Non si svende l’indipendenza del Paese per partecipare ai programmi Horizon dell’UE

Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. A metà giugno, il vicepresidente della Commissione europea Maros Sefcovic (Maros chi?) sarebbe dovuto arrivare a Berna nell’ambito dei colloqui sullo sconcio accordo quadro istituzionale “2.0”. Tuttavia, la visita è stata cancellata con una telefonata, poiché le trattative non erano al punto in cui sarebbero dovute essere: altrimenti detto, si sono incagliate.

Tra parentesi: il kompagno Sefcovic è un comunista slovacco che ha studiato in Russia. Dal che si può facilmente dedurre quale sia la sua considerazione per la sovranità svizzera: la Confederella va trattata come uno Stato satellite dell’ex Unione Sovietica, ossia come una colonia.

Sempre Sefcovic è pure incaricato per il Green Deal, il Patto verde europeo che, se applicato (ma nessuno Stato membro sarà così autolesionista), avrebbe conseguenze occupazionali ed economiche disastrose.

Il sopruso

Nei giorni scorsi, colpo di scena (per modo di dire). Nuova telefonata tra il “medico italiano” del PLR ed il kompagno Sefcovic a seguito della quale si annunciano mirabolanti progressi negoziali tra Confederella e fallita UE. 

In cosa consistono questi progressi? Berna starebbe trattando la partecipazione ai programmi di ricerca Horizon. E’ forse il caso di ricordare che l’esclusione della Svizzera da questi programmi avvenne nel 2021 in modo del tutto arbitrario, a seguito del naufragio delle trattative sull’accordo quadro istituzionale. Tra i due oggetti (Horizon ed accordo quadro) non c’è tuttavia alcun legame. Di conseguenza, la decisione degli eurobalivi va considerata un sopruso a tutti gli effetti. Eppure gli svizzerotti continuano a chinarsi ossequiosi davanti a Bruxelles.

Il diritto di pagare?

In base ai negoziati attualmente in corso, la Confederella potrebbe prendere parte “in modo più sistematico ai programmi Horizon nei settori dell’istruzione e della formazione, nonché della gioventù, dello sport e della cultura”. Si parla anche di “una soluzione transitoria nel campo della ricerca”. Corbezzoli, che successo! Si fa per dire, ovviamente. Grazie (?) all’avvio del processo negoziale, i ricercatori svizzeri potranno presentare domanda per alcune sovvenzioni europee. Ma i progetti dovremmo comunque finanziarceli noi.  In altre parole: gli elvetici avranno il diritto di… aprire il borsello. 

Ricordiamo che l’accordo quadro istituzionale 2.0 prevede il versamento all’UE di contributi di coesione miliardari ricorrenti. Però per Horizon dobbiamo ancora pagare separatamente. Insomma, Svizzera sempre più mucca da mungere. E non osiamo immaginare quanto gli eurobalivi pretenderanno di estorcerci per l’Ucraina. Quando magari prossimamente vedremo la Confederella fare il braccino corto per i risarcimenti alle vittime del maltempo in Valle Maggia, Mesolcina e Vallese.

Per non farsi mancare niente, trattative con l’UE sono in corso anche sull’inutilissimo programma di scambio studenti Erasmus +, che non si fila praticamente nessuno.

I “grandi” argomenti

Se questi sono gli argomenti che dovrebbero convincerci a sottoscrivere lo sconcio accordo quadro istituzionale 2.0, auguri. E’ evidente che non si possono barattare sovranità e indipendenza con la partecipazione a dei programmi di ricerca europei. Da tenere a mente, poi, che i finanziamenti UE arrivano per progetti che promuovono il pensiero unico: islamo-gauchista, climatista, gender e woke. Il risultato di questo indottrinamento è che varie università sono ostaggio degli okkupanti pro-Pal. I manifestanti pretendono la cessazione immediata di ogni collaborazione con gli atenei israeliani, per motivi di politichetta (altro che scienza); però vogliono svendere la Svizzera all’UE in cambio della partecipazione ad Horizon.  Ormai siamo al punto che professori e dottorandi che hanno partecipato a ricerche condotte da atenei israeliani vengono iscritti su liste nere da comitati studenteschi pro-Pal.

Metodo di finanziamento

Di accettare la ripresa dinamica, ossia automatica, del diritto UE ed i giudici stranieri per poter partecipare a programmi Horizon o ad inutili scambi di studenti, non se ne parla proprio. Visto che oltretutto le collaborazioni con le università europee ce le dobbiamo pagare noi, è chiaro che i soldi per farlo si ottengono:

1) triplicando le tasse di iscrizione degli studenti stranieri ai nostri atenei (per quel che riguarda i politecnici, Berna può decidere direttamente; per le università, può farlo in modo indiretto, tagliando sui sussidi) e

2) chiudendo i rubinetti a istituti che servono a diffondere propaganda islamo-gauchista, woke e gender. Pensiamo ad esempio all’istituto di studi mediorientali dell’università di Berna, dove si reggeva la coda ad Hamas.

Il mantra farlocco

La scorrettezza della fallita UE, ma anche della partitocrazia euroturbo, è plateale. Nei mesi scorsi il mantra era il seguente: gli svizzerotti devono sbrigarsi a firmare l’accordo con la DisUnione europea finché è a Bruxelles è in carica la commissione attuale, perché la prossima – ovvero quella destinata ad entrare in carica dopo le elezioni dello scorso 9 giugno – sarà di certo “meno ben disposta” nei confronti della Confederella (quando mai gli eurobalivi sono stati benevoli con noi?). 

Adesso, malgrado i noti terremoti elettorali negli Stati membri, si prospetta una nuova commissione europea sostanzialmente uguale a quella vecchia. Questo vuol dire che la burocrazia di Bruxelles si è blindata le cadreghe ponendosi al di sopra della volontà popolare. Di conseguenza: 1) le commissioni UE sono tutte uguali e quindi non c’è nessuna fretta di negoziare sotto il regime di una piuttosto che sotto quello di un’altra; 2) la DisUnione europea è geneticamente incompatibile con una democrazia diretta come la Svizzera. Di conseguenza, tra le due entità non ci può essere alcun tipo di legame istituzionale!

#swissexit

Lorenzo Quadri