Quanto pubblicato domenica ha suscitato la reazione scomposta del presidente uregiatto
Quanto pubblicato sull’ultimo numero del Mattino sul “caso Dadò” ha colpito nel segno, visto l’agitarsi scomposto del diretto interessato. Il presidente cantonale uregiatto si è perfino prodotto in un surreale tentativo di ribaltare la frittata, accusando il Mattino di volerlo “intimidire”. Ma sa po’?
Semmai è il Mattino che non si farà intimidire da Dadò, il quale avrebbe fatto meglio a stare calmino invece di lanciarsi, tramite i media “amici”, in invettive a vanvera contro la Lega, contro alcuni esponenti leghisti, contro il Mattino e perfino contro il suo editore, che certamente non deve rendere conto a Dadò delle proprie azioni.
“Va indagato per denuncia mendace”
Che esista un “caso Dadò” è un dato di fatto. La Corte dei reclami penali del Tribunale d’appello (CRP) lo scorso 1° ottobre ha infatti annullato il decreto di abbandono per il reato di denuncia mendace (punibile con una pena detentiva fino a 5 anni (!) oppure con una pena pecuniaria) nei confronti di Fiorenzo Dadò, emesso dal Procuratore generale Andrea Pagani nel quadro della vicenda del “caos al Tribunale penale cantonale (TPC)”.
Ferma restando la presunzione di innocenza, ciò significa che Dadò (il quale “rigetta integralmente” la sentenza) dovrà essere indagato anche per il reato di denuncia mendace nei confronti dell’ex presidente del TPC Mauro Ermani.
Dadò è già stato raggiunto da un decreto d’accusa per falsa testimonianza, sempre nell’ambito della stessa controversia, decreto che ha impugnato.
La CRP cannoneggia
Ricapitoliamo la puntata precedente. Al centro della vertenza c’è la lettera presunta “anonima” con accuse contro Ermani che Dadò, nel settembre 2024, portò nella Commissione giustizia e diritti del parlatoio cantonale, di cui era allora presidente.
Lo scritto, su “spinta” dello stesso Dadò, venne trasmesso dalla Commissione al Consiglio della Magistratura e al Procuratore straordinario che stava indagando sul “caos al TPC”. Davanti alla Commissione, il presidente del Centro asserì di aver trovato la missiva, corredata da alcune immagini, nella bucalettere del proprio domicilio a Cavergno, in una busta anonima e senza francobollo.
Nella sentenza con cui annulla il decreto di abbandono per il reato di denuncia mendace stilato dal PG Pagani (che oggettivamente non ci fa una bellissima figura…), la CRP cannoneggia il presidente dell’ex PPD. La Corte dei reclami penali: quindi un tribunale. Mica il Mattino della domenica.
Alcuni passaggi
Nel caso qualcuno se li fosse persi domenica scorsa, riportiamo in breve alcuni passaggi “salienti” delle 35 pagine di sentenza.
- “Accertato che le immagini allegate alla segnalazione ‘anonima’ (…) erano state stampate dalla fotocopiatrice in uso alla Tipografia – Offset Stazione SA, Locarno, dove Dadò lavorava (società di cui era membro del Consiglio di amministrazione) (…)”.
- “Come scaturisce dagli accertamenti esperiti, (Dadò) ha collaborato quantomeno in una certa misura alla confezione della segnalazione e, di riflesso, alla sua presentazione alla Commissione”.
- “Egli (Dadò), confrontato con le risultanze istruttorie che deponevano per il fatto che la documentazione provenisse da Siro Quadri (ex giudice del TPC in quota PPD, in seguito destituito, ndr), ha affermato che desiderava continuare a non dichiarare chi gli avesse consegnato gli atti”.
- “Dallo scambio di messaggi del 5 settembre sembra emergere come Siro Quadri istruisca Dadò su cosa dire alla stampa e come entrambi (…) volessero accelerare l’uscita di altro materiale per mettere in cattiva luce la persona di Mauro Ermani”.
- “Emergono indizi concreti per ritenere che l’imputato (Dadò) sapesse perfettamente che l’accusa di pornografia mossa a Mauro Ermani con tale lettera (la lettera anonima, ndr) era inventata, apparentemente rientrando in una strategia concertata (quantomeno) con Siro Quadri, volta ad avversare la persona dell’allora presidente del TPC, con cui lo stesso Siro Quadri era in aperto conflitto”.
Si converrà che i passaggi sopra (fedelmente ripresi dalla sentenza) mal si conciliano con l’auto-narrazione di un Dadò fustigatore senza macchia che “scoperchia pentoloni maleodoranti” (cit).
Morale a due velocità?
Ora, chi come Dadò assume atteggiamenti inquisitori nei confronti degli altri – specie se questi “altri” sono esponenti dell’odiata Lega – dovrebbe essere quantomeno in una botte di ferro (e non, magari, in un “pentolone maleodorante”, cit.). “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, affermava un tale. Non era l’ex PPD ad avere il “referente cristiano”? Ah già: il referente cristiano è stato rottamato in favore del referente multikulti. Ci pare inoltre di ricordare che esistesse un Comandamento che recita “Non pronunciare falsa testimonianza”, ma questo è un altro discorso. Senza poi dimenticare il principio etico universale (di cui i moralizzatori alla Dadò dovrebbero pur tener conto) del “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.
Saremo fuori dal mondo, ma riteniamo che ricevere sul groppone una sentenza del tenore di quella sopra citata della CRP dovrebbe indurre il destinatario quantomeno alla continenza. Non certo a tentativi di spandere sostanza “maleodorante” (cit.) su chi ha reso pubblici i contenuti della sentenza medesima, e lo ha fatto in nome della “trasparenza” e del “ruolo della stampa”: concetti abbondantemente invocati dai centristi (ma solo quando si tratta degli altri). Se i moralizzatori hanno la morale a due velocità, qualcosa non torna.
Quattro domandine
Nascono pertanto spontanee alcune domandine facili-facili.
- È vero o non è vero che il reato di denuncia mendace – ovviamente, se confermato da una condanna cresciuta in giudicato – potrebbe costituire motivo di indegnità alla carica di deputato in Gran Consiglio, con conseguente destituzione, rispettivamente ineleggibilità? (Spoiler: è vero).
- In quanto indagato (vale la presunzione d’innocenza) per il reato di cui sopra, Dadò ritiene sostenibile non fare alcun passo indietro? E addirittura rimanere in Commissioni parlamentari che esercitano l’alta vigilanza e quindi interrogano persone? Notabene: si tratta di una “valutazione politica e non giuridica”. Un ritornello molto di moda la scorsa estate in relazione alle vicende personali di un ex Consigliere di Stato, anch’egli innocente fino a prova del contrario. Tanto più che l’ex “ministro”, diversamente da Dadò, a quanto ci consta non è finora stato raggiunto da alcun decreto d’accusa. Oppure le “valutazioni politiche e non giuridiche” si fanno solo sugli altri? Cosa ne pensano i rigorosi esponenti centristi?
- Come mai i mestatori professionisti nel parlatoio cantonale, rispettivamente i media di regime – quelli che, con l’inesistente “Caso Gobbi”, riempivano una pagina al giorno – non esortano Dadò ad autosospendersi dal Gran Consiglio fino a quando la sua posizione giudiziaria non sarà chiarita? Tanto più che Dadò non è un “semplice” deputato: è pure presidente di un partito di governo.
- Quanto scommettiamo che, se al posto di Dadò ci fosse stato il suo omologo leghista Piccaluga (anch’egli granconsigliere e coordinatore del Movimento), i citati mestatori e media di regime, e magari pure lo stesso Dadò, strillerebbero quotidianamente al massimo dei decibel, reclamando dimissioni?
Lorenzo Quadri