Il 1° aprile scorso, a mo’ di brutto “pesce”, è entrata in vigore la riforma della LADI, Legge sull’assicurazione contro la disoccupazione. Adesso si cominciano a stilare i primi bilanci. E si constata l’ovvio aumento dei senza lavoro finiti a carico dell’assistenza.

Nelle nuove domande d’assistenza l’aumento, per quanto marcato, è forse meno corposo rispetto a quello delle previsioni più pessimistiche. A Lugano, tanto per fare un esempio, si contano comunque una settantina di nuove domande d’assistenza direttamente ascrivibili alla riforma LADI.

Ma attenzione, l’aumento delle domande di assistenza è solo una parte del problema. L’altra parte è la diminuzione delle uscite. Ovvero, chi entra in assistenza fa decisamente più fatica a tornare finanziariamente autonomo. Il risultato è l’aumento dei casi aperti o “in gestione”. Per tornare all’esempio di Lugano: se nel 2010 i casi in gestione erano 800, nel 2011 sono 900.

A questo si aggiunge una crescita particolarmente marcata nelle fasce d’età  più basse, tant’è che il numero dei ventenni in assistenza, sempre a Lugano, è raddoppiato nel giro di un paio d’anni.

Il quadro quindi è tale da suscitare legittime preoccupazioni, e necessita di maggiori approfondimenti su chi sono e che trascorsi hanno le persone in assistenza.

Ma la riforma LADI non ha solo portato delle decurtazioni alle indennità di disoccupazione, con il conseguente travaso di utenti e di oneri dalle casse federali a quelle cantonali e comunali (assistenza). Essa comporta un’altra sgradevole conseguenza di cui si è parlato poco: non è più possibile computare i periodi lavorativi svolti in piani occupazionali dell’ente pubblico per cumulare giorni che permettano di riaprire un nuovo termine quadro LADI.  Si obietterà che far ritornare la gente dall’assistenza alla disoccupazione non è comunque un gran risultato. Tuttavia, per le persone direttamente toccate, la differenza, anche solo psicologica, è grande. Se la disoccupazione viene considerata uno spiacevole incidente in cui, con i chiari di luna attuali, a tutti può capitare di incappare, l’assistenza è vissuta come un’umiliazione da cui diventa difficile sollevarsi. Questo almeno per il ticinese medio. Va da sé che ci sono invece persone in arrivo da “altre realtà” che non si pongono certo simili problemi: basta che i soldi entrino a fine mese, possibilmente col minor sforzo possibile; la fonte, poi, è secondaria.

L’aumento dei casi aperti di assistenza deve quindi preoccupare e dare adito ad un potenziamento degli sforzi per creare possibilità, ma anche obblighi di lavoro. Perché chi riceve una prestazione assistenziale dallo Stato, se chiamato a darsi da fare, non può poi rifiutare.

In questo quadro, non propriamente rallegrante, si inseriscono i risultati dell’indagine della Confederazione secondo cui la libera circolazione delle persone in Ticino non avrebbe creato problemi di sorta. Come se fosse plausibile che 52mila frontalieri e svariate migliaia di padroncini possano essere assorbiti tranquillamente da un Cantone di poco più di 300mila abitanti, e per giunta in periodo di crisi generalizzata.

Le cifre dell’assistenza, ancora una volta, raccontano una storia diversa dai dati astratti calati con sicumera da Oltregottardo in barba alla realtà del nostro territorio.

Lorenzo Quadri