Se la scorciatoia parlamentare dovesse chiudersi, resta la via maestra dell’iniziativa popolare

Il  Ticino fa scuola nel campo del divieto di burqa. Anche se il divieto in questione non è al momento operativo, poiché  la legge di applicazione non è ancora stata approvata dal parlamento.

Si ricorderà che in marzo anche il plenum del Consiglio nazionale, da buon ultimo, ha accordato la garanzia federale all’articolo costituzionale ticinese sul divieto di burqa votato dal popolo il 22 settembre 2013. Prima si erano espressi il Consiglio federale e la Camera alta.

L’esecutivo ed in particolare la ministra di giustizia kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga sognava di dire njet al divieto votato dai ticinesi. Perché il popolo che si esprime a difesa dell’identità elvetica e contro il multikulti deve venire mazzuolato come populista e razzista. Purtroppo per lei, come noto, la Corte europea dei diritti dell’Uomo ha dato la luce verde al divieto francese. Che è uguale a quello ticinese. Il potenziale alleato europeo ha giocato un brutto tiro. Ed i politikamente korretti moralisti a senso unico sono rimasti in braghe di tela. Hanno dovuto ritirarsi con la coda tra le gambe, masticando bile e ringhiando la propria “disapprovazione” (che pagüüüüraaa!).

Multikulti con le pive nel sacco

Naturalmente i $inistri invasati di internazionalismo becero,  in nome del multikulti hanno addirittura tentato di sdoganare uno strumento di oppressione della donna, contrario al nostro modello di società, quale è il velo integrale definendolo – udite udite – un “simbolo di libertà”. Bravi, applausi a scena aperta. Poi i $ocialisti si chiedono come mai per i loro congressi è sufficiente una cabina telefonica.

Sono pochi?

Il divieto ticinese, promosso dal Guastafeste Giorgio Ghiringhelli, è ripreso da quello francese. Ma gli integralisti del multikulti che siedono in Consiglio nazionale sono arrivati a dichiarare che in Svizzera divieti di burqa non si giustificano perché, diversamente che in Francia, da noi le donne velate sono “poche”. A tal punto i $ocialisti – quelli che dicono che la Svizzera “non ha il diritto” di espellere i terroristi islamici – raschiano il fondo del barile. O kompagni, ma ci siete o ci fate? In Svizzera anche gli omicidi, se paragonati al Bronx, sono “pochi”. Allora cosa facciamo: li depenalizziamo?

Commissione federale

Il Ticino ha dunque funto da apripista. La scorsa settimana  la Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale ha dato il via libera, seppure di misura (11 favorevoli, 10 contrari e 2 astenuti) ad un’iniziativa parlamentare dell’Udc Walter Wobmann che chiede un divieto di dissimulazione del viso da introdurre a livello federale.

 Si tratta del primo passo politico dell’iniziativa in questione. Gli ostacoli sono ancora molti. Ma non insormontabili. Specie dopo l’ufficializzazione del divieto ticinese. Se l’iniziativa parlamentare dovesse comunque arenarsi (magari agli Stati), questo non vuole affatto dire che non ci saranno divieti nazionali di burqa. La via parlamentare è la scorciatoia “comoda”. Dovesse chiudersi, rimarrebbe comunque aperta la via maestra. Quella dei diritti popolari. Che è poi la stessa seguita dal Ticino. Peraltro, il divieto di burqa ticinese è l’unico ad essere stato approvato dal popolo.

L’argomento principe

Il comitato promotore dell’iniziativa popolare federale contro il velo integrale si è già formato. Deve però, a modesto avviso di chi scrive, orientarsi sugli argomenti “giusti”. E’ vero che il velo integrale pone un problema di sicurezza. Ma il punto principale è un altro: la difesa dei nostri valori, delle nostre regole. Il burqa va vietato perché è contrario al nostro modello di società. Per questo il divieto è al suo posto nella Costituzione, assieme ai diritti fondamentali. L’islam radicale è incompatibile con i nostri diritti fondamentali ancora prima che con le norme di sicurezza. Per risolvere un problema di sicurezza non si cambia la Costituzione:  basta un’ordinanza di polizia. La sicurezza è un aspetto che esiste, certo; ma nel concreto è secondario. Il focus non è impedire a qualcuno di commettere reati o vandalismi nascosto sotto una palandrana. E’ impedire che in casa nostra approdino e si insedino società parallele incompatibili con la nostra. Non siamo terra di conquista. Il messaggio deve partire, per una volta, forte e chiaro.

Lorenzo Quadri