci fosse una lista di motivi per non versare i ristorni al Belpaese lunga come l’elenco del telefono, i ristorni in questione li pagava comunque.

Non è una boutade

Adesso per l’ennesima volta la Confederella rifiuta di assumersi le proprie responsabilità nei confronti del nostro Cantone. Per colpa dell’incapacità dei negoziatori bernesi – a partire dall’improponibile tirapiedi De Watteville – e dei loro superiori in Consiglio federale, l’erario ticinese perde milioni a vagonate. Però il CF non lo rimborsa perché “non c’è la base legale”. Da notare che l’ipotesi del risarcimento non è una sparata del leghista populista e razzista di turno. L’ha formulata uno stimato specialista, responsabile del centro di competenze tributarie della SUPSI. Uno che ha anche una reputazione accademica da difendere. E che quindi non può permettersi di sputtanarla a suon di boutade.

Due opzioni

Cosa dovrebbe fare il Consiglio di Stato davanti all’ennesimo immotivato njet dei camerieri bernesi dell’UE? Le possibilità sono due:

  • Variante top: bloccare integralmente i ristorni dei frontalieri.
  • Variante moderata: dedurre dai ristorni i famosi 15 milioni che il CF non ne vuol sapere di restituirci.

Poi, in entrambi i casi, sarà la Confederella a vedersela con Roma.

Non c’è alcun motivo plausibile per cui il CdS non dovrebbe adottare almeno la variante due. Ma se si pensa che il triciclo PLR-PPD-P$ nel governo cantonale ha calato le braghe perfino sul casellario giudiziale per ubbidire agli ordini in arrivo da Berna, c’è ben poco da stare allegri. Gli esponenti della partitocrazia in CdS spieghino dunque ai cittadini perché non ne vogliono sapere di dedurre dai ristorni, versati senza alcun motivo al Belpaese, almeno i 15 milioni testè citati; e ciononostante hanno ancora il coraggio di dire ai ticinesi devono tirare la cinghia perché i conti pubblici sono in rosso. Ribadiamo l’invito al direttore del DSS Paolo Beltraminelli, la cui cadrega scanchigna come non mai. Se vuole almeno tentare di recuperare una parte del sostegno popolare malamente perso, i ristorni dei frontalieri costituiscono un’occasione irrinunciabile. E se poi la Doris telefona? Basta risponderle che nell’aprile 2019 non sarà lei quella che dovrà mettere fuori la faccia davanti all’elettorato ticinese…

Lorenzo Quadri