Si potrebbe dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio. Soprattutto se di mezzo ci sono i soldoni sonanti. E così non sono passati nemmeno tre annetti dai mea culpa e dalle autofustigazioni legati all’esplosione della crisi bancaria, che ha poi trascinato nella palta tutta l’econoomia, che tutto è già tornato allo stato precedente. Come prima, più di prima, ti… pagherò. Stiamo infatti parlando delle paghe dei manager, spesso indecenti.

Malgrado le promesse di autoregolamentazione, siamo ancora al punto di partenza, se i risultati dello studio effettuato dalla centrale sindacale Travail.suisse corrispondono alla realtà. Travail.suisse rileva infatti che lo scorso anno i salari dei manager sono tornati a schizzare verso l’alto, in maniera sproporzionata rispetto all’andamento delle paghe dei dipendenti degli scalini bassi.

Come c’era da temere, i buoni propositi di remunerazioni dei manager meno oltraggiose (per gli altri) sono finiti nel cestino. Passata la festa, ossia la parte acuta della crisi, gabbato lo santo.  Tra le aziende che razzolano male ci sono anche Posta e Swisscom, ex regie federali. Cosa particolarmente grave. Che a dare un esempio negativo di divari salariali non sostenibili  siano simili aziende controllate dalla Confederazione è assurdo e non può passare sotto silenzio. E’ ovvio che, se questo è il messaggio che arriva dal settore pubblico, ossia quello di proprietà dei contribuenti, i privati si sentiranno giocoforza autorizzati (per usare un termine giovanile) a sbragare ad oltranza.

Non solo chi fa guadagnare…

Ora, si possono fare tanti discorsi sul fatto che il manager che permette all’azienda che dirige di guadagnare tanti soldi, debba anche venire adeguatamente ricompensato. Vero, ma da qualche parte un limite dettato dalla decenza ci deve pur essere. Inoltre a beccarsi le paghe milionarie non sono solo i manager che fanno guadagnare le loro imprese, ma anche quelli che le fanno perdere, i quali spesso e volentieri vengono sì congedati, ma con buonuscite a 6 zeri, mentre il tapino dipendente di basso livello, se fa danni, viene lasciato a casa con un calcione là dove non batte il sole. E questo è un vero e proprio furto ai danni degli azionisti.

 

Follie remunerative

Ma anche se l’azienda va bene, non può essere il motivo per dare la stura alla follia remunerativa. Giusto pagare tanto chi ha tanta responsabilità, ma con un minimo di criterio. Un noto imprenditore ticinese asseriva che un rapporto sensato tra lo stipendio medio dei membri della direzione e lo stipendio più basso dovrebbe aggirarsi attorno a 7:1. Ma facciamo pure 10:1. Ebbene nella realtà ci sono manager che guadagnano 313 volte il salario del dipendente meno pagato.

Si capisce dunque che qui il limite del comune buonsenso è ampiamente superato. Seneca diceva che il tempo è l’unica ricchezza dell’uomo. Con che diritto allora qualcuno può decidere che il tempo di una persona – e quindi, di fatto, la sua vita – vale 313 volte quella di un’altra?

Ed è possibile che questa persona, che guadagna 15 o 20 milioni all’anno, non provi nemmeno un po’ di vergogna davanti a simili introiti? E’ deludente che, neppure davanti a simili eccessi,  la tanto decantata autoregolamentazione funzioni; perché il rischio è poi quello di trovarsi „costretti“ a rimediare vararando l’ennesima legge sostanzialmente illiberale (non in senso partitico); come se non ce ne fossero già a sufficienza.

Naturalmente si potrà dire che chi guadagna 20 milioni all’anno pagherà anche tasse elevatissime (sì, ma dove le paga?). Si potrà altresì dire che il manager da 20 milioni deve rispondere di migliaia di posti di lavoro, mentre ci sono attori o cantanti o sportivi che guadagnano anche di più senza avere uno straccio di responsabilità. Ma non è perché c’è un’aberrazione che le aberrazioni devono proliferare all’infinito. Il miglior rimedio sarebbe il buonsenso, particolarmente auspicabile da chi lavora nell’economia reale. E poi, diciamocelo, cosa se ne fa uno di 20 milioni all’anno?

Lorenzo Quadri